Il cigno di Utrecht

In attesa di Fútbologia, dopo la pubblicazione dell’indice de Il mondiale dei palloni gonfiati, ritorna un racconto calcistico firmato Antonio Russo De Vivo.
Fútbologia è un festival di 3 giorni che si terrà a ottobre a Bologna, con conferenze, reading e incontri. In mezzo proiezioni di film e documentari, torneo di calcio a cinque, bar sport, workshop di costruzione della palla per bambini. E tanto altro ancora.
Fútbologia è un modo per ripensare il calcio. E tanto altro ancora.

Il buon Marco giunse in Italia in sordina. Era il calciomercato 1987-88, l’anno prima il Napoli aveva vinto scudetto e coppa Italia. In quella squadra c’era Diego, il più forte di tutti, ma c’erano anche altri che quasi quasi potevano vincere senza di Lui, e dico quasi, perché si sa che il Napoli non ha vinto più nulla per oltre vent’anni. Ma questa è un’altra storia.
Dall’altra parte dell’Italia c’era Leggi il resto dell’articolo

NUN TEREK PIÙ

Ingaggiare chi? nun Terek più

allenare dove?
nun Terek più

Allenare in Cecenia

patria dai conflitti senza soluzioni

per dare un sorriso ai ragazzini

per guadagnare milioni

nun Terek più

Le contraddizioni di un paese son tutte là a specchiarsi nello sport

Prendi un po’ il presidente

assetato di potere, è Ramzan Kadyrov

i suoi ministri impuniti

i buffoni di corte

le milizie armate

di p38 dorate

nun Terek più Leggi il resto dell’articolo

Le stelle brillano alte, coloratissime.

L’appuntamento era al laghetto, quello sprofondato tra i palazzoni, nel cuore di Bijlmer, il lunedì alle cinque in punto.

Giorno spoglio d’abluzioni in moschea e di talmud in sinagoga, il lunedì, le polpette a riscaldarsi nel brodo dopo il lavoro e le birre Dogo sulle panchine, col tropico impigliato tra i dreadlocks e la voglia, finalmente, d’amici.

Ci guardavamo, ed era scioglievolezza d’occhi e di lingua. Confidenze tra fratelli di latte, certo quattordici anni son tanti, e io un po’ di nostalgia ce l’ho, tu no? C’era chi raccontava che una zia gli aveva scritto una cartolina lunga e sentita, guarda che ce la si passa bene, mica si sta peggio, una volta liberi, gl’aveva mandato a dire, ma c’è da costruire tutto daccapo, zia, e qua il lavoro non manca, che c’entra, non è vita, ma alla fine stiamo tutti insieme, zia, Bijlmer è un po’ come fosse un quartiere di Paramaribo e l’hotch-potch, statti a credere, è buono qua quanto là, gli avrebbe risposto quello, diceva, appena il tempo glielo avesse permesso.

Il sole su Paramaribo: tutti i giorni. A Bijlmer: solo il lunedì, ogni lunedì, quando il calcio e i campioni e la nostra gente soffiavano via, con un fischiettio di merlo, le nuvole, e la fabbrica, e il padrone. I nostri erano discorsi intorno a Gullit e Rijkaard, certo, ma pure Van Gobbel, Reginald Blinker, Wilnis e tutta una manciata sugosa di meno conosciuti, che a spremerla, poi, stai a vedere, magari saltava fuori pure qualcuno col quale avevi fatto a cazzotti da scricciolo.

Io, per esempio, avevo fatto la seconda elementare con Aaron Winter: ricordavo le sue peot e le camicie sgargianti, i sabati in sinagoga la torah e le paure di sua madre; il 1975, il governatore olandese che prepara i bagagli e le insicurezze come serpi che s’insinuano nei pertugi del giubilo; Aaron che col pallone meglio che con le ragazzine; Paramaribo o Amsterdam?, e se fosse stato Amsterdam quando? e dove?, loro che erano per un terzo musulmani, per un terzo ebrei e per l’ultimo terzo neri, con tutto quel reflusso di destra, l’Olanda chissà se è la scelta giusta.

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