Le monetine del Raphaël – II

[Qui di seguito la seconda parte del capitolo 13 del romanzo Le monetine del Raphaël di Franz Krauspenhaar (Gaffi editore). La prima parte la leggete qui]

Arrivai finalmente fino a Catania. Ferruccio mi venne a prendere con la sua Opel Record scassata, e mi portò lungo le strade statali della Sicilia, per chilometri e chilometri. M’ero pentito. Il caldo mi soffocava, le chiacchiere del mio gentilissimo amico d’improvviso mi annoiavano. Avrei dovuto prendere un treno da Bologna diretto a Milano, o farmi accompagnare nella mia città in auto da Boratti, meglio. E invece avevo voluto sfidare tutta quella morte e quella desolazione, avevo voluto, ancora una volta, prendere le cose per traverso, sfidarle all’arma bianca, percuotere la natura, il giusto verso del mondo. Volevo riprendere nelle mani la sfida, continuare a giocare la mia interminabile partita a poker con la vita. Mi sentivo perso, lungo quelle strade brucianti, mentre Ferruccio s’imbarcava in sorpassi pericolosi, contro il sole, l’auto di turno che ci veniva incontro vicinissima nel verso contrario. Dopo un centinaio di chilometri, lungo la costa orientale, finalmente quel lungo viaggio ebbe fine. Ferruccio mi sistemò in questo grosso bungalow, già pieno di ospiti, imboscato in una pineta freschissima, poco battuta dal sole, che arrivava a fitte e a spasmi, a stilettate di colore oro.
Dormii per almeno diciotto ore. Ogni tanto mi svegliavo, dopo aver preso in pieno volto un incubo feroce di morte, bambini sanguinanti nel nero dell’asfalto, macerie che venivano caricate su una dozzina di autobus 37, treni che si tamponavano e poi scoppiavano tutti assieme… Mi svegliavo, andavo in cucina, prendevo dal frigo la bottiglia della minerale gassata e bevevo a canna, quasi con disperazione, come se quello fosse l’esaudimento delle mie ultime volontà. Tornavo nella mia piccola camera, pensavo a una sigaretta, ma non avevo la forza di procedere a tentoni per afferrarle. Così, mi lasciavo completamente andare sul letto e mi riaddormentavo dopo pochi secondi. Leggi il resto dell’articolo

Lo Psicotico Domato

Lo Psicotico Domato (Nicola Pesce Editore, 2010)

di Toni Bruno

 

Toni Bruno ha la capacità di impressionare il pensiero in tratto. Di fare storia con chiaroscuri.

Toni Bruno è un disegnatore al suo primo romanzo grafico, dopo aver illustrato libri per Newton e aver disegnato Non mi uccise la morte. Questa prima opera in toto non delude, anzi lascia con la voglia di averne ancora nello stomaco.

Lo Psicotico Domato è irrequieto, incivile nella sua ostentazione del disagio mentale, colpisce duro con una forma di distacco psicanalitica, e chi legge si trova a chiedere quanto di autobiografico ci sia o quanto possa essere fintamente autobiografico il tutto.

Una matita incosciente, che travolge nel suo tratto che sembra non aver mai bisogno di essere temperato; un ammiccante vortice di voci, anzi un lungo flusso di coscienza che si sviluppa nel disegno che ricorda il Giappone e la scuola europea, in un mix felice di originalità e familiarità pop.

Il giovane siciliano, oramai adottato dalla capitale, ci racconta il suo viaggio verso il continente, le motivazioni che lo hanno spinto a spostarsi in una città che ha fauci sempre aperte e denti taglienti. Nel suo percorso da immigrato non mancano i ricordi, le prime paturnie, e sempre presenti sono le mille facce dell’omonimo protagonista che racchiudono paure e sopralluoghi della depressione. La depressione, la psicosi, è vera e propria amante che in tutta la graphic novel riecheggia in un particolare, in una frase lasciata cadere o in un annuncio plateale, una femmina sinuosa che serpeggia dentro i jeans come le dita di una voluttuosa adultera, eccitando la fantasia e sfiancandola una volta presa in mano. L’instabilità mentale è quindi personaggio, affatto fittizio, che si approfitta di tutto il racconto, che ne abusa in modo sfacciato per mostrarsi nella sua totale alterigia edonistica, e Toni, che come ogni amante viene usato e usurpato, non fa altro che essere la voce, trasognata e a volte idolatra di questa concubina.

Tra giochi linguistici e grafici, pagine che riportano alla mente ambientazioni oniriche degne (e non ci sentiamo di esagerare troppo vista la pasta di cui sono fatte queste pagine) di Miyazaky, con Lo Psicotico Domato si viaggia in un mondo impalpabile per la sua semplicità, per la sua concreta crudezza quotidiana, quello dell’uomo e dei suoi problemi, quello di un ragazzo e dei suoi sogni, quello dell’oggi crudelmente certo e del domani di cui non vi è mai certezza.

 

Alex Pietrogiacomi