KHALID L’IMMORTALE

Il nome Khalid volendo si può tradurre, non senza un filo d’orgoglio, immortale, sempiterno, imperituro.

Nessuno si offenderà se confesserete candidamente di non sapere chi sia Khalid ibn al-Walid, la spada sguainata di Dio.

Khalid nostro è stato uno dei più astuti condottieri della falce di luna. Ha assoggettato bizantini, romani, persiani. Centinaia di battaglie, mai una volta che ne fosse uscito sconfitto. Se Allah metteva mano alla fodera, là dentro mica ci trovava una sciabola: c’era Khalid.

Khalid, lo diceva pure Maometto, era il braccio armato di Dio.

E la sua gloria durerà in eterno, ha aggiunto pure.

È da quel momento che il nome Khalid ha preso il significato di “immortale”.

Tu che mi leggi, non ti è mai capitata quella cosa che inizia in un pomeriggio noioso e che torna in molti altri pomeriggi noiosi ma non è per quello, per la semplice noia, ma per una sorta di predestinazione, di naturale predisposizione?

Un’attività che chiameremo inutile ma anche no.

La mia, la mia personalissima attività inutile ma anche no è quella d’andare a scovare cosa si nasconde dietro un nome di persona.

Stavolta, è toccato a Khalid.

C’è un sito ‘mmericano, un sito di quelli da faciloni, da fai-tutto-tu-che-io-non-ho-tempo, un sito sul quale immagino vadano donnini mericani prossimi alla maternità eppure superimpegnatissime a far la scalata in ufficio e metter piedi in testa alle stagiste, di quelle che poi chiamano a casa per dire che fanno tardissimèrrimo e sai cosa? chiama il thai take-away e fatti portare tutto a casa per le nove, che poi arrivano alle dieci e si trovano la cena fredda ed il marito con la birra sul divano che guarda la Nfl e s’entusiasma per la Nfl (che se non lo sai è la lega professionistica di football americano) (che se poi non lo sai è poi la prima causa in America per i divorzi), ed è strano, la gente divorzia dopo aver guardato il football per anni, anni di incomunicabilità di coppia nascosti come la polvere sotto un tappeto decorato col logo della Nfl, e quando quei donnini si lasciano sono caricati a molla e vanno nei bar fighetti dove incontrano persone interessantissime che gli vien da chiedersi ma dove sono stata tutto questo tempo?, e poi se lo trombano subito, i donnini ‘mmericani con un bimbo a casa, il primo che incontrano, e si fanno mettere incinte, e poi quando scoprono d’essere in attesa le viene da andare su uno di quei siti da faciloni, da fai-tutto-tu-che-io-non-ho-tempo, che si chiama Quick BabyNames e ti trova facilmente un nome adatto per il feto che hai in corpo.

Su Quick BabyNames dicono che Khalid, il nome sul quale mi sono impuntato, si pronuncia Khah-leed: un bimbo Khalid si accompagna bene con una sorellina di nome Aisha, nel 2001 l’uso di quel nome ha subito un’impennata vertiginosa ed in più nove su dieci che ti viene su intelligente, forte ed atletico (però di fianco ti mettono la foto di Khalid Shaikh Moh, che intelligente non so, ma forte ed atletico con quella foto da carcerato proprio non ce lo faresti).

Nel millenovecentottantuno QuickBabyNames non c’era. E poi in Marocco mica vanno sull’internet per cercare nomi esotici da affibbiare ai loro marmocchi: li scelgono, punto e basta.

Il venti marzo del millenovecentottantuno, una madre marocchina che non lavorava in ufficio ed aveva un sacco di tempo libero tra un cous cous e l’altro ha deciso di chiamare suo figlio Khalid.

Papà Nourredine era d’accordo: bel nome, per un Askri.

Khalid Askri.

Ed insieme hanno sognato, quali genitori non l’avrebbero fatto?, un futuro radioso, ricco di successi per loro figlio.

Fino a diventare immortale.

In un certo senso c’è riuscito, Khalid.

In Marocco si divorzia pochissimo, ed in quei rari casi non dipende dalla tivvù via cavo. Figuriamoci, poi: ma chi le guarda le partite di football americano?

Non interessa neppure il calcio.

Qualcuno, che c’entra, curiosamente spulcia i risultati del massimo campionato, sì, ma la Coppa del Trono: quella non la segue mica un’anima.

Khalid Askri è il secondo portiere del FAR di Rabat, la capitale ma non la città più famosa, uno dice Marocco e pensa sempre a Casablanca, ed invece: Rabat, che ha pure una squadra di calcio che quest’anno è arrivata ai quarti di finale della Coppa nazionale.

In campionato tra i pali va un altro più giovane: lui, Khalid, bello di notte, difende con il suo sguardo fiero la rete nei soli match di coppa.

Il Maghreb Fez non è il River Plate, anche se ha delle magliettine variopinte niente male. Askri, sotto un certo punto di vista, dicevamo, è imbattibile. Vola che è una bellezza, devia, blocca, abbranca, rilancia, ordina i movimenti, insomma, fa quel che deve fare un portiere: para.

Para talmente bene che terminano i tempi regolamentari, e la sua rete è ancora inviolata.

Passa un quarto d’ora, e alla fine del primo tempo supplementare, niente ancora.

Altri quindici giri di lancetta: no, non segna nessuno.

Il triplice fischio dell’arbitro sancisce il verdetto: si va alla lotteria dei rigori.

Il numero sedici Askri, Khalid come il condottiero al-Walid, predispone la sua personalissima strategia. Non che sia fruttuosissima: gli piovono dentro tutti, i palloni calciati dai fezzini.

C’è chi ha detto che si posson perdere le battaglie, ma la guerra, la guerra è tutt’un altro discorso.

Le chiavi della guerra, Khalid, adesso ce le hai tu.

È l’ultimo calcio di rigore.

Il giovanotto con la maglia bianca del Maghreb di Fez ha l’espressione nervosa. Si guarda intorno, passeggia sul posto, gli occhi su Khalid non ce li mette mai: il portiere, da par suo, cerca di abbindolarlo come gl’incantatori di serpenti di piazza djamel-el-fna.

Quando un calcio di rigore, quando quel calcio di rigore s’infrange contro i tuoi guantoni, Khalid, sei l’uomo più felice della terra. I fiumi di latte e miele son mica più lontani ed irrangiugibili, al-jahanna scende sugli spalti, ti giri verso il paradiso e lo abbracci idealmente, esultando, tirando i pugni verso il cielo, tirandoti la maglia, baciando lo stemma.

Però c’è un però: ti chiami Khalid, e non sai cos’è l’effetto Magnus.

Dice: l’effetto chi?

Ma sì, la conseguenza più diretta dell’equazione di Bernoulli.

Dice: Bernoché?

È semplice, Khalid: un corpo in rotazione che si muove in un fluido, oppure nell’aria, è soggetto pure ad una forza ortogonale alla sua traiettoria.

Dice: e che significa?

Ma niente, Khalid: significa che pure se lo hai parato, il rigore, non ti puoi distrarre troppo. Perché l’effetto Magnus è stronzo, dovresti saperlo, la palla continua a rotolare e rotolando rotolando, come i ragazzini che giocano a regina reginella (ci giocate, in Marocco, a regina reginella?), finisce pure che s’insacca.

No, Khalid, non è che sei scemo perché non conosci l’effetto Magnus derivante dall’equazione di Bernouilli.

Sei scemo perché esulti prima che sia arrivato il tempo giusto per farlo.

Scemo, Khalid.

Cercati su google: c’è scritto il portiere più scemo del mondo.

È così che ti ricorderemo, signor Askri.

Dopotutto, a render fede al tuo nome, Khalid, a renderti immortale, ci sei riuscito mica poco, in un certo senso.

Fabrizio Gabrielli

Monumento al calciatore non ignoto

Nel 1990 i mondiali giocati in Italia erano un po’ come dire Totò Schillaci, ruolo di attaccante, maglia numero 19. Il Totò Schillaci capace di passare da una posizione iniziale di panchinaro a quella di capocannoniere del torneo e di miglior calciatore della manifestazione. Il Totò Schillaci che quando esultava – occhi spiritati, corsa folle, pugni chiusi – esultava anche il quartiere CEP di Palermo in cui era nato e poi esultava anche la Penisola. Il Totò Schillaci paragonato al Paolo Rossi dei mondiali del 1982. Quando ti viene eretto un monumento da vivo vieni messo nelle condizioni di non dover mai sgarrare. E Totò Schillaci lo fa. Sgarra. Il 3 luglio allo stadio San Paolo di Napoli si consuma la semifinale fra l’Argentina e l’Italia – fra i due monumenti animati: Maradona e Schillaci – con un assurdo pubblico napoletano combattuto fra l’acclamare Maradona e il sostenere la Nazionale; con un’Argentina che, ad un certo momento, vuole arrivare ai rigori e un’Italia che dei rigori ne farebbe anche a meno. E più di tutti proprio Totò Schillaci che, scrollandosi il marmo di dosso, rifiuta di far parte della cinquina dei rigoristi. Ne nascono polemiche.

La scena è una scena classica: un cortile desolato, un muro pieno di crepe, tre ragazzini, un pallone. Bisogna immaginare anche un odore che è l’odore del sudore estivo. Uno dei tre ragazzini, mani poggiate sulle ginocchia già piegate, è fermo davanti al muro come a difenderlo e sul muro col gessetto è stata tracciata una parvenza di porta; gli altri due circondano il pallone, il piede di uno dei due tiene fermo il pallone.

Il ragazzino che difende il muro dice: “Io sono Walter Zenga”

Il ragazzino che blocca il pallone dice: “E io sono Totò Schillaci”

L’altro ragazzino dice: “No, sono io Totò Schillaci”.

Estorsioni e traffico di stupefacenti è un po’ come dire mafia. In questo caso, il clan della Noce che distendeva i propri tentacoli dal centro di Palermo fino ai sobborghi. Nel pieno degli anni zero, grazie ad intercettazioni ambientali e telefoniche, gli inquirenti riescono a ricostruire le attività criminali del clan e la polizia a notificare 18 ordini di custodia cautelare in carcere. Poi, il processo. Viene chiamato a testimoniare Totò Schillaci perché, anche se non è tra gli indagati, in una di queste intercettazioni, lo si sente parlare con Eugenio Rizzuto, uno dei 18 arrestati: Schillaci gestisce a Palermo la scuola calcio ‘Louis Ribolla’, un ragazzo del quartiere di Passo di Rigano ha derubato soldi e orologi ad alcuni clienti, Rizzuto dice di non conoscere l’abitazione di questo ragazzo, gli dà il numero del fratello Aurelio, se il fratello non conosce il ragazzo allora l’indomani ci pensa lui di persona. Questo, il contenuto della telefonata registrata.

“Sono tranquillo. Non ho commesso niente di grave. Il signor Rizzuto in un primo momento era socio della scuola calcio ed è normale che, tra soci di uno stesso organismo, si parli anche di queste cose, anche se sono cose spiacevoli” dice Totò Schillaci ai giornalisti, ma il giorno in cui dovrebbe deporre come testimone dell’accusa non si presenta. Poi viene chiamato a testimoniare nel maggio del 2008 e per la seconda volta Totò Schillaci – il monumento da vivo di Italia ‘90 che continua a stupire essendo stato, in seguito, il primo calciatore italiano a giocare nel campionato giapponese – non si presenta. Ammenda di duecento euro, ingiunzione di accompagnamento coattivo alla seguente udienza.

Il 3 luglio del 1990, allo stadio San Paolo di Napoli, i rigori vengono battuti: tic, tac: l’Argentina vince, l’Italia perde.

“C’eravamo illusi di poter galleggiare ancora una volta sulla prodezza personale di Totò Schillaci” dice al microfono un amareggiato Bruno Pizzul.

Roberto Mandracchia

fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Salvatore_Schillaci

http://www.youtube.com/watch?v=8kmWl50zA0A

http://www.guidasicilia.it/ita/main/news/index.jsp?IDNews=24910

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/05/30/schillaci-da-forfait-il– giudice-lo-multa.html

http://www.youtube.com/watch?v=TcJoxoZBeNU