La noia /2

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Il filo si mantiene integro anche coi romantici. Bisogna, però, riconoscere ai romantici (e a tutti i loro eroi malaticci e instabili) e a Baudelaire in particolare, il merito di aver portato la noia a un livello realmente artistico. Per Baudelaire (che è il guru di questo salto di qualità) la noia non sarà più solo noia, ma si tramuterà nel terribile spleen. Cos’è lo spleen? È una malattia dell’evo moderno: uno stato di scoraggiamento, di noia e inerte umor nero che contagia i giovani borghesi. Baudelaire ha scritto quattro splendide poesie sullo spleen – per non parlare della poesia di apertura a I fiori del male che lui dedica Al lettore – e la noia è l’elemento costante del malessere del poeta (malessere tangibile nell’uggia in cui sguazzano quei versi), il quale non ha più niente per cui vivere in questo mondo di bruttezza e imperfezione. Leggi il resto dell’articolo

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Se Foscolo non fosse… /2

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Ma non è solo questo, per cui divertiamoci un po’ a sezionare il signor Ortis.
Chi c’è in lui? Quanto del suo DNA è foscoliano e quanto no?
Ortis è un personaggio composito. In lui confluiscono almeno quattro grandi correnti:

1. le passioni e l’attaccamento ai valori di Amleto;
2. le sofferenze di Achille per Patroclo, di Andromaca e Priamo per Ettore, di Penelope per il lontano Odisseo;
3. i dilemmi e l’incomunicabilità di cui parla Sterne nel Viaggio sentimentale;
4. i dolori di Werther con cui Goethe inaugurò lo Sturm und Drang.

Mi spiego meglio.

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Videor ergo sum

Da giovane non mi sarei mai permesso, nel giudicare un’opera o una persona,
di cedere alla ripugnanza che essa mi suscitava senza alcuna ragione.
Oggi do più credito alle mie antipatie.
Jean Rostand
 
La bellezza delle cose esiste nella mente che contempla.
David Hume
 
La bellezza è negli occhi di colui che guarda.
Margaret Wolfe Hungerford
 
Ci sono cose graziose, eleganti, sontuose, avvenenti,
ma finché non parlano all’immaginazione non sono ancora belle.
Ralph Waldo Emerson
 
 

Se ci si fa caso, la «pulchritudo» di cui parla Baumgarten rimanda al concetto di «arte come principio dell’armonia universale» di Pitagora e alla “theia mania” – intesa poi come furor – di Platone. Il buon Orazio trovava che bisognasse «miscere utile et dulci» e che il brutto fosse nel – per usare una sola parola – caotico. Per Leonardo, invece, l’arte non imita, ma crea e condivide l’oraziano «delectando docere». Bisognerà aspettare Vico perché si cominci a distinguere il ruolo della fantasia (arte) da quello della ragione (filosofia), ma è soprattutto Schelling che – pervaso di Sehnsucht romantica – arriverà a parlare di «attività» unica nel suo genere e capace di calmare l’infinito conato umano mettendone in luce le intime contraddizioni.

Il Positivismo, infine, sia nella veste originaria ottocentesca che in quella riveduta e corretta novecentesca, darà all’arte solo una funzione ancillare: una posizione che precorre il «riflesso della situazione sociale» attribuitale dal Lukács, teorico dell’estetica marxista. Leggi il resto dell’articolo

Il pentimento

È giusto che Faust vada all’Inferno? Per Goethe no, per Spies sì (di Mann e di tutti gli altri ce ne fottiamo allegramente). Probabilmente, per Goethe, Faust non merita del tutto l’Inferno perché vive nel Romanticismo (se non altro la fine delle opere è di quel periodo) e perché in Faust, essenzialmente, vede se stesso. Ha, dunque, tutto un altro approccio rispetto a Spies nei confronti di Faust. Lo stampatore Johann Spies, invece, quando racconta del pervertimento di Faust, è molto meno clemente.

Ma chi era Faust? Parlare di Faust è come parlare di più uomini insieme. È come parlare di Don Giovanni, immortale, e di Casanova, mortale. È come parlare dei bagordi di Mozart e delle infinite avventure di De Sade. Faust inganna la vita e la morte. Si ciba con avidità della vita pur essendo per “tre quarti” morto.

Faust è un mostro, nel senso etimologico delle parole. È monstrum perché la sua genialità lo mette in mostra coi suoi contemporanei, ma lo è pure perché fra i suoi contemporanei si distingue per i benefici che trae dal patto col diavolo: Faust cerca, nei suoi studi, la verità su ciò che lo circonda ed è proprio per questa passione che vende al diavolo la propria anima. È un interessante incrocio fra l’ateismo intellettuale (ateismo indotto dall’intelletto, ateismo nel senso di “ripudio” delle divinità) dell’Illuminismo e la scientificizzazione della magia, da lui trasformata in metodo di conoscenza, che è tipica del misticismo dello Sturm und Drung ottocentesco. Faust, oltre che per le ragioni già esposte, rappresenta un paradosso anche per le componenti che dimostra di avere. Oltre a essere Illuminista e Romantico, è anche per buona parte epicureo (dimostra di credere alla morte nella sua totalità e al rimedio “ateo” da porre all’infelicità umana); per il suo anelito di unicità, che potrebbe sembrare vero e proprio egoismo, è assimilabile a Stirner, che come Faust pone al primo posto (prima ancora dell’anima) l’uomo; per il suo desiderio di sapienza cade nella iniquità e si lega al demonio, diventa un mostro anche in questa eccezione e preferisce la verità alla giustizia (come Carneade traccia un solco fra verità e giustizia); precorre Frankenstein utilizzando la propria scienza per sottomettere le leggi della natura ai propri progetti; conosce la teologia e, malgrado questo, commette l’eresia (similarmente a Lutero: interessante sapere che Spies era luterano osservante e praticante); Faust è pure foscoliano per la sua incapacità di fermarsi nei propri confini; e, infine, Faust, il monstrum che si mostra, e dunque diviene verità rivelata, rappresenta l’epifania dell’intelletto che comprende la necessità di vivere pienamente l’esistenza in quanto successione di momenti circoscritti nel tempo ed esterni unicamente nello spazio (fenomenici e non noumenici).

E questo dato ci porta a un più profondo grado di comprensione del personaggio di Faust. Egli, astraendosi dalla propria condizione di “creatura letteraria”, fa letture proprie non riportate nelle storie che lo riguardano. Legge Amenemope e interiorizza i suoi “ammaestramenti”, specialmente quello sull’uomo prudente che è come un albero rigoglioso che fruttifica e cresce nel giardino, ma che poi muore nel giardino. Faust preferisce non fruttificare e mettere al bando la prudenza pur di non morire “nel giardino”. Preferisce fare come il sacerdote piromane Erostrato, che per non essere dimenticato appiccò il fuoco al Partenone nel 356. E ancora oggi il suo nome significa piromane e lo ricordiamo, mentre pochissimi sanno che fu Chersifrone a edificarlo quasi del tutto in onore di Artemide su ordine di Alessandro Magno. Faust preferisce essere ricordato nell’infamia che non essere ricordato (Erostrato significa anche infamia).

E alla fine, Faust conosce – come ogni intellettuale – la vanità delle convenzioni. Ha letto Freud e sa che «Il numero degli uomini che accettano la civiltà da ipocriti è infinitamente superiore a quello degli uomini veramente civili», come il viennese scrive nel suo saggio sulla guerra. Ma lui non è uno di questi ipocriti. Solgenitzin, in Arcipelago Gulag, retoricamente si chiedeva: «il nostro mondo non è forse una cella di morituri?». Già lo avevano assodato gli stoici questo. Faust sa che è così. E sa che «L’astronomia è nata dalla superstizione; l’eloquenza dall’ambizione, dall’odio, dalla cortigianeria, dalla menzogna; la geometria dall’avarizia, la fisica da una vana curiosità; tutte e la morale stessa, dall’orgoglio umano» perché conosce i Discorsi di Rousseau.

Per Faust la vita è questo. Solo dolore e possibilità di conoscenza. E, dunque, ritiene sia meglio mitigare il dolore della morte coi libri. Ma, ora ci domandiamo, perché, alla fine, malgrado tutto, Faust (in Goethe) si pente? Perché questo personaggio, che è troppo autonomo e intelligente per essere manovrato da Goethe, decide d’invocare Dio e di pentirsi? Cosa gli fa cambiare idea? Per capirlo ci sarà utile un film: Totò al Giro d’Italia. Il diavolo, che in cambio dell’anima gli promette la vittoria al Giro d’Italia, dopo che Totò firma col sangue il contratto, specifica che gli toglierà l’anima – e quindi lo farà morire – non appena sarà finito il Giro d’Italia, per evitare pentimenti estemporanei alla Faust in punto di morte, dopo aver largamente usufruito del patto durante la vita. Totò, allora, preferisce perdere e non morire. Non gli interessa dell’anima: lui, semplicemente, non vuol morire subito dopo aver vinto il Giro. Magari, se fosse vissuto altri 50 anni, avrebbe accettato, ma l’idea di avere le ore contate gli fa fare subito marcia indietro.

Il punto in comune con Faust è evidente: al sopraggiungere della morte, entrambi preferiscono voltare le spalle al diavolo. Perché?

Perché in vita lo accettano e in morte no?

Paura della dannazione eterna, verrebbe da rispondere d’istinto. Eppure, se ci si pensa meglio, c’è anche un altro motivo che sembra perfettamente plausibile.

E se invece di considerare la faccenda dal punto di vista del tempo, la vedessimo dal punto di vista dello spazio?

Dando retta a Dio non ci si gode la vita, mentre col Diavolo non ci si gode l’Aldilà. Allora è bene fare come ha fatto il Faust di Goethe. Bisogna rassegnarsi all’idea che la vita è del Diavolo e la morte di Dio.

 

Antonio Romano

Mia sorella è una foca monaca

Mia sorella è una foca monaca (Fazi editore, 2009)

di Christian Frascella

Livido di vita, sbruffone, sognatore e con frasi rubate da centinaia di film visti in tv, il protagonista del romanzo di Christian Frascella entra nelle vene, prende a calci il “vecchio Alex” che è stato tanto amato negli anni novanta e riscrive quel decennio con una storia esilarante e schietta.

La periferia di Torino è lo sfondo ideale per questo sedicenne che vive con i suoi due “coinquilini” il padre e la sorella, dopo che la madre ha scelto di scappare con un benzinaio tredici anni più giovane di lei.

La famiglia in casa picchia duro: il Capo è un genitore fannullone quasi alcolista, un “quarantenne piuttosto trasandato, ma con un suo stile” che lancia occhiate dure come il suo culo preso a calci dalla vita; la sorella, la “foca monaca”, invece è immersa in Dio, nella fede che la fa andare avanti, tutta assorta e contrita, che rischia i lividi in fronte a forza di segnarsi. I due ci vanno giù pesanti con un misto di amorevole compassione e antagonistica complicità avversa a ogni frase o gesto del giovane “molesto”.

Il paese picchia duro: non un cinema, non un teatro, solo una piazzetta con panchine tristi di periferia dove rollarsi canne e scolare lattine di birra, un paese con i ragazzi che sghignazzano, additano, pestano rubando i sogni, facendosi gli amori che vengono assaporati nel silenzio di una sigaretta accesa per strada. E anche gli innamoramenti non ci vanno leggeri con i loro alti e bassi, sprezzanti ma necessari.

I giorni procedono in un lento ripercorrersi che ogni volta sembra nuovo grazie alla capacità, follemente ironica, di ricreare la realtà secondo la propria indole, ed ecco che una scazzottata persa diventa un’aggressione a cui essere sopravvissuti con grande coraggio oppure un rifiuto da una ragazza più grande viene visto come il preludio a chissà quale passione travolgente che non vuole essere ammessa.

Un romanticismo fatto di piccole bugie consapevoli dette anche al proprio sorriso, una voce a volte dolente che si perde nel rumore delle macchine della fabbrica dove entrare per riuscire a conquistare una propria indipendenza, una sorta di rispetto meritato e meritevole che cancelli una volta per tutte quegli sguardi saccenti tra le mura domestiche (e addomesticate del paese) che aumentano in casa con l’arrivo di una donna di quarantanni con un sedere che sta ancora su, efficiente, per il piacere del Capo.

Tutto si colora sotto lo sguardo del giovane. Anche i momenti di umiliazione si fanno forza per vivere e gridare il proprio bisogno di respirare un’aria che appartiene a quei polmoni da pugile urbano.

Alex Pietrogiacomi

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 10

[Segue da qui]

Ci sono diverse teorie sulle attitudini politiche del quintetto, tutte ben argomentate, ma smontate dal fatto che in ognuna di quelle teste la visione del mondo era bacata in un modo diverso. Non v’era cioè uno sguardo d’insieme sulla realtà, ma semmai un’accozzaglia d’idee – o, per esser più precisi, di principi d’idee – che rimanevano abbozzi, e che di tanto in tanto rispuntavano dal terreno per poi ricader subito per terra al primo alito di vento. In verità, i più – ad eccezione dei pochi facinorosi rimasti a piede libero nel nostro beneamato paese – concordano sul fatto che le tendenze eversive del gruppo nascessero da un eccessivo bisogno di comparire, nonostante tutti i proclami contro la società dello spettacolo e via discorrendo.

Questa loro necessità di trasformare la parola in azione era insomma il risultato di un lento logorio dell’anima, la quale ambiva a trovare un riscontro della propria esistenza in mezzo agli altri, al di fuori di quelle poche righe scritte, perlopiù non reperibili dal grande pubblico. Per chiamare le cose con il loro nome e non fare il gioco di questi scrittori, così bravi a ribaltare il senso e a colpir di metafora, si può dire che il vero motivo di tal furore poetico fosse un male assai ricorrente e banale pei nostri tempi: la frustrazione. Nonostante gli alti ideali, risorgimentali o rinascimentali che fossero, costoro erano in tutto e per tutto figli della nostra epoca, in cui l’occhio precede gli altri organi, e perciò incapaci di condurre quella vita isolata e anonima che apparteneva ai grandi scrittori di una volta. Forse questi novelli scrittori non avevano così tanta fiducia nella loro parola, e allora dovevan batter di gran cassa, buttarla insomma in caciara, e per farlo non trovarono di meglio che mirare al bersaglio grosso della politica, ché tanto quello fa sempre rumore.

Gli è che questi cinque affabulatori si sentivano posseduti dalla voce del popolo; un popolo, a dire il vero, che non rispecchiava certo la maggioranza degli italiani, ché ormai alla precarietà c’aveva fatto il callo da tempo e che non si riempiva di certo la panza con la cultura. Essi identificavano però il popolo in quel manipolo di spettatori che nel bene o nel male continuavano a seguirli, senza considerare problemi di ordine statistico – ché i letterati non si abbassano a certe cose – dai quali avrebbero subito dedotto che trenta persone, per quanto siano risultato più che dignitoso per una lettura, sono una minoranza della minoranza in una penisola abitata da milioni d’individui. E invece le loro gole s’incendiarono per qualche applauso di convenienza, che scambiarono per fermento culturale – e qua ci sarebbe da incolparne quelli che non capiscono quanto fragili siano le menti di certi soggetti portati al romanticismo, e che anziché spegnerne preventivamente i bollenti spiriti, si divertono nel gettar benzina sul fuoco delle loro passioni.

A volte, come il caso in questione dimostra, è da certi errori di valutazione che nascono poi i peggiori mostri, che di qualche idea strampalata finiscono per farne un manifesto, o addirittura un piano che prevede il sovvertimento della retorica dominante e il sabotaggio del linguaggio del potere; che da qui a scambiare una visione personale del mondo – oltretutto insana, aggiungo io – per la realtà delle cose, il passo è breve. Anzi, brevissimo.

Insomma, se il virtuale altro non è che un potenziale reale – qualcosa che attende di essere messo in pratica – allora la colpa di tutto quanto è primariamente di quei lettori che non s’avvidero della pericolosità soggiacente tra le righe, e ancora più di chi non legge, perché è come chi si tappi gli occhi davanti all’orrore per non esser costretto a guardarlo in faccia. Se questi cinque modesti scribacchini avessero goduto di un pubblico più ampio, probabilmente non starei qui a raccontarvi questa storia, perché nella massa sarebbe balzato agli occhi, anche ad una sola persona, l’aberrante disegno che si andava delineando. Ma forse, a pensarci bene, in tali condizioni non si sarebbe neanche sviluppato quel senso di frustrazione che vedo all’origine del tutto, e che dimostra che il male si annida sempre laddove non vi sia del bello. Un sentimento, mi pare ormai chiaro, a cui non potevano certo aspirare i cinque bruti di cui stiamo qua trattando.

Simone Ghelli