Era di maggio

La rubrica Interlinea ƒ64 nasce dalla collaborazione tra La Rotta per Itaca e Scrittori precari: una volta al mese, uno scrittore, leggendo tra le righe di una fotografia, ci racconterà una storia in profondità di campo.

Quello che segue è il terzo racconto.

di Leonardo Battisti da una foto di Andrea Pozzato

 

Ci sono dei giorni a maggio in cui il sole prova a far la voce grossa fra le nuvole bianche; lo si può vedere scagliare violento i suoi raggi nella coltre di vapore come quel tale che, in una piazza affollata, si sbraccia e dimena per richiamare l’attenzione di qualche conoscente visto per caso in lontananza, ma senza ottenere il risultato sperato. E allora tutt’attorno si diffonde una luce chiarissima ma spenta e l’aria diventa tiepida e statica, tutto sommato innocua come una bugia non ancora svelata. Leggi il resto dell’articolo

Al cuore, Ramòn, al cuore

Questa storia della deontologia andatela a menare a qualcun’altro, non a Clarita Cruz, che è mica nata ieri, quarant’anni d’onorato servizio, una gioventù votata a “stare sul pezzo”. Scrivevo di calcio, mi ci vedete?, una donna che scrive di calcio nel Perù dei tardosettanta, una carriera all’ombra delle polemiche di Tito Navarro che lui sì che ci metteva il pepe, mentre io no, io solo qualche parolavaligia (tirolibre, ad esempio), più una criniera nera come chicha morada.

Ci stavo sempre, sul pezzo, io.

Cavalcavo la notizia.

I miei pezzi parlavano di calciatori.

Stavo sui calciatori.

Li cavalcavo. E loro: giù fiumi di parole.

Si ha una predisposizione d’animo più ecumenica, dopo il sesso.

Mi adoravano, a La Voz. Una penna nada mal, dicevano, nada mal, anche se poi il più è finito nel dimenticatoio, perché è così che finisce sempre tutto, l’attuale è un branco di gazzelle in fuga, un secondo ed è svanito nella polvere anche l’elzeviro più elaborato.

Andateveli a cercare, i miei pezzi, se ci riuscite, i miei pezzi sui calciatori. Chissà se ci sono ancora.

Quello su Leonardo Cuéllar, per cominciare, che sembrava Hailé Selassiè. Aveva le gambe storte e avrebbe parlato per tutta la notte, mi disse che il Real Madrid ed il Barcellona lo volevano, ma lui ci pensava mica, a trasvolare in Europa, stava così bene coi Pumas, allenamento due volte a settimana ed il resto del tempo in campagna, a suonare la chitarra e soffiare sui denti di leone.

E quello su Jan Jongbloed? Non era quel personaggio che volevano far credere tutti, Jan Jongbloed. Fumava quaranta sigarette al giorno. Ci mancava se ne accendesse una anche mentre lo cavalcavo. Discutemmo a lungo di Johann Cruijff. “Non sa che si perde a non esser qui quando ci ruberemo la coppa sotto gli occhi del coglione coi baffi”, sproloquiava sprezzante, e il coglione coi baffi era Videla.

Ognuno aveva una storia mirabolante da raccontarmi.

Forse sentivano la necessità di entusiasmarmi, di incuriosirmi.

Erano proni al sensazionale.

Ramòn Quiroga no, lui era vero, vero e sincero, e aveva la faccia da montonero triste. Se c’era uno che non avrebbe dovuto esserci, in Argentina, quello era Quiroga.

Tanti amici a Rosario, dov’era nato, vedrai che qualcuno il suo nome sull’agenda ce l’aveva. E vagli a credere a chi diceva che la cittadinanza peruviana serviva per non essere tesserato come straniero nello Sporting Crystal. La cittadinanza peruviana serviva per non sentirsi più argentino, altroché.

Successe che in quel millenovecentosettantotto il regime militare argentino si trovò tra le mani un cadeau dalla storia: il campionato del mondo, in casa.

L’occasione per portare a compimento, dopo il Processo di Riorganizzazione Nazionale, il Processo di Riabilitazione Internazionale.

Che c’entra, si trattava di lasciare a casa la stella del Boca Juniors che si chiamava Diego Armando, e poi di chiudere un occhio su Luis Menotti, gente che storceva troppo facilmente il naso quando usciva il nome del Generale.

Ma per il resto: un’occasione unica. Le prevaricazioni, la violazione dei diritti umani, tutto sarebbe passato in secondo piano sotto gli scintillii aurei del certamen calcistico.

Me lo immagino, Videla, come si lisciava i baffi (che poi ci avete mai pensato voi all’inquietante legame tra baffi e dittatura, e sì che rendono i volti più buffi, i baffi, e tutto t’aspetteresti tranne che sia capace di qualcosa d’efferato, un uomo con dei baffi così).

Ma l’Argentina stentava, perse pure contro di voialtri italiani, segnò un certo Romeo Benetti, mentre il Perù di Quiroga, e poi di Percy Rojas, e di Chumpitaz, e di Cubillas, dovevate vederlo come andava, quel Perù, Scozia e Iran ridotti in macerie, l’Olanda di Jongbloed e del calcio totale fermata sullo zero a zero, andava una meraviglia.

Te lo dico, ma ti prego, non raccontarlo in giro, mi dice Quiroga, mentre s’accende una sigaretta.

Ultima partita della seconda fase a gironi.

Si giocano la qualificazione in quattro: Polonia, Brasile, Perù ed Argentina.

La classifica avulsa dice: se l’Argentina buca per quattro volte i peruviani, è in finale. Sennò: no. E in finale ci va il Brasile.

[fine prima parte]

Fabrizio Gabrielli

Poesia precaria (selezionata da L. Piccolino) – 14

Il tour che ha portato il collettivo Scrittori precari in giro per l’Italia è stato tutto un incontrare e conoscere.

Con Andy Q. ci siamo visti durante l’ultima data, nella Repubblica di Frigolandia, in provincia di Perugia.

Il Caro Andy, parlando parlando, mi disse di avere la passione del verso ed io, da parte mia, gli chiesi di spedirmi qualcosa per la rubrica del lunedì.

Ci è voluto un po’. Io e lui abbiamo scoperto di non essere molto coordinati.

Mi ha scritto su myspace e io ho letto dopo un mese. Mi ha mandato una mail, ma si è persa nei meandri di una bufera subtropicale che ha tagliato le comunicazioni per qualche ora.

Colpa mia e colpa sua, dunque. Nel caso della bufera colpa di qualcuno più in alto, forse. Ma andiamo avanti parlando di cose serie.

La poesia di Andy appare potente e senza fronzoli. Comunque non mi permetterei di considerarla essenziale.

La padronanza e la consapevolezza che questo autore innegabilmente possiede, fanno sì che egli possa scalare senza remore o tentennamenti le chine poetiche che gli si parano innanzi.

Musicalità, immagini forti e soprattutto sensazioni forti. Poesie fatte di materia, carne, sangue, lacrime, cuore e molto altro.

La realtà presente sembra avere i toni del grottesco e va ad incastonarsi come una gemma difettosa su un anello di finto oro.

Palese è la letteratura di riferimento a cui Andy evidentemente si ispira. Ma il suo personale modo di interpretarla e rinnovarla fanno pensare a un percorso evolutivo tutt’altro che finito.

Staremo a vedere.

Buona lettura.

Luca Piccolino

ORE MASTICATE

il cibo tra i denti

le ore masticate

l’armonia della quiete nel ferro congelato

nessun tramonto nella notte delle stelle indifferenti

calici di ulivo vivo non ancora colto

fiori ingenui si colorano d’inverno

vapore nel nostro respiro

che aspira linfa nello splendore

un’ erezione improvvisa toccando erba di campo

e le ciminiere fumano più di noi

ma in lontananza sono sole

travestite da formichieri della quotidianità

mai sazi di disperazione

gocce di birra sul corriere regionale

gocce di birra sugli annunci delle troie private di provincia

numeri su numeri

calcoli su calcoli dentro tumori morali in via di putrefazione

il vescovo non vuole il sexyshop

la città se ne fotte

treni in ritardo dentro valigie vuote

cani affamati alle discariche dei ristornanti di lusso

la luna nasconde il proprio sesso e non ci degna di Luce

e la notte finisce con l’ultimo sorso

aborto dell’addio

frutto malato di arcobalenica muffa

ruggine nel terzo occhio

pittura su odio nella pupilla del terzo occhio

guanti anti-omicidio

san valentino nell’aorta strappata

sputeremo sangue alla parata degli attimi fuggenti

cibo tra i denti

ore masticate

sangue coaugulato nel dna della miseria

fazzoletti con sborra incollata

catarro che galleggia nel cesso

siamo i soliti esseri perfetti in una realtà decadente

Andy Q.

Face to face! – Paolo Baron

Toilet è una realtà letteraria giovanissima, tenace, incredibilmente in mutazione e soprattutto capace di tirare fuori veri e propri conigli dal cilindro.

La testa (rasata) dietro questa energia editoriale è Paolo Baron e mi sono fatto due chiacchiere veloci con lui…

Toilet. Detersivo, detergente, profumo o che?

Scelgo il detergente, un detergente profumato per le ansie del quotidiano, direi. Toilet, la nostra raccolta di racconti da leggere in bagno è un momento di distacco da tutto quello che è fuori dalla porta (del bagno appunto) che è poi il luogo dove “consigliamo” di leggerlo, almeno ci piacerebbe che fosse così, anche se in metro, tram, aereo va bene lo stesso…

Quando avete messo la prima maiolica e perché?

Alla fine del 2005, volevamo mettere su carta quello che già pubblicavamo su web (www.toilet.it) per il puro piacere di raccontare storie. Ci piaceva l’idea di farci leggere anche lontano da un pc, partendo appunto dal bagno. Il numero 0 rimase in giro per 6 mesi prima di accorgerci che la gente lo aveva richiesto ancora e ancora presso le librerie amiche dove lo avevamo “poggiato” per vedere cosa succedeva.

Chi legge e chi scrive Toilet ma soprattutto cosa rende un racconto “da Toilet”?

A leggere e scegliere siamo in dieci, editor di professione, scrittori e non. Tutti sfrenati lettori di libri.
Lo scrivono tutti coloro che hanno la voglia e le qualità per mettere su carta un’emozione o una storia ben raccontata, con una bella prosa senza lungaggini.

Ma si può fare sesso in un bagno?

Non esiste un posto dove non si possa fare sesso, non credi? Il bagno offre una serie di spunti, la vasca, la cabina doccia, non esiste un limite alla fantasia. Quando la natura si scatena non guardi dove sei.

La domanda voleva portarti alla vostra ultima fatica “I love porn”. Ce ne parli e ci dici come avete scelto i porno scrittori che hanno macchiato la carta?

Anche se è un progetto ben distinto, abbiamo voluto utilizzare lo stesso sistema di raccolta di toilet, il nostro sito internet, abbiamo inserito il link a www.iloveporn.it e poi un bando che diceva: pornografia: s. f. trattazione o rappresentazione, in scritti, disegni, fotografie, spettacoli, di temi o soggetti osceni, fatta senza altro intento che quello di stimolare eroticamente i fruitori.

Ci è arrivato di tutto, e credimi, ci sono i termini per un’indagine sociologica su: “l’interpretazione della pornografia del nostro tempo”. Abbiamo letto tutti i racconti pervenuti ed abbiamo capito che esiste una confusione tra porno, sesso e descrizioni schifose degli atti più strambi e spesso disgustosi che puoi immaginare, ma questa è un’altra storia. Così, scelto il meglio dal materiale ricevuto, abbiamo reclutato direttamente un piccolo gruppo di autori ed autrici a cui abbiamo chiesto di trasmettere un’esperienza, un’idea, un sogno.

Il risultato è un volume pieno di racconti a base di sesso intenso, chiaro, vibrante, a volte estremo, a volte dolce. A sfondo ironico, misterioso o politico. Sesso nella sua magia e nelle sue aberrazioni, l’ho scritto anche nell’introduzione.

Tu sei anche un musicista e te la servo lì: la colonna sonora ideale per stare sotto le coperte?

Questa tua domanda è troppo bella per essere vera, era preparata, lo diciamo? Infatti mi permette di annunciare l’uscita di PLAY TO LOVE.

Volevamo diversificare l’offerta, insomma: “non solo libri”.

PLAY TO LOVE è un cd espressamente scritto e registrato per fare sesso. Niente compilation e robe tipo love songs. Abbiamo inciso una lunga serie di brani cercando di trasmettere una sensazione di pace e relax. Siamo stati attentissimi a non infastidire con suoni distorti o batterie assordanti, abbiamo lavorato nota per nota, rullanti e casse, per regalare un’atmosfera diversa agli spazi dedicati all’intimità. Le ritmiche di PLAY TO LOVE ti “cullano” senza mai eccedere in velocità, oscillando, tra i 60 e i 90 bpm, una velocità volutamente vicina alla frequenza cardiaca (70-75 bpm in un essere umano adulto a riposo), così da trasmettere, in maniera subliminale, un’ulteriore sensazione naturale di piacere e rilassatezza, quella dell’utero materno per dirla tutta.
Otto mesi di produzione, un mixaggio in uno studio tra i migliori della capitale e il mastering affidato a Greg Calbi che ha lavorato con così tanti artisti che non avrei spazio per elencarli: David Byrne, Brian Eno; ha masterizzato
The unforgettable fire degli U2, mi vengono i brividi solo a pensarci. Ha lavorato anche con John Lennon, un’esperienza unica.

Toilet: stimolante e…

Divertente, a volte amaro, crudele e altre vivo, pungente, polemico, critico, insomma qualcosa di estremamente eterogeneo. Così come eterogenee saranno le proposte della nostra casa editrice, la 80144edizioni, lungo tutto quest’anno e sicuramente lungo i prossimi.

Stiamo cercando infatti di evidenziare la netta distinzione tra Toilet e gli altri progetti (come appunto I love porn e PLAY TO LOVE) per evitare di fossilizzarci su quello che è il nostro cavallo di Troia, ma che adesso si sta aprendo e, uno ad uno, sta facendo uscire Ulisse e i suoi guerrieri. Ma non intendiamo bruciare niente, state tranquilli…

Alex Pietrogiacomi

Occhi in la minore

“Quanto ci vuole per capire una donna? Alcuni risponderebbero minuti, altri invece vi parlerebbero di anni trascorsi dietro labbra serrate o bocche ben spalancate.

Il guaio, e forse la banalità, è che non si arriva mai a capire davvero una donna.

Lasciano intravedere qualcosa, una parte della loro femminilità nascosta da seni, pelle, sesso. Dietro il paravento dei sensi e dei sentimenti c’è un’ombra che ci fa solo impazzire nell’illusione di una percezione e di una comprensione che in realtà è viziata, indotta e pilotata dai begli occhi che abbiamo di fronte.”

Tutto questo lo pensava e lo annotava mentre il caldo estivo pesava sul suo rhum e una bossanova si adagiava lenta nella stanzaccia dell’albergo affittato da due settimane.

In fondo non si può sprecare troppo tempo (o troppi anni, fate voi) alla ricerca della pietra filosofale della felicità maschile, della pace egualitaria tra i figli di Marte e le figlie di Venere.

Il rhum scivolava dietro i piccoli cohiba accesi di seguito come candeline a festeggiare il compleanno del tormento del cuore.

Tirò indietro la testa e guardò un po’ fuori in cerca di una frescura che potesse sollevarlo dal compito che aveva “ereditato” dall’ispido genitore che in quel giorno fatto di notte dopo averlo attaccato al muro gli aveva gridato sul naso: “Quando caprai le donne sarai davvero felice piccolo stronzetto….”

Passò una mano tra i capelli segosi e crespi che si arrotolavano attorno alla matita come un serpente sonnolento che cerca la pace del sole.

“Capire le donne. Amandole. Odiandole. Ignorandole. Capire le donne. Sembra facile.

“La prima volta che affondai nella sabbia umida di quelle lande calde fu una perdizione che credevo poter condividere per tutta una vita, e invece fu solo un attimo che durò qualche mese. Perché poi ci vuole la dolcezza, la pazienza, la dedizione e allora ero giovane per queste parole che sapevano di pretenziose catene legate per esasperare .

Arrivò poi il momento illuminante del sacro vincolo del sentimento in cui tutto è libertà e il puro fuoco non brucia più ma purifica dall’orgoglio, dalle menzogne, dall’io egocentrico che fa da direttore nell’albergo del nostro cuore.

Ma come si dice ‹le sorprese non finiscono mai› ed ecco che le mani che si sono sciolte vengono ripiegate verso il proprio petto. Perché l’amore incondizionato è un fantasma che arriva a mezzanotte con il gong del pendolo a ricordarci tutte le nostre paure”

Schiariva il giorno fino a sbiadire nella frescura del buio portando dal mare l’odore di sale e vaniglia, sudore e birra, speranze e beffe.

Il rhum schiarisce la gola dai pensieri morti dietro la lingua e li fa diventare sputo d’inchiostro blu, macchie che somigliano a parole.

Girò pagina.

“Cosa ci si deve inventare quando amore e inesperienza falliscono?”

Aprì dolcemente le gambe a cercare una risposta in un gesto di antica ribellione e docile appagamento.

Si trattenne per scrivere ancora un po’.

“Ci vuole il sesso. Puro. Estatico. Senza condizione. Il lasciarsi prendere dalle pulsioni e il prendere per i fianchi le passioni.

Ma poi arriva la noia. La noia è la vera riappacificazione in una coppia.

Ognuno rientra come una mollusco nel guscio e guarda l’altro dall’ombra del suo antro”.

“Cosa ci vuole per capire le donne?”

“Eppure ne ho avute, ne ho conosciute, ne ho bevuto parole, segreti, bugie, lacrime, sorrisi e trasgressioni nei miei viaggi, nel mio volo verso loro. Ma niente”

Il sudore iniziava a imperlare le labbra madide di preoccupazione e affannosa ricerca. La porta fece da palcoscenico al tip tap delle grosse nocche nere che danzavano sul legno chiaro.

“Anche oggi non ce la faccio a continuare”

Un gesto rapido per risvegliare il serpente raggomitolato, uno straccio sul letto e due, tre, quattro linee veloci.

La porta si apre e il sorriso giallognolo saluta pieno di aspettative. Docile e feroce. Le mani sono grandi e spingono sul letto, aprono, bagnano e aiutano l’attrezzo a lavorare meglio, a trovare quella naturale falsità

“Quando capirai le donne sarai davvero felice piccolo stronzetto…. Fino ad allora sarai solo un pervertito con la parrucca che gioca a fare l’amichetta di papà”.

E’ l’ultimo pensiero prima che una lacrima bagni il letto sporco di settimane.

Alex Pietrogiacomi

Trilogia sull’operaio – Caterina ovvero l’accoppiamento della lumaca

Conobbi la signora Caterina Manzone al telefono,circa sei mesi fa, in autunno.

Buongiorno… il signor De Rossi?”

Si, sono io. Con chi parlo?”

Mi chiamo Caterina. Ho letto il suo annuncio nella bacheca dell’ospedale. L’ho chiamata perché ho da tinteggiare una stanza, lei è libero?”
“Domani mattina concludo un lavoro di ristrutturazione in un appartamento. Se mi da il suo indirizzo, nel pomeriggio passo da lei per farle un preventivo. Senza impegno, naturalmente!”

Si, domani pomeriggio è perfetto! Sarebbe ottimo per me verso le sei!”

Le sei. Ok, va benissimo!”
“Il mio indirizzo è: via Uderisi da Gubbio numero venti. Al citofono: Manzone-Ceccarini.”

“…Manzone… allora ci vediamo domani, alle sei!”
“Perfetto, grazie mille! A domani!”

Il pomeriggio del giorno seguente, mi presentai all’indirizzo che la signora, al telefono, mi aveva indicato.

Mi fu offerto un caffè annacquato che, quasi subito, si mise a pungere l’intestino.

Mi fece vedere la stanza: una camera da letto di quattro metri per tre che, dall’arredamento e dalle suppellettili, sembrava appartenere a un ragazzo poco più che adolescente.

Le riferii il costo del mio preventivo, materiali compresi.

Lei accettò di buon grado dicendomi, tra l’altro, che il prezzo le sembrava conveniente. Si soffermò su quel fatto: “Non è che mi fa pagare tanto poco perché farà un lavoro a tirar via?”
“Non si preoccupi! Faccio l’imbianchino da anni! Può stare tranquilla!”

Mi spiegò che avrebbero portato via i mobili entro due giorni, che avrei trovato, dunque, la stanza sgombra da ogni impedimento.

Avevo una strana sensazione.

In una situazione normale avrei chiesto qualcosa in più su quella stanza. Sul perché degli spostamenti. Qualcos’altro. Invece era come se non mi fossi dovuto azzardare a togliere il coperchio dalla scatola: proprio questa, la metafora che mi venne in mente per prima.

Caterina era una bellissima donna. Di quelle abbondanti nelle forme e generose nei fianchi. Per nulla grassa.

Al telefono avevo pensato che avesse una voce molto sensuale anche se le sue corde vocali avevano, nel proferire parola, uno strano modo di nascondere il vibrato gracchiare dato dallo strazio.

L’avrei richiamata io, due giorni dopo, per chiederle se era stato portato via tutto. In caso di risposta affermativa avrei dunque iniziato.

Presi le scale velocemente dopo averla salutata. Le sgradevoli vibrazioni che avevo sentito vennero sopraffatte dalla certezza dello stare lì lì per cagarsi addosso.

Dicevo di essere un imbianchino solo perché avevo imparato un poco a farlo. Non da molto. Avevo mentito alla signora. E non le avevo fatto un buon prezzo perché ero un onesto operaio: avevo un disperato bisogno di soldi.

Ormai allo stremo delle mie finanze, licenziato dall’ennesimo lavoro da scimmia, avevo stampato volantini che distribuivo in giro, nelle cassette delle lettere, oppure appesi in bacheche, in mezzo ad altri milioni di annunci: “Imbianchino esegue lavori di tinteggiatura: appartamenti, zone interne ed esterne, bagni, cucine, grate, inferriate, ringhiere, porte, persiane, ecc ecc. Materiali di prima scelta, massima convenienza, onestà e qualità. De Rossi Armando 33898765”

Ma il mondo dell’edilizia non è rose e fiori. Sono pochi i guadagni se non si hanno i giusti agganci. E non ero nemmeno bravo come dicevo in giro e scrivevo sugli annunci.

Quando richiamai Caterina, lei mi rispose come se fossi stata la prima persona a parlare dentro alla sua cornetta in quei giorni. Era tutto a posto.

Il giorno seguente caricai vernici, scala e altro in macchina per trovarmi, alle otto e mezza del mattino sotto il portone della signora Manzone.

Dopo aver rifiutato il caffè che mi aveva offerto, con la scusa di averne appena bevuto uno, cominciai di buona lena a lavorare. Era una cosa di un paio di giorni. Niente di difficile, per fortuna.

Io e la padrona di casa cominciammo a darci del tu a metà mattinata, quando mi avvertì che sarebbe andata a fare la spesa e mi disse di fare come se fossi a casa mia per l’acqua da bere o altro.

Il pennello, intriso di vernice, scivolava sul soffitto uguale ad altre mille volte con i suoi “squash” intervallati ai miei respiri, sempre più affannosi.

Tornò verso mezzogiorno: “Hai fame? Ti preparo qualcosa?”

Grazie, ma sono abituato a lavorare filato, senza fermarmi per pranzo! In questo modo posso terminare prima la mia giornata lavorativa!”

Questa era una mezza verità.

Finire alle tre, massimo alle quattro, mi sembrava un buon modo per non passare la giornata a lavorare. Era vero anche che il languore che pian piano diveniva morso nello stomaco, mi faceva sentire meno solo. Era un masochistico rituale che perpetravo di continuo. Il dolore riusciva a distrarre i pensieri tristi e autolesionisti di quei giorni, facendomi sentire veramente di carne e viscere, umano insomma, come non ricordavo più di essere da molto tempo.

Va bene, se proprio non ti va di pranzare, lascia che ti offra almeno un panino!”

Accettai. Nemmeno uno come me avrebbe potuto rifiutare un’offerta così ridimensionata.

Non ricordo molto di quella giornata. Questo perché ci fu un particolare che spazzò via gli altri.

Mentre, appoggiato alla scala, mangiavo il panino preparatomi dalla donna, essa mi raccontò un poco della sua vita, un paio di fatti che cominciarono a dare spiegazione alle strane impressioni dei giorni precedenti.

Suo marito l’aveva lasciata. Aveva chiesto il divorzio, ottenendolo. Caterina aveva saputo che si era messo a convivere con una ventiduenne polacca.

Una storia come tante che avevo sentito.

Lei rimase a vivere lì col figlio.

Il secondo anno dalla fuga del marito Gianluca, il figlio, si ammalò. Tumore al pancreas. Nel giro di quattro mesi andò al creatore , tenendo la mano della madre e dicendole, con un filo di voce, di non preoccuparsi, sarebbe stato bene dove stava andando. Sedici anni e mezzo, la durata della sua vita.

Caterina aveva deciso di svuotare e ridipingere la camera da letto del ragazzo morto. Per via del dolore.

Sulla via del ritorno, in macchina, entrai per qualche minuto nei panni di Caterina.

Doveva essere terribile la sua vita da quando un destino beffardo, con un paio di mosse, l’aveva messa in una situazione di scacco emotivo da cui sarebbe stato difficile uscire.

In stati depressivi come quello che stavo attraversando in quel periodo, le sensazioni colpiscono fiacche, senza forza. Tutto si appiattisce inesorabilmente e le emozioni da rare si fanno via via inesistenti, qualsiasi cosa accada.

Invece il pensiero di quella donna splendida, incatenata per sempre alle conseguenze di un dolore tanto forte da paralizzare, riusciva a farsi largo a spallate, percuotendo a calci il mio umore.

Secondo giorno.

Arrivai a buon punto già prima delle tredici. A quell’ora Caterina apparve sulla porta. Sapevo che mi avrebbe chiesto qualcosa riguardo al pranzo, magari rinnovando la proposta del panino: “Va bene che vuoi finir presto di lavorare, però stavolta conviene tu faccia un’eccezione! Sto preparando una lasagna… a volte conviene staccare un poco più tardi per godersi i piaceri della vita o no?”

Aggiunse un tono impercettibile di volgare malizia al termine di questa frase. Eccitante se in grado di carpirla.

Mezz’ora più tardi eravamo seduti uno di fronte all’altra, sul tavolo della cucina, a mangiare quella prelibatezza.

Era una cuoca pessima. Nonostante ciò mi dilungai in lunghi apprezzamenti e teorie culinarie atte a glorificare il suo lavoro.

Il suo seno straripava oltre il maglione rosso troppo scollato.

Mai avrei tentato un approccio con quella donna. La mia mente era malata già da un po’. Colpa dello stress, del progresso, del lavoro, delle opportunità. Colpa mia. Avevo pensato al suicidio già molte volte, più che altro prendendo in considerazione l’eventualità e rimandando i tentativi di volta in volta.

Depressione. Una malattia da annoverare tra le peggiori.

Figurarsi se, ridotto com’era il mio stato d’animo, avrei potuto impegnarmi a rimorchiare una donna molto più grande di me, con un fascino ineguagliabile e una situazione alle spalle capace di intimidire tutti qui problemi che mi apparivano insormontabili.

Perciò mangiavo quella pappa disgustosa, la stavo a sentire, rispettavo le buone maniere. Certo non potevo fare a meno di buttare l’occhio su quelle tette enormi e sode.

Lei se ne accorse e fece finta di niente.

Dopo mangiato finii, in breve, quel che mancava alla tinteggiatura della stanza. Accatastai tutti gli attrezzi fuori dalla porta d’ingresso. Con un paio di viaggi li avrei poi caricati in macchina.

Caterina nell’allungarmi i soldi, mi afferrò dall’avambraccio con lo scopo di portarmi a lei.

Fronte contro fronte. Pressati uno all’altra.

Mi trascinò in camera da letto.

Non opposi la minima resistenza.

Chi ha mai visto due lumache che si accoppiano saprà che esse, nell’atto, si fondono in un unico gelatinoso filamento palpitante di muco e carne biancastra. Un solo essere alieno creato dall’unione di due viscide metà.

Il nostro gorgo di sesso fu qualcosa del genere.

Afferravo perché ovunque c’era da afferrare. Caterina era intorno a me e conferiva un senso di pienezza al tutto.

Le prime gocce della mia essenza picchettarono dolorosamente l’inizio del mio orgasmo, risultato inevitabile di una interminabile percossa.

Sensazione di essere fuori luogo.

Sensazione di sporcizia e nausea.

Desiderio irrefrenabile di rivestirsi e andar via.

Caterina, con la testa appoggiata al mio petto, pian piano iniziò a sobbalzare per poi esplodere in un pianto vigoroso ancor più del suo godere.

Dalla gola, pian piano, sempre più in alto, saliva il rospo della mia angoscia che veniva alimentato di continuo da emozioni immensamente poderose.

Piangemmo insieme per un po’ e mi piacque più della violenta scopata di qualche minuto prima.

Lacrime più salate del solito, figlie di un pianto che per troppo era rimasto dimenticato in un angolo oscuro.

Fu quella la fine del mio stato di depressione e l’inizio del resto della vita.

Da quel giorno non ebbi più nessun tipo di contatto con la signora Manzone.

Luca Piccolino