La bolla-mondo

Era una bella giornata di sole, così settimana scorsa ho deciso di andare al mare. Ho preparato la borsa con costume, asciugamano, acqua, panino, crema abbronzante e ombrellone. Sulla litoranea tanto traffico, qualcun altro oltre a me aveva avuto la stessa idea. Ho acceso la radio e atteso pazientemente lo scorrimento della fila. Finalmente il mare. Trovare parcheggio è stato impegnativo ma non impossibile. Finalmente la sabbia. Ho posato la sacca, fatto la buca per l’ombrellone, mi sono spogliata, steso l’asciugamano, messa la crema e mi sono sdraiata. Finalmente il sole sulla pelle. Un piacere squisito, un godere sottile.

Ad un certo punto ho sentito qualcosa che mi rimbalzava sulla coscia. Mi sono distratta dal tepore, guardato sull’asciugamano, niente, solo granelli di sabbia. Rimessa in sintonia col sole, dopo pochi istanti ho sentito nuovamente un colpetto sulla gamba. Mi sono rialzata faticosamente ma ho visto solo una piccola pallina trasparente. Me l’aveva tirata qualche bambino? Gettata via ho preso gli occhiali dalla borsa e mi sono ricoricata sul telo. Tac! Di nuovo quella cosa sulla coscia, cominciavo a scocciarmi. Mi sono rimessa seduta ma quella volta la pallina era più grande, come una di quelle da tennis. Mi sono guardata attorno, senza vedere però alcun bambino. Ho preso la pallina, mi sono incamminata fino alla riva e l’ho lanciata in mare. Tornando ho preso la bottiglietta dalla sacca e bevuto un goccio d’acqua alla frescura del mio ombrellone.

Mentre stavo rimettendo la bottiglia a posto ho sentito un colpo forte al braccio. Quella pallina da tennis era diventata un pallone da calcio, sempre completamente trasparente. A quel punto ho urlato: «Adesso basta però con questi scherzi!» e ho tirato un calcio forte al pallone facendolo sparire dietro alle cabine. Mi sono rimessa al sole, quando sulla pancia mi è caduta una palla grande come una ruota di camion, sempre trasparente. L’ho osservata con un po’ più di attenzione tenendola tra le mani, quando questa è schizzata via volando come colpita da un forte colpo di vento. Senza scompormi più di tanto mi sono calata gli occhiali sugli occhi e rimessa al sole. Dopo un po’ ho cominciato a sentire un solletico sul dorso dei piedi e spaventata mi sono alzata di scatto. Davanti a me c’era una palla enorme, alta come un essere umano. Ho cacciato un urlo indietreggiando. La palla, che a quel punto sembrava un’enorme bolla mi si è avvicinata, io ho arretrato ancora, lei si è avvicinata nuovamente, io mi sono diretta all’ombrellone, lei mi ha seguito. Ho cominciato a correre verso la riva, lei sempre dietro, sono scappata a ridosso delle cabine ma la bolla non mi perdeva di vista. Dopo una decina di minuti di inseguimento, unito a sano terrore, ho capito che stava giocando a moscacieca. Mi sono diretta all’asciugamano aspettando un suo inseguimento, quando improvvisamente l’ho vista rimanere immobile. Cosa le era successo? Stanca di giocare? Sono tornata indietro e ho provato a toccarla, lei si è scansata. Ho provato a riavvicinarmi, ma lei è scappata di nuovo via. Ho iniziato ad inseguirla ma lei nulla, non si faceva prendere. Ad un certo punto mi sono fermata esausta e col fiatone. Anche lei s’è fermata. Allora mi sono accostata piano piano, quella volta non vedendola fuggire. Arrivata vicino, con un movimento lento ho poggiato sulla sfera il palmo della mia mano…

Lei era tiepida, emanava un leggero calore, piacevole, come prima i raggi del sole sulla pelle. Non sembrava né di plastica, né di gomma, non riuscivo a capire di quale materiale fosse composta. Non era né morbida, né dura. Era come la volevo vedere e sentire sotto i miei polpastrelli. L’ho accarezzata a lungo cercando di capire se avesse delle giunture, oppure delle aperture, nulla. L’ho rotolata per qualche metro, era mansueta sotto le mie mani, si faceva fare tutto senza ribellarsi. La percepivo come se fosse viva. Stava entrando in rapporto con me, mi stava accogliendo. Provai una strana sensazione, come se tutto ciò non mi fosse per nulla estraneo. Sentii una forte attrazione. Ad un certo punto ho notato che sotto aveva una piccola rientranza che mi era sfuggita, l’ho osservata attentamente, sembrava una maniglia. Provai a forzarla un po’ e si aprì. Non potevo resistere, ero attratta dal suo interno che sprigionava una sensazione di quiete e sono entrata. Dentro era bellissimo, galleggiavo nella bolla come se ci fosse dell’acqua, acqua vitale, rigenerante, calma. Poi riprendendomi dallo shock e dall’incredulità ho provato ad uscire, ma la maniglia era sparita. Toccai dall’interno ogni punto della bolla ma nulla, non c’era più una via d’uscita, ho cominciato ad urlare, volevo andare fuori, non rimanere imprigionata per sempre, ho continuato per ore, ho pianto, mi sono disperata, ma lei non mi apriva più nessun varco. Esausta mi sono accasciata sul fondo, mi sono sdraiata su un fianco avvicinando le ginocchia al viso, ho abbracciato le mie gambe e mi sono addormentata.

Ancora adesso sono al suo interno, sto volando sopra la città, vicino alle nuvole, ma sto bene, non ho paura. Sto vivendo e viaggiando indisturbata nella mia bolla-mondo. Non sento il desiderio di tornare giù. No, no, non ci torno più. Finalmente la pace.

Daniela Rindi

Dentro Marylin

Ferma l’auto. La strada prosegue con una curva larga.

Le dice di scendere. Parla molto lentamente, impastando ogni singola lettera di quella frase con la saliva. Sa che quando lei avrà messo i piedi oltre il bordo metallico dell’auto e il suo corpo sarà definitivamente fuori dall’abitacolo, lui l’avrà perduta.

L’ha già perduta, in realtà. Si sono persi.

Pensa: non mi hai mai avuto. Gli dà forza saperlo. Ma adesso vorrebbe solo gridare e chiudere gli occhi.

Gira la testa verso la pineta e resta a guardare in quella direzione. Vuole che lei capisca che è lì che le sta indicando. Che non l’ha portata qui, come le avevo detto, per mostrarle quel posto. L’ha portata qui per allontanarla dalla sua vita. Con uno strappo. Come una pianta che venga scardinata dal terreno.

“Ci fermiamo?”

“Si.”

“Io lo so a cosa stai pensando Luca.”

“Davvero? Beh, è tutto così inutile.”

“Si. Si lo è, e non possiamo farci nulla.”

E invece è lui a scendere. Apre lo sportello, si tira fuori dall’auto appoggiando le mani al tettuccio, l’auto reagisce abbassandosi di un centimetro. Appena fuori butta le spalle all’indietro e respira.

“E’ qui che volevi portarmi Luca?”

“E’ qui.”

“Un anno di matrimonio, oggi, e…”

Lascia la frase in sospeso, rabbrividisce. Non passano auto, non ci sono suoni. Solo loro due, e lui che comincia a tremare. Ma non è il freddo. Sta pensando: se avessi più tempo. E più calma. Ma non sa come fare, non ha mai saputo darsi tregua, può solo camminare a passi lenti verso la pineta.

L’auto è rimasta aperta, riesce a distinguere la musica che diminuisce oltre le sue spalle, un vecchio pezzo degli Afterhours

Cinque pianeti, tutti nel tuo segno

Il fallimento è un grembo e io ti attendo

Entra nell’intrico di alberi e piante. Come essere inghiottiti. Sotto i piedi la terra scricchiola, ha strani suoni, sembrano rantoli o piccole urla di protesta; sente cose che si spezzano, pietre minuscole, rami secchi. E più avanza, più il sole gli sfarfalla negli occhi giocando tra i rami.

La luce è netta e glaciale.

È un trenta dicembre pulito, il vento di levante ha pulito l’aria. Nei punti in cui il sole gli cade sulla fronte è così caldo, simile ad un massaggio. Gli piace, si ferma e allarga le braccia e aspira l’odore di resina che c’è nell’aria.

Lei è qualche metro più dietro, può sentire la sua presenza.

“Che facciamo?” lui le dice

“Dimmelo tu. Tu sei voluto venire qui.”

“Se avessimo più tempo…” Prova. Poi non sa come proseguire.

“Dillo adesso, Luca. Dillo subito!”

E invece si mette a correre. All’improvviso. Abbassa le mani, ingoia dell’aria e parte. I rumori di prima accelerano nella sua testa, centinaia di sassi e di rami che vengono calpestati e spezzati, ma lui corre, non sa nemmeno dove, sta semplicemente puntando l’orizzonte dove il sole sembra più netto e gli arriva verticale in faccia.

E anche lei corre, ne sente il respiro affannato, il rumore dei suoi passi che ritrovano i frammenti di terra che lui ha già infranto.

E mentre corre pensa: è come se stessimo scopando questo bosco, siamo entrati dentro, ci muoviamo all’unisono e la terra reagisce con isteria, allarga i suoi sentieri per accoglierci e farci sprofondare ancora di più.

E alla fine della corsa, dove il sentiero all’improvviso si interrompe, un piccolo muro di tufo gli sbarra la strada. Ci arriva davanti e si ferma. Ha il respiro corto. Sbuffa aria calda dalle narici. Lei lo raggiunge.

“Dimmi perché?…” Lui le dice

“Io non lo so, non lo so perché. Rassegnati, smettiamola ti prego.”

“Ti faccio del male?”

“Ne fai a te stesso.”

“Oh non pensare. Sei cara, ma non pensare a me. Non l’hai mai fatto, non lo sai fare.”

Mette le mani nelle fessure del muro e si solleva. Vuole scavalcarlo.

“Non è così – le dice, ansimando – che dev’essere. Ci voleva del silenzio. Lo capisci? Perché mi hai portato qui?”

“Sei matto?! Tu ci hai portato qui.”

“No! No! Tu sai…non fare finte con me. Non fingere. Io non parlo di questo luogo. Io parlo del silenzio.”

“Vuoi che non parliamo?”

“Voglio che le mie parole non mi si ritorcano contro. Sempre. È come un boomerang che non so controllare.”

“Io non c’entro.”

“Tu sei il boomerang.”

Si ferma quando è in cima al muretto. Le tende la mano.

“Tu sei il boomerang Laura – ripete – è tutto per te. È sempre stato così.”

Lei sale, lo raggiunge lassù. E guardano. La pineta finisce dove ha inizio una spiaggia nera, di sabbia lavica. E il mare, sullo sfondo, è una distesa argentata.

“Tutto.” Lui ripete. Di nuovo si aggrappa alla sua lentezza. “Tutto. Sei tutto.”

Si butta. Sono nemmeno due metri. È alto. Ma lo fa. C’è molta sabbia sotto, è sicuro che l’impatto sarà indolore. Invece i piedi reagiscono con uno slancio all’interno e il dolore si irradia in ogni nervo della gamba destra.

Urla.

“Ti sei fatto male?” lei lo guarda restando in bilico sulla cima del muretto. Il sole le scende nei capelli, ma è quel colore tonico degli scogli e della sabbia a catturarla. Non può smettere di guardare.

“Dovevo dimenticarti subito.” Lui le dice. Si rotola nella sabbia. Il cappotto e i capelli si imbevono di quel nero, la polvere resta sul viso, vagamente appiccicosa, come miele.

Lei scende lentamente.

“Fallo” gli dice. “Dimenticami.”

Lui continua a rotolarsi nella sabbia.

Luigi Pingitore

Tempo di passaggio

Notte. Luca, disteso sul suo letto, non riesce a prender sonno. Oggi è stata per lui una gran giornata, così dicono. Oggi Luca si è laureato dottore. Ma Luca non riesce ad addormentarsi, stanotte.

Pensieri. Scorrono. Veloci, impazziti. Sono anni che ci pensa ma ancora non l’ha capito: cosa fare della sua vita. Luca è sveglio, non è per niente stanco, non ha per niente sonno. Pensa.

Forse dovrebbe trovare un lavoro qualunque, il primo che capita, e sposare Manuela. Di questi tempi bisogna accontentarsi. I sogni, a volte, bisogna lasciarli solamente alla notte.

Non si addormenta Luca, sogna, sogna forte, ma i suoi occhi sono aperti, è sveglio, sveglissimo.

Partire. Andare lontano. Forse un viaggio, potrebbe essere un’idea. Messico, India, Africa: Luca cerca un sogno distante, Luca cerca se stesso, quella parte che non riesce a raggiungere.

Stelle. Luca si alza e va alla finestra. Accende una sigaretta. Guarda le stelle e si perde oltre i suoi stessi pensieri. Ci sono limiti invalicabili per questo piccolo essere chiamato uomo. Il suo tempo è inezia rispetto a qualsiasi stella che scruta nell’immensità infinita della notte. L’umanità si è complicata la vita. Il breve tempo che abbiamo, troppo spesso viene dissipato. È un vero peccato.

Cuscino. Luca spegne la sigaretta e va a distendersi sul letto. Abbraccia il cuscino, immaginando Manuela. Sogna ad occhi chiusi, ma è sveglio. Immagina. Lui e lei. Passeggiano sulla spiaggia di un luogo conosciuto anche se non ben identificato. Ridono, scherzano. Si abbracciano, si baciano. Si baciano. Continuano a baciarsi. Si amano.

Sabbia. L’acqua bagna la spiaggia, poi si ritira. Luca disegna una stella, che lentamente svanisce. Manuela gli sorride. Lo bacia sulla fronte. Luca ha la fronte sudata. Non riesce a dormire. Si gira e si rigira sul letto. Le belle speranze nascono e spariscono come stelle disegnata sulla sabbia.

Gesso. Luca è a scuola, alla lavagna. Nella mano sinistra ha un pezzo di gesso bianco. Il vecchio professore incute timore. Non è mai stato troppo bravo in matematica. Non sa, non sa cosa scrivere. Il rigore dell’austera figura lo blocca, non riesce a pensare. Suda. Trema. Il prof lo manderà a sedere, prenderà nota. Impreparato. Eppure era semplice, nella sua cameretta, magari, avrebbe pure risolto quell’equazione. Come farà adesso a dirlo alla mamma?

Orecchini. Gli orecchini di sua madre li ricorda bene. Ha portato lo stesso paio per quasi vent’anni. Sua madre che lo rimproverava quando a scuola non andava bene. Sua madre che stamattina ha pianto, perché lui si è laureato.

Carta. Un pezzo di carta dove è scritto che è dottore. Non ha imparato nulla. Le difficoltà vere iniziano adesso. Nessuno gli ha spiegato niente sinora, a proposito di lavoro. Ha studiato tante cose, ma si rende conto di non essere in grado di far nulla. Tutto è inutile. Quella carta è stato un albero. Quanti alberi sono stati abbattuti per far laureare tutti questi dottori?

Vento. Fuori, c’è vento. Ne sente il suono, Luca. Sembra un lamento. Sembra il suo lamento. Interiore. Tum-tum-tum. Batte il cuore. Forte. C’è vento ed ha caldo. Suda. Pensa a quella volta che ha fatto sega a scuola con Picone, un suo compagno di classe. Luca non ha idea di che fine abbia fatto. Probabilmente sarà finito in galera per furto, spaccio o ricettazione. Si vedeva sin da piccolo, che Picone nella vita non avrebbe mai combinato nulla di buono, aveva il fascino del ribelle sin dalla più tenera età. In fondo era soltanto un bambino che soffriva di solitudine, la sua situazione familiare non era delle più felici. Quel giorno a far sega con Picone si era proprio divertito.

Acqua. Luca ricorda la spiaggia dove andava da bambino. C’era una scogliera dove se ne andava con maschera, pinne e boccaglio. Guardava i pesci, la vita sotto la superficie dell’acqua. In acqua si sentiva vivo, ogni pensiero si dimenticava, c’era il momento, quel momento esatto, che ora sta ricordando.

Ovunque andava, da bambino, c’era sempre una ragazzina che gli piaceva. Qualcuna la ricorda, altre le ha dimenticate.

Fuoco. Luca ricorda suo nonno che gli raccontava le storie della guerra davanti al camino acceso, cuocendo patate, castagne, uova o mele. Il nonno di Luca era un partigiano. Un socialista, fedele al partito fino alla metà degli anni ottanta, fino a Craxi. Suo nonno morì il 9 novembre del 1989 mentre il mondo si apprestava a cambiare.

Terra. Quella volta, Nicola, detto il Siciliano, gliela fece vedere sporca. I primi due pugni, come colpi sordi, lo avevano messo ko. Steso al suolo, sanguinante, un rivolo che dalla bocca finiva sulla terra secca. Luca era chiuso a riccio, il Siciliano continuava a prenderlo a calci. Gliele diede di santa ragione. Quella terra, mista al suo sangue, gli finì in bocca. Aveva sapore amaro.

Aria. Respira. Inspira, espira. Cerca la calma che non trova. Si agita ulteriormente. Un brivido gli percuote la schiena. Ha paura. Non riesce, non riesce a mantenere il controllo. Vorrebbe urlare. Tace.

Sono ore che prova a prender sonno Luca stanotte. I ricordi più nascosti tornano a galla, improvvisamente ed inaspettatamente. Si alternano davanti al suo sguardo.

Oggi per lui è stato un gran giorno. Tante cose non sarebbero più state come prima. La vita universitaria terminata. Non c’era un secondo da perdere, tutto da costruire. Una vita.

Da dove cominciare? Per il momento non aveva nulla da fare. Avrebbe voluto dormire.

Rumori esterni. Il camion della nettezza urbana. Quasi mattina.

Nella notte che da ieri accompagna all’oggi, si era compiuta una strage. Un’età era finita. Egli aveva dinanzi a sé una pagina bianca sulla quale poter scrivere qualsiasi cosa, i propri sogni da realizzare.

Sogno. La luce del mattino penetra nella stanza di Luca, che non ha dormito stanotte. Gli uccellini cinguettano. Sbadiglia, Luca. Sente rumori di stoviglie provenire dalla cucina, qualcuno che chiude la porta e scende le scale. Si addormenta.

Gianluca Liguori