Trauma cronico – Buon compleanno Scrittori precari!

Buon compleanno Scrittori precari!

Già, oggi il nostro progetto compie un anno, tanto è passato da quella prima volta insieme, eravamo ospiti del Cineclub Alphaville, io, Simone e Luca, nel pubblico si contavano una dozzina di persone, tra loro, arrivato in ritardo da Latina, c’era anche Zabaglio, da qualche mese mio compagno di avventure nei reading/presentazione dei nostri libri targati Tespi. Ma era solo l’inizio.

Zab sarebbe entrato di lì a poco a far parte della banda, dal secondo appuntamento, il battezzo al Simposio, un successo oltre le nostre più rosee aspettative, tanto che da quella volta ne è nato un appuntamento fisso mensile, dove siamo stati accompagnati da prestigiosissimi ospiti fino ad arrivare alla straordinaria maratona letteraria di settembre, la grande anteprima del meraviglioso tour che ci ha portato in giro per l’Italia, di cui potete leggere le peripezie nel Diario di bordo di questi Don Chisciotte della penna che ancora credono nella forza delle parole, schiavi d’esse.

Da maggio è entrato nella combriccola anche Alex, e poi come non ringraziare anche il nostro ospite più assiduo, Vanni Santoni, uno dei miei preferiti scrittori viventi, che è stato con noi cinque volte.

Oltre trenta appuntamenti, quasi come una rock band, e non siamo ancora stanchi, anzi, dopo aver debuttato persino in teatro grazie a quei due folli di Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani, ideatori dello spettacolo Trauma cronico, che siamo pronti per portare in giro (gli interessati possono scrivere a scrittoriprecari@yahoo.it)

Quando vivi intensamente, il tempo, sembra durare di più. Sono orgoglioso di poter dire che questa di Scrittori precari è stata una delle più belle esperienze che ho vissuto, sono cresciuto tanto, come uomo, e come autore. Leggere spessissimo in pubblico mi ha aiutato molto, condividere i miei scritti è stata ed è una notevole fortuna, un’opportunità non da poco per chi come me ha scelto la strada della letteratura giovanissimo, vivendo per essa. Per leggere. Per scrivere.

Tanta strada percorsa, e tanta ancora da farne, per riportare la letteratura ovunque, perché il nostro morente paese, Italia, ne ha tanto bisogno, ha dimenticato la sua storia, e continua a subire.

Ma oggi è un giorno di festa, e dobbiamo festeggiare. Se non hai niente di meglio da fare, il consiglio che ti posso dare è quello di leggere un buon libro, e condividerlo, parlarne, invitare gli altri a leggerlo.

Bisogna scrostare gli ingranaggi interrotti di questi nostri concittadini alienati e distratti dal vuoto.

Bisogna invitare alla lettura, perché ci si possa svegliare insieme da questo torpore asfissiante.

Vi saluto cogliendo l’occasione per ringraziare i tanti di voi che seguono le nostre avventure e che quotidianamente leggono questo blog. Se siamo ancora qui e continuiamo questa avventura pieni di entusiasmo è solo grazie a voi.

Vi aspettiamo il 17 ad Aprilia (LT) e il 19 a Roma in quel di San Lorenzo (maggiori dettagli nella sezione Prossimi appuntamenti).

E naturalmente qui sul blog ogni giorno.

Stappate le bottiglie che oggi è un giorno di gran festa. Buon compleanno Scrittori precari!

Ah, dimenticavo, stasera, verso le sette, andiamo a sentire il reading di Nicola Lagioia al Chiccen, al Pigneto. Se passate, beviamo qualcosa insieme.

Gianluca Liguori

Face to Face! – Barbara Alberti

Barbara Alberti è in assoluto una delle donne più incredibili che abbia potuto conoscere nella mia vita. Completamente priva di qualsiasi anoressia mentale è un ciclone di vita, intelligenza e ironia.

Nel suo ultimo Letture da treno (Edizioni Nottetempo), parla, analizza, ci presenta grandi classici della letteratura internazionali con il suo charme narrativo inconfondibile.
Proprio da quest’ultima prova letteraria nasce un’intervista sui generis in cui le domande non le faccio soltanto io.

Come è nato il tuo libro? Da quale esigenza?

Dalla mia esigenza primaria, quella di ridere. E dalla mancanza di memoria (che non credo sia un caso, ma una colpa: della disattenzione, della superficialità, dell’idolatria dell’istante). Quando leggo un libro faccio una scheda, un libero commento. Ho gli armadi pieni di note sulla letteratura. Che sono anche una rivolta alle scempiaggini delle “terze pagine”. Un rapporto personalissimo, insolente e innamorato con i classici. Un rapporto stretto con i personaggi che sono amici, nemici, amanti, carnefici.

Dove comincia il viaggio? Alla stazione di partenza o a quella d’arrivo?

Comincia durante- in ogni istante- comincia “prima”- quando “ti senti” in viaggio. Puoi essere dovunque. Mi viene in mente una scena di “Capricci”, un film di Carmelo Bene- dove c’è un vecchio che sta a cavallo del water come su un cavalluccio di legno o su un ippogrifo, e dice in puro salentino (che non so ripetere, così traduco): “Non essere geloso, non essere geloso, prendi un treno e vieni a Londra con me”.

È successa una cosa strana: dopo che ho pubblicato la recensione del tuo libro mi sono arrivate delle mail con delle domande per te. Te le giro.

(In coro) Froci a chi??? Insolente dama! Ancora vuol fare la femminista? Ancora ce n’è bisogno? I tre (anzi quattro) moschettieri.

Sapeste quanto mi annoia anche solo la parola, “femminista”! Credevo che certe conquiste di civiltà fossero per sempre, e non solo per quanto riguarda le donne: sfruttamento sul lavoro, razzismo… Macchè: il dna non trasmette la democrazia, bisogna ricominciare daccapo ogni volta. Forse a voi, che vivete in un sovramondo letterario è sfuggito qualcosa: che qui, tanta tecnologia tanto progresso, ma stiamo tornando alla clava. Guai ai disarmati. Che siano vecchi, donne, bambini, poveri, stranieri. Purtroppo bisogna avere il coraggio di tornare ad essere noiosi, e ripetere all’infinito Nati non fummo a viver come bruti…

La morte può essere noiosa? Jacopo

La sua, sì. Ma non più della sua vita. E non meno del suo libro.

Di mostri, bestie e dei ne ho incontrati nel mio peregrinare. Sono stato trasformato, ma non in un bove con le gambe. Tradire è dunque la giusta via di fuga dall’egoismo umano? Nessuno

Non mi faccia il moralista, la prego: vuole offendere la sua leggenda di grande esploratore, di eroe della conoscenza? E non mi faccia il filosofo, lei che è un vitalista, e un furbo (il contrario del pensiero). Quando parla di tradire immagino si riferisca ai tradimenti di Penelope: perché i suoi, caro Qualcuno, se non sbaglio, li chiamerebbe esperienze.

Señora, sono molto felice del racconto che ha scritto su di me e volevo chiederle se c’è ancora spazio per i sogni e soprattutto se il prendere in spalla quelli degli altri è coraggio o incoscienza.
Suo Sancho.

E’ trasfigurazione, è una facoltà, divina, è arte- è doppia tenerezza.

Ecco, sai comunque mi premeva farti avere anche un “confronto”. Torniamo a te e a noi.
Ho un piccolo problema: tra metrosexual e cloni di ‘Sex & the City’ non so più se provarci, con chi provarci o se è meglio l’onanismo. Ma cos’è successo ai “ruoli” sessuali e all’amore?

Boh.

Comunicazione e incontri ormai avvengono per mezzo di Facebook, piattaforme on line, chat. Si può ancora parlare di relazioni pericolose?

Magari!

Da anni cerchi la scomunica. Ma quante ancora ne dovrai combinare prima di riceverla?

Ho perso ogni speranza. Se non è bastato ripubblicare Vangelo secondo Maria (Castelvecchi), dove la Madonna rifiuta la maternità divina, e Gesù non nasce, ho paura che questo onore la Chiesa non me lo farà mai.

Cos’è la religione oggi? Stato, potere, denaro o una croce di legno?

La Chiesa cattolica è una multinazionale. Altro è il rapporto che si ha col sacro, che riguarda ognuno intimamente, sia che si creda in dio oppure no.

Per terminare ti lascio questa petizione sempre ricevuta nella mia casella e-mail: “A nome di tutti gli scrittori vilipendiati nel suo libello, io Alexandre Dumas in qualità di portavoce del gruppo “Gli dei incompresi dall’Alberti” le porgo la seguente domanda: Ma un po’ di caz** suoi no?!”

Eh anche troppi, caro Alexandre, anche troppi.

Alex Pietrogiacomi

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 6

[Leggi qui le precedenti puntate]

Tutto ebbe a cominciare a Roma, come già si è accennato, ma l’inizio non fu affatto col botto. I soci fondatori, presenti al primo alcolico incontro, furon soltanto due, che poi sarebbero diventati (guardate voi come s’ingegna a volte il caso) il più giovane e il più vecchio dell’allegra compagine. Erano entrambi reduci da altri esperimenti maturati in rete, ma ormai vogliosi di sperimentare per strada il virtuale, che altrimenti sembrava loro di scrivere un po’ col fumo negli occhi. Questo almeno è quanto riportato da chi ancora li frequentava in tempi non sospetti, da coloro che negl’interrogatori parlano di altissimi ideali recitati a gran voce e di discorsi sui massimi sistemi che facevan perder di vista il dettaglio e confondevano le acque – questa a dire il vero è una massima che prendo a prestito da un semiologo toscano di chiara fama internazionale, nonché mio maestro, che mi ha sempre consigliato di procedere una pagina alla volta anziché spiccare il volo verso l’iperuranio*, laddove poi non ti segue più nessuno.

Questi due, poi, avevano stili completamente diversi, tanto da non capire cosa li accomunasse, se non la venerazione per Bacco, dio del vino, della vendemmia e dei vizi. Di questa passione ne scrivevano un po’ in tutte le salse, come di ogni romantico che si rispetti, che ha il culto dell’artista maledetto, detentore di ogni più sacrilega verità. La loro naturale inclinazione all’autodistruzione stride però non poco col compito che s’eran prefissati, e ancor più col primo fallimentare tentativo, che li vide comparire dinanzi a un pubblico inesistente o quasi; ma non per questo desistettero dal proceder oltre. Anzi, a onor del vero se ne aggiunse subito un altro alla triste accoppiata, che divenne così un terzetto armato anche di versi; sì, perché quest’ultimo era poeta e anche imbianchino, fautore d’una teoria che accomuna il metro alla pennellata, che va in un sol senso affinché non sgoccioli vernice su cui aver poi da ridire a servizio concluso. In tre c’era ancor meno da capire, ché era evidente il guazzabuglio in cui s’eran gettati, così come alle ortiche ebbero a buttare qualsiasi residua speranza di partorire un seppur confuso manifesto d’intenti.

Ecco dunque spiegato il trucco, ché in mancanza d’idee originali essi misero l’accento sull’impegno civile, questo astruso concetto che continua a infettare qualsivoglia intellettuale con un’idea del mondo diversa da quella comune. È questo un paradosso non da poco per chi si batta, almeno sulla carta, per la condivisione di qualsivoglia valore; quando invece il vero intento è di convincere gli altri della bontà dei propri principi, che si spaccian per migliori quanto più non attecchiscono nella maggioranza delle menti (e giù a dire che se non succede è colpa di questo e di quest’altro, e in principio soprattutto della televisione e di chi la detiene, come se ci fosse qualcuno a tenerci il dito pigiato sui tasti del telecomando). Insomma, gli è che l’idea di cambiare il mondo per mezzo della letteratura è roba già defunta e sepolta dalla polvere dei secoli, ma questi tre non se n’ebbero a dar pace, e a forza d’insistere ne assoldarono altri due con questi strani grilli a passeggio sulla testa.

Uno, anch’egli avvezzo al verso, si fece avanti col bagaglio dell’esperienza on the road (ennesimo luogo comune che incontreremo lungo la strada di questi apostoli del verbo), ché da anni girava l’Italia per gareggiare nei tornei di poesia, guadagnandosi la fama di eterno secondo (del primo non dirò, per non apparir fazioso). L’altro arrivò assai dopo, ed era anch’esso esperto in tornei, ma di quelli da vincersi con le mani (e non le dita, si noti bene), e di cui ho già parlato più sopra.

Quale sia il motivo per cui il numero di cinque sembrò loro sufficiente resta uno dei misteri di questa vicenda, ma, per quanto possa contare, il mio parere è che nell’utilitaria a gpl non ci fosse posto per niun’altro, e questo per adesso ci basti, a testimonianza del fatto che in certi ambienti si debba far di necessità virtù.

Simone Ghelli

*È questo il nome che dà Platone a quella zona al di là del cielo in cui risiederebbero le idee immutabili e perfette.


Poesia precaria (selezionata da L. Piccolino) – 12

Patrizia Berlicchi è una poetessa e una mia amica.

Man mano, leggendo le sue opere, ho creduto di essermi ormai fatto un’idea sul suo modo scrivere.

Fandonie.

Semi (Aletti editore 2009) è un libro estemporaneo, spiazzante, immediato ma non facile.

Poesie di tre righe che appaiono complete, avvolgenti, profonde, delicate, potenti, coraggiose.

L’unico indizio che Patrizia lascia è una piccola introduzione da cui estraggo un passaggio:

Semplicemente sono stata in silenzio, in ascolto, aspettando che le immagini “risuonassero” in me e si facessero segno.

Soltanto semi adesso ma, sono fiduciosa, con amore e perseveranza arriverà il frutto maturo.

Tutto il resto è un viaggio che il lettore dovrà compiere apparentemente da solo.

Poi, guardandosi intorno potrà notare come i semi passati sotto ai suoi occhi stiano via via germogliando riempiendo lo spazio circostante.

Non è possibile, a mio avviso, estrapolare dal suo contesto una delle poesie dell’opera menzionate senza commettere un delitto o peggio sminuire il lavoro di questa autrice.

Quindi attingerò i versi di oggi dal libro Nessuna stazione (Montedit) altro bel capitolo della produzione poetica di Patrizia Berlicchi.

Buona lettura.

Luca Piccolino

La notte lo snodo

 

Mi piace il ferro arrossato

l’intonaco scrostato

guarito

da notturni invisibili pittori;

angeli resuscitatori

della città ferita

a morte.

Mi piacciono le porte

che accolgono

discrete

generose

lacrime sbrindellate

risate

dolorose…

fino alle fusa dell’aurora

mentre la notte ci reclama ancora.

Patrizia Berlicchi

Patrizia Berlicchi è nata a Firenze il 7 gennaio 1962 e vive a Roma.

Ha pubblicato: Disattendere, prego (edizioni Il Filo 2006), Amorepureamaro (Nicola Pesce editore 2006), Carne mia (Montedit 2007), Exilva (Aletti Editore 2008), Arcaninversi (versi ignari sugli arcani maggiori) (Montedit 2008), Nessuna stazione ( Montedit 2009), Semi (Aletti editore 2009)

Face to face! – Paolo Baron

Toilet è una realtà letteraria giovanissima, tenace, incredibilmente in mutazione e soprattutto capace di tirare fuori veri e propri conigli dal cilindro.

La testa (rasata) dietro questa energia editoriale è Paolo Baron e mi sono fatto due chiacchiere veloci con lui…

Toilet. Detersivo, detergente, profumo o che?

Scelgo il detergente, un detergente profumato per le ansie del quotidiano, direi. Toilet, la nostra raccolta di racconti da leggere in bagno è un momento di distacco da tutto quello che è fuori dalla porta (del bagno appunto) che è poi il luogo dove “consigliamo” di leggerlo, almeno ci piacerebbe che fosse così, anche se in metro, tram, aereo va bene lo stesso…

Quando avete messo la prima maiolica e perché?

Alla fine del 2005, volevamo mettere su carta quello che già pubblicavamo su web (www.toilet.it) per il puro piacere di raccontare storie. Ci piaceva l’idea di farci leggere anche lontano da un pc, partendo appunto dal bagno. Il numero 0 rimase in giro per 6 mesi prima di accorgerci che la gente lo aveva richiesto ancora e ancora presso le librerie amiche dove lo avevamo “poggiato” per vedere cosa succedeva.

Chi legge e chi scrive Toilet ma soprattutto cosa rende un racconto “da Toilet”?

A leggere e scegliere siamo in dieci, editor di professione, scrittori e non. Tutti sfrenati lettori di libri.
Lo scrivono tutti coloro che hanno la voglia e le qualità per mettere su carta un’emozione o una storia ben raccontata, con una bella prosa senza lungaggini.

Ma si può fare sesso in un bagno?

Non esiste un posto dove non si possa fare sesso, non credi? Il bagno offre una serie di spunti, la vasca, la cabina doccia, non esiste un limite alla fantasia. Quando la natura si scatena non guardi dove sei.

La domanda voleva portarti alla vostra ultima fatica “I love porn”. Ce ne parli e ci dici come avete scelto i porno scrittori che hanno macchiato la carta?

Anche se è un progetto ben distinto, abbiamo voluto utilizzare lo stesso sistema di raccolta di toilet, il nostro sito internet, abbiamo inserito il link a www.iloveporn.it e poi un bando che diceva: pornografia: s. f. trattazione o rappresentazione, in scritti, disegni, fotografie, spettacoli, di temi o soggetti osceni, fatta senza altro intento che quello di stimolare eroticamente i fruitori.

Ci è arrivato di tutto, e credimi, ci sono i termini per un’indagine sociologica su: “l’interpretazione della pornografia del nostro tempo”. Abbiamo letto tutti i racconti pervenuti ed abbiamo capito che esiste una confusione tra porno, sesso e descrizioni schifose degli atti più strambi e spesso disgustosi che puoi immaginare, ma questa è un’altra storia. Così, scelto il meglio dal materiale ricevuto, abbiamo reclutato direttamente un piccolo gruppo di autori ed autrici a cui abbiamo chiesto di trasmettere un’esperienza, un’idea, un sogno.

Il risultato è un volume pieno di racconti a base di sesso intenso, chiaro, vibrante, a volte estremo, a volte dolce. A sfondo ironico, misterioso o politico. Sesso nella sua magia e nelle sue aberrazioni, l’ho scritto anche nell’introduzione.

Tu sei anche un musicista e te la servo lì: la colonna sonora ideale per stare sotto le coperte?

Questa tua domanda è troppo bella per essere vera, era preparata, lo diciamo? Infatti mi permette di annunciare l’uscita di PLAY TO LOVE.

Volevamo diversificare l’offerta, insomma: “non solo libri”.

PLAY TO LOVE è un cd espressamente scritto e registrato per fare sesso. Niente compilation e robe tipo love songs. Abbiamo inciso una lunga serie di brani cercando di trasmettere una sensazione di pace e relax. Siamo stati attentissimi a non infastidire con suoni distorti o batterie assordanti, abbiamo lavorato nota per nota, rullanti e casse, per regalare un’atmosfera diversa agli spazi dedicati all’intimità. Le ritmiche di PLAY TO LOVE ti “cullano” senza mai eccedere in velocità, oscillando, tra i 60 e i 90 bpm, una velocità volutamente vicina alla frequenza cardiaca (70-75 bpm in un essere umano adulto a riposo), così da trasmettere, in maniera subliminale, un’ulteriore sensazione naturale di piacere e rilassatezza, quella dell’utero materno per dirla tutta.
Otto mesi di produzione, un mixaggio in uno studio tra i migliori della capitale e il mastering affidato a Greg Calbi che ha lavorato con così tanti artisti che non avrei spazio per elencarli: David Byrne, Brian Eno; ha masterizzato
The unforgettable fire degli U2, mi vengono i brividi solo a pensarci. Ha lavorato anche con John Lennon, un’esperienza unica.

Toilet: stimolante e…

Divertente, a volte amaro, crudele e altre vivo, pungente, polemico, critico, insomma qualcosa di estremamente eterogeneo. Così come eterogenee saranno le proposte della nostra casa editrice, la 80144edizioni, lungo tutto quest’anno e sicuramente lungo i prossimi.

Stiamo cercando infatti di evidenziare la netta distinzione tra Toilet e gli altri progetti (come appunto I love porn e PLAY TO LOVE) per evitare di fossilizzarci su quello che è il nostro cavallo di Troia, ma che adesso si sta aprendo e, uno ad uno, sta facendo uscire Ulisse e i suoi guerrieri. Ma non intendiamo bruciare niente, state tranquilli…

Alex Pietrogiacomi

Le puntine da disegno del capitale

Sono le puntine da disegno del capitale.
Sono studenti, stagisti, sono in ricerca.
Conficcati in un muro in attesa di cadere, sostengono il peso per un po’; poi cadono.

Ines ha tentato di tutto per apparire più bella, quando ha saputo che quei sei mesi non avrebbero portato a nulla. Ines, la nostra stagista, quella che ero convinto mi avrebbe fatto le scarpe. E invece no. Ha trascorso tutto questo tempo poco lontana da me, di solito seduta, in ricerca vorace di informazioni, di feedback, frammenti. Bruciava per capire dove avevano nascosto il salvagente, tentava di rendersi indispensabile.

Ines era quella diversa: da noi perché più dinamica e pronta a prendere tutto, a subire con garbo, a farlo suo; dai suoi coetanei perché così giovane e impermeabile all’apatia, così meccanica nell’efficienza, nel suo non appannarsi mai. Le avevano detto, come una confidenza che non si dovrebbe fare, che era quello che stavano cercando. Le avevano confidato che si cercava ancora, nonostante le voci, nonostante l’evidenza. E invece no, l’evidenza diceva il vero.
Da quando sono caduto in depressione ci immagino tutti posizionati sugli scaffali di una cartoleria. Uno di quei negozi che fanno tanto vecchio quartiere, dove ormai nessuno va più, perché ci sono i computer per scrivere, e ci sono i supermercati per comprare quel poco di cancelleria che serve, e a meno. Mi è diventato chiaro, col tempo, che la cartoleria è il mondo del lavoro, e noi gli articoli in vendita, senza nessuno ad acquistarci.
I creativi le matite colorate, i ricercatori di marketing gli evidenziatori, le segretarie i raccoglitori ad anelli, il nastro adesivo gli account, eccetera.
Tutti lì a prender polvere.
Le puntine da disegno sono le più dolorose. Ognuno di noi lo è stato; lo saremo presto, di nuovo.
A volte penso a quando vivevo con i miei genitori e c’era qualcosa da appendere – una foto, un diploma, un poster – mio padre usciva il sabato e tornava con una di quelle cornici industriali con il plexiglass al posto del vetro. Forava il muro, metteva un tassello, e la stampa restava lì, giusto un po’ meno nitida ma appesa, tranne che in caso di terremoto.
Quando sono venuto a Milano, era diverso. Cambiavo casa in continuazione, o meglio cambiavo stanza, tutto era molto ostile e io cercavo di scendere a patti con questa crudeltà, mi trascinavo dietro più cianfrusaglie che vestiti e appena prendevo possesso di quattro pareti nuove mi accanivo a ricoprirle, per renderle simili alle precedenti. Solo che non c’erano più cornici, trapani, c’erano le puntine da disegno. Bastavano un paio di colpi e la locandina del film era fissata, la caricatura fatta da un’amica, il collage osceno di ritagli di giornale. Stavano su, per un po’.
Quando mi svegliavo trovando a terra una foto e poco lontano la puntina, un po’ storta e inutilizzabile, di solito era ora di cambiare stanza, di nuovo.
Ines è così, e anche quella che il mese prossimo prenderà il suo posto che non c’è, e chi piangerà sognando la scrivania di Luigi. Io li vedo, tutti uguali, ma ciascuno con un piccolo segno distintivo, o meglio con una serie di tratti distintivi e omologanti insieme, a gruppetti, ancora una volta come le puntine da disegno, quelle con le capocchie nere, quelle rosse, blu o gialle, bianche, grigie. Ciascuna nella sua scatolina, insieme a tutte le altre, pronta all’uso, pronta sostenere, stortarsi e cadere: chi ha fatto scienze della comunicazione, chi ha tentato la carriera accademica, chi ha messo la testa a posto, chi ha deciso di cambiar vita e inseguire i propri sogni, chi ha bisogno, e chi ha bisogno; tutti.

Ines arriva ogni mattina sempre più presto, a sfidarci, per questo si fa bella, chiusa in bagno, prestissimo, con i ritagli delle riviste a indicarle la strada, le strategie di trucco, quei volti color faretti e polistiroli e cosmesi, a cui assomiglia sempre di più con il passare dei minuti, sempre più lontana e patinata, e con un sorriso che sfiora la paresi fa il suo ingresso nell’open space come una piccola tromba d’aria, vestita secondo un manuale aggiornato scrupolosamente, pensando e non pensando a quanto le costa venerare le tendenze, in attesa di poterle imporre, a quanti soldi brucia ogni mese, forse ricordando che questo stage semestrale non era assolutamente retribuito, nemmeno rimborsato, a parte qualche striminzito buono pasto, forse ripetendosi che questo modellarsi, questo non crollare mai lo sta facendo per il proprio futuro, «Ciò che non uccide fortifica» ha scritto sul suo blog, e poi anche «Andare a caccia di ciò che è cool rende gelidi», forse Ines si prenderà un periodo sabbatico, lei e il windsurf.

Questa non è la solita tirata contro il precariato. È una constatazione: abbiamo perso.
Tutti, tutti.

Il problema non sono le condizioni materiali, la crisi economica, la scarsità della domanda. Sbagliano. Il nocciolo della questione è il desiderio. Il nostro essere puntine da disegno del capitale (il nostro esserlo stato, il nostro stare per) deriva dal fatto che non sappiamo volere altro, non ricordiamo nemmeno di poterlo fare. L’altra metà della trappola sono le aspettative: ci hanno convinto che ci siano dei futuri possibili, tenuti da parte per noi. Ci hanno inculcato questa idea fin dall’età più inconsapevole e intuitiva, ci hanno contaminato. Ci hanno rassicurato: c’è qualcosa per noi, di designato e gratificante – certo non sarà distribuito così, alla cazzo, ma in cambio di un ragionevole impegno noi saremo tutto; concertisti oppure padri di famiglia, speculatori di borsa che comprano e vendono azioni con il loro MacBook da una spiaggia della Guadalupe, assistenti sociali, scenografi. Noi li abbiamo ascoltati, ci siamo rassegnati. Niente è precluso, ci hanno detto, purché ricercato in maniera costante e ragionevole; e invece no. È falso. Peggio: è pericoloso. Questa minuziosa catena di montaggio di aspettative, a cui ci esponiamo come a una chemioterapia, sgretola la capacità di provare desideri, ci mangia all’osso. E la pulsione erotica verso i nostri sogni, la voglia di farsi una sproporzionata e infinita e goduriosa scopata con la vita, sono degli strumenti di resistenza, dei grimaldelli che però ci sono stati tolti di mano in maniera complessa e consapevole. Sono riusciti a trasformare tutte le nostre esperienze – dall’hobby alla perversione sessuale, dalla rabbia allo sport – in esperienze formative. Ci hanno convinto (e in un modo così totale e scacchistico che ci si può solo inchinare) che proprio quei frammenti di vita che per definizione, tempo libero, stanno dall’altra parte della barricata, proprio quegli atti in cui si è sempre investito il massimo carico emotivo, la propria risicata quota di pazzia e spontaneità, siano funzionali. Ce li hanno portati via. Così oggi cerchiamo di collocare nello schema del nostro curriculum quello che facciamo ancora prima di compierlo, e addirittura per decidere se compierlo o meno. Se non si incastra, se ha un posizionamento troppo ambiguo, lo evitiamo. A questo punto tutto è pronto per il colpo di grazia. Che, viste le premesse, non è nemmeno qualcosa di spettacolare, di ultraviolento: basta una spintarella. Quando si entra finalmente nel mondo reale (perché prima si viveva in una parentesi, e ce ne rendiamo conto in quel momento) le aspettative vengono deluse, tutte insieme. Non c’è niente.
Così non si entra mai, per davvero, ci si esilia nelle pieghe di una realtà immaginata. Ci si stacca, ci si aliena, ci si rimuove. Di solito qualcosa si storta dentro, e non va a posto, mai. Ci si deprime, tutti e in profondità, con più o meno consapevolezza, che si trovi lavoro oppure no, che si duri, che non. Le puntine da disegno, così colorate, così pronte all’uso. Così rotte. E quando capisci che qualcosa non va, che tutto non va, e vorresti reagire, ti trovi rapinato del desiderio, ed è come se intorno avessi solo nebbia, non vedi niente, non vedi possibilità. È per questo che abbiamo perso tutti, e abbiamo perso male. Tutto ciò non porterà nulla di buono, nemmeno per chi l’ha imposto, non può. È un errore, non per questo meno grave, ma terribilmente miope. Addirittura controproducente. Perché se la ribellione, la voglia di cambiare, la trasgressione sono tutte dinamiche sane, che spingono avanti l’orizzonte, che finiscono per produrre vantaggi anche per chi ha il potere, in questo modo invece si mette un tappo, per quanto robusto, per quanto potente, ma assediato di pressione, una pressione inimmaginabile. Così è possibile progredire solo per strappi e lacerazioni. Migliaia, milioni, miliardi di puntine da disegno, di articoli di cancelleria, a prender polvere, prima di esplodere.

Andrea Scarabelli

Andrea Scarabelli è nato a Milano nel 1983 dove tuttora vive e si barcamena precariamente tra collaborazioni editoriali e scrittura. Ha esordito con il romanzo Beautiful (No Reply 2008), firmato solo con il nome di battesimo, e ha pubblicato racconti in antologie (Voi non ci sarete, Agenzia X 2009; Italia Underground, Sandro Teti 2009), sui quotidiani Il Manifesto e L’altro e sulla webzine Carmilla.

Diario di bordo – Frigolandia

Siamo partiti dalla Casa del Cuculo con un po’ di ritardo. Dovevamo scrivere i pezzi per il Diario di bordo, il povero Simone, stanco com’era e con le mille cose da fare che aveva, per non parlare del suo malditesta, è stato gentile e contento di contribuire al nostro resoconto che ha accompagnato questi ridenti giorni in giro per l’Italia a leggere le nostre cose e far conoscere il nostro progetto. È bella questa cosa che facciamo, oramai me lo hanno detto in così tanti che fatico a non crederci.

Leggo in giro con la mia band, Scrittori precari.

Oggi è stata l’ultima data del nostro tour. Siamo stati a Frigolandia, dal buon vecchio Vincenzo Sparagna. Ogni volta che vado a trovarlo è sempre una gioia immensa, è sempre uno scoprire, imparare, conoscere nuove cose. Vincenzo è una di quelle persone che potresti stare una vita ad ascoltarlo senza annoiarti mai. Sparagna è un monumento della cultura nazionale, ma che dico nazionale, internazionale, anzi no, interplanetaria.

Abbiamo fatto una lettura molto intima, seduti ad un tavolo, tra amici, una quindicina di persone. Sono stati ottimi momenti. Forti emozioni. Quando ho letto non ho mai alzato la testa dal foglio, oramai ho imparato a guardarlo, il pubblico, cercare sguardi, ascolto, occhi e attenzione, ma oggi no. Oggi mi sentivo così piccolo. Eppure è andata bene. Vincenzo ha apprezzato e speso belle parole, ha fatto un sacco di domande, si è mostrato interessato. È stato molto importante per me.

Abbiamo parlato di tante cose, ma non posso certo mettermi qui a dirvele tutte, non ci sarebbe spazio per gli altri. Chiudiamo qui.

Ad un certo punto della serata, parlando con una ragazza che mi chiedeva consigli per una sua amica che aveva appena finito un romanzo, mentre le rispondevo dicendo che è importante curare tanti particolari trascurati, Vincenzo è intervenuto dicendomi di aver detto una cosa saggia. La mia saggia gioventù. È proprio tardi. Le cinque del mattino anche oggi.

Si è stati a Frigolandia fino a mezzanotte passata, poi si è partiti. È finita. È stata un’avventura straordinaria, un’esperienza forte e meravigliosa.

Durante questo tour ho anche cambiato il tabacco, sono passato dal Golden Virginia al Pueblo, era così per dire.

Buonanotte a tutti e a presto.

Gianluca Liguori

Mi sveglio a fatica, per la prima volta ultimo.

La Casa del Cuculo ci saluta con l’omaggio di giuggiole color ruggine appese ai rami. Siamo in ritardo, ma non possiamo rinunciare a una piadina romagnola per strada.

La E45 ci accompagna tra gli spuntoni rocciosi dell’Appennino, fino al cancello di Frigolandia, dove i cani di Sparagna ci vengono incontro festanti. La casa di Vincenzo è un’esplosione d’immagini e colori, d’invenzioni che si calano dal soffitto come sogni che sbocciano ad occhi aperti. Leggiamo attorno alla tavola, in un silenzio religioso e blasfemo che sa di vino.

Siamo arrivati fin qui, non sembra vero. Domani ci attende il mondo di tutti i giorni, le piccole battaglie che siamo ormai abituati a perdere, ma domani è ancora lontano su questi colli cullati dal latrare dei cani…

Simone Ghelli

Questa notte dormo benissimo nel frickettonismo della Casa del Cuculo, sciallato in terra come meglio non si potrebbe. Russo in maniera esponenziale ma al mattino la gente crede che sia stato il Liguori ed io mi sto zitto. Colazione con yogurt fatto in casa, marmallata fatta in casa, torta fatta in casa, caffè fatto in casa nel quale metto dello zucchero fatto in casa con un cucchiaino fatto in casa, su un tavolo fatto in casa e mi siedo su una sedia fatta in casa proprio fuori la casa fatta in casa. Mentre mangio c’è un cane che vomita ma non ci faccio caso più di tanto. L’umore è ancora un po’ in down anche se la visione di un bimbo che pesta le merda di campo tentando di camminare mi fa sorridere molto. Mi arriva una telefonata inaspettata con una notizia inaspettata che inaspettatamente mi rigenera parecchio l’umore ma è l’ora di partire. Si salutano i ragazzi della casa con abbracci e bacioni. Nella via del ritorno mettiamo sotto il bianconiglio che ci ha tenuto compagnia la sera prima e dopo una brevissima sosta per una piadina ed un crescione si parte per Frigolandia (la piadina me la ricordavo più mordida una volta, ma la vita è dura). In auto il Ghelli dice che Frigolandia è vicino a Fornolandia e mi fa ridere. Poi arriva la Pinchi e dopo un pò di vino e quattro chiacchere si anizia l’anomala lettura informale attorno ad un grande tavolo. Oggi è sciallo, oggi è lettura senza palchi e senza microfoni, oggi lettori ed ascoltatori si miscelano e si confondono. Barbara Pinchi mi piace sempre quando legge anche se questa volta non si è levata le scarpe come fa di solito. Poi si cena con un minestrone di riso da paura che manco Ratatooile avrebbe saputo fare così buono e dopo altro vino ed altre chiacchere il gruppo si avvia verso Roma. Il tour è finito, le emozioni sono state parecchie, potrei commuovermi nel ricordarle, quindi le cancellerò tutte. 🙂

Si ritorna ai tram ed i motori della Prenestina, si ritorna al caos stupendo di sotto casa, si ritorna al lavoro per pagare l’affitto… ma dopotutto, si ritorna pure al letto da una piazza e mezza dove fare l’amore. Quindi vediamo di tornare al più presto. Passo e chiudo.

Andrea Coffami

L’immaginario a cui è legato il nome di Vincenzo Sparagna mi è familiare e non nego di aver provato sincera emozione nel conoscerlo.

Giano dell’Umbria. Repubblica di Frigolandia.

Vincenzo è in cucina. Sta preparando una minestra con riso, cipolle e patate.

Sarà per il luogo, incastonato tra verdi monti. Sarà perché è l’ultima data del nostro tour e le tensioni sono state ormai scaricate. Fatto sta che ci sentiamo distesi, affatto preoccupati.

Parliamo a lungo con Sparagna di un po’ di cose.

Qualcuno intanto arriva. Poche persone. Alcuni amici.

All’interno del museo dell’Arte Maivista, circondati dalle tavole di Andrea Pazienza, Tanino Liberatore, Filippo Scozzari, iniziamo la nostra lettura.

Siamo tutti intorno a un grande tavolo. Insieme a noi precari c’è la poetessa Barbara Pinchi.

Qualcosa di intimo. Senza sforzi di voce. Scrittori precari in versione unplugged.

Finisce intorno a un altro tavolo, quello della cucina. Tutti insieme a mangiare la minestra di Vincenzo che è una vera delizia.

Poi il ritorno verso Roma.

Radio 1 trasmette un programma niente male. Ci sintonizziamo sulle note di Tomorrow dei CCCP, la canzone successiva sta nell’album Daydream Nation dei Sonic Youth ma non ricordo il titolo.

Tra le note si perdono gli ultimi minuti di un tour che, tirando le somme, è stato un successo.

Per la prima volta scrivo il Diario di bordo dal mio studio. Domattina lo spedirò al sub-comandante Liguori.

Non è la stessa cosa.

Esser qui da solo è, per forza di cose, meno divertente.

Ma piuttosto che farmi attanagliare dalla malinconia, preferisco stringere al petto tutti i momenti memorabili che abbiamo vissuto pensando che ne vivremo ancora.

So che ci crediamo tutti. So che in ottobre saremo a Benevento. So che saremo a Torino e forse anche a Monza. E poi a Roma, almeno una volta al mese.

No. Solo il tour è finito, il resto è all’inizio. Il mio romanzo ormai terminato. La mia nuova opera di poesia anch’essa bell’e pronta. I nuovi romanzi del Ghelli e di Liguori. I racconti in olio di oliva di Zabaglio. Un libro da scrivere tutti insieme. Ne avremo di cose da fare, visto che in tutto questo ci sarà da barcamenarsi pure col lavoro.

La Romagna, come le colline umbre, mi hanno riportato prepotentemente al progetto più importante che ho. Quello di andarmene per sempre da una città che ormai mi appare sporca, volgare, insipida, inquinata, maleducata e prepotente. Tornare ai luoghi a cui appartiene il mio sangue. Ai monti Aurunci, dove poter dare importanza a ciò che è veramente importante.

Non ora però. Adesso voglio quello che è nato in quasi un anno di Scrittori precari.

Il desiderio di continuare quest’avventura fa puzzare meno il fumo delle marmitte, dando persino un sapore a questa città stuprata.

E non mi sento così idiota a considerare “lo scrivere” come una priorità e non come un passatempo.

Il precariato ha anche questo aspetto. A pensarci bene un lavoro fisso non me lo saprei tenere.

Luca Piccolino