Parigi à passages – Passage du Marché

di Simone Olla

Gli uomini amano il ritorno dell’uguale,
soprattutto quando evoca e rinnova il ricordo di ore appagate.
Ernst Jünger

[E per Lui l’ultimo ricordo si chiama Titine, una santa poesia prostituita: l’unico teatro che guardammo assieme, quell’unica volta che rimanemmo soli.
Nel libretto che ci consegnarono all’ingresso c’è una dedica che recita così: Amica, leggilo e poi vattene. Amore, leggilo e poi continua.]

E mi sorprendo a parlarvi al passato come se avessi davvero deciso di raccogliermi dentro una ritualità indefinita e infinita.
Vieni qui, mi diceva, vieni qui che vicini con la finestra aperta fa più caldo e se chiamano da sotto il tuo nome – il mio nome – se chiamano di sotto il tuo nome, se dal Passage spingono per salire le scale ed entrare dentro di te a consolar mancanze, tu non rispondere, Titine, non questa volta, almeno.
E invece, anche fra le sue braccia, anche col caldo che sentivo ancora, se dal Passage chiamavano Titine, Titine rispondeva da sdraiata com’era, come sempre aveva fatto, tanto lui aveva detto vieni qui, e a Titine bastava. Alors? Rispondeva urlante Titine che si sentisse di sotto. E indossata una veste leggera, alla finestra del Passage, pretendeva pazienza per le richieste del prossimo venuto.
Io, Titine Gassion, rivendicavo intimità per il mio amore sdraiato.
Devi rivestirti – gli dicevo.
Vieni qui – mi rispondeva.

Che funzione avrebbe avuto la bambina che entra in scena nel finale ce l’eravamo detti in quel ristorante indiano il giorno prima della sua partenza, durante una cena a notte inoltrata, dopo l’ultimo amore silenzioso nella sua casa in Faubourg St. Martin: quella bambina e quel testo che prendeva forma senza note di regia avrebbero arredato le rispettive vite lontane, un pensiero Leggi il resto dell’articolo

Parigi à passages – Galerie Véro-Dodat

di Simone Olla

Nerval e il suo amico Chenavard visitano due volte la Collection Indienne di Monsieur Catlin del 1845. Durante la prima visita assistono alle danze di dodici indiani Ioways e ne rimangono estremamente colpiti, ma per motivi diversi. Chenavard riempirà un intero quaderno che andrà perduto durante l’eurc del 1910. Nerval sentirà l’esigenza di una seconda visita, due mesi dopo, e per contribuire al dibattito attorno a L’Autre de l’art firmerà un articolo intitolato Spectacles d’ètè, Les indienes O-Jib-Be-Was à Paris. All’amico pittore dirà di essersi sentito studiato, durante la prima visita così come durante la seconda.
Potresti spiegarti meglio?
Ho visto i vostri occhi, avidi. E ho visto i loro, avidi allo stesso modo, di noi, di voi. Mi sono chiamato fuori dal nostro primitivismo, ma ancora non ero da solo. Le domande che ci hanno fatto, ricordi? E il ritrattista? I nostri abiti, i nostri balli, la nostra guerra. Prendevano oggetti che avrebbero regalato alle tribù amiche. Era la loro esplorazione, nell’altro nuovo continente.
Sei pazzo!

Ma sei un genio!
Potresti spiegarti meglio? È importante.
Hai visto dove non riuscivo a vedere. Mi hai spiegato accomodandomi dentro un’altra prospettiva: la loro. E ora Leggi il resto dell’articolo

Parigi à passages – Passage Molière

passage moliere di Simone Olla

Sono un ricordo di luglio, se ci pensi: un vestito a righe con trame larghe di Chopin, Strauss e quel babette di Shostakovic. Sono diventato la mia ragnatela.
Oui.
Non chiudere, ti prego, quei begli occhi interessanti. Canto e danzo da stella a stalla: Tace il labbro / L’amo, dice il violin / Le sue note dicon tutte / M’hai da amar.
Julie mi dice che sono stonato ed è stretta al mio corpo. Danziamo un tempo solo nostro, beatamente esclusi, intimi nei movimenti.
Il nostro primo ballo fu un valzer, potremmo dire un giorno accarezzando il gatto davanti al camino.
Mi chiedi perché ascolto Dinu Lupatti – i valzer, poi. E ti rispondo che il respiro dei valzer di Brahms è corto; quindi non ti rispondo. Ma poi domando: conosci l’opera 39? Mi dici di sì. E io continuo a parlare e a danzare; quanto mi piace danzare, e quanto parlare: l’invitasion à la valse di Carl Maria Von Webber, ti dico all’orecchio, è quanto chiedo di ballare con te, Titine. Un giorno, mi rispondi, chissà. E danziamo. Magari, penso. La tua pelle sulla nuca è liscia. Non per pianoforte, mi dici, l’invito di Von Webber eseguito da un pianoforte solo mi addormenta. E continua la tua stretta, e quando prendo respiro per rispondere stringi più forte, tacendomi. Avrei voluto dirti che l’invito ai fiati del violino, all’inizio, è sfacciatamente cortese. E lo stesso, nel finale, è un invito al sonno. Leggi il resto dell’articolo

Parigi à passages – Passage Vendôme

di Simone Olla


Per questa nuova luce alla vita: L.

Emmy la blonde è fermata per schiamazzi in rue Druot assieme alla sorella Costanza, e con questa condotta alla stazione di polizia del 9e. Ai nostri bravi agenti scrivani dirà per prima cosa di essere un’artista drammatica del Folies Bergère e di abitare al numero 3 del passage Vendôme; sedendosi sull’unica panca della sala farà il nome di Bru Gauchet, dite Piteau – un banchiere che le allunga la paga settimanale; infine dirà di essere nata il 29 aprile 1853.
Ma qua c’è un’altra data di nascita.
Ma è un errore.
Ma dobbiamo procedere con l’arresto.
Lo so, per falsa generalità.
Signorina!
Mia sorella l’avete identificata?
Vostra sorella potrà allontanarsi, sì. E cercare…
Monsieur Leontine, esatto. Mio padre.
Vostro padre, sì.
Costanza, quindi, poteva allontanarsi alla ricerca di Monsieur Leontine, che registrò due volte la nascita di sua figlia Emmy, quell’impiastro: quando nacque indicò il 29 aprile 1853 – giorno mese anno orario tutti giusti. Ma poi prestò degli anni a sua figlia; e poteva farlo. Fece una seconda registrazione alla mairie di rue du Leggi il resto dell’articolo

Parigi à passages – Galerie des Variétés

pag

di Simone Olla

Camminavano senza una meta precisa, la luce dei becs de gaz si confondeva con quella che a est saliva lenta annunciando il nuovo mattino. FH – ubriaco e sfatto – mandava a memoria la nuova lettera da indirizzare a Emmy. WB – impeccabile dentro il suo abito nero, camicia avorio e papillon slacciato – accompagnava i passi barcolli del suo amico tenendolo per un braccio; e parlava poco, WB, e ascoltava ancora meno. Lo sforzo che FH impegnava per resistere alla vita doveva scolpirlo nella mente per non dimenticarsene il giorno dopo: scriverlo non basta, amava ripetere. WB, invece, non faceva alcuno sforzo di resistenza alla vita giacché il suo vivere non era resistere: i giorni scorrevano leggeri e fin troppo veloci, riempiti con metodo di studio e riposo quanto bastava.
Emmy adorata – bofonchiò FH – non vi aspettate questa lettera e forse nemmeno io mi aspettavo di scriverla a quest’ora di notte… nell’ultima vostra, mi chiedete dei miei acciacchi… di quelle scosse improvvise che Leggi il resto dell’articolo

Parigi à passages – Passage du Bourg-l’Abbé

di Simone Olla

Quando mi metto a dormire il cielo è già diventato rosso. E quando mi levo la mattina è bianca felice. Claire mi ha lasciato un biglietto sotto la porta, mi ringrazia per le abbondanze della notte precedente. Conservo i suoi biglietti nelle Odi del gioioso mattino di FH che sto traducendo per lei; mi paga le giornate di lavoro intenso come quelle di ozio, quelle che scivolano via suonate adagio dalla sua collezione di sinfonie. Quando mi trova seduto nel suo divano con le mani sul capo e lo sguardo basso, quando mi trova chiuso e rarefatto non si danna né vuole vedere il colore del sangue: Claire canta la musica e mi parla.
Entra in questa casa per la prima volta che io sono fuori città, ma le ho sgomberato quella che sarà la sua stanza, quella che era la mia, la più grande: la stanza con le due finestre. Ho lasciato i libri sulla nuova scrivania, la valigia per terra, il letto ancora da rifare. Sulle pareti, al posto dei quadri, ci sono appese le mie camicie ad asciugarsi – quando Claire entrerà sentirà quantomeno odore di bucato. Non ho lavato i piatti, né ho passato lo straccio nel parquet. Eravamo Leggi il resto dell’articolo

Navi che attraversano il mare di notte

di Simone Olla

Gerardo apre la porta della cabina 112, sul ponte Aurora. Il pavimento è di velluto blu; i suoi passi – dopo aver acceso la luce – non fanno rumore quando si dirigono verso il letto con la testiera a prua; se dovesse avere freddo – gli hanno detto alla reception – se dovesse avere freddo troverà una coperta nell’armadio. Gerardo, posata la valigia al centro della stanza, è la prima cosa che ha fatto, guardare se dentro l’armadio ci fosse la coperta; rassicurato dalla vista di questa si è disteso sul letto e ha liberato i piedi dalle scarpe bloccando le mani dietro la nuca, ha chiuso gli occhi pensando di rimanere chiuso dentro alle sale d’imbarco per tutta la traversata, i suoi pugni sulle porte sbarrate inascoltati: la puzza di nafta potrebbe stordirmi, respirare per undici ore questi vapori potrebbe uccidermi, pensa Gerardo ancora con gli occhi chiusi, disteso sul letto della cabina numero 112. Leggi il resto dell’articolo