S’ha da capità capita, capito capità?

Alessandro, diciamocelo, è un macello: sarà per via dell’età.

Condivide su facebook le migliori frasi di Renato Zero e Vasco Rossi. Mi va a citare mica Vila-Matas o Cortàzar: El Kun Aguero. Al massimo Sdengo Zeman.

Fa un po’ di confusione su quando e come usare la mutina in concomitanza con la a, si vende di trafugo le magliettine d’allenamento della sua squadra del cuore e usa manco come io uso mica. Vale a dire: sempre.

Alessandro Florenzi, forse il nome non vi dice nulla, ma googlizzatelo e lo vedrete ritratto con la sua casacca gialloerossa, è il capitano della squadra Primavera della Roma.

Nel favoloso giuoco del calcio, ma è una mia opinione ed io si sa son fatto tutto storto, esistono due tipi di capitano.

C’è il lider màximo, alla Maradona, per intenderci. Il fuoriclasse. Quello che la squadra gioca tutta per lui.

E poi c’è il capitano trascinatore, il mastino, alla De Rossi, per dire: alla Alessandro Florenzi. Uno che è lui, a giocare per tutta la squadra.

Alessandro, all’età sua, mica lo so quanto riuscirà ad avanzare nel calcio dei palleggi per i promo di Sky.

Qualche presenza con la prima squadra l’ha pure fatta, sai che emozione passare la sfera al Capitano quello vero, vè Alessà?, ma ecco, quest’estate s’è parlato di lui più che altro per via d’un trasferimento alla Cavese sfumato all’ultimo, alla Cavese, ch’è la squadra di Cava de’ Tirreni.

Insomma, non è che la strada per la Champions League sia mai passata per Cava de’ Tirreni.

Alla fine poi niente, se n’è rimasto a Roma, ad indossare (e trafugare, e rivendere a venti euri) la maglia della sua squadra preferita, che io poi non lo so come si fa a non avere come squadra preferita l’aesseroma.

Le Primavera son quelle squadre che annoverano tra le loro fila teenager con prospettive di carriera interessanti. Sei un Primavera se hai tra i quindici ed i venti anni: oltre sei un fuori quota, ed allora per te comincia l’estate, mica è più primavera. E se sei sbocciato come i peschi a marzo va a finire che a luglio ci si mette sotto i denti frutti succosi.

Ha tutt’un senso di sbocciare, la parola Primavera.

In Ispagna la Primavera si chiama Cantera, che poi non significa null’altro che cava, come quella de’ Tirreni. Così come il minatore estrae dalla cava la pietra da lavorare e tornire per utilizzarla poi in costruzioni solide o decori ridondanti, alla stessa maniera i tecnici della cantera pigliano giovanotti volenterosi plasmandoli fedeli all’imperativo michelangiolesco che non c’è giocatore che un marmo solo in sé non circumscriva.

Se poi ha i piedi di granito, oh, quella è un’altra storia.

Alessandro Florenzi, stasera, che per me che scrivo è stasera ma che voi che leggete dovreste intendere lunedì scorso, la sera dell’ultima sforbiciata prima di questa che state leggendo, quella sugl’atleti di Cristo, io l’ho visto piangere, cristo.

C’è un torneo che si chiama Tirreno e Sport e, per non farla troppo lunga, finisce che la finale di questo torneo debbano giocarsela Roma e Lazio, che dopotutto è sempre un bello spettacolo, un derby, anche se stiamo parlando di squadre Primavera, compagini che annoverano tra le loro fila mica calciatori che inviano fiori sotto la gigantografia di Sakineh in Campidoglio attirando l’odio dell’iraniano Infra, ma ragazzetti semplici, sbarbi felici di condividere su facebook l’ultimo commovente aforisma di Lionel Messi.

Io ci sono andato a vedermelo, questo derby. E mi sono discretamente divertito. Una partita accesa, la Lazio che passa in vantaggio per un rigore forse un tantino generoso, dietro di me teorie secondo le quali Maroni, contestato dai tifosi, sarebbe il presidente della Lazio.

Le chiacchiere che ascolti allo stadio, dopotutto, sono il termometro d’una nazione, l’ho sempre detto.

Perdere un derby non piace neppure a me quando giuoco a calciobalilla al chioschetto giù in spiaggia, figuriamoci ad Alessandro Florenzi.

La lotta si fa maschia, i cori cominciano a somigliare a quelli della curva sud e ad un tratto, come il pathos epico richiede, a due minuti dalla fine l’arbitro cosa non ti va a fischiare? Un calcio di rigore per la Roma.

Sul dischetto, anche se poi non è da quei piccoli particolare che si giudica un giocatore, ché un giocatore lo vedi dall’altruismo, dalla fantasia, dal coraggio, con la maglia numero quattordici sulle spalle ci va proprio Alessandro. Il Capitano.

Florenzi, quel rigore, l’ha sbagliato.

Ed io non lo so che groppo in gola m’è venuto, quando poi la partita è finita ed i ragazzetti con le maglie celesti saltellavano sorridenti, a vedere Alessandro coprirsi il volto con la maglia. Piangere. Come fosse un ragazzino. (Il fatto è che Alessandro è un ragazzino).

Lo chiamano sotto la curva, lui prima si sottrae mortificato, poi si gira verso i tifosi e fa un gesto inusitato, di questi tempi. Si assume le sue responsabilità e chiede scusa: congiunge le mani e chiede scusa.

C’è un video, su youtube, se siete di quelli sentimentaloni di sicuro l’avrete visto, che si chiama Ecco dove può arrivare l’amore di un padre per il proprio figlio.

Alessandro, che è un macello, ce lo siamo già detti, e che passa su facebook svariato tempo a lincare le scorribande di De Ceglie o l’amoroso cantare di Gigetto D’Agostino, l’ha condiviso il ventisette luglio ch’era di pomeriggio, quel video.

Sono in grado di fare tutte le cose, se c’è lui, diceva. Il padre.

Io, stasera, Alessandro l’ho visto correre verso il centro della tribuna, con gli occhi lucidi cercava qualcuno, non lo trovava, muoveva la testa furiosamente, non si dava pace.

Mi unisco alla sua spasmodica ricerca, finché non vedo un signore appesantito scavalcare sgraziatamente i gradoni dello stadio, correre verso la recinzione, incrociare lo sguardo con quello dell’Alessandro che porta il suo stesso cognome.

Chiede ancora scusa, il Capitano, con le mani giunte e piangendo, come a dire scusa papà, scusa davvero, sono il capitano ed ho calciato il rigore e l’ho sbagliato ed abbiamo perso la finale, il derby, non alzeremo la coppa, mentre quello dalla tribuna gli tirava solo dei gran baci, aiutandosi con le mani, con gli occhi, con l’anima.

Ed i tifosi chiedevano la maglia, la fascia del Capitano, e cantavano uno di noi, Florenzi uno di noi, mentre lui piangeva, e niente aveva più importanza, nemmeno lo striscione contro la tessera del tifoso, nemmeno i cori contro Maroni, ma tu guarda, il presidente della Lazio.

Fabrizio Gabrielli

IN HOC SIGNO VINCES

Una volta m’è toccato di leggere un libro che si chiama Internet e la Madonna. (No, non Internet: elamadonna!, a mò di esclamazione di malcelato stupore, ma proprio Internet E la Madonna, due cose apparentemente distanti eppure accostate, suppongo per generare un effetto straniante).

Si dice, in questo libro, una ròba che io non c’avevo mai pensato, ma poi, a provarla, è vera: da qualsiasi sito, nel giro di dieci link, a volte anche meno, gira che ti rigira finisce che vai a sbattere su un sito porno.

Qualche tempo dopo, era notte tardissimo, sulla rai passavano una di quelle trasmissioni che generalmente non guarda nessuno, perché a quell’ora se sei sveglio, se non stai godendoti il riposo dei giusti, nove su dieci che sei su un sito porno.

C’era ospite in studio Sergio Givone, che diceva questa cosa qua, parlando di Dostoevskij: il fatto è che il male è anzitutto qualcosa di casuale. (Come sbattere su di un sito porno, penso io, se poi andare sui siti porno è male). Ma va anche detto che il male è qualcosa che ha molto a che fare, con noi, da noi oscuramente voluto.

Uso Givone come alibi, lo ammetto: son voluto andare su un sito porno e vedere se in dieci clic, come i salmoni, riuscivo a risalire la corrente.

Liberi di non crederci: da YouPorn sono arrivato ad una uèbpagina che non vi immaginereste mai. Dalla figa alla foga calcistica, giungo ad un sito in cui si parla, addirittura, anche di religione.

Il sito, eccovelo, si chiama Atleti di Cristo e somiglia un po’ al sito della Gea, se la Gea avesse sede a Nazaret ed il capo della Gea fosse il figlio di Dio (c’è stato un momento in cui circolavano anche queste voci).

I calciatori che ci trovate, su questo sito, però, a differenza di quelli che sono sul sito della Gea, non sono rappresentati.

Bensì: rappresentano.

Rappresentano la parola di Cristo, predicano le norme di condotta di Cristo, e tante altre cose che hanno a che fare con la parola Cristo.

Detto tra noi: una squadra di tutto rispetto, nomi importanti della sfera di cuoio nell’ultimo ventennale. Una compagine della madonna, per rendere omaggio un po’ a tutti.

Tra i pali Claudio Taffarel, in difesa José Chamot, Nicola Legrottaglie, Lucio e Zé Maria, quello biondo ossigenato del Perugia; a centrocampo, sostanza e fantasia tra Zé Roberto, Alemão, Marcos Senna e Kakà, dico Kakà, ripeto: Kakà, alle spalle di due a scelta tra Paulo Sergio (quello che regalava le Bibbie in giallorosso), Amarildo (quello che invece le regalava in biancoceleste), Edison Cavani o se lo preferite più esotico il kiwi Wynton Rufer.

Io qualche sentore del fatto che dall’alto qualcuno li aiutasse, gli Atleti di Cristo, ce l’avevo avuto. Ma mica tanto per Legrottaglie, quanto per Wynton Rufer.

Diamine, Wynton Rufer!

Wynton Rufer era il più grande giocatore neozelandese: infatti, appena l’ha capito, se n’è andato subito a cercar fortuna all’estero, mica è rimasto a Wellington.

L’inizio è stato esaltante: dopo un periodo di prova al Norwich eran tutti convinti che l’uomo nuovo fosse lui. Tutti tranne Sua Maestà la Regina, che infatti non gli ha concesso il permesso di lavoro per tirar calci sul suolo britannico. Alla faccia del Commonwealth.

Quindi Rufer mi va a finire tra i pascoli dell’hinterland di Zurigo, nel paese rossocrociato. E’ là che conosce la donna che poi avrebbe sposato, ed è là che abbraccia con convinzione la fede. Ad occhio e croce, nel paese rossocrociato e dopo essersi rotto il crociato.

Comincia a pregare.

Prega.

Prega.

Che prima o poi arriva, il miracolo.

Quando entri nella Gea, dieci giorni dopo sei nell’orbita della Juventus e della Nazionale.

L’altraGea, quella che ha sede a Nazaret, mezzi così potenti non li ha mica: ti devi accontentare del Werder Brema.

Quattro anni dopo il tuo arrivo, un freddo giorno di dicembre del millenovecentonovantatré, la tua squadra è forte, stai giocando la Champions League e ti viene a far visita l’Anderlecht, con gente improbabile tipo Philippe Albert, baffi lunghi in maniera inversamente proporzionale al talento calcistico, ed un francesino coi capelli a zazzera ed il cognome buffo: Boffin.

Ad esser buffi son buffi sul serio, Albert e Boffin. Nondimeno, te ne buttan dentro tre. Due dei quali: Boffin.

Al sessantaseiesimo minuto e sei secondi, sei Wynton Rufer e ti fai il segno della croce: un po’ per esorcizzare la malia della cifra demoniaca. Un po’ per insaccare il rigore della speranza. Preghi. Segni. Tre a uno per i belgi. Figurati, figurati se arriva il miracolo.

Bratseth, Hobsch e Bode, che di nome fa Marco, indossano tutti la maglia verde d’una squadra ch’è verde oltre che nel nome pure nelle maglie. E a rassegnarsi ad un destino buffo, ci stanno mica. Due a tre, tre a tre, quattro a tre.

La rimonta sarebbe completa, se non fosse che gli ultimi minuti, davvero, sono un calvario.

Fin quando non arriva Wynton Rufer. Mica puoi farli, i conti senza Rufer. Mica puoi dirlo: tutto è compiuto.

Infatti, all’ottantanovesimo, è lui che sigla il goal della sicurezza. Il cinque a tre.

Ròba da gridare al miracolo.

I belgi si disperano, la sfiga s’è accanita contro di noi, dicono ai giornalisti, ma in cuor loro lo sanno che la figura dell’eroe, quella che hanno fatto fare al cristianèrrimo Wynton Rufer, per buona parte è merito loro.

Il male, come diceva Givone in quel programma a notte fonda sulla rai, è qualcosa che ha a che fare, con noi. Qualcosa da noi fortemente voluto.

Tipo le mazzate che si da sugli attributi Tafazzi.

Sono un buon viatico, le bottigliate sulle palle, per metaforizzare la storiella di quella squadra, l’Anderlecht, che vinceva tre a zero a meno di mezz’ora dalla fine e poi s’è fatta rimontare.

Che poi tra l’altro, andàteci sul sito di Wynton Rufer: in dieci link, credeteci o no, oltre a rivivere quella bella e commovente serata, capace che vi ritrovate pure su YouPorn.

Fabrizio Gabrielli