Solo 5 minuti

di Maura Chiulli

Un viaggio insieme: avevamo deciso di starcene sole, io e lei, a godere di noi. Arrivammo ai Castelli romani, lì dove avevo lasciato a giacere un mio pezzo di vita vecchio. Avevo a mente odori e vicoli e dopo anni, ogni cosa era rimasta al suo posto. Dalla finestra della nostra stanza appoggiavamo lo sguardo su Roma assolata e munifica. Decisi di farle percorrere col dito le strade che avevo consumato. Elisa ascoltava, tenendomi stretta a sé. Avevo quarant’anni, credevo di aver esaurito pallottole e possibilità. Lei arrivò come un lampo e vederla la prima volta quasi mi uccise. Una specie di energia mi percorse la schiena e dopo un anno, continuavo a nutrirmi della stessa elettricità. Amarla era facile. Amarla mi purificava. Amarla mi sottraeva al veleno dei miei ricordi. Vivevo un eterno presente da quando l’avevo guardata, quel giorno in spiaggia. Aveva i capelli raccolti e un costume bianco. Mi girai verso di lei, avevo bisogno dei suoi occhi piccoli. Le sfilai gli occhiali scuri e la baciai, col carezzo intenso che vuole l’amore, quello che ti percorre e ti bagna, quello che non puoi trattenere il desiderio. I suoi ansiti brevi ci unirono in una scopata monumentale: io ed Elena sapevamo unirci in un incastro perfetto. A quarant’anni avevo imparato l’amore, quando tutto mi pareva essersi scolorito nelle brume dense della coscienza, quando non sapevo più di che cosa erano fatti i sogni. Era arrivata per salvarmi, per indicarmi una decorosa possibilità. Le leccai il fiore e sentii il suo seme. Le percorsi i seni e la attraversai. Ci sentimmo, come ogni volta, un unico corpo liquido. Leggi il resto dell’articolo

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Settanta acrilico trenta lana

Settanta acrilico trenta lana (Edizioni e/o, 2011)

di Viola Di Grado

Che tu mi veda o no io sono quella lì coi capelli neri e il naso prendi tre paghi uno. Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano.
Tu te la puoi permettere una storia di quel tipo. Tu te la puoi scopare tutta la notte e poi fartene un’altra, e poi un’altra ancora, fino a riempirti la vita di farfalle che volano e ricordi che restano. Di storie come quella lì. Sai che ti dico? Usala come straccio del bagno, quella storia, o che ne so, foderaci la gabbia del criceto. Insomma, basta che te la levi davanti, qui a Leeds non ti serve, e i ragazzini di Christopher Road te la ucciderebbero per strada.

Eccola qui Camelia Mega. Vive a Leeds, una città dove «dove l’inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c’era prima», una città spettrale dove il sole fa capolino pochissime volte. Camelia, giovanissima, abita con la madre in Christopher Road, una via così triste e desolata che un passante non la noterebbe visto che non si distingue dalle sue parallele, una via in cui «non comincia mai niente. Semmai finisce. Finisce tutto, anche le cose che non sono mai cominciate». Per le due donne la vita scorre lenta, monotona, fatta di silenzi e di una comunicazione solo non verbale. Camelia porta il nome di un fiore orientale. Eppure lei recide i fiori, rovista nei cassonetti alla ricerca di abiti consunti in modo da non indossare mai nulla che sia nuovo, appariscente, colorato.

La vita delle due donne si è fermata tre anni prima: il giorno della morte del padre di Camelia. L’uomo è stato vittima di un incidente stradale assieme alla sua giovanissima amante. Da quel momento le due protagoniste sono entrate in un loop da cui non riescono a venire fuori. Girano a vuoto. La madre, Livia, chiusa nel suo mutismo. La figlia, Camelia, ha lasciato i suoi studi di cinese e si prende cura – o almeno ci prova – della mamma. I ruoli sono completamente ribaltati.

Un giorno Camelia incontra Wen, un ragazzo cinese. Ricomincerà lentamente a vivere. Si troverà a dover gestire un rapporto estremamente complesso con il ragazzo e con suo fratello: Camelia ama Wen, ma lui la rifiuta. Anche la mamma di Camelia conosce un uomo. Ma sembra che in Christopher Road nulla possa concludersi con un lieto fine e tutto sia destinato irrimediabilmente a finire. L’inverno dell’anima sembra essere l’unica condizione possibile.

Viola Di Grado, ventitreenne catanese, è alla sua prima prova letteraria. Dimostra una maturità stilistica, una sapienza nello scegliere il lessico da utilizzare, davvero rare. Un esordio che lascia i lettori senza fiato. Una storia nera, profonda, cupa. Una storia dolorosa. Lo stile è tagliente come quello di un bisturi: incide la nostra carne. Le parole feriscono, sono armi, sono spietate. Non c’è tregua. Non c’è possibilità di rifiatare. Non c’è ossigeno. Gli ideogrammi cinesi diventano l’unico modo per ridare senso al linguaggio, per creare una nuova comunicazione che sia completamente diversa da quella ormai perduta e inutilizzabile. Gli ideogrammi potranno nuovamente dare un senso alla vita.

Ci sono romanzi che restano indelebili, che rileggeresti mille volte. Questo è uno di quelli.

Settanta di acrilico trenta di lana è di una bellezza straziante. La storia di una vita lacerata – come gli abiti bucati della sua protagonista –, una vita sognata e irrealizzata, una vita possibile, ritrovata, agognata e perduta nuovamente. Una vita che muore e rinasce ogni singolo giorno.

 

Serena Adesso