L’anello d’oro

Al principio c’è il sonno. Sento addosso uno strano senso d’inquietudine misto a paura. Spalanco gli occhi, respiro l’odore caldo del pomeriggio. Uscirei, ma il caldo è un nemico troppo grande per me. C’è un suono che continua a infastidirmi più del caldo, proviene dalla stanza attigua alla mia: dalla camera di mia sorella. Gli occhi volano su tutti gli oggetti sparsi per camera. Come sempre ordinata e pulita. Osservo con acutezza un poster dei CCCP, che sta alla base del mio letto, un residuato bellico del mio periodo da politicante. Dietro di esso si nasconde un buco. Uno dei modi per comunicare con mia sorella senza lasciare la stanza e senza urlare. Mi avvicino a carponi e scruto dalla fessura.
Il mio occhio vede due ragazzi nudi. Leggi il resto dell’articolo

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ContraSens – La sigaretta come una preda

Piccoli accorgimenti fonetico-sociali.

Le lettere che contraddistinguono i suoni della lingua romena, e che di conseguenza ne affilano la musicalità in senso specifico, in questi testi non hanno subito traslitterazione. A seguire, una breve guida fonetico-esplicativa per la loro lettura corretta:
Ă: una -a più gutturale, pronunciata con la parte anteriore della gola, a bocca mezza aperta.
Â: una -a gutturale che tende alla -i.
Ț: corrisponde ad una -z dura, come in pazzo.
Ș: corrisponde al suono -sc, come in sciare.
Buona lettura.

La sigaretta come una preda
di Vera Ion
Traduzione di Clara Mitola

Scrivo, lavoro a Bucarest, ho smesso di fumare, faccio esercizi di respirazione tutte le volte in cui ho la sensazione che il mondo fuori da me si trasferisca nella mia testa. Ho smesso di fumare sigarette perché erano care. Adesso non mi piace più. Il fumo mi sembra una sciocchezza, mi innervosisce e, se sono in un posto in cui si fumano solo sigarette, mi sembra inutile. D’altra parte, il giorno dopo essere stata in qualsiasi club di Bucarest, mi ammalo. Non vedo da moltissimo tempo quella mia migliore amica di quando avevo 14 anni, so che è entrata in pubblicità. La saluto con questa occasione e spero si ricordi in che scala siamo state quando seguivamo l.

Più o meno quindici anni fa, tra i palazzi di quattro piani di drumul taberei1, andando alle lezioni private di tedesco. io e la mia migliore amica di allora, una tipa carina e cattiva che non aveva amiche donne a parte me, il resto solo amici maschi. avevamo la puzza sotto il naso, cattive e cool. ci disgustavano molte cose e molte cose ci giuravamo. io giuravo che non mi sarei messa mai il rossetto. lei che sarebbe entrata a teatro, a recitazione. avevamo stivaletti depeche mode con placca metallica, i capelli lunghi e odiavamo i rockers. stavamo al terzo piano di un palazzo di quattro piani al capolinea del 90, ogni mattina passavamo attraverso i palazzi e andavamo a scuola insieme. attraversavamo la piazza e lo aspettavamo di fronte al palazzo. innanzitutto si portava a spasso il cane per dieci minuti, poi andavamo via.
i suoi genitori litigavano spesso, erano quasi divorziati. sua madre, tutte le volte che entravo da loro, se ne stava in costume da bagno su un telo sul divano e guardava la televisione. d’estate, con un ventilatore accanto. aveva sempre un trattamento per il viso o una nuova lozione per il corpo da applicare e per questo motivo la pelle le risplendeva e nella stanza c’era un odore di medicinali. la maggior parte delle volte se ne stava con un fazzoletto umido sulla fronte, in mutande e canottiera, sul telo, con le gambe aperte e il ventilatore puntato addosso. la prima cosa che notavo quando vedevo sua madre era la cellulite sulle gambe aperte, nella parte interna delle cosce Leggi il resto dell’articolo

Frammenti d’identità

Cercava di fuggire da tutto, inutilmente. Correva scalzo cercando una via d’uscita, una fottutissima porta bianca da aprire, sfondare, da chiudere alle spalle per poi riprendere a volare. Non c’era nessuna porta, nessun nascondiglio, solo due pareti strette ed oleose, dritte, senza un inizio e una fine. Un’eterna strada ai confini di qualsiasi realtà.

Inerme davanti alla sua pazzia lasciò la fuga per accendersi una sigaretta e alzarsi dal divano. La puzza di caffè bruciato e di plastica fusa era diventata insostenibile. In cucina il metallo della macchinetta era diventato incandescente, il caffè era sparso sul gas e l’impugnatura era completamente squagliata. Una ragnatela informe. Appena si avvicinò, la macchinetta scoppiò sfigurandogli il viso. Cadde a terra urlando, come non faceva da tempo, nella sua apatica staticità.

Meglio l’inesistente porta bianca? L’attimo di quella che è comunemente detta lucidità – il contatto con la realtà più condivisa e considerata unica – l’ha definitivamente condannato alla convivenza di quel nuovo essere che non riusciva a riconoscere nello specchio. Dall’altra parte della porta ora c’era un nuovo individuo che cercava la stessa uscita per entrare, tornare indietro.

Quell’essere irriconoscibile che si affacciava allo specchio aveva trovato il passaggio per un brevissimo attimo. Era passato dall’altra parte e ora aveva perduto di nuovo la via. Di nuovo immerso in un rettilineo asettico e spersonalizzante. Di nuovo sul divano, con un’altra sigaretta, identica a quella di prima, ma dal sapore più amaro, le gambe allungate, attratte dal tavolino basso e colmo delle inutilità cresciute nell’ultimo mese, gli occhi rivolti verso il nulla, di fronte la tv accesa su un canale morto. Un continuo fruscio che accompagnava lo scorrere di minuti, ore, trasformandosi in una soffice nenia cullante. La ninna nanna della pazzia.

Lo stato semicatatonico portato a tempo da quel metronomo ipnotico fatto di frequenze lo riportò nel suo corridoio bianco. La corsa continuava estenuante. Le gocce di sudore scendevano dalla fronte sugli occhi annebbiando la vista già indebolita dall’unico colore presente, il bianco che creava un’illusione di fluidità.

Nessuna psicologia delle forme, ma dell’assenza di qualsiasi modello. Un mondo senza scelte, senza opportunità, se non quella di cercare inutilmente qualcosa di diverso, in cerca di quella macchia di differenza che a volte è dispregiata, cancellata, in nome dell’unica e giusta uniformità. Un a-modello in cui riconoscersi, un cerchio che ricopre un’area assente da riempire con alcun idea.

L’adrenalina statica non riusciva a smuoverlo. L’unico risultato era la mano tremante. La tensione si accumulava, lo scarico attraverso i piedi e il pavimento era minimo. I suoi occhi iniziarono ad irradiare energia. Un’energia luminosa che striò d’oro la lunga strada bianca, immettendo una nuova percezione, forse una via d’uscita. Dritto davanti a lui, più in la, verso la finestra aperta, verso il balcone scoperto, giù, dritto verso il marciapiede da poco asfaltato.

Daniele Vergni

Pranzo di famiglia alla domenica con debutto della fidanzata da 4 del figlio maschio

Nel silenzio raggelato del pranzo domenicale la madre afferma con sicurezza: «Le orge non sono come le fanno vedere nei film hard. Non lo sono».

Il nostro protagonista si strangola con l’arrosto di vitella. Apre e chiude la bocca un paio di volte. Cerca di protestare, debolmente: «Ma, mamma…», gli esce dalla bocca.

«E certo», ribadisce la progenitrice, mentre il sole invernale di Roma illumina la sala da pranzo, «le orge dei film sono fatte per essere mostrate a noi spettatori». Il cane, Carciofo, tende le orecchie, mentre un’ambulanza si trascina ululando per le deserte strade.

Il protagonista guarda il padre con l’idea malsana che egli possa tenere al decoro. Ma sa bene che la risposta è: per niente. L’uomo si alliscia i baffetti grigi, la forchetta con le patate ferma a mezza corsa. Sta pensando, il padre. Ai film porno, in primo luogo, all’arrosto di vitella un po’ secco, in secondo, e a cercare di ricordarsi il nome della fidanzata del figlio, in terzo e ultimo.

«E scusa», dice il maschio adulto che percepisce un reddito mensile di seimiladuecentotrenta euro, «mi sembra che sia così in effetti. Mi sembra che tu abbia ragione. Le orge vere sono un groviglio di corpi. Stai lì che sudi e succhi e spingi, ma non hai certo la visione d’insieme, come ci può essere guardando un film».

La fidanzata del protagonista non è bella. No, non è bella. La madre l’ha notato subito. E subito ha preso il figlio in disparte, quel figlio di venti/trenta anni che vede ogni tanto, che non è sicura per chi cazzo voti, e che anche adesso, di domenica, indossa la cravatta. L’aborto ci voleva, pensa sempre più spesso. Ha preso questo figlio in disparte, e gli ha detto una cosa tipo: «Sembra molto dolce, la tua amica». Al che il figlio di venti/trenta anni che non ha mai capito i genitori e la madre meno che mai, candidamente gli risponde: «È la mia fidanzata, mamma, non una semplice amica. E sì, è molto dolce. Sembra anche a te?». La madre lo guarda con quello sguardo che il figlio pensa “l’amore materno” ma che in realtà è più uno sguardo come a dire “ti devono aver scambiato nella culla con il mio vero figlio”.

La fidanzata dell’unico figlio maschio di questa coppia della Balduina che si trova a disagio nel proprio quartiere per via delle scritte fasciste tipo «W IL DUCE ONORE A GELLI» non è una bella ragazza. Non è bella e a onor del vero, in una scala di dolcezza che va da 1 a 10, con 1 tipo una professoressa di matematica e 10 il diabete, ecco questa ragazza è un 4. E questo numero 4 sta cercando di non sentire quello che i genitori del suo amore stanno dicendo. Perché lei un pranzo domenicale così ancora non l’aveva fatto in vita sua e nella pausa che segue la frase: «Stai lì che sudi e succhi e spingi, ma non hai certo la visione d’insieme, come ci può essere guardando un film», chiede timidamente il sale. Per le patate. E per l’arrosto di vitella. Un po’ secco, a dire il vero.

Il cane Carciofo si alza e si stiracchia, sbadiglia, si gratta dietro l’orecchio ripetutamente. Guarda il tavolo da pranzo dalla sua bassa posizione. Per la milionesima volta si chiede cosa stiano mangiando, visto che non riesce a vedere. Torna a sdraiarsi e si addormenta. Sogna e nel sogno c’è l’arrosto di vitella.

La mamma riprende dove si era interrotta. «Sì hai ragione, quando stai lì, spesso al buio, neanche lo vuoi sapere cosa sta succedendo, vuoi solo perderti nella carne che ti circonda». Una nuvola passa sul sole, il soggiorno si oscura, il figlio pensa che se sono molto ma molto fortunati è l’Armagheddon. La fidanzata da 4 pensa che quell’intera situazione deve essere uno scherzo (anche se poi, giorni dopo, ricorderà improvvisamente che il suo amore aveva detto, mentre posteggiava la Opel Corsa grigia quella domenica mattina, una cosa tipo: «Non farci caso, i miei possono essere un po’ eccentrici», e lei aveva pigramente pensato che la madre forse collezionava ninnoli e foto di gattini vestiti da pagliaccetti) e prega che qualcosa di terribile succeda per poterla sollevare dall’imbarazzo, prima che la madre o il padre chiedano.

Chiedano una cosa tipo: (il padre poggia la forchetta sul piatto e guarda il figlio, poi lei, poi ancora il figlio) «Voi ragazzi cosa ne pensate?».

Il figlio sospira e pensa che l’Armagheddon è lontano ma che forse Carciofo potrebbe stramazzare infartuato, tanto per alleviare la tensione. La ragazza da 4 abbassa lo sguardo e fissa con inquietante intensità quello che resta della vitella.

Poi il pranzo finisce, il padre decide di portare Carciofo a fare una passeggiata, la madre si affanna in cucina, il figlio e la sua fidanzata si stendono sul divano e guardano la televisione. Lui dice sottovoce una cosa tipo: «Sai, non si possono scegliere i propri genitori» con un sorriso che non lega molto con i suoi denti. E lei risponde una cosa a caso: «No, ma sono i tuoi genitori, e sicuramente ti vogliono bene. Si vede. E poi sono delle brave persone. Magari un po’ eccentriche».

La madre dopo aver fatto finta di rassettare ammucchiando piatti e bicchieri nel lavandino si accende una sigaretta. Guarda fuori dalla finestra della cucina, dove si vedono via della Balduina, palazzi su palazzi, marciapiedi, i tavolini del ristorante sotto casa e più giù, dove il sole sta scomparendo, piazzale degli Eroi. In strada vede passare il marito assieme al cane e pensa che li ama entrambi, loro.

Dario Morgante

* una prima versione di questo racconto è stata pubblicata sul numero 200 della rivista «Blue



Nomadismo

Lo scenario non è di certo il massimo.

Carta. Ovunque. Neve di cellulosa che tace.

In mezzo a queste scogliere di Dover, nella memoria si agitano piedi che raccolgono l’inchiostro abbandonato. Si agitano in danze fatte di inseguimenti.

Nessuno pensa a come sta bevendo quell’inchiostro, a come sia un albero letterario nel suo calpestare. Caratteri che si mescolano ad eritrociti facendo accorrere basiti leucociti incapaci di procedere, nella perenne domanda “Amico o nemico?”.


Lo scenario non è di certo il massimo.

Strade. Raccolte in grovigli di grigio e bianco sono la crocchia urbana delle teste di cui siamo neuroni inferociti. Agitati da scosse elettriche di dubbia natura post-industriale ci lasciamo percorrere come da una corrente che di pulito ha solo il nomen.

Con tanti sbocchi non sentiamo di avere vie di fuga.


Lo scenario non di certo il massimo.

L’umidità la mattina penetra la pelle scura che a stento la sopporta, soprattutto quando il freddo l’accompagna nelle sue carezze.

Gli angeli dei vicoli sanno ancora dell’ubriacatura e del piscio, delle brave nottate cittadine, anche il piscio può essere disperazione. In alto le case che si vorrebbero abitare sono costruite da mani che un tempo accarezzavano la sabbia nomade.


E arriva presto la fatica della sera quando la sigaretta viene aspirata con riconoscenza dalle labbra ancora sporche di calce. Con la voluttà di chi è in pace con il proprio dovere. Con la voluttà che sparisce ad ogni boccata perché si fa largo il dubbio che forse domani non ci sarà nemmeno quell’unica sigaretta, quell’unico merito di certezza.

No. Lo scenario non è certo il massimo.

Alex Pietrogiacomi

Tempo di passaggio

Notte. Luca, disteso sul suo letto, non riesce a prender sonno. Oggi è stata per lui una gran giornata, così dicono. Oggi Luca si è laureato dottore. Ma Luca non riesce ad addormentarsi, stanotte.

Pensieri. Scorrono. Veloci, impazziti. Sono anni che ci pensa ma ancora non l’ha capito: cosa fare della sua vita. Luca è sveglio, non è per niente stanco, non ha per niente sonno. Pensa.

Forse dovrebbe trovare un lavoro qualunque, il primo che capita, e sposare Manuela. Di questi tempi bisogna accontentarsi. I sogni, a volte, bisogna lasciarli solamente alla notte.

Non si addormenta Luca, sogna, sogna forte, ma i suoi occhi sono aperti, è sveglio, sveglissimo.

Partire. Andare lontano. Forse un viaggio, potrebbe essere un’idea. Messico, India, Africa: Luca cerca un sogno distante, Luca cerca se stesso, quella parte che non riesce a raggiungere.

Stelle. Luca si alza e va alla finestra. Accende una sigaretta. Guarda le stelle e si perde oltre i suoi stessi pensieri. Ci sono limiti invalicabili per questo piccolo essere chiamato uomo. Il suo tempo è inezia rispetto a qualsiasi stella che scruta nell’immensità infinita della notte. L’umanità si è complicata la vita. Il breve tempo che abbiamo, troppo spesso viene dissipato. È un vero peccato.

Cuscino. Luca spegne la sigaretta e va a distendersi sul letto. Abbraccia il cuscino, immaginando Manuela. Sogna ad occhi chiusi, ma è sveglio. Immagina. Lui e lei. Passeggiano sulla spiaggia di un luogo conosciuto anche se non ben identificato. Ridono, scherzano. Si abbracciano, si baciano. Si baciano. Continuano a baciarsi. Si amano.

Sabbia. L’acqua bagna la spiaggia, poi si ritira. Luca disegna una stella, che lentamente svanisce. Manuela gli sorride. Lo bacia sulla fronte. Luca ha la fronte sudata. Non riesce a dormire. Si gira e si rigira sul letto. Le belle speranze nascono e spariscono come stelle disegnata sulla sabbia.

Gesso. Luca è a scuola, alla lavagna. Nella mano sinistra ha un pezzo di gesso bianco. Il vecchio professore incute timore. Non è mai stato troppo bravo in matematica. Non sa, non sa cosa scrivere. Il rigore dell’austera figura lo blocca, non riesce a pensare. Suda. Trema. Il prof lo manderà a sedere, prenderà nota. Impreparato. Eppure era semplice, nella sua cameretta, magari, avrebbe pure risolto quell’equazione. Come farà adesso a dirlo alla mamma?

Orecchini. Gli orecchini di sua madre li ricorda bene. Ha portato lo stesso paio per quasi vent’anni. Sua madre che lo rimproverava quando a scuola non andava bene. Sua madre che stamattina ha pianto, perché lui si è laureato.

Carta. Un pezzo di carta dove è scritto che è dottore. Non ha imparato nulla. Le difficoltà vere iniziano adesso. Nessuno gli ha spiegato niente sinora, a proposito di lavoro. Ha studiato tante cose, ma si rende conto di non essere in grado di far nulla. Tutto è inutile. Quella carta è stato un albero. Quanti alberi sono stati abbattuti per far laureare tutti questi dottori?

Vento. Fuori, c’è vento. Ne sente il suono, Luca. Sembra un lamento. Sembra il suo lamento. Interiore. Tum-tum-tum. Batte il cuore. Forte. C’è vento ed ha caldo. Suda. Pensa a quella volta che ha fatto sega a scuola con Picone, un suo compagno di classe. Luca non ha idea di che fine abbia fatto. Probabilmente sarà finito in galera per furto, spaccio o ricettazione. Si vedeva sin da piccolo, che Picone nella vita non avrebbe mai combinato nulla di buono, aveva il fascino del ribelle sin dalla più tenera età. In fondo era soltanto un bambino che soffriva di solitudine, la sua situazione familiare non era delle più felici. Quel giorno a far sega con Picone si era proprio divertito.

Acqua. Luca ricorda la spiaggia dove andava da bambino. C’era una scogliera dove se ne andava con maschera, pinne e boccaglio. Guardava i pesci, la vita sotto la superficie dell’acqua. In acqua si sentiva vivo, ogni pensiero si dimenticava, c’era il momento, quel momento esatto, che ora sta ricordando.

Ovunque andava, da bambino, c’era sempre una ragazzina che gli piaceva. Qualcuna la ricorda, altre le ha dimenticate.

Fuoco. Luca ricorda suo nonno che gli raccontava le storie della guerra davanti al camino acceso, cuocendo patate, castagne, uova o mele. Il nonno di Luca era un partigiano. Un socialista, fedele al partito fino alla metà degli anni ottanta, fino a Craxi. Suo nonno morì il 9 novembre del 1989 mentre il mondo si apprestava a cambiare.

Terra. Quella volta, Nicola, detto il Siciliano, gliela fece vedere sporca. I primi due pugni, come colpi sordi, lo avevano messo ko. Steso al suolo, sanguinante, un rivolo che dalla bocca finiva sulla terra secca. Luca era chiuso a riccio, il Siciliano continuava a prenderlo a calci. Gliele diede di santa ragione. Quella terra, mista al suo sangue, gli finì in bocca. Aveva sapore amaro.

Aria. Respira. Inspira, espira. Cerca la calma che non trova. Si agita ulteriormente. Un brivido gli percuote la schiena. Ha paura. Non riesce, non riesce a mantenere il controllo. Vorrebbe urlare. Tace.

Sono ore che prova a prender sonno Luca stanotte. I ricordi più nascosti tornano a galla, improvvisamente ed inaspettatamente. Si alternano davanti al suo sguardo.

Oggi per lui è stato un gran giorno. Tante cose non sarebbero più state come prima. La vita universitaria terminata. Non c’era un secondo da perdere, tutto da costruire. Una vita.

Da dove cominciare? Per il momento non aveva nulla da fare. Avrebbe voluto dormire.

Rumori esterni. Il camion della nettezza urbana. Quasi mattina.

Nella notte che da ieri accompagna all’oggi, si era compiuta una strage. Un’età era finita. Egli aveva dinanzi a sé una pagina bianca sulla quale poter scrivere qualsiasi cosa, i propri sogni da realizzare.

Sogno. La luce del mattino penetra nella stanza di Luca, che non ha dormito stanotte. Gli uccellini cinguettano. Sbadiglia, Luca. Sente rumori di stoviglie provenire dalla cucina, qualcuno che chiude la porta e scende le scale. Si addormenta.

Gianluca Liguori