Due poesie di Giuseppe Spinillo

Resistenza-fedeltà-alla

(Resistenze)

Resistere è teoria posizionale
di chi non molla l’uso, non lascia il posto
non smette di essere l’istante che è
sempre stato, e sta sul pezzo
non lascia il bacio, non tace il verbo
non spegne il fuoco, non cuoce
altro gusto, non ritaglia altre tele,
non cerca consenso al nuovo,
non carezza altro suolo,
non sigla accordi con finzioni di futuro
non trama, non si pota, non lascia
la cesta ma resiste,
a costo della scomunica
del buio, in attesa della sola luce Leggi il resto dell’articolo

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Maggio 45

[Chiudiamo per quest’anno, con il racconto che segue di Domenico Caringella, la trilogia sulla Resistenza iniziata il 24 con 17 marzo 1944 (Un anniversario dell’Unità d’Italia) di Luca Rinarelli e seguita il 25 aprile con l’estratto dal romanzo SIC In territorio nemico. Buona lettura.]

di Domenico Caringella

Maggio 45

The frontiers are my prison
Leonard Cohen, “The Partisan

Non avevamo mai fatto l’amore in un letto. Comodi. Al caldo. E negli ultimi quattro giorni, in attesa di tempi migliori, non avevamo fatto che questo. Nei fienili e sulla terra umida di muschio era stato diverso; era stato clandestino, e dolce.
Mi bruciavano le ginocchia, l’effetto dello sfregamento contro le lenzuola. Una lama splendente di mattina entrava dalla finestra semichiusa e tagliava il letto in due, in diagonale. Il fascio di luce illuminava le sue gambe belle e stanche, proseguiva sul mio petto e andava a morire in un angolo. Ci vuol poco ad abituarsi alla penombra e così mi accorsi quasi subito che di luce ce n’era abbastanza per esplorare con lo sguardo la stanza, il soffitto, la linea della sua schiena, i suoi capelli scuri e disordinati; il lupo sul collo, il tatuaggio gemello di quello che avevo io su un braccio, che ci aveva fatto il Francese una notte gelida di febbraio, sul Carso.
Ormai non me lo nascondevo più, di amarla, quella persona che mi dormiva accanto. Eravamo tornati nella nostra città adesso, finalmente. A Trieste. Non avevamo programmato nulla, non sapevamo come Leggi il resto dell’articolo

17 marzo 1944 (Un anniversario dell’Unità d’Italia)

In tema di Resistenza e Liberazione, vi proponiamo quest’oggi un racconto di Luca Rinarelli, mentre nella giornata di domani, 25 aprile, potrete leggere un estratto dal romanzo In territorio nemico, pubblicato recentemente da Minimum Fax.

17_03_44Scese le scale del condominio con le mani in tasca. Rapido, con la testa altrove. Al pianerottolo del secondo piano, urtò la signora Corio. Le due sporte di stoffa sporca, flosce a causa del razionamento, rotolarono verso il basso. Alberto si scusò, tentando di parare la salva di insulti in torinese stretto. La vecchia si chinò a raccogliere, illuminata dal cielo plumbeo che faceva capolino dalla finestra di uno dei balconcini razionalisti della scala.
Quando poggiò il piede sul marciapiede di via Pianfei, la maggior parte delle persiane delle Case Municipali erano chiuse. Qualche panno steso, due voci in qualche appartamento che stavano litigando. Il palazzo all’angolo con via Aquila era abbandonato. Come il giorno prima. Come ormai da un anno, sventrato dalle bombe. Leggi il resto dell’articolo

Storia nera

di Pierluca D’Antuono

Mi prende da dietro all’improvviso con un colpo violentissimo e non respiro più. Ho paura. Sento il suo respiro caldo sul mio collo gelido e un brivido come una lama mi squarcia di lungo la schiena. Per terra, in ginocchio, mi tiene per i capelli con le sue dita nere e tozze e al ritmo di stantuffi spezzati sotto scarponi chiodati mi sbatte la testa sui binari marci e arrugginiti. I denti esplodono in frantumi, ingoio brani di lingua lacerata e vomito in una pozza oscura di sangue. Mentre allenta la sua morsa slacciandosi i pantaloni, tento di voltarmi per guardarlo, ma il fruscio della cinta che scivola tra i passanti tuona nella mia testa come un’unghia su una lastra e allora ride di piacere e in un colpo con lo stivale mi spacca il naso che esplode (non era difficile) e mi strappa i pantaloni; chiudo gli occhi e aspetto
(respira!)
all’improvviso non accade più niente. Davanti a me sento bambini gridare e una voce morbida e infantile chiamare il mio nome dolcemente. Una carezza mi ravviva i capelli insanguinati e mi culla con amore, non piango più e le ferite si rimarginano, ma dietro di me sento ancora il suo sorriso che incombe, i denti d’oro brillare e il tanfo spaventoso delle sue mani sporche e oscure pronte a ricominciare. Ma è nella mia testa, apro gli occhi per vedere e lui non c’è.
Allora capisco.
Ci sono solo due bambini, sono i figli dello zingaro che ieri sera Mattia ha pestato a Piazza Vittorio. Era sicuro che lo avessero scippato. Mentre lo prendeva a calci ho detto a una signora di chiamare l’ambulanza, e prima che arrivasse ce ne siamo andati.
(respira!) Leggi il resto dell’articolo

Voi, onesti farabutti

Esce a settembre, per la collana “molecole” di Caratterimobili, il nuovo romanzo di Simone Ghelli intitolato Voi, onesti farabutti, che è la storia di un dialogo incompiuto fra generazioni: quella che ha fatto la Resistenza e la generazione attuale, precaria, apparentemente condannata a dover assistere al crollo del proprio paese senza poter intervenire. Riportiamo qui l’incipit del racconto inedito Farabutto di uno scrittore, che verrà inviato in omaggio, sia in versione digitale che cartacea, ai lettori che prenoteranno in anticipo il libro. Qui trovate le informazioni su come fare.

E infatti sì, non è che potesse andare poi tanto diversamente: perché la scrittura arriva sempre dopo, dovevo saperlo che viene troppo in ritardo, e cinque anni non sono affatto pochi.
Tanto ha resistito, Nello; ed io lì con la penna sotto al naso, a riempir di baffi d’inchiostro dappertutto.
«Ma devo ripetertelo ancora?»
E io che insistevo, che bisognava risentire e analizzare quel passaggio: «Avanti, daccapo!» Leggi il resto dell’articolo

Ai compagni impallinati

In occasione del 25 aprile, Festa della Liberazione, pubblichiamo in anteprima un breve estratto del prossimo romanzo di Simone Ghelli, “Voi, onesti farabutti”, che uscirà a settembre per l’editore CaratteriMobili.

Per quanta memoria se ne sia andata, persa in quel taglio, di verità n’è rimasta ancora abbastanza: piuttosto, è la lingua che vien meno; la parola giusta per dirla, questa maledetta verità.

Sarà per questo che mio nonno m’ha sempre detto di studiare, perché lui i libri doveva portarli a piedi: chilometri e chilometri di strada in campagna doveva fare, dal suo casale alla scuola e poi ritorno, ma le mani servivano prima per zappare che per sfogliare i libri. Piene di calli grossi così erano le mani, che poi finirono a imbracciare i fucili per spianare la strada agli altri: ai giovani che non avrebbero più dovuto patire la fame né l’onta di rintanarsi per un’idea; ai giovani che di libri ne avrebbero potuti leggere e scrivere tanti, col sedere al caldo. Leggi il resto dell’articolo

Precari, per cominciare…

Una delle accuse che ci rivolgono più spesso, che è anche la più scontata, poggia sull’assunto che lo scrittore sia precario per definizione – è insomma l’idea un po’ romantica dell’artista a prevalere, col corollario di un immaginario beat (o maudit) ormai digerito e assimilato, al punto che del ribelle è rimasta soltanto l’apparenza un po’ freak: l’idea cioè che lo scrittore sia un precario della vita, molto spesso per scelta, che dilapida tutto in nome del sacro fuoco della scrittura. Immagine un po’ comica, a dire il vero, se poi si prova ad esempio a contestualizzare la sua figura nella cameretta a casa coi propri genitori; o addirittura triste, se lo si pensa intento, egli scrittore, a costruirsi quel minimo di stabilità che ha già pensato qualcun altro a dilapidargli. Leggi il resto dell’articolo