Libera Val di Susa

di Marco Rovelli 

Libera Val di Susa

Comincia tutto, sempre, con la città che impone parola sguardo senso legge, la voce del padrone

la campagna, e la montagna, senza alcuna condizione, si immolino al progresso, alla sua grande Ragione

all’immensa megamacchina che non si ferma ad aspettare chi perde tempo a far domande, A chi serve? A cosa serve? Chi lo paga? Chi ha deciso? Perché mai questa violenza? E allora in val di Susa una nuova Resistenza Leggi il resto dell’articolo

Il libretto rosso di Pertini

Sandro Pertini è stato, ed è, il Presidente più amato dagli italiani. Rappresenta quella figura etica di uomo incorruttibile e di indefesso combattente per la libertà di cui oggi più che mai si sente il bisogno. Il libretto rosso di Pertini è un saggio fra letteratura e storia, che raccoglie gli scritti e i proclami politici del grande Presidente di tutti gli italiani e ne ricostruisce l’entusiasmante biografia, dalle sue imprese durante la Prima Guerra Mondiale alla Guerra di Resistenza durante la Seconda, passando per l’esilio e il carcere, fino ad arrivare alla Presidenza della Repubblica. I Di Mino, autori del romanzo Fiume di tenebra, sull’epopea dannunziana a Fiume, e de Il libretto rosso di Garibaldi, completano così un percorso ideale alla riscoperta dell’epica nazionale, ridisegnando la figura di Sandro Pertini, in una chiave moderna e originale, come mito ancora attivo. Leggi il resto dell’articolo

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La giustizia dei martiri

La giustizia dei martiri

di Giuliano Pasini

Primo gennaio 1995, borgo di Case Rosse nel cuore dell’Appennino emiliano. Il commissario Roberto Serra e l’agente semplice Valerio Manzini hanno un tremendo risveglio: i corpi esanimi di un uomo, una donna e una bimba di appena nove anni sono stati ritrovati nel Prà Grand, il prato grande. Di fianco ai cadaveri un bastoncino di legno a forma di Y, quasi fosse una parte di una fionda. Il commissario è considerato dagli abitanti del paesino un ed fora, un forestiero, un uomo di cui non ci si può fidare, un uomo da guardare con sospetto e a cui tenere nascosti i propri pensieri. L’agente Manzini è, invece, un compaesano, l’uomo che conosce tutto ciò che è accaduto nel borgo e tutto ciò che gli abitanti stanno cercando di dimenticare da oltre quarant’anni. Proprio nel Prà Grand è stata compiuta una cruenta strage nazifascista.

Passato e presente si intrecciano in un noir che lascia il lettore sempre con il fiato sospeso, sempre con la voglia di continuare a lasciarsi trasportare dalla narrazione che fluisce senza intoppi. Giuliano Pasini si cimenta per la prima volta con la forma romanzo e la sua è di certo una scommessa vinta. Le atmosfere sono simili a quelle evocate da alcuni romanzi di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini. Pasini lavora di cesello nel delineare la psicologia del suo protagonista, il commissario Roberto Serra, niente affatto scontato o banale. Decidere di misurarsi con una storia che affonda le sue radici nella Resistenza è un gesto coraggioso nell’Italia contemporanea. Nessuna pacificazione è possibile, non esiste una memoria che possa essere condivisa. I martiri chiedono vendetta. E le storie non sono altro che «asce di guerra da disseppellire», come scrivono i Wu Ming.

Serena Adesso

SIC – Un romanzo a 200 mani

Dopo quattro anni complessivi di lavoro, il Grande Romanzo SIC, primo romanzo a 200 mani della storia della narrativa, entra nell’ultima fase della revisione.

Il progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva nasce nel 2007 con l’obiettivo dichiarato di dare un fondamento metodologico alla pratica della scrittura collaborativa e portare una squadra di 100 autori a scrivere un romanzo che sia innanzitutto un buon libro.
Dietro la progettazione del metodo, la volontà di superare i limiti di coerenza e omogeneità della scrittura collettiva “a staffetta” e rendere invece la produzione di testi letterari da parte di gruppi e masse un vero processo collettivo, possibile anche laddove i vari scrittori non si conoscono tra loro e la produzione del testo è interamente coordinata via Internet.

Ci sono voluti due anni di sperimentazione del metodo, nei quali sono stati scritti e pubblicati cinque racconti, e due anni di stesura, ma oggi, dopo 935 schede individuali consegnate dagli scrittori per circa 3000 pagine totali di materiali, 170 schede definitive composte dai direttori artistici (di cui 24 schede personaggio, 35 schede luogo, 18 schede trattamento, 93 schede svolgimento) e 4 ritiri in un eremo collinare, il distillato finale del progetto SIC, un romanzo storico-avventuroso ambientato negli anni dell’occupazione tedesca in Italia e della Resistenza, entra nell’ultima fase della sua produzione.

Per ulteriori informazioni: www.scritturacollettiva.org

La tessera

Scoreggiai di riflesso sul finire di quella telefonata. L’aria calda sciolse per pochi istanti i muscoli un po’ intirizziti dal primo vero freddo invernale, e distolse i pensieri dalle chiacchere inutili di cui Frasko stava iniziando a indurirmi la testa. Fu solo mentre riagganciavo che intuii di aver potuto suscitare qualcosa di interessante nei sensi primari del tipo che aspettava l’autobus dietro di me; voltatomi mi offrì un’occhiata trasversale.

Lasciai la fermata dove avevamo concordato di incontrarci e decisi che avrei proseguito a piedi. Al passo spedito che quella sera di fine novembre richiedeva, non ci sarebbero voluti più di una decina di minuti. C’eravamo dati nuovo appuntamento direttamente in S. Lorenzo.

Iniziò a piovere, ormai non ci facevo più caso. Fin dall’adolescenza non avevo mai amato molto gli ombrelli. Strumenti con cui la borghesia si era popolarizzata e quindi si era diffusa. Come l’ascensore fino al terzo piano.

Arrivai con una buona mezz’ora di anticipo. Non capitavo a Roma praticamente dagli anni degli studi. Erano gli anni della Pantera, quando per l’ultima volta i giovani si erano ricordati che si può costruire tutto quello che si può immaginare. O almeno ci si poteva andare vicino.

Anche il quartiere di S. Lorenzo lo sentivo diverso, proprio nel suo sembrarmi rimasto uguale per molti aspetti. Stessi riferimenti politici, stesso tipo di scritte sui muri, stesso tipo di locali. Ritrovavo alcuni di quelli che erano stati i luoghi più importanti e significativi dei miei vent’anni. Avrei dovuto esserne entusiasta, e d’entrata lo ero al riaffiorare di ricordi vivi, belli per lo più, che erano rimasti appiccicati agli angoli di quelle strade. Solo che vedere quei luoghi così simili nell’essersi trasformati, a distanza di vent’anni e sapendoli essere stati prima altrettanto simili e diversi per almeno altrettanti anni, defluiva il mio entusiasmo in un senso latente eppure nitido a tratti, di spettacolo, rappresentazione. E mi puzzava.

Almeno i ragazzi, abbivaccati ancora come una volta a quell’ora in p.zza dell’Immacolata, pur nell’eterno ritorno della festa sembravano avere altri segni, altri simboli, altre maschere. Sì, in fondo doveva essere spettacolo anche quello. Fu l’ultimo pensiero che mi passò per la testa prima di infilarmi nel primo locale che mi capitò a tiro.

Mi avvicinai al banco con l’idea di aspettare Frasko là dentro. Non c’era molta gente seduta ai tavoli di quel martedì sera, l’ambiente ideale per rincontrare un vecchio amico senza restare intrappolato nella tela dell’esistenza.

«Vorrei una chiara media, grazie».

La ragazza era piuttosto grassoccia e aveva l’aria di una che era stata messa lì da poco tempo.

«Sì, guardi, noi siamo un club, se è la prima volta che viene da noi le faccio subito la sua tessera personale, non costa niente, è assolutamente gratuitaecco qua guardi, compili nome e cognome, dati personali»

Impossibile trovare il punto in cui spezzare il discorso. Aspettai inchiodato che finisse.

«Guardi, io veramente non sono della zona, passavo soltanto per prendere una birra e aspettare un amico, ma me ne vado domani, non credo convenga né a me né a voi farmi una tessera che poi non riutilizzerei»

La ragazza sembrò per un attimo non sapere bene cosa dire. Poi riattaccò.

«Guardi, noi veramente siamo un club, se vuole consumare devo prima farle la tessera, non costa niente e può riutilizzarla in qualsiasi momento, oppure rinnovarla sempre gratuitamente».

Mi liberai con pochi convenevoli.

Improvvisamente mi accorsi di quanto fuori facesse freddo. Sentivo avvicinarsi la mia stagione preferita, l’inverno. L’unica dove il lento morire nel divenire del tutto rendeva veramente indispensabile far traboccare le energie del corpo e della mente, e quindi l’empatia col Mondo.

Cercai subito un altro posto lì vicino dove andarmi a rintanare.

Stavolta non dovetti fare neanche la fatica di arrivare al banco. Appena varcata la soglia mi incalzò un ragazzo dal volto inutile più dei suoi capelli a spazzola, seduto dietro a un tavolino.

«Buonasera, ha già la nostra tessera oppure»

Non gli detti neanche il tempo di finire il preambolo. Feci finta di guardarmi un attimo intorno, poi girai i tacchi e me ne andai.

S. Lorenzo. Il quartiere storico della Resistenza romana. Il quartiere della contestazione studentesca e della cultura alternativa. La Kreuzberg italiana. La “normalizzazione” aveva funzionato alla grande. Tutto assumeva ora chiaramente i tratti di una grande rappresentazione programmata per andare in scena ogni giorno, magari cambiando ogni tanto un po’ di allestimento e di sceneggiatura, qualcuno dei suoi protagonisti e delle comparse, purché restasse costantemente invariata la trama di fondo. Sì, adesso improvvisamente era tutto molto chiaro.

Ma ci vogliono almeno tre prove per sentenziare un colpevole, pensai. Stavolta però decisi che avrei buttato prima un occhio all’insegna del locale, pensando forse inconsciamente di potervi leggere dietro nascosta una trappola o meno.

“La burrasca”. Avevo preso per una strada secondaria. Se mi vogliono schedare anche qui, mi dissi giuro che ringiovanisco di vent’anni e rispolvero uno dei buon vecchi sit-in di disobbedienza civile.

Non feci in tempo ad arrivare al banco neanche stavolta. Stesso tavolino a ridosso della soglia, stesso garzone inutile appostato di sentinella.

«Salve, ha già la nostra tessera o»

«Senta, non la voglio la vostra tessera del cazzo, sono qui solo per aspettare un amico, non prendo neanche niente da bere se necessario, mi basta potermi mettere a sedere e aspettare dieci minuti. Dieci fottuti minuti che arrivi il mio amico per ripararmi dal freddo assassino che c’è la fuori, capisci? Nient’altro».

Aveva i capelli neri rasi, il capo stondato e gli occhi ignari di un ragazzo di vent’anni.

«Veramente signore la consumazione all’interno del locale sarebbe obbligatoria.. e poi il tesseramento lo dobbiamo fare anche per semplice permanenza in esercizio privato, per la questura insomma»

Avevo voglia di vomitare. Al mio paese in provincia di Treviso c’era molta più libertà di movimento.

«Senti guarda facciamo così: io mi metto a sedere senza ordinare niente e aspetto che arrivi il mio amico. Appena viene facciamo insieme questa benedetta tessera e ci beviamo qualcosa, ok? Oppure ce ne andiamo».

Il garzone alzò le spalle in segno di impotenza. Andai a sedermi a un tavolo per due, ma mi accorsi che mi gettava qualche occhiata ogni tanto. Squillò il telefono. «Frasko!Pronto! Sì, sto qua, sono ad un locale che si chiama “La burrasca”, lo conosci? Ah, okperfetto allora ci vediamo qua fra cinque minuti»

Il garzone continuava a tenermi d’occhio, ed ebbi la sensazione che avesse allungato l’orecchio durante tutta la telefonata. Mi alzai per andare al bagno.

La porta del cesso unisex di quella bettola rivestita di legalità non si chiudeva nemmeno. Mi ricordai non senza una risata cretina, che con Frasko ci eravamo conosciuti proprio dentro un cesso come quello. Io strippavo sconfitto da una serata in cui avevo scommesso col proprietario che mi avrebbe lasciato in gestione il locale se mi fossi scolato un’intera cassa di birre entro chiusura. Lui, Frasko, passava solo per fare quel che stavo facendo io adesso.

Fui interrotto bruscamente nel mio sforzo muscolare al basso ventre che ancora me la ridevo, una ragazza aprì senza guardare pensando di trovare libero. La smorfia che ne uscì fuori l’istante che mi voltai non doveva essere rassicurante, a giudicare dal raptus con cui la biondina richiuse. «La decadenza della civiltà occidentale,» diceva un vecchio filosofo, «si vede anche da come la gente sbatte le porte».

Uscii tirandomi su la zip e lasciando via libera alla bionda. Il gabinetto dava sulla sala principale. In mezzo, un uomo ben piazzato con un lungo cappotto scuro tentennava guardandosi attorno circospetto. Aveva indurito i lineamenti del volto e di tutta quella sua cenestesi che già all’epoca sapeva incalzare le assemblee e i cortei di protesta. I pantaloni di jeans un po’ attillati, il maglioncino in stile casual rigato orizzontale, la barba fatta e i capelli corti tagliati con cura; tutto adesso in lui contribuiva a dare un senso di apollineo a quel ragazzone di borgata che avevo conosciuto come un impareggiabile compagno di sbronze.

«Frasko!»

Aprì a un sorriso contenuto il suo volto laconico senza dire niente. Ero troppo su di giri nel vederlo così, in quello stesso quartiere, dopo tutti quegli anni in cui non ci eravamo più nemmeno sentiti per telefono, prima di beccarci su Facebook qualche mese prima quando per la cooperativa di teatro sociale ero stato praticamente costretto ad aprirlo.

Era proprio lui, Frasko. Sì, doveva essere pur sempre lui dentro quei panni, e sotto il peso di quei due decenni che in un istante sembravano essere durati un’eternità. E sì che a colpo d’occhio non sembrava neanche tanto invecchiato.

Istintivamente inscenai una scazzottata. Sapevo dentro di me che era l’unico modo per potersi salutare autenticamente, e dirsi che tutti quegli anni ce li scrollavamo di dosso in pochi gesti. E lui rispose per le rime, come ai vecchi tempi.

Simulai un paio di dritti al volto che egli schivò con premura, poi un gancio allo stomaco con cui contrasse l’addome senza però scomporsi più di tanto. Capii subito che non era più lo stesso. Spontaneamente mi venne da chiudere quel siparietto ormai ridicolo con un vero colpo, simbolico, alla spalla, accompagnato da un sonoro «come va!»

Partì il rovescio che egli cercò ancora una volta di schivare d’istinto con un braccio, in un movimento però innaturale, quasi fosse abituato a dover proteggere qualcosa a quell’altezza. Il pugno decollò scheggiando l’arto proteso e schizzò via come un’anguilla, andando a fracassare brutalmente proprio in mezzo al faccione ancora stentatamente sorridente di Frasko.

Non ci vedevamo proprio da un bel pezzo, Frasko ed io. L’ultima volta era stato in un posto come quello, e il suo saluto di allora aveva la stessa forma del mio adesso, ma molta più veemenza. Dietro c’era una storia con una certa tipa, che poi col tempo sarebbe diventata quella che era ancora la mia compagna attuale, e il mio brutto vizio di voler liberare la gente dal senso piccolo borghese del privato. Il tutto si intrecciava a quello che all’epoca, non privi di una certa eccitazione da intellettuali radicali, chiamavamo «il nuovo ruolo possibile autodeterminato della donna all’interno della lotta più complessiva per l’emancipazione della classe operaia e lavoratrice in generale»; e ad un vecchio slogan, credo fosse degli anni ’70, che qualcuno dei nostri non aveva trovato niente di meglio da fare che rispolverare per l’occasione; diceva:

Non c’è niente di più tristo del maschio femministo. Vedi Cristo.

Barcollò un paio di passetti all’indietro prima di ritrovare l’equilibrio in fondo all’inerzia su quel destro stregato, ma tutto sommato rimase abbastanza composto anche stavolta.

«Oddio Frasko, bello, scusami, non l’ho fatto apposta; mannaggia che figu»

Rimasi qualche istante piegato in due sullo stomaco a capo chino, poi subito stramazzai a terra senza riuscire in alcun modo a respirare.

Tutto intorno nel locale era calato un silenzio tombale. Solo nel momento in cui ebbi la chiara percezione che sarei morto asfissiato, riuscii ad iniziare a inalare un po’ d’aria.

E mentre rantolavo con i crampi allo stomaco per il colpo da maestro che mi era stato inferto, una sola parola si eresse pesante come un macigno sopra quel silenzio, rivolta con ogni probabilità al garzone appostato all’entrata dietro il tavolino: «DIGOS».

Così mi sistemai anche per la notte, e sì che stavo per chiedere a Frasko qualche dritta a riguardo. Di tutto il resto, di vent’anni volati via in mezzo a due pugni, non volli dirgli o chiedergli niente neanche mentre mi accompagnavano in questura. Là dove erano iniziati, adesso avevano fatto ritorno, e in quegli istanti ci eravamo detti tutto.

Addosso avevo un diecino di ganja e anche un po’ di coca, cui andarono ad aggiungersi le lesioni a pubblico ufficiale e la retinenza alle norme di sicurezza del locale. Mi dettero un blocco di ventiquattro ore ma alla fine me la cavai verso metà giornata, convinto che il mio vecchio amico Frasko avesse voluto chiudere un occhio dopo essersi tenuto perlomeno il fumo.

Appena fuori avevo voglia di farmi una birra e mi andai ad infilare nel primo posto carino che incrociai. Conservo gelosamente la tessera nel portafogli dietro la carta d’identità. Convinto che prima o poi riuscirò ad avere in omaggio almeno la maglia

Don’t drink water, fish fuck in it.


Eduardo Olmi

Le incredibili iconoclastie di Bondi e dell’SVP*

L’atteggiamento stupito, indignato, offeso di fronte al triste spettacolo che la politica italiana mette in scena oramai quotidianamente agli occhi di tutto il corpo sociale è un atteggiamento che risulta, al punto a cui si è arrivati, liso, inadeguato, usurato.

Eppure, ogni giorno siamo qui a commentare lo spettacolo, critici severi e implacabili di quel naufragio sociale e culturale in cui siamo coinvolti tutti, orchestrine danzanti sul Titanic che affonda. Mercoledì 26 gennaio 2011 è stato il giorno di Sandro Bondi, confermato ministro da una risicata maggioranza. Tra i parlamentari che hanno contribuito al salvataggio del vate toscano vi sono anche i rappresentanti del principale partito di raccolta tedesco dell’Alto Adige, la SVP, i quali si sono astenuti dalla votazione.

Suona strano se si considera che proprio in Alto Adige la suddetta SVP governa provincia e capoluogo provinciale grazie a coalizioni con il Partito Democratico e i rimasugli di quella che un tempo fu la sinistra. Suona ancora più strano se si considera che, non molto tempo fa, l’Obmann Richard Theiner aveva dichiarato che: «sarebbe assurdo votare per un ministro che con il dispendioso restauro del Monumento alla Vittoria di Bolzano si è giocato ogni simpatia».

Cosa è dunque successo nel frattempo? Molto semplice: una compravendita, una regolare transazione d’affari tra uomini politici. In cambio dell’astensione dei deputati Zeller e Brugger, Bondi si è impegnato a garantire la rimozione di alcuni bassorilievi di epoca fascista dalle facciate di alcuni edifici pubblici. Mettiamola giù in questo modo: un ministro dei Beni Culturali (?), in cambio della sua salvezza politica, si impegna a demolire un’opera d’arte (fascista ma pur sempre opera d’arte) in una città dove la destra italiana, che con i suoi voti ha contribuito a far eleggere questo governo, guarda a quel preciso periodo della storia d’Italia come al momento fondativo dell’identità italiana bolzanina in contrapposizione a quella tedesca. Sembra Achille Campanile, ma è la realtà. Non staremo qui a perdere troppo tempo lamentandoci della perdita dei valori della politica, dello scempio di una vita pubblica che oramai si basa più sul commercio che sulle idee, perché ripeteremmo una trita e snervante tiritera.

Quello su ci interessa riflettere è il senso e le conseguenze della rimozione violenta di un elemento architettonico che è anche un documento della storia cittadina. Pur non condividendo i valori e l’esperienza storica e politica che il Fascismo ha rappresentato per l’Italia e per il mondo intero, chi scrive è convinto che la rimozione di un monumento, la sua distruzione, sia un atto violento e pericoloso. Violento perché le opere d’arte vivono, parlano e comunicano a partire dal proprio contesto, dalle interazioni che esse stabiliscono con l’ambiente circostante. Spesso la musealizzazione di esse ne determina la morte o la mummificazione come testimoniano i fregi del Partenone esposti al British Museum, o le straordinarie architetture esposte nel museo di Pergamo a Berlino. Tombe lucenti, sicure, protette, ma pur sempre tombe che sottraggono le opere d’arte alla loro vita ed all’inesorabile scorrere del tempo. Lo sapeva bene Niccolò Rasmo, celebre storico dell’arte altoatesino, che durante il periodo delle Opzioni (1939-1940) si oppose allo smembramento del patrimonio artistico sudtirolese, conscio che, strappato dal suo ambiente, questo sarebbe morto cancellando le tracce di un passato in cui l’identità italiana e quella tedesca si erano mescolate con armonia e ricchezza, come sempre avviene nei pressi dei confini, siano essi fisici o culturali. I confini che, come il semiologo russo Lotman ha dimostrato ampiamente, sono sempre luogo di scambio, comunicazione, ibridazione tra le semiosfere.

Come ha mostrato il filosofo francese Paul Ricoeur, esistono molti tipi di memorie: ad uno di questi, la memoria monumentale e statica della retorica di Stato, una memoria che cala dall’alto e nasconde i punti oscuri della Storia sotto la sua coltre, si deve opporre una memoria leggera, volatile, critica. Una memoria che non cessi mai di porsi domande e di mettere in discussione l’immagine della Storia che la retorica di Stato costruisce per nascondere le proprie responsabilità.

La rimozione dei bassorilievi di Piazza Tribunale non farà altro che dare più forza alla memoria velenosa del Fascismo, attizzerà un sentimento revanscista. A quel punto l’estrema destra italiana si sentirà in dovere di vendicarsi, e si aprirà una spirale di ripicche e piccole vendette, che è l’anticamera della violenza.

È già accaduto con la rimozione della memoria delle Foibe, un avvenimento accaduto in circostanze storiche precise, su cui la destra italiana ha costruito il proprio discorso identitario e nel contempo ha eroso la memoria della Resistenza come mito fondativo della Repubblica italiana. Le foibe sono diventate così un simbolo ed un monstre storico del tutto svincolato dalla reale portata dei fatti, come le recenti ricerche di Claudia Cerignol hanno dimostrato.

Ma soprattutto, la rimozione di quelle sculture priverà la cultura critica di un oggetto concreto d’analisi, di un monito per le generazioni future. I simboli sono importanti perché possono essere interrogati, perché chi possiede una coscienza ed una cultura critica ne può affrontare il discorso, a volte essendone complice, altre volte essendone antagonista. L’atteggiamento iconoclasta che dice «chi difende il bassorilievo è a favore del Duce, ergo fascista» deve essere rifiutato, esso impone al ragionamento l’inaccettabile cornice concettuale del «o con noi o contro di noi», che sta alla base di ogni mortificazione della vita democratica. L’ha ripetuta G.W.Bush dopo l’11 settembre, la ripetevano i Talebani che bombardarono le statue del Buddha nella valle di Bamiyan, la ripetevano i nazisti che bruciavano i libri nella tetra scenografia allestita da Goebbels.

Nella Storia nessuno è vergine, ma se, partendo da questo assunto, dovessimo cancellare i simboli e le vestigia del passato perderemmo fatalmente la possibilità di ricordarne le catastrofi, le stragi e i lutti.

Auschwitz fu costruito dal nazismo e ne testimonia la follia e la violenza, non dovrebbe dunque essere abbattuto? E la Colonna Traiana, simbolo della sottomissione di molti popoli all’Impero Romano, non è forse il segno di un’oppressione brutale e violenta? È questa assurda logica che la politica impone al buon senso, a cui noi, oggi, ci vogliamo opporre.

 

Flavio Pintarelli

*Contributo apparso originariamente sul blog La rotta per Itaca.