Coincidenze – Segreto e grazia

A causa di una delle continue e vaste reti di coincidenze che innervano le nostre vite, Andrea si accorse di cosa volesse davvero dire essere religiosi.

Alcune persone illuminate sanno benissimo che la libertà dell’essere umano è possibile solo in teoria, che l’infinità delle possibilità è un’astrazione perché all’atto pratico nessuno può diventare qualsiasi cosa o vivere qualunque esperienza, limitandosi di solito a sguazzare nel probabile e soprattutto nel possibile.

Andrea sapeva benissimo che non sarebbe mai diventato un fisico nucleare o il leader dei Foo Fighters, anche se teoricamente sarebbe stato possibile. Sapeva che le scelte fatte si assommavano a quelle da fare in un bilancio, anzi, in una statistica la cui media era difficile da smuovere, ormai. Se hai deciso di fare lettere non puoi più fare il fisico nucleare.

Ne aveva parlato durante le vacanze, agli amici, ed erano stati tutti insieme a parlarne fino alle quattro del mattino, come ai bei tempi, in cui con una chiacchierata di una sola notte sembrava possibile risolvere i problemi del mondo.

Tornando a casa si era detto che Dio era un porco, che il libero arbitrio era una fandonia e che siamo tutti schiavi delle circostanze. Da quando era arrivato all’età della ragione aveva smesso di credere in Dio, di avere fede nel futuro e nell’uomo, di interrogarsi su come avrebbe dovuto comportarsi: semplicemente viveva, attendendo la fine e cercando di godersela quanto più possibile. No, ormai non aveva nemmeno più un brandello di religiosità in sé, tutto spazzato via dalla semplice constatazione che: in un mondo come questo Dio non può esistere, perché se esistesse sarebbe davvero uno stronzo.

Tornando a casa si era detto che non percepiva più nemmeno l’atmosfera delle festività, che Natale Capodanno ed Epifania si erano spenti completamente nel suo animo da tanti tanti anni. Li vedeva come feste commerciali, di scambi di soldi e regali, roba da cambiavalute o usurai.

Arrivato a casa respirò l’aria del porticato. Era lo stesso odore di quand’era bambino, quando quei giorni avevano un senso per lui. Inspirò e si rammaricò per la perdita. Quello che di quei giorni, da bambino, gli era piaciuto moltissimo era stato il senso di mistero: Babbo Natale, la Befana, la Messa di mezzanotte, i regali comparsi misteriosamente e cosparsi di miracolo… ogni cosa traspirava segreto e grazia.

Mentre passeggiava fumando per il porticato guardò verso il cielo e si convinse che, senza il mistero, il Natale il Capodanno e l’Epifania avevano perso tutto: la fede, senza mistero, perde il suo fascino, perché se tutto è chiaro ed evidente non c’è modo per la fede e per l’incanto di attecchire e rimane solo l’aridità.

Mentre passeggiava fumando per il porticato pensò che per la scrittura si poteva dir la stessa cosa: tutti i suoi amici scrittori parlavano sempre di “scrittura” e mai di “letteratura”, non si consideravano “letterati” ma “scrittori”, implicitamente affermavano di non creare bellezza ma storie, di essere cronachisti e non creativi, contaballe non artisti. Per loro la letteratura aveva perso il mistero e si era trasformata in un esercizio di menzogna, come una messa a cui non si concede nemmeno un’occasione di stupore, come un Dio a cui non si offre neanche una possibilità d’invidia.

Antonio Romano

FUORI DALLO STIVALE ovvero l’osservazione antropologica di un branco

Ed ecco, per non apparir faziosi e cader nello stesso errore di coloro che si criticano, come si dilunga sull’argomento una nota cronista dell’epoca:

FUORI DALLO STIVALE

ovvero l’osservazione antropologica di un branco


Dopo complessi studi, trasferte oltre città e scarrozzamenti urbani, tracci ad un certo punto un profilo di medio-alto livello di questi animali erranti definiti dalla scienza “scrittori”, finendo addirittura col richiedere, in uno stato di semi-entusiasmo, la collaborazione di altri colleghi “scienziati”, sicuro che anche loro non potranno negarne la qualità cerebrale e la complessità del comportamento nell’ambiente ufficiale.

Nell’alternarsi davanti ai loro simili sono sempre più convincenti, sicuri e agili nel saltar di ramo in ramo. Non importa quale sia il copione. Importa oramai che sono un branco. Che si spostano insieme, che cacciano con pari abilità, che puntano la preda girando il capo quasi contemporaneamente. Che ululano a canone. Che riconoscono il loro odore a metri di distanza (e ciò spesso non è del tutto positivo). Che del capo branco sanno seguire la traccia così come sanno anche disperderla raspandovi sopra o lasciandovi altri umori che ne cancellino l’orma ma mai il ricordo.

Questo è almeno ciò che potei constatare del comportamento ufficiale. E a partire da uno spiccato quanto insolito e preoccupante interesse per questi esseri dotati di un dono che sembrava ormai estinto da un trentennio, decisi un giorno di osservarli da un’altra angolazione. Direttamente nella loro tana. A metà fra tacco e punta.

Colui che ritenevo profondo conoscitore di una certa cultura del Sud così come degli ingredienti di una sana alimentazione, non seppe tuttavia impedire che il branco fosse vittima di un avvelenamento da uova. Quasi incurante del pericolo scampato anziché battere in ritirata, si volle caricare di tutto il cibo che trovava in giro e risalente a due giorni prima, attirando su di sé un senso di disgusto.

La piccola iena del gruppo, nonostante l’apparente sensibilità e riservatezza che sembrava contraddistinguerlo da anni, non ci mise molto a mostrare il suo lato oscuro: guardone delle finestre di camere da letto altrui fuori dal teatro della sua bestialità. Il suo linguaggio a prima mattina è quanto mai sconveniente e blasfemo quando, a causa di goffi incidenti tra spigoli, porte e tappeti, tende a reiterare espressioni che la scienza deve ancora decifrare.

L’individuo più coerente forse fu quello che restò nella propria dimensione naturale la maggior parte del tempo: grottesco sull’impalcatura di legno su cui era accovacciato, grottesco nel gusto per certi programmi televisivi di attività fisica e di attrezzi per tagliare alimenti (dato che spiegò le conseguenze nefaste del suo operato culinario del giorno prima), altrettanto grottesco alla vista in tenuta da notte, prima di ritirarsi nella tana.

Il più anziano del branco subì invece una singolare mutazione in bozzolo nel suo giaciglio. E disparve. Fino a ricomparire il giorno dopo, come farfalla, con un colore rosso ancora più acceso. Scoprii in ricerche successive essere in possesso di una notevole abilità nella danza, roteando su se stesso e ancheggiando in sinistri rituali in una milonga di periferia.


Ebbene sì… in effetti questi sciatti writers del live son bestie piacevoli da osservare. E all’occhio di uno studioso dell’altro sesso, la scienza etologica dimostra così il perchè del loro naturale raggrupparsi tra soli maschi. In base ai dati fin qui riportati e in attesa di raccoglierne altri, non potrebbe essere altrimenti.

Donatella Livigni

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 10

[Segue da qui]

Ci sono diverse teorie sulle attitudini politiche del quintetto, tutte ben argomentate, ma smontate dal fatto che in ognuna di quelle teste la visione del mondo era bacata in un modo diverso. Non v’era cioè uno sguardo d’insieme sulla realtà, ma semmai un’accozzaglia d’idee – o, per esser più precisi, di principi d’idee – che rimanevano abbozzi, e che di tanto in tanto rispuntavano dal terreno per poi ricader subito per terra al primo alito di vento. In verità, i più – ad eccezione dei pochi facinorosi rimasti a piede libero nel nostro beneamato paese – concordano sul fatto che le tendenze eversive del gruppo nascessero da un eccessivo bisogno di comparire, nonostante tutti i proclami contro la società dello spettacolo e via discorrendo.

Questa loro necessità di trasformare la parola in azione era insomma il risultato di un lento logorio dell’anima, la quale ambiva a trovare un riscontro della propria esistenza in mezzo agli altri, al di fuori di quelle poche righe scritte, perlopiù non reperibili dal grande pubblico. Per chiamare le cose con il loro nome e non fare il gioco di questi scrittori, così bravi a ribaltare il senso e a colpir di metafora, si può dire che il vero motivo di tal furore poetico fosse un male assai ricorrente e banale pei nostri tempi: la frustrazione. Nonostante gli alti ideali, risorgimentali o rinascimentali che fossero, costoro erano in tutto e per tutto figli della nostra epoca, in cui l’occhio precede gli altri organi, e perciò incapaci di condurre quella vita isolata e anonima che apparteneva ai grandi scrittori di una volta. Forse questi novelli scrittori non avevano così tanta fiducia nella loro parola, e allora dovevan batter di gran cassa, buttarla insomma in caciara, e per farlo non trovarono di meglio che mirare al bersaglio grosso della politica, ché tanto quello fa sempre rumore.

Gli è che questi cinque affabulatori si sentivano posseduti dalla voce del popolo; un popolo, a dire il vero, che non rispecchiava certo la maggioranza degli italiani, ché ormai alla precarietà c’aveva fatto il callo da tempo e che non si riempiva di certo la panza con la cultura. Essi identificavano però il popolo in quel manipolo di spettatori che nel bene o nel male continuavano a seguirli, senza considerare problemi di ordine statistico – ché i letterati non si abbassano a certe cose – dai quali avrebbero subito dedotto che trenta persone, per quanto siano risultato più che dignitoso per una lettura, sono una minoranza della minoranza in una penisola abitata da milioni d’individui. E invece le loro gole s’incendiarono per qualche applauso di convenienza, che scambiarono per fermento culturale – e qua ci sarebbe da incolparne quelli che non capiscono quanto fragili siano le menti di certi soggetti portati al romanticismo, e che anziché spegnerne preventivamente i bollenti spiriti, si divertono nel gettar benzina sul fuoco delle loro passioni.

A volte, come il caso in questione dimostra, è da certi errori di valutazione che nascono poi i peggiori mostri, che di qualche idea strampalata finiscono per farne un manifesto, o addirittura un piano che prevede il sovvertimento della retorica dominante e il sabotaggio del linguaggio del potere; che da qui a scambiare una visione personale del mondo – oltretutto insana, aggiungo io – per la realtà delle cose, il passo è breve. Anzi, brevissimo.

Insomma, se il virtuale altro non è che un potenziale reale – qualcosa che attende di essere messo in pratica – allora la colpa di tutto quanto è primariamente di quei lettori che non s’avvidero della pericolosità soggiacente tra le righe, e ancora più di chi non legge, perché è come chi si tappi gli occhi davanti all’orrore per non esser costretto a guardarlo in faccia. Se questi cinque modesti scribacchini avessero goduto di un pubblico più ampio, probabilmente non starei qui a raccontarvi questa storia, perché nella massa sarebbe balzato agli occhi, anche ad una sola persona, l’aberrante disegno che si andava delineando. Ma forse, a pensarci bene, in tali condizioni non si sarebbe neanche sviluppato quel senso di frustrazione che vedo all’origine del tutto, e che dimostra che il male si annida sempre laddove non vi sia del bello. Un sentimento, mi pare ormai chiaro, a cui non potevano certo aspirare i cinque bruti di cui stiamo qua trattando.

Simone Ghelli

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 8

[Puntate precedenti]

Da qui in avanti le notizie si fanno più precise, per via di annotazioni prese dagli stessi protagonisti – anche se questi non hanno poi riconosciuto la paternità della totalità degli appunti – nonché grazie ad accurate testimonianze, che si fanno particolarmente interessanti considerando il fatto che il Presidente si sia salvato proprio grazie all’arte di qualche crumiro, alle cui attenzioni avranno senz’altro ceduto gli egotici scrittori, che in quanto a penne pare non avessero niente da invidiare a quelle colorate con cui i pavoni amano farcire la ruota.

Del viaggio nella città di Dante – che fu anche di molti altri, come appresero i nostri passeggiando trionfalmente davanti agli Uffizi – se ne parla soprattutto in termini podistici, tanto che le scritture convergono sul tema comune del mal di gambe, che prese un po’ tutti durante il quarto e ultimo viaggio, nonché umido e notturno, da La Cité all’auto e ritorno. I cinque erano stremati, ma felici di aver fatto convergere tante persone in Borgo San Frediano, nonostante il concertone in piazza della Signoria, che quando lo seppero, lì davanti alla libreria, prese a tutti un bel colpo! Per lo spavento, a quello di loro che aveva origini etrusche e toscane, tornò su pel gargarozzo l’intera fettina panata che s’era mangiato in ricordo di quand’era piccolo. Di lì a poco avrebbe infatti letto il racconto sul suo nonno, che dopo i mercati lo portava in trattoria, mentre il freddo imperversava in Val di Cecina, e gli era sembrato un bel modo di rendere omaggio alla sua infanzia il concedersi una fetta di quegli antichi sapori, che aveva accompagnato con una porzione di patatine fritte e innaffiato di vino rosso della casa – identificandosi subito come scrittore piuttosto prevedibile, aggiungo io.

Insomma, nonostante la concorrenza, gli è che il luogo si riempì all’inverosimile, tanto che ai fiorentini gli luccicaron gli occhi per l’orgoglio. La città toscana rispose alla grande alla chiamata alle armi dell’esercito dei letterati dell’ultim’ora, che incuriosivano più per la follia della loro impresa che per la verità delle loro parole – su cui si sospendeva volentieri il giudizio per colpa dell’ammirazione delle gesta. Inutile quindi aggiungere che di libri i nostri cinque non ne vendettero manco uno, a esclusione di quelli stampati in ciclostile, del costo di un euro, che andavano via più per lo sfizio d’averci questo cimelio in mano che non per la qualità dei contenuti, che però contribuirono all’abbeveraggio necessario all’utilitaria.

Alla fine della baraonda, che vide impegnati nel tour de force verbale anche tre noti scrittori del Valdarno, il gruppone si sminuzzò in una sparuta compagine che finì col consumare un ultimo bicchierino in una piazzetta là dietro, dove saliva tutta l’umidità del fiume, che per fortuna non portò seco le tanto vituperate zanzare, che pare amino moltiplicarsi soprattutto tra i vicoli pisani.

Giunte che furon le due di notte, i cinque scalatori della metrica si concessero un’ultima scarpinata per posare le scatole ancor ricolme di carta e poggiare i loro corpi in un giaciglio amico; ché fu in un loft del più famoso tra gli ospiti della serata letteraria, che dovette anche sorbirsi puzze e fetenze varie di lorsignori, come prodotto di un’intera giornata passata in balia delle intemperie. Costui dimostrò prova d’inenarrabile coraggio nell’affrontar la marmaglia, anche se si levò alto il grido nella notte, per interrompere il sinfonico russare di almeno tre delle cinque vie respiratorie.

Insomma, se la rivoluzione non aveva a russare, qua c’era di che lavorarci parecchio…

Simone Ghelli

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 1

Banda di scrittori fermata al confine, volevano rubare le parole al Presidente!

Così titolarono tutti i quotidiani di quel venerdì 2 ottobre 2009.

La grande manifestazione nazionale per la libertà di stampa era attesa per il giorno seguente. Si sarebbero riuniti a Roma i più importanti giornalisti, opinionisti, scrittori e intellettuali del nostro paese, che sentivano il dovere civico di denunciare una situazione diventata ormai inaccettabile.

La maggioranza degli italiani stava dalla parte del Presidente, anche se alcuni di loro se ne vergognavano un poco. Gli è che nel resto d’Europa non eravamo proprio ben visti. Insomma, a dirla tutta ci consideravano proprio dei pagliacci, sempre lì pronti a fare battutacce e a buttarla in vacca per qualsiasi cosa. La cosa bella è che anche quella che si definiva opposizione aveva finito col tempo con l’accettare lo stesso gioco, e così l’informazione era diventata piuttosto un esercizio alla diffamazione continua. Chi non accettava di stare al gioco veniva ignorato. Era questa una forma di censura assolutamente all’avanguardia, che non sprecava neanche più tempo a sporcarsi le mani con tagli o bip.

Fu per questi e altri motivi che la banda di scrittori di cui sopra decise d’intraprendere un lungo e rischioso viaggio per portare a termine un’ancor più rischiosa missione.

In verità, tutta questa storia era cominciata per un motivo apparentemente stupido.

I cinque individui, poiché tale era il numero di questi condottieri di penna, erano piuttosto squattrinati. Facevano parte di quella generazione di precari di cui tutti parlavano a mo’ di slogan, ma delle cui storie nessuno o quasi s’interessava. La loro visione del mondo era piuttosto stramba, poiché non s’erano adeguati al nuovo digitale terrestre – non si sa se per motivi ideologici o per necessità economiche – e di conseguenza si procacciavano le informazioni soprattutto in rete, quando non addirittura per strada, visto che il dono della favella non doveva certo mancargli. Pare che queste buone abitudini avessero contribuito a salvaguardare in parte le loro facoltà di discernimento, e che, spinti da un’eccessiva fiducia nello spirito di solidarietà dei loro connazionali, si fossero messi in testa di perseguire un obiettivo degno della penna del Bianciardi.

Si erano conosciuti in un quartiere romano molto alla moda tra gli artisti e gli intellettuali, dove si respirava ancora qualche refolo di quell’aria di borgata che tanto aveva ispirato Pier Paolo Pasolini. I detrattori del giorno dopo puntarono subito il dito contro questa sorta d’intossicamento culturale che ancora spingeva una minoranza a protestare, e che aveva conseguito il bel risultato di produrre un non ben noto gruppuscolo di sedicenti scrittori decisi a usare la penna a mo’ di arma. C’era chi propose di chiudere certi ambienti, fossero semplici locali o centri sociali, e chi addirittura avanzò l’ipotesi di militarizzare l’intero quartiere. Questi erano i più ingegnosi, poiché vollero far credere che in quella strada di ritrovo – detta l’isola per via della sua natura pedonale, ma anche perché circondata dalla fiumana d’auto che scorreva tutt’intorno – si fosse verificato un accumulo di cattivi pensieri, una sorta di nuvola pregna che gravava minacciosa sulle teste dei cinque. Respira oggi che respira domani, quel veleno aveva finito con l’intaccare la materia grigia degli scrittori – o scribacchini, come li appellarono alcuni – sommandosi così all’altro veleno rosso che gradivano assai. A ben vedere si trattava di una lettura piuttosto originale della teoria di Epicuro sull’aggregazione degli atomi, che influenzerebbero le nostre azioni in base al loro movimento – di cui noi saremmo dunque effetto – ma anche a vederla così non ci sarebbe stata materia di che condannarli. Insomma, questa banda di letterati aveva fatto né più né meno di quello che dovrebbero fare tutti quelli della loro specie: aveva respirato l’aria di un dissenso mormorato e se n’era fatta portavoce.

Nonostante tutto, quel sabato di ottobre sul palco di Piazza del Popolo non ci fu chi salì a parlare in difesa di questi cinque cavalieri erranti tra le righe della sintassi. Ognuno fu prodigo d’interessi per la propria parrocchia, com’è uso e costume di questo paese che impara a memoria Foscolo e Manzoni, ma che poi si perde nelle dispute sulle ricette regionali.

Le bandiere sventolarono e i microfoni fischiarono, ma non fischiò il vento né urlò la bufera mentre il Presidente reclamava le sue parole con l’uso delle tenaglie.

Simone Ghelli

Trauma cronico – Presentazione

Scrittori precari non si ferma e vi propone una nuova rubrica, Trauma cronico, che vi terrà compagnia ogni domenica. Non potevo esimermi dal compito, mancava un appuntamento col subcomandante Liguori e quindi eccomi rispondere presente all’appello, alla chiamata alle armi. Le nostre armi sono le parole, questo antico vizio di tanto inascoltato, oppresso, ma perennemente pronto a risorgere. Il nostro programma di rivoluzione culturale ha radici lontane, siamo rivoluzionari reazionari: la comunicazione primordiale, la parola, il racconto orale, e la comunicazione universale della rete, internet. ricomincia dal basso, dalla strada e dalla rete, dalle nostre letture. La parola è caduta. Il linguaggio è stuprato e la verità è finzione.

Cosa succede nel mondo? Ancora nefandezze. Siamo al ritorno di un’inclinazione al male che non lascia scampo. Il nostro dovere di scrittori contemporanei è ristabilire il nostro ruolo sociale, resuscitare le nostre opinioni, arrivare a tutti, ovunque, siamo stufi di questo andazzo immorale e bovino, questo indegno, indecoroso spettacolino, questa sciatta attenzione che la società di oggi ha nei confronti dei libri e della letteratura. Un popolo senza cultura è un popolo abbrutito, proprio come temo siamo diventati noi. E pensare che cambiare prospettiva è semplice. Noi abbiamo cominciato per gioco, ma poi abbiamo iniziato a crederci sul serio e siamo arrivati a fare un tour in giro per la penisola addormentata, incontrando vecchi e nuovi amici coraggiosi, gente che come noi si batte, sbattendosi, per la letteratura. Abbiamo incontrato scrittori, poeti, giornalisti, editori, attori, musicisti, anziani intellettuali e giovanissimi decisi e determinati, e soprattutto abbiamo incontrato tantissimi lettori. Abbiamo parlato con loro, ci siamo confrontati. Abbiamo preso tanti contatti in giro per portare Scrittori precari su e giù per la penisola, per raccontare le nostre storie, per ritrovare un lettore sempre più abbandonato, oggi che le piccole librerie chiudono e nei grossi megastore dei libri i titoli che vanno promossi non sono scelti certamente in base alla qualità. Sono brutti tempi, tempi precari, belli miei, ma noi siam qui che vogliamo fare la nostra parte, vogliamo giocare le nostre carte.

In questo spazio scriverò di quello che accade intorno a me, settimana per settimana segnalerò e commenterò un evento, un fatto, un qualsiasi elemento che abbia in qualche modo solleticato la mia coscienza in disuso. Abbiamo disimparato a cercare. Dobbiamo cercare quello che vogliamo cercare.

Gianluca Liguori

Caro Simone, hai ragione però…

Caro Simone,

hai immensa ragione quando inviti al senso civile e ad un minimo di attaccamento per il proprio Paese, e hai immensa ragione quando sostieni che se se ne vanno tutti qua non rimarrà più nessuno a presidiare il territorio, ad ascoltare il pensiero di chi è rimasto. Rimarrà una terra desolata in mano a chi questo Paese lo voleva esattamente così, un deserto culturale senza opposizione.

Tuttavia, considera questo. L’Italia è un angolo di mondo la cui popolazione soffre di disturbo da stress post-traumatico a livello nazionale. Non ne è escluso nessuno. Lo dimostra il fatto che la memoria è labilissima, non si ricordano eventi tragici, ma allo stesso tempo nessun Paese in Europa celebra come eroi nazionali scrittori di noir storici o giornalisti che hanno l’unico merito di chiamare le cose con il loro nome – reati –, e di menzionare le leggi che in linea teorica li punirebbero.
Gli italiani sono il popolo più ansioso del continente europeo. L’ansia è ovunque: dalle madri isteriche che sulla spiaggia urlano ai bambini di non sporcarsi, all’ultra-trentenne in scadenza di contratto che non godrà di ammortizzatori sociali fino all’inizio dell’impiego successivo, ma dovrà accontentarsi di un assegno di disoccupazione ridotta calcolato sui CUD dell’anno fiscale precedente, che in totale non arriverà a coprire le spese vive di un mese. Il consumo di benzodiazepine e altri psicofarmaci è il più alto d’Europa.

C’è nel popolo italiano un’abitudine generalizzata al non detto, tale che non sembra più strano che non si siano mai fatti i nomi dei responsabili di eventi che hanno segnato intere generazioni e le cui conseguenze paghiamo fino ad oggi, oggi non in senso figurato, ma proprio ora, adesso. Non sembra più strano che si passino leggi contro l’interesse del popolo il giorno di Ferragosto, non fa alcun effetto che i sindacati non abbiano lottato perché l’introduzione della flessibilità nel mercato del lavoro implicasse che il soggetto tutelato fosse il lavoratore e non le aziende, le quali sulla base di quella flessibilità realizzano ora un risparmio sul personale che incide in maniera sensibile sul bilancio annuo.
Non sembra più strano nulla, neppure il fatto che oramai chiunque assuma dosi poderose di ansiolitici, che l’insonnia sia per gli italiani il fattore numero uno di destabilizzazione nervosa, che le coppie non durino abbastanza da diventare famiglie – tanto che ormai nelle scuole italiane ci sono più alunni di origine straniera (e vivaiddio che ci sono almeno loro, sennò gli insegnanti se ne starebbero a casa) che di italiani – che in genere si registri un aumento esponenziale di reattività emotiva nella sfera affettiva, mentre la resilienza nella sfera lavorativa è oramai da considerarsi patologica.

Bianconi dei Baustelle (gruppo che – detto per inciso – non ascolto, tanto da avere scoperto solo oggi che il cantante, oltre ad avere un look molto cool – cosa che mi ha sempre tenuta alla larga insieme al genere che non amo – è dotato effettivamente di un cervello sopraffino) avanza una proposta molto interessante. Dice: gli intellettuali che per raggiunto benessere possono permetterselo, perché non si trasferiscono all’estero e motivano il gesto con una lettera collettiva di indignazione indirizzata al Capo dello Stato? Non ha torto: sottrarre a questo paese che muore la linfa intellettuale significa infliggergli un colpo al cuore, un’umiliazione pesante davanti al mondo che ci guarda.

Il padre fondatore della lingua italiana fu esiliato da Firenze in contumacia, come si studiava a memoria al liceo, senza capire cosa ciò avesse significato per il poeta sul piano umano, intellettuale e professionale: un disastro. Le radici della cultura italiana affondano nell’esclusione, nella pratica di consorteria, nell’infamia. La situazione attuale non si può considerare una cacciata implicita? Noi si resta qui, ma qualcuno ce l’ha chiesto forse? Arrivano segni tangibili per cui la nostra presenza di intellettuali che potrebbero contribuire in maniera efficace a svecchiare e migliorare questo Paese è effettivamente voluta da chi questo Paese lo governa? Per quanto mi riguarda il fatto che la presenza di molte menti eccellenti non venga, non dico notata, ma neppure a volte remunerata, e che si dia per scontato che un’intera generazione accetti di rimanere appesa al cappio di contratti capestro annichilendo il suo potenziale intellettuale, equivale ad una condanna in contumacia. Perché abbracciare con uno sguardo amoroso un organismo anaffettivo come quello che è diventato questo Paese? Quale investimento emotivo è quello che si chiede a chi può decidere di andarsene: rimanere in cambio di che? Un’indifferenza assoluta.
E d’altronde questi intellettuali che grazie a raggiunto benessere, coronati dall’alloro di prestigiosi premi letterari, invece di abbracciare con uno sguardo amoroso il proprio paese da cui non solo non se ne vanno indignati, ma anzi si godono tutte le glorie transitorie di qualche successino editoriale in un carnevale egoico che fa pietà, invece di fare fronte comune e insistere perché qualcosa cambi, si impegnano unicamente in miserande scaramucce sui quotidiani nazionali, che chi è in scadenza di contratto non ha nessuna voglia di leggere, e se le legge per curiosità ne rimane disgustato e allibito.

Dunque Simone, concordo con ogni virgola della tua proposta, ma concordo per un’unica ragione: me lo posso permettere, perché in realtà niente e nessuno mi trattiene qui. Per me essere tornata in Italia per un periodo è un’esperienza come un’altra, come se fossi andata a vivere un anno alle Galapagos. Ma chi invece non ha né i mezzi e neppure il curriculum per potersi spostare all’estero credo che guardi con impotenza questo spettacolo, e che coltivi il desiderio feroce di allontanarsene, perché la verità è che provoca dolore.
Questo è un dolore che oramai non si sente più, è entrato a fare parte dell’organismo, si è trasformato in qualcos’altro, ansia, anaffettività, carenza endemica di autostima, carenza di desiderio, un dolore convertito in qualcosa di più accettabile, che permetta per lo meno di affrontare la giornata.

Io l’Italia la vedo così: un paese malato che non sa quanto soffre davvero, perché a volerlo veramente valutare si aprirebbe un abisso che è meglio per tutti che rimanga chiuso. Per questo nessuno muove un dito perché al lavoro intellettuale venga riconosciuto un ruolo nell’uscita dall’impasse politica, sociale ed economica. Aprire quel pozzo e sprigionare forze che da almeno un ventennio premono per uscire allo scoperto è qualcosa che chi questo paese lo tiene sotto giogo non può assolutamente permettersi. Il vero corpo di Eluana è l’Italia. A questo punto resta solo, veramente, da staccare il tubo.

Claudia Boscolo