SP intervista TQ – parte seconda

Ecco la seconda cinquina di domande a Sara Ventroni (SV) e Alessandro Raveggi (AR), tra i firmatari dei manifesti TQ. Coloro che avessero perso la prima parte dell’intervista possono leggerla qui.

SP: I partecipanti alla prima riunione nella sede della casa editrice Laterza (di cui peraltro non è mai uscita la lista) sono stati reclutati attraverso gli inviti, autonomi e spontanei, da parte dei cinque firmatari dell’articolo. Sempre i più maliziosi, però, hanno notato che si trattava perlopiù di autori che hanno pubblicato (o che stanno per pubblicare) con Minimum Fax, Fandango, Contromano Laterza, Einaudi (e qualche Mondadori) e di addetti ai lavori che ruotano attorno a queste case editrici. In un post pubblicato qui su Scrittori precari Enrico Piscitelli faceva notare che il 46% dei 54 fondatori di TQ ruota attorno all’orbita Minimum Fax e sospettava che, dietro “tutto questo parlare”, ci sia l’interesse di rafforzare un “gruppo” già esistente. Che ne pensate? Leggi il resto dell’articolo

«Línfera»: intervista a Luca Morricone e Francesco Lioce

«Línfera» è una fucina letteraria, un movimento che prende corpo da molti appassionati e alla fine abbiamo avuto il piacere di parlare con le menti pensanti di questo cuore pulsante. Luca Morricone e Francesco Lioce ci raccontano la loro storia.

Come nasce «Línfera»? Da quali esigenze?

L.M.: Prima di tutto dalla volontà, quella di costruire. Poi ci sono le coincidenze…

F.L.: Certo le coincidenze sono indispensabili: «Línfera» nasce come un incontro spontaneo ma necessitato di caratteri e persone. E questo, bene inteso, al di là degli steccati cronologici e di quelli generazionali.

L.M.: Era il marzo del 2004. Ci siamo incontrati frequentando i corsi di scrittura creativa all’Università di Roma Tre, quelli organizzati nella “zona franca” di Sergio Campailla. Ma non eravamo solo ragazzi…

F.L.: C’era gente di tutte l’età…

L.M.: E infatti la redazione è ancora oggi composta da persone di età molto differenti. Io e Francesco siamo i più giovani, poi c’è Roberto Raieli e naturalmente vengono Marzia Spinelli e Antonietta Tiberia. Capirai che le esigenze per ognuno di noi, in realtà, sono state diverse.

F.L.: Poi abbiamo cominciato a vederci fuori dall’Università. Anzitutto al Cafè Notegen di via del Babbuino. Poi, con il passare del tempo, un po’ per un motivo, un po’ per un altro, ci siamo decisi a frequentare anche gli altri luoghi d’incontro della società letteraria romana.

L.M.: Sì, ma questo è successo dopo. Dopo il 2006. Solo quando «Línfera» era già una realtà. Prima della rivista ci sono state tante riunioni, ci sono stati tanti scontri, perché infatti il dialogo lo si trova spesso solo passando attraverso lo scontro, e noi, come ti dicevo, avevamo voglia di costruire qualcosa, qualcosa per noi stessi, ma anche per dare un senso alla nostra dimensione sociale di uomini fra gli uomini.

Cosa vuol dire «Línfera»?

F.L.: Io qua ripeterei quanto ha scritto Marzia Spinelli in proposito: «È la linfa che era e che continua a essere. […] Il liquido linfa che era è ancora; circola perché è in movimento, un’ondata e un ritorno dal e col passato, un dialogo dinamico tra le epoche».

L.M.: Insomma, è un gioco di parole che aveva proposto inizialmente Roberto Raieli, mentre seduti a un tavolino del Notegen ci mostrava alcune fotocopie di «Lacerba».

F.L.: In ogni caso, però, è anche giusto dire che il nome dentro di noi si è chiarito con il tempo, quando abbiamo iniziato a operare attivamente e a fare effettivamente letteratura; parlandone con Maria Luisa Spaziani, Walter Pedullà e con Elio Pecora. Poi le cose che avevamo in testa le hanno capite e ampliate via via anche i nostri collaboratori. Penso a Fabio Pierangeli, a Salvatore Martino e a Donato Di Stasi.

L.M.: Sì, ma al fondo dobbiamo prima di tutto ricordare un bisogno spontaneo di emersione dal basso, come era in basso quella saletta del Notegen dove ci si incontrava e che noi chiamavamo “la sala infera”.

Cosa vi appartiene e cosa rifiutate?

F.L.: Credo che in questi anni, spesso al di là dei nostri interessi e delle nostre consapevolezze, la rivista si sia caratterizzata per la capacità di accogliere e ospitare un po’ tutte le voci dell’attuale società letteraria. Lo so che è un gioco pericoloso, ma si tratta di un pericolo necessario. Scegliere poetiche o autori da pubblicare a monte è qualcosa di troppo castrante, e mi sa di troppa partigianeria. La vita letteraria non può essere chiusa dentro argini ben definiti. La nostra rivista è in realtà lo specchio fedele dell’epoca che nel bene e nel male stiamo vivendo.

L.M.: Già, la volontà sarebbe proprio questa. Riuscire a dare uno specchio davvero fedele e comprensivo di tutto ciò che alimenta le nostre esistenze, al di là anche della letteratura, al di là di qualsiasi nicchia. Ma per fare questi passi ulteriori c’è bisogno di sconfinare, di passare da un’idea di letteratura idealizzata e astratta a un uso politico della parola, un uso più concreto e più responsabile, dalla letteratura fino alla politica. Ed è proprio questo passo il più difficile, il più aperto verso gli altri, che sta ormai motivando le nostre scelte verso una direzione ben precisa.

F.L.: Oltre che come rivista, «Línfera» nasce come movimento. E anche i movimenti letterari, quelli che vanno rispettati, hanno come finalità ultima la meta politica. La nostra direzione è cresciuta numero dopo numero, evento dopo evento. È sufficiente leggere alcuni articoli per capire quanto la nostra direzione sia sempre di più una direzione politica. Parlando con noi, Franco Ferrarotti e Antonio Debenedetti hanno detto cose che altrove non si possono più dire. Per non parlare di Piergiorgio Welby, di cui «Línfera», da subito, ha messo in risalto l’eccezionalità della figura: Ocean Terminal è un’opera tanto letteraria quanto politica.

Una grande figura è sempre presente su «Línfera», Piergiorgio Welby. Ce ne parlate?

L.M.: Come non parlarne. Piergiorgio Welby è stato per noi la coincidenza fra tutte le coincidenze. L’incontro che sembra destinato. Francesco, per dirla tutta, è il nipote di Welby, ma è stato anche l’amico e, se vogliamo, l’allievo di Piero. Insomma, mi ricordo di quando Francesco ci ha proposto di pubblicare gli scritti più creativi dello zio, di quando ci ha svelato il segreto e ci ha raccontato del narratore, del poeta, del pittore Welby. Mi ricordo di quando Francesco mi ha portato il plico di fogli scritti al computer da Piero, dove c’erano parti stampate in blu, altre in nero, altre in rosso. Un malloppo di testi in costruzione, ma straordinari. Piergiorgio era ancora vivo, sarebbe morto qualche mese dopo. Francesco fece in tempo a portargli a casa il numero 1 di «Línfera». Piergiorgio ne fu molto contento. Siamo stati i primi a pubblicare i brani di Ocean Terminal e siamo stati quelli che hanno reso possibile la pubblicazione del suo romanzo con un editore importante come Castelvecchi.

Aprendo «lìnfera» per la prima volta cosa si scopre?

F.L.: Che c’è un’aria diversa. Che si respirano le motivazioni di una nuova spinta generazionale. Tutti si sono sempre affannati a chiedersi: «Ma “Línfera” è di destra o di sinistra?». E invece noi ci collochiamo dalla parte della vita, ci interessa il merito, ci interessa costruire. Non importa stare da una parte o da un’altra, scrivere vuol dire responsabilizzarsi, trovare un ruolo all’interno della collettività e imparare a svolgerlo nel migliore dei modi. Nella sua sostanza più profonda, «Línfera» è contro gli egoismi. Non importa che io faccia qualcosa per me, è importante fare insieme le cose per tutti.

Come si stabiliscono i contenuti dei vari numeri?

L.M.: Cercando la spontaneità. Rispondendo agli stimoli che arrivano dall’esterno, dagli eventi che produciamo, dalla nostra osservazione del mondo, a partire da quanto ci è più vicino, provando a guardare oltre, seguendo i collegamenti delle cose.

A chi date voce?

L.M.: Prima parlavamo del merito. È chiaro, non è qualcosa che si può pesare con la bilancia. Ma c’è dell’altro. Qualcosa comunque di tangibile…

F.L.: Qualcosa che ci faccia dire: «Questo qui può correre con noi, può essere funzionale agli obiettivi del movimento, può andare incontro alla vita».

Avete istituito anche un premio di poesia. Come sta andando?

L.M.: Bene. Siamo molto soddisfatti. Il Premio, che si chiama “Quaderni di línfera”, ha prodotto una collana di poesia, grazie anche al sostegno dell’editore Progetto Cultura. Una collana che volevamo diversa. E volevamo un Premio pulito. E così è stato. Volevamo riuscire a creare uno spazio meritocratico. E lo dimostra il caso di Francesco Onìrige, il vincitore della prima edizione, che da perfetto sconosciuto, da esordiente, ha vinto con noi, ha pubblicato nella nostra collana, e con lo stesso libro, Macerie, è poi arrivato finalista al Premio Luzi e al Premio Laurentum, facendosi strada di fatto in una società letteraria altrimenti chiusa e troppo spesso clientelare.

Un ricordo indelebile della vostra avventura.

L.M.: Ce ne sono tanti. Ci sono tanti momenti importanti. Tanti obiettivi raggiunti: la prima volta in pubblico, la prima volta alla radio, la prima volta in televisione. E poi tanti piccoli aneddoti, che sembrano irrilevanti, ma che contribuiscono a fare la storia della letteratura, come mangiare la pizza con la Spaziani, entrare nella stanza vuota di Piergiorgio Welby, raggiungere Milano in treno per incontrare Guido Oldani.

Un invito a leggere «Línfera».

F.L.: Prima che alla scrittura e alla lettura, «Línfera» invita alla partecipazione.

 

Intervista a cura di Alex Pietrogiacomi

Clandestina

Quella che segue è l’introduzione a “Clandestina” (Effequ, 2010), un’antologia curata da Federico Di Vita ed Enrico Piscitelli, che raccoglie «uno spaccato della produzione letteraria proposta dai migliori blog collettivi e riviste on-line del nostro Paese».

 

Un giorno al Giglio ho conosciuto un vecchio che al Porto non c’è andato mai. Vive in cima al Castello e per andare al mare è sceso sempre dalla parte di Campese. E non c’è andato neppure troppe volte al mare, per uno che ha spaccato pietre tutte isolane. Il vecchio non si è allontanato mai dal Giglio. Al Castello c’è una comunità che gioca a mattonella, prepara il panficato e ha nomi senesi: Aldi, Pini e Landini. Sono i figli di quelli che hanno piantato a vigna le greppe dopo la razzia del ’500, che le aveva lasciate abbandonate. Contadini, figli di contadini. Alla fine del ’700 altri pirati attraccavano a Campese, risalivano la collina pronti a mettere a ferro e a fuoco un’altra volta l’isola (non che nel frattempo non si fossero più visti), ma la nuova aggressione fu respinta, e i corsari decimati non tornarono più. Da quel giorno al Porto nacque una comunità, pescatori che seguivano le rotte del pesce azzurro, da nord o da sud, genovesi e campani. Parlavano dialetti diversi, avevano altre abitudini. Vivono lì da due secoli. Il vecchio, che avrà più di cento anni e che non è uscito mai dall’isola, ha fatto il possibile per non incontrarli mai.

Una volta a Londra c’era un’importante partita di pallone. Era un quarto di finale di Coppa dei Campioni e l’allenatore della squadra di casa era squalificato. I giocatori del Chelsea Football Club una partita così non l’avevano giocata mai, e l’allenatore, che era Mourinho, per non lasciarli soli, invece di starsene in tribuna si infilò nel cesto dei panni sporchi nello spogliatoio. Ci rimase tutta la partita e i giocatori lo trovarono lì nell’intervallo. Durante l’incontro comunicò con la panchina via sms e per spiegare le tattiche fece arrivare ai giocatori dei pizzini. Il Chelsea vinse 4-2.

Un’altro giorno ancora un ragazzo scappava scavando a bracciate le acque del Tigri. Si chiamava Abd-ar-Rahman e non era un giovane come gli altri, era un principe. Le frecce avvelenate fischiavano senza centrarlo, scappava da Damasco. La sua stirpe veniva sterminata. E mentre si apprestava alla sua vita da fuggiasco ancora non poteva immaginare che dopo aver corso come un keniota lungo tutto il Maghreb sarebbe giunto in Spagna, in Andalusia, e lì, da esiliato e migrante sarebbe tornato principe, e avrebbe fatto di Cordoba la capitale del regno più splendente al mondo.

Un’altra storia l’ho letta in un libro. Ad Hanoi c’è la statua di un soldato in ginocchio, “con le mani alzate e gli occhi impauriti”. Il pirata dell’aria era sui cieli del Vietnam quando il suo aereo veniva colpito e lui dovette premere il tasto di espulsione. L’esplosione che lo catapultò in aria – è una piccola carica di dinamite a farti saltare fuori da un caccia in picchiata – gli ruppe tutte e due le gambe e un braccio. Dopo di che fu catturato dai nemici, da quelli che lui considerava nemici, insomma dagli altri. Per la precisione cadde in un laghetto nel centro di Hanoi, dove “i piloti di cacciabombardieri erano particolarmente odiati, per ovvie ragioni”. I vietnamiti, i civili, nuotavano nel lago per andarlo a massacrare. Un soldato nemico lo trafisse all’inguine con una baionetta. Un altro gli spaccò una spalla. Poi fu tenuto in cella per alcune settimane, dopo le quali un medico gli ricompose un paio di fratture senza nessuna anestesia. Non tutte, un paio. Il soldato, che ormai è un vecchio, ancora oggi non riesce ad alzare le braccia sopra la testa. Il suo peso scese a 45 chili, gli altri prigionieri erano certi che sarebbe morto. Delirava, per il dolore. Un giorno, mesi dopo, quando il prigioniero riusciva appena a stare in piedi, venne portato nell’ufficio del comandante nemico. Quello gli disse che era libero, poteva andarsene. Saltò fuori che suo padre – il padre del soldato – era diventato il capo delle forze navali americane, e l’idea dei vietnamiti era liberare il figlio, in quello che potremmo definire uno slancio di Realpolitik. Il soldato rifiutò. “A quanto pare il Codice di condotta per i prigionieri di guerra diceva che i prigionieri andavano liberati nell’ordine in cui erano stati catturati”. Il nostro uomo rifiuta di violare il codice. Il comandante non gradisce e gli fa rompere lì, nel suo ufficio, le costole, e gli fa ingoiare i denti. Quindi ripete il suo invito. Il soldato rifiuta ancora, o con gli altri o niente. L’uomo, che rimase altri quattro anni in una stanza grande come il vano di un camino, è l’ex candidato alla Casa Bianca John McCain.

Altre storie finiscono in relitti di gommoni in fondo all’Adriatico o nei centri di espulsione di Lampedusa o di Ponte Galeria. Alcune galleggiano negli sguardi concentrici di una pittrice in manicomio, o in quelli di terroristi, che non sanno ciò che fanno; o di migranti, che non hanno scelta. Di queste storie comincia a essere fatto ciò che resta di questo Paese, le cui risorse e le cui pulsioni migliori cominciano a essere relegate allo stato di clandestinità. La speranza è che trovino spazio. La differenza, tra le quattro raccontate qui sopra e quelle che cominceranno una volta girata la pagina, è che le storie che state per cominciare sono più vive, più belle.

Federico Di Vita