Carmelo l’asino volante – #fiabebrevichefinisconomalissimo

di Francesco Muzzopappa

C’era una volta Carmelo, un asino che proprio non sapeva ragliare.
Certo, non sapeva nemmeno scrivere, né sapeva come impostare un Power Point, ma chi, in fin dei conti, ne è davvero capace?
Ebbene, questo asino aveva però un desiderio dritto in testa: voleva volare Leggi il resto dell’articolo

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Le 13 cose – anteprima

[Qui di seguito un’anteprima dal romanzo Le 13 cose (Neo edizioni), di Alessandro Turati, dai primi di marzo nelle librerie]

Ho ricevuto una lettera dall’Uganda. Una bambina di dieci anni mi ringrazia per il sostegno a distanza. Grazie a me, dice, può andare a scuola. Grazie a me, mi sembra di capire, ha imparato a leggere e scrivere. Mi dice e mi fa capire queste cose in inglese. Potrei essere contento, ma so che sarebbe eccessivo: ieri sera ho speso più soldi per ubriacarmi di quanti ne verso in tre mesi per la sua istruzione. Potrei farglielo sapere, potrei dirglielo. Magari in inglese.
Io parlo un po’ inglese perché nel 1994 alle Cinque Terre ho conosciuto due inglesi in un bar. Abbiamo parlato di Londra e del Principe Carlo. Alla fine, così per ridere, mi hanno offerto un intruglio nel quale c’era anche della birra e della schiuma violacea: loro sono sbarellati e si son messi a suonare la chitarra; io mi sono coricato in un angolo credendo di essere un Tuareg. Leggi il resto dell’articolo

Appunti biodegradabili dalla terra della fantasia – 9

A Roma ho recuperato una mia vecchia tastiera da collegare al portatile, ma dopo una settimana non sono ancora riuscito ad abituarmi, sono lento, le dita si muovono con fatica e incontrano una durezza che ricorda i tempi – sarà stato dieci anni fa – in cui adoperavo la macchina da scrivere di mio nonno. Mi ci vorrà un po’ per abituarmi, inoltre nella settimana messa alle spalle ho scritto poco, quasi mai al computer e di rado su internet. Ho usato per parecchi mesi, prima di comprare il portatile nuovo, due anni e mezzo fa, questa tastiera con cui devo entrare in confidenza. È il secondo pc a cui faccio saltare i tasti, al vecchio saltarono prima la L e poi la A. La tastiera che ha perso la O era la migliore che avevo trovato, dovrei trovare qualcuno che riesca a ripararla.
Come vi dicevo la scorsa settimana, sabato sono stato a Lucca Comics Leggi il resto dell’articolo

Il mio senso dello scrivere

Beijing, 27-09-2010                                                                                                                                                                                                                           21:36

Il mio senso dello scrivere (dal mio ultimo libro Diaria di Bardo. Inedito e inaudito.)

Tutto ha preso una brutta piega: chi spiega più la piaga? Chi ancora è in grado di mettere il dito putrido d’inchiostro nella piaga imputridita di sozzura? Chi sa inoltrarsi nella cancrena paludosa, bagnarsi del vischioso catrame e saperne emergere alleggerito, contaminato ma incolpevole? Dove sei ragazzo stanco che osservi da uno spiraglio la tua città e ne intravedi la prossima distruzione e ne suggerisci miraggi di redenzione? Dove sei scrittore-profeta che con sottigliezza, disperazione, incanto, profondità, umorismo, facevi della tua arte un’arte indispensabile, una quotidiana imprescindibile necessità organica? Bere, mangiare, amare, leggere, allora si, poteva significare essere uomini. Chi sono oggi questi zampognari stonati che si millantano direttori d’orchestra? Appena alfabetizzati e credono che questo basti? Sono ingenui, inconsapevoli o scaltri profittatori del disastro sociale? In parole povere, in poche parole: parole vuote. Consunzioni neorealistiche prive di sradicamenti epifanici, teratologie pruriginose per ragazzini sadici, morbosi voyeurismi, intrattenimenti volgari, sceneggiature cinematografiche vendute come avanguardia. Non voglio saperne di quello che vedo. Chi sa raccontare quello che non vedo? Chi osa? Chiosa: la letteratura è piaga. La grande letteratura è stimmate. Epigoni, plagiari, seriali deuteragonisti. L’imitata opera è sempre limitata. Oltrepassare i limiti. Passare oltre. Varcare la frontiera. Sfrontati. Non cercare appartenenze ma appartenere alla ricerca. Totalmente. Salvatori di patrie galere imprigionano la salvezza dell’espatrio. Ci vuole sfratto per certe cose. L’abilità è avere padronanza nella labilità. Caracollare sul filo. Sfilare caracollando. Essere coscienti della propria incoscienza. Senza la congiunzione di questi presupposti o si è patetici esibizionisti o esacerbanti pedanti. Si trova il Senso laddove si cerca l’Insensato. E non c’è gloria, successo, trionfo. C’è solo perdizione nell’angosciosa vacuità del vivere, nel significato disumano dell’umana insignificanza. Battere il dente dove la lingua duole. Mordersi le labbra e bere il proprio sangue per sentirsi vivere attraverso la propria mortalità. Emanciparsi dalle mortificazioni dell’amicizia, dall’umiliazione della solitudine, dalle lusinghe artefatte dell’amore, dalle spire immobilizzanti della famiglia, dall’altezzosa indisponenza del proprio infimo arbitrio, dal paludoso dispotismo del potere, dal quotidiano squallido teatro del verminaio sociale, dall’idolatria di sé. Ombra. Io sono un’ombra. Intorno a me la mia zona d’ombra. Buio pesto. Pesto il buio. Cieco cammino. Una scala m’impone di scendere. Discendo dall’imposizione di uno scalo. Gradino dopo gradino. Degrado. A zero gradi azzero i gradi. Sono disertore di leva, militare di levasione. Più corro il rischio di raschiare il fondo più vado a fondo. Affondo. Schermaglia della salute. Mi libero finalmente. Mi libro finalmente. Leggero finalmente. Leggo finalmente.

Dario Falconi

[se vuoi ricevere cose da Dario Falconi scrivi un’e-mail a d4ok@yahoo.com]

Le nostre rose – Piccolo omaggio a Sibilla Aleramo e Dino Campana

Ho visto il film «Un viaggio chiamato amore», poi mi sono documentata sui protagonisti, Sibilla Aleramo e Dino Campana, che ebbero una travagliata relazione sentimentale, messa a nudo nelle lettere che la scrittrice e il poeta si scambiarono tra il 1916 e il 1918. La vita di Dino Campana è caratterizzata dal «male oscuro» ed è scandita da ricoveri in manicomio. Ho immaginato e ancora ho immaginato e mi sono immedesimata fino a scrivere questa pagina, questa lettera immaginaria, un libero omaggio, seppur misero me ne rendo conto, ai due grandi poeti e al loro immenso Amore. Nonostante la sua pochezza, voglio condividerla, qui, adesso, con voi…

Silvia Castellani

Cercavamo le rose. Le cercavamo insieme. Erano le mie rose e le tue rose. Poi ci siamo dimenticati le rose perché non erano le nostre. Erano solo le mie e le tue rose. Chiamavamo il nostro viaggio col nome amore. Nessuno si amava come noi. Pochissimi nella storia che ci ha preceduti si amavano come noi. Sono mesi che non ho tue notizie, che non ti vedo più comparire nei pressi della casa dove vivo.

Ogni tanto avverto la tua presenza vicina. Ma sono tracce, soltanto tracce che ti nascondono alla mia presenza. Se fossi rimasta al tuo fianco, te ne saresti andato comunque presto ed io avrei perso quel poco che avevo, quel poco che mi è rimasto e spero di convertire in opere di bene. Quello che è rimasto è il frutto di quel grande amore, di quel  viaggio insieme che è stato e non ha potuto essere ancora, perché di fronte alle cose troppo grandi e alle distanze troppo lunghe, avverti l’infinito e scappi per non impazzire. Ma impazzirai lo stesso, amore, perché così è scritto nel tuo destino. Siamo solo pedine in mano all’Alto anche se ci sforziamo di decidere le sorti della partita. L’abilità è una sciocca tenda da cui filtra in trasparenza la natura vera che ci compone. Carne e ossa. Si muovono per un po’ dentro a mura che noi stessi ci siamo costruiti all’intorno. Le convenzioni sociali che ci illudono di una protezione di gomma che ci fa rimbalzare riportandoci al centro dove prima eravamo. La paura è quella di non innamorarsi più perché l’intensità cieca di un sentimento incontrollabile è un pericolo che pochi possono raccontare ed è meglio che l’esperienza estatica non si ripeta. Ma la natura che ci tiene per la gola spinge a desiderare quella riproduzione di suoni e colori senza pari. Sono stata invitata ad una riunione sugli psichiatrizzati. Sento che avrò presto la possibilità di andare contro al sistema, di denunciare le falle sanitarie della salute mentale. C’è stato un giorno in cui io ho potuto scegliere. Ci sono stati giorni in cui altri non hanno potuto fare la stessa scelta e si sono ritrovati legati a letti, stretti da cinghie di cuoio. Matti. Da legare. Non chiedo mai soldi a nessuno. Mi bastano un abito liso e scarpe buone e resistenti. Per il resto so che il mio Dio, il tuo Dio, provvederà ai miei bisogni primari. La mia fede non mi abbandona, non più ed è da quella forza che ora il mio spirito trae nutrimento. Non vado a letto con nessuno, da tanto tempo. Non succede perché non amo. Dubito che potrò nuovamente amare nel senso che noi conosciamo. Quello che ci faceva cercare insieme le rose disperatamente. Quelle rose che non abbiamo potuto trovare ma che hanno permesso a me di vivere per sempre.

Ti saluto, amore mio, perché la testa è stanca e non ragiona più bene.

Sibilla


Il bambino dimenticato

Il mio nuovo racconto si svolgeva nei giardini Margherita di Bologna. Fra tutti i parchi d’Italia avevo scelto quello perché il tema superficiale della narrazione (la maternità) aveva risvegliato in me, in maniera del tutto automatica, un ricordo d’infanzia confuso nei contenuti ma netto nel contorno: quando ero bambino, nel corso di una visita organizzata da mia nonna per passare in rivista il distaccamento emiliano di biscugini e prozie, si era fatto tappa in quei giardini.

A seguito di rapida documentazione, avevo appreso che Margherita era stata sì Regina amatissima, filantropa, benefica, dispensatrice di doni, ottima moglie a onta delle avventure galanti dell’infausto Re che accompagnò già dal primo di tre attentati – l’ultimo fatale, sullo scoccare del XX secolo; e ancor più prodiga e munifica (con devozione e modestia) era stata come vedova, e nondimeno ancor più amata, adorata quasi, da destra e da sinistra, in democrazia come in dittatura, fino all’apoteosi del funerale; sì, era stata ottima regina.

Ma pessima madre. La sua prole: un unigenito nanesco, bilioso, ottuso, la cui nauseante longevità servì solo a permettergli di manifestarsi appieno in tutta la pochezza di cui era capace.

Una mattina di fine luglio montai dunque sul Regionale, valicai gli Appennini, e da Bologna Centrale saltai sul 33, l’autobus della circonvallazione – ma quello sbagliato, che viaggia in senso antiorario invece che orario –, e seduto su un seggiolino rovente, dopo venti minuti di vedute panoramiche di viali non trafficati, scesi a Porta Santo Stefano e varcai il cancello nordorientale dei giardini.

Del luogo che ricordavo non c’era traccia. Io ricordavo: un pratone in salita (un’erta salita) pieno di margherite, animazione, chiasso, ragazzi con i pattini, sentieri che si perdevano nella foresta, e naturalmente mia nonna. Invece ora non c’erano né foreste né prati scoscesi né ragazzi intenti in acrobazie. Delle margherite restavano milioni di mozziconi color tabacco bruciati dall’estate. Come diceva il cartello all’ingresso, il giardino aveva “evidenti legami con il giardino all’inglese o romantico”: un tessuto ampio e disteso di viali asfaltati dal percorso ondulato, inframmezzati da prati e boschetti (soprattutto, sempre secondo il cartello, di “cedri, pini, ippocastani, platani, cipressi calvi, farnie, una sequoia”). Su tutto incombevano il caldo meticoloso della pianura e l’eco inesauribile delle cicale. Siccome il mio racconto si svolgeva su una panchina, dovevo anzitutto esplorare il parco e scegliere la panchina più appropriata. L’esplorazione fu istruttiva: scoprii che il parco era assai ameno, che le strade erano dedicate a eroi della Resistenza, e che faceva troppo caldo perché qualsiasi madre avesse l’incoscienza di portare il suo bambino al parco (poco male: non avevo necessità di modelli, avendo già precisa idea dei personaggi del racconto).

Trovai tre luoghi adatti: il primo era Piazzale Mario Jacchia (“caduto per la libertà”), uno slargo sul lato orientale del parco, un centinaio di metri dopo la statua equestre di Vittorio Emanuele II. Era un piazzalotto inutilmente ampio, triste, percorso dal vento che vi menava ondate di foglie. Vi si affacciava lo “Chalet restaurant”, una palazzina liberty in ottimo stato ma in disuso, tanto lugubre ora quanto gradevole un tempo, specialmente a causa dell’effetto tombale delle saracinesche turchese che sbarravano il triplo ingresso e le due doppie finestre al piano terra. Al lato opposto del piazzale, sormontata da conifere notturne e maestose, c’era un’insenatura dello scalino separante l’asfalto dal terreno, nel cui spazio trapezoidale si raccoglievano tre panchine. In quell’accenno di alcova, pensai, avrei potuto ambientare il racconto, sfruttando i tratti di malinconico abbandono dell’ambientazione per dare alla storia un tocco vagamente gotico.

La seconda panchina che trovai era dall’altra parte del parco, vicino al cancello di Porta Castiglione, un po’ nascosta fra il chiosco con tavolini di un bar, la buffa ricostruzione di una capanna villanoviana (“la muratura è in terra cruda, il coperto è in legno e canne di palude”), dei giochi per bambini su formelle di gomma, e il retro di un cinema parrocchiale dismesso. Era una curiosa panchina a forma di boomerang posta davanti a una interessante vasca a forma di fulmine, senz’acqua, piastrellata con un reticolo di quadratini di un blu così intenso che quando un piccione lo sorvolò gli se ne tinse il petto. Il luogo era accogliente, ma un po’ troppo affollato di elementi che non avrei saputo come inserire nella vicenda.

La terza panchina era in realtà un gruppo di nove panchine circolari che facevano ognuna un anello alla base di un pino. Si trovavano nella parte centrale del lato nord del laghetto, l’invaso artificiale che corre all’incirca parallelamente a Viale Gozzadini, e separa la striscia di parco più esposta al traffico e alla vita cittadina dalla parte più grande, dove le macchine non si vedono e non si sentono i motori. In quel punto la vegetazione delle sponde si apre per lasciar posto a una elegante “scogliera in selenite” che serve a dar agio ai visitatori di affacciarsi ad ammirare le cinque fontane lacustri e le centinaia di tartarughe che stazionano appena sotto la superficie dell’acqua.

Fu per istinto, non per scelta consapevole, che scelsi come teatro dell’azione quest’ultimo scenario. Mi sedetti sulla panchina più vicina al laghetto (era il mio piano fin dall’inizio: scrivere un racconto che si svolgesse nel punto esatto in cui ero seduto a scrivere), tirai fuori il quaderno e la penna, e mi misi a scrivere.

Gregorio Magini

Continua tra una settimana…

Trauma cronico – Saluti e baci

Eccoci giunti all’ultimo appuntamento dell’anno con Trauma cronico, la rubrica va in vacanza per tornare domenica 3 gennaio 2010; segnatelo sul calendario nuovo di zecca, programmate la sveglia del cellulare, scrivetelo sui muri.

Sono un po’ stanco, la rete sfianca, devo disintossicarmi per qualche giorno del web. Negli ultimi mesi ho lavorato tanto per questo blog, appuntamento quotidiano per un numero sempre maggiore di lettori, voi, che ci date la forza di continuare a ricercare contenuti sempre nuovi. Colgo l’occasione anche per ringraziare a nome mio e di tutto il collettivo i tanti amici, scrittori ma non solo, a cui chiediamo di contribuire alla causa.

Per il nuovo anno speriamo di portarvi nuovi autori, giovani promettenti e firme già riconosciute nel panorama letterario nazionale. C’è qualcuno che sta già lavorando per noi, e per voi.

Il blog continuerà ad essere aggiornato ancora per qualche giorno, poi si prendrà un po’ di vacanza. Mertitata? Ditelo voi…

Domani c’è il consueto appuntamento del lunedì con la “Poesia precaria”, la rubrica di Andrea Coffami e Luca Piccolino. Vi anticipo solamente che ospiteremo una poetessa bravissima che ha letto ad un paio di reading insieme a noi. Avete capito? Scopritelo domani.

Martedì pubblichiamo la seconda parte del racconto diviso in tre di Daniele Vergni, L’inferno (il terzo sarà online il 5 gennaio).

Mercoledì infine chiudiamo i battenti rinnovando l’appuntamento per sabato 2 gennaio 2010 con l’undicesimo episodio del feuilleton politico surreale e grottesco di Simone Ghelli, La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia.

Per concludere ho piacere di segnalarvi qualche titolo di autori italiani usciti nell’ultimo biennio che ho letto quest’anno e che vi consiglio assolutamente. Purtroppo ne dimenticherò qualcuno, di quelli letti, e tanti, di quelli che ancora non sono riuscito a leggere. Ma credo di potervi dare ottimi suggerimenti. Leggete, e fatemi sapere.

Ecco a voi la mia piccola lista in ordine sparso:

Giorgio Vasta, Il tempo materiale

Giuseppe Genna, Italia de profundis

Vanni Santoni, Gli interessi in comune

Claudio Morici, La terra vista dalla luna

Peppe Fiore, La futura classe dirigente

Cristiano Cavina, I frutti dimenticati

Luca Moretti, Cani da rapina

Ed infine, perché no, Il cagnolino rise, l’omaggio a John Fante di vari autori, tra cui i precari Ghelli, Zabaglio e il sottoscritto.

Buone letture e fate i bravi.

Gianluca Liguori