Fútbologia

Riproponiamo qui, in attesa di Fútbologia, l’indice dello speciale che Scrittori precari curò per i Mondiali del 2010.
Fútbologia è un festival di 3 giorni che si terrà a ottobre a Bologna, con conferenze, reading e incontri. In mezzo proiezioni di film e documentari, torneo di calcio a cinque, bar sport, workshop di costruzione della palla per bambini. E tanto altro ancora.
Fútbologia
è un modo per ripensare il calcio. E tanto altro ancora. Leggi il resto dell’articolo

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Orfeo e Euridice a Lampedusa

Oggi ho visto una ragazza che ti assomigliava. A dire il vero non è proprio che ti assomigliasse, aveva capelli biondo scuro e occhi verdognoli del Nord, che nulla avevano a che fare con i tuoi colori scuri. Però c’era qualcosa nel suo sguardo che mi ricordava te, il modo in cui i suoi occhi deridevano il mondo, in cui sfuggivano continuamente ad ogni controllo. Maledetti quegli occhi che non hanno saputo guardare avanti, e che io non sono stato in grado di governare.

Era un poco più grande di te, credo avesse sui diciotto anni. Se ne stava in un angolo della barca, commentando con i suoi occhi divertiti una coppia di turisti che facevano la gita con lei. La donna rideva sguaiata e si aggrappava a un cinquantenne color aragosta che esibiva come un trofeo. Mentre sfoderavano un falso sorriso da fotografia di viaggio, lei lo rimproverava perché in quell’isola dimenticata da Dio in cui lui l’aveva trascinata non c’era abbastanza vita mondana, Neanche un pareo party! Il prossimo anno tutti a Ibiza con la barca del Ferdy. In quel momento una folata di vento le ha slegato il foulard azzurro che è volato via, facendo esplodere una massa di capelli ricci e selvaggi. Ho guardato il foulard planare lentamente sull’acqua, quasi a godersi la brezza marina, e poi dissolversi nel celeste irreale di Cala Pulcino, finalmente libero. Sono stato felice per lui.

Io invece, Lampedusa, l’ho imparata ad amare, e sento che un po’ somiglia a ciò che sono diventato. Mi piacciono le sue scogliere crudeli e inaccessibili, le barchette dei pescatori sospese sull’acqua adamantina, e quell’unica strada asfaltata spolverata di bianco. Ma amo soprattutto ciò che resta quando il ronzio dei turisti in quod e scooter sparisce: una terra di solitudine profonda e amori obbligati. L’arida desolazione della roccia specchiata in un mare troppo grande, i cani randagi che passeggiano malinconici e bonari, il grido di dolore che lancia l’isola quando soffia il maestrale. Il grido di chi cerca qualcosa che ha perduto per sempre.

La storia poi di come dai motoscafi della speranza sono arrivato a condurre barche per i turisti in giro per quest’isola, ha dello straordinario. L’unico tra tutti gli immigrati arrivati ad essere riuscito a fermarsi qua. Forse racconteranno la mia storia, giù al Paese. La racconteranno i pescatori mentre sgraneranno le reti, annoiati dal troppo mare e vogliosi di immaginare uomini e donne al di là di quel muro blu e le loro vite straordinarie, esempi virtuosi o canaglie da non imitare, con i loro soliti impasti affascinanti di ammonimenti e realtà.

Erano stati proprio i pescatori a raccontarmi anche quella leggenda che ci riguardava, ricordi? Chi era costretto a fuggire dal Paese e desiderava che il viaggio andasse a buon fine doveva riuscire a non voltarsi indietro, verso la terra natia, durante il primo mezzo minuto del viaggio. Sembrava facile, ma era un’ardua sfida di volontà, dicevano tutti dandosi ragione a vicenda.

«Tutte superstizioni!», mi hai detto quando ti ho riferito la storiella, scuotendo il capo e prendendo in giro tuo padre. Il bagliore bianco del tuo sorriso si è aperto sul tuo viso scuro come una ferita. Tua madre aveva lo stesso modo di sorridere, assoluto e prepotente, che mi vinceva ogni volta.

«Hai ragione. Sono tutte superstizioni. Ma per una manciata di secondi possiamo provare a resistere, no?»

Me li ricordo bene quei trenta secondi. Spalla a spalla con altri settanta disperati come noi, in quel gommone di una dozzina di metri, il loro fiato sul collo, e le onde ad aspettarci come aguzzine. Mi ero messo apposta sulla parte anteriore per evitarci ogni tentazione. Il tuo volto rischiarato dalla luna era per me l’unica isola in quel mare nero. Fissavo preoccupato i tuoi occhi irrequieti, distratti dalla paura. Volevo inchiodarteli alla piccola prua, figlia mia, stringerti a me, proteggerti per sempre dalla notte salsa del mare. E invece al venticinquesimo secondo ti ho vista come un lampo voltare la testa e guardare indietro, verso casa nostra, verso le tue amiche, la nostra terra, i tuoi sogni di ragazza, forse qualche giovane uomo. L’attrazione verso il passato, l’identità, la sicurezza è stata per te troppo forte, irresistibile.

Allora tutto l’Universo mi è scivolato inesorabilmente tra le dita. Io tentavo di trattenerlo con le unghie, cercando di salvare un po’ di esistenza e di speranza, per te, ma come un imbuto quel tuo gesto mi è sembrato risucchiare ogni cosa.

Tu ti sei accorta dei miei occhi atterriti, hai dondolato la testa, ma quella volta non mi hai deriso. Nei tuoi occhi brillavano le costellazioni, ed io ero schiacciato dalla mia finitezza e impotenza.

«Sono tutte superstizioni!», hai sussurrato contro la notte, che, avvolgendoti, stava preparandosi a farti sua.

Sofia Assirelli

Lo stereotipato mondo delle tifose dei mondiali

Questo racconto è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti e persone è puuuuuramente casuale.

“Che ne diresti di scrivere qualcosa sui Mondiali?”. Argh, i Mondiali, me ne ero dimenticata. Googlizzo furiosamente “Mondiali 2010” e mi aggiorno su date, orari delle partite e più o meno chi giocherà con la maglia azzurra. Doppio Argh, la prima partita è proprio stasera.

Oui, lo stereotipo delle donne che guardano i mondiali, c’est moi. Di quelle che durante il campionato oltre a non interessarsi di calcio tentano di evitarlo, senza riuscirci. Di quelle che guardano con curiosità antropologica gli interminabili pomeriggi di calcio su Seven Gold, svegliandosi di soprassalto dalla pennichella domenicale con gli urli di Corno. Di quelle che però inevitabilmente si trasformano in sfegatate tifose di Europei e Mondiali, quando cioè gioca la Nazionale.

Che poi non è che si abbia questo patriottismo senza confini, e anzi, essere felici perché almeno ci sono i Mondiali mi fa a lungo riflettere su quell’”almeno”. Ma è così che è andata l’ultima volta.

Nel 2006 ero appena rientrata in Italia dopo il mio lungo anno parigino ed ero ancora piuttosto stordita. Io e le mie amiche ci eravamo conquistate un lussuoso ghetto femminile dove poter sfogare la nostra fede calcistica improvvisata e a tempo determinato come meglio ci piaceva, un po’ per nostra scelta e un po’ perché eravamo state bandite da morosi e amici. “Non vogliamo donne con noi, vogliamo il rutto libero e poterci sfogare come meglio ci pare. Mentre con le femmine fra i piedi non ci si riesce”. Una serie di donzelle in abiti rosa, di pizzi e organza, sedute composte sul divano con le gambe accavallate, con una bandierina italiana in mano che si dicono “cara, quei gentiluomini hanno forse segnato?” a un tono di voce lieve, quasi impercettibile. Ecco l’immagine che gli uomini che conoscevamo sembravano avere di un gruppo di donne che guardano i mondiali. Ma dico, di donne come noi!

Suonai il campanello dell’appartamento-ghetto e mi trovai di fronte alla realtà. Simildonne in mutande e canottiere da camionista stavano aggrappate a birrone da 66 cl. Qualcuna ruggì un rutto da competizione, poi scoppiò un coro improvviso e spaventoso: “Minchia di Toni, vogliam la minchia di Toni, minchia di Toniii, vogliam la minchia di Toni!”. Erano terribili. Annuii convinta, ero tra le mie simili.

Durante la partita tutte sfoggiavano le loro vere o presunte conoscenze calcistiche, e io urlavo contro la televisione, seguendo a naso i “Nooooo” e i “Sìììììì!!!!” delle altre pulzelle indifese. Che poi non ho mai capito bene la regola del fuorigioco, ma non l’ho mai sottolineato.

Mentre seguivo le complesse vicissitudini di quella finale pensavo ai personaggi che avevo incontrato nei giorni precedenti e che volevano in qualche modo ostacolare il mio connubio con il calcio una tantum: L’Intellettuale: “Non trovi che tifare per i mondiali sia una mera sovrastruttura vuota di senso che serve solo a costruire l’illusione di un’unità nazionale?”. Il Fidanzato: “Non capisco quelle donne, come te, che si interessano del calcio solo quando ci sono i Mondiali. Se vuoi ti faccio io un riassunto”. Lo Scaramantico: “Visto che eri in Francia durante le altre partite saresti così cortese da prendere un volo prima della finale e tornartene là?”.

No, no e no. Io avevo solo una ragione per seguire i Mondiali: mi piaceva. Mi piacevano l’euforia leggera della folla, i colori, i sudori, quell’essere-insieme energico. Mi sembravano motivazioni più che sufficienti.

Alla fine quell’anno abbiamo vinto anche la finale, Campioni del Mondo. Noi ci siamo abbracciate, abbiamo bevuto, gridato, gioito, e ci piaceva un sacco. Mi piaceva quell’euforia, quell’effervescenza collettiva. E per me, in bilico tra la Francia e l’Italia, tra un mondo e l’altro, tra un periodo della vita e un altro, per me che non ero più e non ero ancora, quell’euforia diventava qualcos’altro, colmava gli interstizi della mia immaginazione e scatenava la mia fantasia. Tanto da volerci scrivere un libro.

Sofia Assirelli

Il cielo dei se

IL CIELO DEI SE *

Era così profondo che a guardarlo dall’alto quasi avevo le vertigini. Il canyon che mi ritrovavo sotto il collo, là dove normalmente sorgono floride colline, mi lasciava in uno stato di arida desolazione ogni volta che mi esaminavo allo specchio. Profilo destro. Profilo sinistro. Frontale. Osservavo attentamente qualsiasi impercettibile rigonfiamento che potesse farmi sperare in un embrione di femminilità. Ma niente. Lo specchio, facendomi rassegnate spallucce, mi rifilava sempre lo stesso verdetto: anche questa estate niente tette. Mi rivolsi allora all’unico santo a cui potevo votarmi: mia nonna Alberta, intenta in quel momento a fare la sfoglia. Diceva rosari per ogni gattino smarrito, ogni gamba fratturata, ogni colpo di tosse del paese: non vedevo proprio perché non potesse occuparsi del problema del mio seno, che all’epoca mi sembrava poter competere con la guerra e la fame nel mondo per aggiudicarsi il titolo di più grave catastrofe dell’umanità. E così le commissionai due rosari, uno per seno, e che ci si mettesse d’impegno, la rimbrottai direzionandole lo sguardo a quei tristi bottoni di tettucole che avevo al posto del decolleté.

Il punto è che io volevo diventare bella e grande per lui, Bici Rossa, il mio amore sedicenne, un affascinante moretto che passava le vacanze nel mio paese. L’estate per me cominciava quando riuscivo a vedere (dopo settimane intere di indecenti appostamenti in cima alla collina) la macchina dei suoi genitori parcheggiata davanti alla sua villa e finiva quando lui se ne andava con le prime folate settembrine. Trascorrevo l’intero inverno a immaginare il momento in cui ci saremmo rivisti: lui scendeva dalla macchina dei suoi, mi scorgeva (nel frattempo ero diventata una strappona bionda, alta un metro e ottanta, con la quarta di reggiseno e avevo anche ottenuto magicamente un paio di occhi verdi) mi diceva “sei proprio tu? Sei diventata meravigliosa!”, s’innamorava all’istante, ci baciavamo e vivevamo felici e contenti, come in tutte le fiabe che si rispettino. Proprio quel giorno, finalmente, l’estate era arrivata in macchina con Bici Rossa e me ne stavo irrequieta al fiume con i miei amici, sapendo che poteva comparire da un momento all’altro.

Era così profondo il fiume che ogni volta che mi tuffavo per andare a toccare il fondo non riuscivo a riemergere per vari secondi. Quando sbucai dall’acqua gelida e me lo ritrovai davanti, lì in acqua accanto a me, lo accolsi con la mia muta bocca spalancata: è qui che il mio film cominciava. Ma io non ero una strappona bionda bensì un’aspra dodicenne e neanche quell’anno, chiaramente, il film cominciò. Bici Rossa mi salutò con il suo sorriso pieno di sole e malizia, mi fece una carezza sulla testa di quelle che si fanno ai bambini e si occupò presto di altro, anzi di altre. Loro sì che erano appetibili: avevano addirittura tredici anni, venivano dalla “città” e non gli mancavano di certo delle arroganti, altezzose mammelle. Bici Rossa e gli altri ragazzini cominciarono per scherzo a slacciare a tutte il bikini. A tutte tranne che a me, perché era inutile. Un pochino mi rodeva.

La sera, come ogni sera, raggiunsi gli altri nel piazzale. Anche se eravamo piccoli nel paese non si celavano pericoli e i nostri genitori ci facevano restare fuori fino a tardi, le undici. Io avevo sempre i capelli ancora un po’ bagnati e un inebriante odore di balsamo addosso: era quello il profumo dell’estate per me, l’odore di una promessa mai completamente mantenuta.

Giocavamo sempre a un nascondino evoluto, che aveva come confini i dintorni del paese. Anche quella sera Daniele cominciò a contare Uno, due, tre…novantanove, cento! e noi ci spargemmo dietro ai porticati, giù per i borghi, sotto il Ponte medioevale, su a perdifiato per le colline. Io “casualmente” mi nascosi nel prato in cima alla collina con Bici Rossa. Mentre eravamo stretti stretti dietro a un dosso, il silenzio della notte si addensò attorno a noi e lui mi disse “quando sarai più grande ripasserò”. E allora cominciai subito ad aspettare di diventare grande, e a contare Uno, due, tre…novantanove, cento… Gli sorrisi per quella spremuta di potenzialità che mi stava offrendo, felice in fondo di non essere ancora. Ci sdraiammo sul prato senza fare più nulla se non contemplare le stelle che pattinavano veloci sul cielo nero.

Era così profondo il cielo e così pieno: pieno di tutto quello che mi sarebbe accaduto, di tutto quello che mi sarebbe potuto accadere e anche di tutto quello che non mi sarebbe accaduto mai. Mentre sentivo di lontano gli echi degli scalpiccii di qualcuno, dei “Tana per me!” e mia mamma che mi reclamava dalla finestra – No, mamma, fammi giocare ancora un po’– io mi scioglievo tra le trame oscure del cielo, da cui mi sgocciolavano addosso dei seducenti

SE      SE      SE…

Sofia Assirelli

* racconto pubblicato sul Corriere di Bologna