Bamboccioni

BAMBOCCIONI

Un giorno, un ministro mi ha detto che dovevo andare fuori di casa; che era ora che alzassi i tacchi, che non potevo restare con papà e nonna a oltranza, senza sposarmi, senza diventare autonomo. Quel ministro mi ha anche offerto degli incentivi: delle favolose detrazioni fiscali sugli affitti. Io non ho saputo resistere, ho deciso di accettare una delle settantadue offerte che ricevo ogni giorno – noi laureati in Lettere Moderne siamo richiestissimi; figuriamoci quelli del vecchio ordinamento, come me – da tutte le parti d’Italia, allora ho preso e sono uscito di casa. Ho detto “Ciao papà! E grazie” e ho preso l’uscio, con un trolley che mi faceva pensare ai libri di Labranca e una sacca piena di romanzi. Sotto casa mi aspettava la mia BMW: era ora che la tirassi un poco, si stava ingolfando. Certi motori non possono restare fermi troppo a lungo. Senza curarmi troppo di problemi grotteschi come le radici famigliari, l’appartenenza al territorio o a un tessuto sociale, avevo pensato di accettare l’offerta di una buona azienda di una città in cui non conoscevo proprio nessuno. Così, finalmente, sarei diventato un ometto, e il ministro avrebbe smesso di insultarmi. Stavo così comodo a casa, a spedire curriculum a vuoto. Alla fine ti stanchi, servono stimoli nuovi, ha ragione lo Schioppa. E così, raggiunsi la ridente cittadina di Novara, dove non vedevano proprio l’ora di ospitare un romano di ventisei anni: da più parti, in città, sentivo parlare i proprietari dei ristoranti della necessità di tenerli aperti sino a mezzanotte, proprio per venire incontro alle mie abitudini. Il mio locatario era un cinghiale molto sicuro di sé che non la smetteva di ringraziarmi per essermene andato da casa mia. “Così si fa” – mi ripeteva, dandomi clamorose manate sulle spalle. “Firma!” – aggiunse. E io firmai, versai la caparra (papà mi dava molte paghette) ed entrai nella mia nuova vita. Come usciere, a Novara, avevo un avvenire garantito: mi sarei sfiancato a fare amicizie e a sedurre donne nuove, nel dopocena, non c’era proprio rischio che mi pentissi. Del resto, l’importante – diceva il ministro – era uscire di casa. E io di casa ero finalmente uscito. Ammetto di avere avuto qualche imprevisto problema economico; per esempio, il costo delle telefonate, con i telefonini, si faceva pesante. Chiamavano parenti (ne ho pochi, ma ciarlieri) e amici, vecchi creditori (questioni da poco) e potenziali clienti (ma ora sì che avevo un lavoro!). Poi, volta per volta, scoprii l’emozione di farmi una lavatrice, di stendere i panni e un quarto d’ora dopo piove, di scottarmi con l’acqua calda della pasta, di bruciarmi l’unica fetta di carne che m’era rimasta. E tutte le volte pensavo a Padoa Schioppa, e dicevo “Ti frego”. Quando mi hanno licenziato perché c’era un amico etiope che costava duecento euro di meno io non mi sono lamentato mica. Sono andato all’agenzia interinale sotto casa e ho ricominciato a cercare lavoro. “Laureato in Lettere?” – m’hanno chiesto. “Sì…” – ho risposto, e già gongolavo. “Esplosivo! Che ne pensi di fare il facchino? È un’esperienza!”. “E andiamo!” – esclamai. E poi feci uno squillo a casa, così papà mi richiamava e potevo parlargli, ché avevo finito il credito. Sarebbe stato orgoglioso di me, il suo coraggioso bamboccione: io ero uno che lavoravo fuori Roma giusto per pagarmi l’affitto. Che gran paraculo.

Gianfranco Franchi

Precari all’erta! – Una terra promessa…

Vorrei fare alcune precisazioni riguardo alla mia iniziale provocazione sul tema “restare o partire?”. Si tratta di alcune riflessioni nate in seguito alla lettura dei tanti commenti alle varie note apparse su facebook, grazie alle quali il dibattito si è trasferito sull’inserto domenicale de Il Sole 24 ore prima e su Carmilla dopo.

Innanzitutto vorrei precisare che la mia intenzione di restare non è legata a un sentimento di patriottismo, ma si fonda sul presupposto che è a partire dal territorio su cui vivo quotidianamente (sul luogo di lavoro, per strada, negli spazi culturali più o meno ufficiali) che devo impegnarmi per migliorare le cose. È ovvio che mi ritrovi dunque a parlare del “sistema Italia”, e che mi debba confrontare con le logiche di quel sistema, altrimenti me ne sarei già andato e non mi porrei il problema in questi termini.

Una seconda precisazione, che mi sembrava già esplicita nei miei interventi: ritengo fuorviante metterla sul piano del coraggio. Non si tratta di una gara a chi è più eroe. Partire e restare sono due scelte opposte, eppure legate a uno stesso malessere, e questo è un valido motivo per ragionare senza porsi paletti o confini, magari creando una piattaforma comune dove poter confrontare le diverse esperienze. Precisato ciò, nelle guerre tra poveri siamo tutti un po’ eroi e un po’ fessi allo stesso tempo.

E qui veniamo al terzo punto, il più importante, quello di cui ho già parlato nel post precedente: cosa fare nella pratica? Una cosa che ho notato nei commenti, e che deriva dall’effetto “cascata” di internet (dove con facilità si possono spostare i confini di una discussione per allargarla all’infinito), è un malcontento diffuso, figlio forse dell’impossibilità di trovare delle cause ben definite della situazione attuale. Si parla naturalmente di responsabilità politiche (di destra e di sinistra), dei media, di una sorta di attitudine congenita degli italiani a lasciar fare, per non parlare di una serie di valori condivisi dalla maggioranza (ad esempio un certo maschilismo dilagante che l’ha fatta da padrone in quest’estate di “scandali rosa”) ma invisi a chi in questo dibattito è intervenuto. Questo per dire che prima del cosa fare, bisognerebbe forse chiedersi chi e quanti siamo, contarsi insomma.  La mia idea, col rischio di ripetermi, è che siamo in tanti ma sembriamo pochi, proprio perché parcellizzati in una serie di iniziative individuali che, se hanno il merito di dimostrare una forma di resistenza, corrono d’altro canto il rischio di rimanere isolate e di non offrire reali alternative. Alla resa dei conti siamo quindi una minoranza (o almeno è così che appariamo dinanzi all’opinione pubblica) ed è da questo presupposto che dovremmo partire.

La sinergia createsi in pochi giorni sul web è un esempio concreto di come possiamo muoverci, di come la rete possa scavalcare certe mediazioni tipiche di altri strumenti e offrirsi come possibile piattaforma di lavoro.

Proprio come dovrebbe accadere entro pochi giorni, con un nuovo blog dedicato al “precariato intellettuale” (scuola, università, editoria, etc), di cui ospiteremo un contributo.

E per concludere, vorrei prendere a prestito una frase estrapolata da un commento di Laura su Clobosfera, e che mi piacerebbe prendere come motto da tenere sempre a mente: “Non lavorate gratis per le università, lavorate gratis per la comunità, che vuol dire per voi stessi”.

Capito, cari i miei precari? Perciò state all’erta!

Simone Ghelli

Restare o partire?

Coraggioso è chi resta. Come possiamo pensare di lasciare questa terra devastata in balia di tale smarrimento? Ma poi, dico, non siete curiosi di vedere come andrà a finire? Essere in prima linea a scoprire fin dove si potrà spingere l’assurdo, questa non-vita, questa politica, questa società che è una farsa di una farsa.

Non è guerra, ma è come se fosse, come non fosse mai finita. È una repubblica ancora bambina, Italia, vittima di stupro. Io la conosco, o almeno credo, le voglio bene, è parte di me, devo aiutarla a superare la tragedia di cui è stata vittima impotente. Da sola, non ce la può fare.

No, non me ne voglio andare. Ogni tanto ci penso, ma poi mi passa subito. Perché devo arrendermi e andarmene dalla mia terra, dal mio paese? Come posso abbandonare la mia lingua, le mie radici seppur sradicate?

Non condanno chi se ne va, come potrei, ma io non ce la farei proprio. Troppi morti non sono bastati. Troppe ingiustizie, vestite da misteri, restano impunite. Dimentichiamo in fretta, indotti. Si cambia la storia, o forse ricordavamo male. La verità è finzione. La storia ribaltata.

Italia, ferita a morte, cede il passo. Nulla più indigna, nulla sconvolge. Le porte del futuro sono serrate, aprono al nulla.

Verità è finzione. Il germe dell’odio coltivato sin dall’infanzia. Il male, travestito da bene, dice di voler combattere il male. Molti gli credono. Italia non è cambiata, regredisce.

Il problema è al vertice. La base è distratta, ma stimolata reagisce. Bisognerebbe arrivarci. Sono bloccate le vie di comunicazione. Embolia.

Focolai sparsi in tutta la penisola. Abbiamo mezzi incredibili. Ora più che mai non si può abbandonare. Ora più che mai bisogna resistere.

Saremo pure una minoranza, ma siamo una minoranza consistente, e se qualcosa abbiamo imparato in ore chini sulle pagine di un libro, è proprio che la cultura è libera, non conosce prigioni, non subisce imposizioni. Bisogna lavorare ogni giorno per cambiare, non bisogna arrendersi. Oggi più che mai.

In quanto uomo di lettere di questo paese, non debbo mai dimenticare il debito morale contratto con la mia società quella maledetta notte di novembre, quando un poeta fu brutalmente assassinato, e messo a tacere per sempre, all’idroscalo di Ostia. Come una sorta di peccato originale mai purificato.

Ci sono ancora poeti e scrittori da scoprire e da difendere, in questo mostro, Italia, ferito a morte, che dobbiamo curare.

Tra i loro compiti, quello di svegliare il dormiente.

Gianluca Liguori

*Testo ispirato dagli interventi di Simone e Claudia.