La parte più calda

[Siamo lieti di riproporre ai nostri lettori il racconto La parte più calda, pubblicato su Los Ingrávidos, numero 12 della rivista Colla, dello scrittore spagnolo, classe ’85, Juan Soto Ivars e tradotto da Marco Gigliotti. Buona lettura.]

di Juan Soto Ivars

1.

Erano i giorni in cui il lavoro non ci aveva sfiorato. I giorni in cui conoscevamo intimamente l’estate e lei ci permetteva di passeggiarle sul dorso. Per noi la vita era andare su e giù per strade conosciute, portare a spasso la noia per le campagne che circondavano il paese e fantasticare sulle ragazze: creature incomprensibili e desiderate che ci ignoravano come se fossimo mendicanti molesti. Ricevevano in cambio le nostre risposte iraconde e ingegnose. Le nostre sassate cariche d’amore.
Il paese era piccolo ma le differenze tra gli abitanti erano molto marcate: c’eravamo noi e quelli che potevamo spaventare facilmente. Io vivevo con la mia famiglia in un complesso residenziale modesto vicino ai binari del treno. Innumerevoli giorni della mia infanzia ho aspettato, con altri come me, che passasse il treno merci carico di container di legno e cisterne di butano. A volte scommettevamo sul numero di container che avrebbe trasportato il treno. Ci giocavamo soldi o figurine dei calciatori. Altre ci divertivamo mettendo pietre enormi sulle rotaie. Pietre rotonde che esplodevano quando venivano schiacciate dalle ruote metalliche e che mettevamo lì con la speranza di far deragliare il treno. Immagino che volessimo far succedere qualcosa per spezzare la monotonia. Qualcosa che non ci è mai riuscito. Leggi il resto dell’articolo

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Pronti a ripartire

Da lunedì 30 agosto il blog ripartirà con alcune novità. Ci saranno infatti nuove rubriche e gli articoli verranno pubblicati in un’unica soluzione all’inizio della settimana. Un po’ come una rivista insomma, ma pur sempre un blog. Ci saranno autori che ritroverete ogni lunedì, e altri che ci manderanno i loro contributi di tanto in tanto. Un blog insomma, ma anche un po’ rivista. E soprattutto ci sarete voi lettori, che siete aumentati di numero e che speriamo di veder aumentare sempre di più.

A settembre ripartiremo anche con le nostre letture pubbliche, di cui vi daremo presto nuove date.

Infine, ma non ultimo, siamo lieti di annunciarvi che faremo parte della giuria per il concorso letterario “La notte dei senza dimora” ideato da Terre di Mezzo, il cui bando è visibile qui.

Noi siamo pronti a ripartire, e voi?

Il cagnolino rise

Il cagnolino rise *

Anna e Carl si erano incontrati sette anni prima, in sala bingo. Anna aveva divorziato da tre anni; la moglie di Carl era morta da poco, dopo una malattia di quelle lunghe.

Anna era ancora una bella donna. A volte la accompagnava al bingo suo figlio, un tipo bruno sui trentacinque che aveva fatto carriera nell’esercito. Carl invitò Anna a cena fuori più o meno al loro ventesimo “incontro casuale”.

Dopo una trentina di cene, andarono a vivere insieme, nella seconda casa di Carl, che stava su una delle colline erbose che c’erano poco fuori città. Questo, di giorno: Anna arrivava al mattino col pullman, e quando iniziava a far buio Carl prendeva la macchina e la riaccompagnava a casa propria, in un quartiere del centro. Al sabato, invece, era Carl che andava a trovarla per pranzo. Le portava sempre un vassoio di pasticceria o una bottiglia di vino dolce, e lei cucinava qualcosa di buono. Si tenevano compagnia, tutto lì.

Era un bel pomeriggio di luglio. La casetta di Carl, che lui stesso aveva da poco riverniciato di coppale, brillava come un tòcco d’ambra sulla sua collina. Si vedeva l’autostrada, è vero, ma per il resto in quella casa si stava davvero una meraviglia. E poi non era mai stata un’autostrada molto trafficata.

Il Natale precedente, Anna aveva regalato a Carl due sedie e un tavolino di vimini, per il pàtio. A guardarlo seduto su quella sedia di vimini, con la sua camicia fantasia, il viso all’ombra e le gambe, coi bermuda e le scarpe bianche, esposte invece al sole, si sarebbe detto di essere in una località turistica della costa, uno di quei posti dove la gente va a invecchiare bene, mica a due passi dalla città.

Carl sbadigliò e disse: “come va con quella studentessa a cui affitti la stanza? È tornata a casa per le ferie?”

“Lisa? No, no: c’è ancora. È venuto a trovarla un amico,” rispose Anna senza staccare gli occhi dalla sua rivista.

“Un amico?”

“Sì. Un bel ragazzo, alto.”

“Il suo ragazzo?”

“Non credo. Non mi ha mai detto di essere fidanzata,” disse Anna, e sorrise.

“Cosa c’è di divertente?”

“Sorridevo per questo racconto che sto leggendo. E’ davvero… Originale.”

“E quanto starà, questo amico?”

“Va via domani. Dovresti davvero leggerlo, questo racconto, Carl.”

“Mh. Come si intitola?”

Il cagnolino rise.”

“Che stupidaggine. I cani non ridono.”

“In realtà non parla di cani.”

Carl sbuffò e si alzò; distese la schiena e strizzò gli occhi per guardare l’orizzonte, che sotto al sole si perdeva lontano oltre l’autostrada e i campi, in un vago punto di fuga cilestrino.

“Sai una cosa? Temo di aver lasciato i miei occhiali da sole a casa tua. Dico, la scorsa estate.”

Anna continuava a leggere: “Può darsi,” disse.

“Forse dovremmo andare a prenderli.”

“Scherzi?”

“Il sole picchia, oggi.”

“Quindi, vale la pena restare.”

“Anna. Voglio i miei occhiali.

“Buon Dio, Carl.”

“Prendo la macchina.”

“Che ti devo dire? D’accordo, andiamo. Coglierò l’occasione per controllare che a casa sia tutto a posto.”

Il ragazzo sentì un rumore e saltò fuori, nudo, dalla porta del bagno. “Che succede?”, gridò al corridoio. Fece in tempo a vedere la zucca pelata di Carl sbucare dal portone d’ingresso, poi Lisa lo trasse nuovamente dentro e chiuse la porta a chiave: “Stai fermo, stupido! È tornata la padrona. Non farmi cacciare… Prendi la tua roba e andiamo in camera.”

I due aspettarono di sentir chiudere il portone, attesero ancora qualche secondo, poi sgambettarono veloci in camera di lei. Restarono fermi, seduti sul letto, per un po’, come ghiacciati, poi lui l’accarezzò, lei gli sorrise e si tuffarono all’indietro, cercando di non far troppo rumore.

Carl e Anna, intanto, erano in cucina. Carl aveva preso dallo scaffale la macchinetta da caffè italiana che le aveva regalato il Natale di due anni prima, l’aveva caricata e messa sul fuoco.

Dopo pranzo, al sabato, aspettavano sempre l’uscita del caffè seduti in balcone. Era un rito, anzi era parte integrante del loro prendere il caffè, così anche questa volta si sedettero fuori. Anna tirò fuori la sua rivista dalla tasca del maglioncino. Dalla casa arrivò un gemito soffocato, simile a un guaìto. Carl sorrise. Per qualche involontario trucco architettonico, o forse solo per i vetri delle finestre, così sottili, il balcone aveva un’acustica perfetta rispetto all’appartamento: qualunque cosa accadesse dentro, non importa quanto si cercasse di essere silenziosi, pareva arrivare in terrazza amplificata, come sugli spalti di un teatro greco.

Si sentirono dei cigolii. Mentre guidava verso casa di Anna, Carl aveva pensato a una battuta da dire se avessero trovato quel che avevano trovato, ma se l’era dimenticata, così la guardò e si limitò a sorridere a lungo.

Anna aveva appena finito di leggere il racconto. Chiuse la rivista, tenendo un dito dentro per non perdere la pagina, e alzò uno dei lati della bocca:

“E’ davvero originale, questo racconto. Perché non lo leggi?”

“Lo farò,” rispose lui, e subito dopo arrivò dalla stanza della ragazza un altro gemito. Carl alzò le sopracciglia e sgranò ostentatamente gli occhi; Anna non fece una piega:

“Allora, i tuoi occhiali da sole?”

Carl non poté trattenere una smorfia, e mosse la sedia vicino a quella di lei. Le prese la mano:

“La tua… Studentessa… Si sta dando da fare, eh?”

“Dovrebbero essere nello scannafosso. Gli occhiali, intendo.”

“Chissà,” sorrise lui, ma Anna sfilò via la mano e l’appoggiò sull’altra, con cui teneva la rivista.

Carl si alzò, il viso buio. Dalla stanza della studentessa arrivò un lungo gemito.

“Il cagnolino rise… Certo, che buffo…”, disse Anna, e col dorso della mano sfiorò Carl sul polpaccio nudo: “Carl?”

“Si..!”

“Quando sei lì, prendi anche le nostre cerate. Ho visto qualche nuvola arrivare, in lontananza. C’è ancora il sole ma, sai, non si sa mai.”

Vanni Santoni

* Racconto pubblicato nell’antologia E il cagnolino rise (Tespi, 2009)

Primo embargo dall’illusione (parte 2)

PRIMO EMBARGO DALL’ILLUSIONE (parte 2)

[Continua da qui]

Luigi, da quando sono salito in macchina, non ha detto una parola. Mi è passato a prendere, con puntualità meneghina, di prima mattina. Ha il volto teso, gli occhiali nascondono malamente la sua fronte arricciata e sotto gli occhi lucidi tradiscono la sua emozione. Quando ho trovato il coraggio per dirglielo, un paio di giorni fa, Luigi non ha fatto commenti di sorta, ha mugugnato in dialetto un proverbio di buon auspicio e sen’è andato senza salutarmi. Poi, senza farsi ne sentire che vedere per due giorni, si è presentato stamattina per accompagnarmi all’aeroporto. Sulla strada che porta a Fiumicino vorrei parlargli, dirgli che non sto scappando e che un’occasione così è troppo ghiotta per rinunciarvi, di ‘sti tempi. Ma le parole mi rimbalzano sui denti e tornano giù, dandomi la sensazione di soffocare. Mi sento come un giovane in partenza per il servizio militare, obbligato. Il senso di colpa sfida a duello il senso di responsabilità, di dovere. Il combattimento è cruento e il mio cuore, luogo prescelto per lo scontro, è trafitto da più parti e sgorga sangue, copiosamente. Obliata dal conflitto la coerenza tenta la sua ultima arringa, prima di abbandonarmi al fluttuare convulso della mente. A poche centinaia di metri dall’aeroporto, la rassegnazione a un destino inevitabile mi rilassa i muscoli. Sconfitto mi affido alla successione degli eventi, mentre apatico osservo gli aeroplani apparire e scomparire da sopra il tetto del terminal. Luigi frena bruscamente davanti all’ingresso, tira il freno a mano e resta fermo. «Mi accompagni?», gli chiedo con un filo di voce. Lui, senza rispondermi, mi guarda e scende. Ci incamminiamo in silenzio, lasciando la macchina in mezzo alla strada. Arrivati al gate d’imbarco dei voli intercontinentali, ci fissiamo negli occhi in silenzio, per lunghi istanti, poi istintivamente ci abbracciamo forte con le guance solcate dal pianto. «Vorrei dirti tante cose Lui’, ma non ci riesco. Scusa». Luigi non fiata nemmeno, si divincola dalle mie braccia che lo stringono ancora e si volta, andandosene. Lo guardo andar via, immobile e aspetto una sua parola, e lui dopo pochi passi si volta leggermente e mi dice: «Hasta la victoria compañero», continuando a camminare.

Sono proprio fuori allenamento penso correndo a tutta velocità, con lo zaino sulle spalle che ha triplicato di peso dall’inizio dello sprint. Esco fuori che l’iperventilazione mi offusca la vista, mentre mi sbraccio sgraziato per farmi vedere. Vorrei gridare per attirare la sua attenzione, ma non ci riesco dominato dall’affanno. Quando sto per fermarmi, che le gambe non mi reggono più, le luci di stop che si accendono mi danno un po’ di forza per arrivare fino a lì. Mi ha visto. Senza fiato apro la portiera e mi siedo sconvolto. «Senti Lui’, andiamo a farci una birra… ti ricordi quell’idea della rivista?… beh, la dobbiamo fare, mi sembra una buona idea… se riusciamo a coinvolgere un po’ di gente, penso che può venir fuori un buon lavoro…». Parlo senza pause, alternando le parole a sospiri affannosi. «Perché se riusciamo dobbiamo puntare sui contenuti, che ne abbiamo e che ormai sento maturi… io tirerei in mezzo Luca, che ci sa fare… e per le collaborazioni, certo non ci mancano i contatti buoni… secondo me funziona, come la vedi?… Dobbiamo coinvolgere un sacco di gente, così da creare un punto di riferimento e d’incontro, ma anche la visibilità è importante…». Luigi mi guarda con gli occhi sgranati, come se avesse visto un fantasma, io mi zittisco stremato dalla corsa e reggo il suo sguardo. Sembra attonito e mentre il sorriso gli raggiunge dimensioni da guinness, scuote la testa, ingrana la prima e mi dice: «Chi t’ha murt!».

Cristian Giodice

Trauma cronico – Sfratto esecutivo

Liberté, Égalité, Fraternité”

Motto della Rivoluzione Francese

La scorsa settimana vi ho detto che il comune di Giano dell’Umbria ha intimato lo sfratto alla Repubblica di Frigolandia (letteralmente la “terra della rivista Frigidaire”) mettendo di fatto a repentaglio un archivio storico di inestimabile valore che fa parte del patrimonio culturale di tutti noi.

Se vivessimo in un paese veramente democratico, un paese civile, umano, che avesse davvero a cuore la storia, l’arte e la cultura, oggi avrei potuto scrivervi, ad esempio, dell’ultimo, bellissimo libro che ho letto, ovvero Il tempo materiale di Giorgio Vasta, ed invece, figlio di quest’Italia dove non funziona quasi niente, dove ogni giorno viviamo una serie di traumi, violenze, soprusi, scempi, non posso esimermi dal denunciare (mio dovere in quanto scriba) l’ingrata sorte che mette a rischio il lavoro culturale di un uomo di 63 anni, il buon vecchio Vincenzo Sparagna, e dei suoi prestigiosissimi collaboratori di una vita straordinaria.

Il comune di Giano ha fissato per il 26 novembre il giorno ultimo per abbandonare i locali di Frigolandia.

Italia già così è un posto abbastanza becero e deplorevole, senza Frigolandia lo sarebbe senz’altro un pizzico di più. Prego vivamente gli avventori di questo blog di diffondere e divulgare la notizia come e quanto possono (e chi può il 26 vada a Giano dell’Umbria!). Frigolandia è un luogo di fantasia in un paese che la fantasia pare averla smarrita. Non si può permettere che un patrimonio artistico e culturale di inestimabile valore venga trattato in questo modo. Non è umanamente concepibile.

Vi saluto invitandovi a leggere l’ultimo editoriale di Vincenzo Sparagna sul sito di Frigolandia dove potrete aggiornarvi sugli sviluppi dell’incresciosa vicenda.

E speriamo bene.

Gianluca Liguori