Lo Spreca? Meglio l’Amaro del Mago

Questo articolo è apparso precedentemente sul «Gazzettino dello Scrittore Novello» (perdonerete, quindi, se a distanza di tempo possa presentarsi un poco sfiatato).

Parola dello scrittore di culto Andrea Coffami, che, interpellato sulla possibilità di trovare due lettori che lo presentino al Premio Spreca, ha risposto laconico: «Io mi presento da solo, e bevo soltanto Amaro del Mago».

Stando alle parole del diretto interessato, la storia della candidatura del maestro dell’irriverenza sembrerebbe insomma la solita bufala montata ad arte per far salire l’audience. L’ambiente delle lettere, già surriscaldato dal timore per la sua partecipazione, si è improvvisamente ritrovato disorientato, incapace di spiegarsi una scelta talmente suicida: «Avrei capito il Peroncello,» ci spiega un attonito addetto ai lavori (volutamente anonimo, per non alimentare ulteriori polemiche), «ma scegliere l’Amaro del Mago è un chiaro sintomo di perversione».

A distanza di poche ore, lo stesso Coffami si è dimostrato perplesso sulla sua decisione: «Ho saputo solo in seguito che è previsto anche il buffet,» ha ammesso, «ma ormai hanno chiuso le prenotazioni».

Tra i suo fan, c’è chi già si dispera e chi invece interpreta la scelta del suo beniamino come l’ennesimo gesto anticonformista nei confronti del sistema: «Che altro poteva fare?» si chiede Luca (uno che ha persino i primi cd autoprodotti con la voce dello scrittore incisa su basi neomelodiche), «Lo hanno ignorato per anni, e ora che il suo stile dà scandalo, tentano di addestrarlo per far divertire i benpensanti».

Non è dello stesso avviso Gianluca, che invece di Coffami conosce soprattutto il lato poetico: «Un po’ di non sense avrebbe fatto senz’altro bene a un premio in cui gli scrittori si prendono un po’ troppo sul serio».

Comunque vada, questa nuova edizione del Premio Spreca sembra aver riaperto una vecchia questione nel mondo dell’arte tutta e non solo della letteratura: ovvero se sia possibile rimanere puristi fino in fondo; oppure, visto che le mani bisogna proprio sporcarsele, se non sia allora meglio approfittarne e lanciarsi nella vasta gamma dei compromessi accettabili.

Che i più si proclamino puristi per poi accapigliarsi al momento dello scrutinio, non è d’altronde una novità, ma anche questo aspetto fa in fondo parte dello spettacolo: ecco dunque spiegato il motivo di tanta attenzione nei confronti delle capriole linguistiche di Andrea Coffami, che (c’è da starne certi) avrebbe fatto saltare i nervi a più d’un concorrente.

Lo stesso scrittore, nel corso dell’intervista che riporteremo integralmente soltanto dopo la proclamazione del vincitore 2011, si è poi dichiarato dispiaciuto di perdersi l’evento: «E io che me l’immaginavo una serata noiosa,» si è sfogato, «con i giornalisti che si contano i peli del naso mentre gli scrittori ricordano al pubblico tutti i patimenti passati e i sacrifici che hanno dovuto affrontare per arrivare fin là…»

Insomma, nonostante le accuse di usare un linguaggio volgare e provocatorio al fine di mascherare i propri difetti stilistici, Andrea Coffami dà invece dimostrazione di un’ingenuità che farà sorridere (se non proprio ridere) i più scafati scrittori dell’entourage letterario, che a forza di spingere e lamentarsi un posto a tavola lo trovano sempre.

Infine, una nota di colore. Lo scrittore dalle origini indefinite (alcuni dicono la Ciociaria, altri i Monti Ausoni, altri ancora persino la Costiera Amalfitana) s’interroga candidamente sul nome dell’ambito premio letterario: «Non ho ancora capito se si chiama Spreca perché ci vanno tutti gli avanzi, o perché durante la serata si butta via un sacco di roba».

Davvero un peccato che al suo posto si siano ormai prenotati i denti di qualcun altro…

 

La tessera

Scoreggiai di riflesso sul finire di quella telefonata. L’aria calda sciolse per pochi istanti i muscoli un po’ intirizziti dal primo vero freddo invernale, e distolse i pensieri dalle chiacchere inutili di cui Frasko stava iniziando a indurirmi la testa. Fu solo mentre riagganciavo che intuii di aver potuto suscitare qualcosa di interessante nei sensi primari del tipo che aspettava l’autobus dietro di me; voltatomi mi offrì un’occhiata trasversale.

Lasciai la fermata dove avevamo concordato di incontrarci e decisi che avrei proseguito a piedi. Al passo spedito che quella sera di fine novembre richiedeva, non ci sarebbero voluti più di una decina di minuti. C’eravamo dati nuovo appuntamento direttamente in S. Lorenzo.

Iniziò a piovere, ormai non ci facevo più caso. Fin dall’adolescenza non avevo mai amato molto gli ombrelli. Strumenti con cui la borghesia si era popolarizzata e quindi si era diffusa. Come l’ascensore fino al terzo piano.

Arrivai con una buona mezz’ora di anticipo. Non capitavo a Roma praticamente dagli anni degli studi. Erano gli anni della Pantera, quando per l’ultima volta i giovani si erano ricordati che si può costruire tutto quello che si può immaginare. O almeno ci si poteva andare vicino.

Anche il quartiere di S. Lorenzo lo sentivo diverso, proprio nel suo sembrarmi rimasto uguale per molti aspetti. Stessi riferimenti politici, stesso tipo di scritte sui muri, stesso tipo di locali. Ritrovavo alcuni di quelli che erano stati i luoghi più importanti e significativi dei miei vent’anni. Avrei dovuto esserne entusiasta, e d’entrata lo ero al riaffiorare di ricordi vivi, belli per lo più, che erano rimasti appiccicati agli angoli di quelle strade. Solo che vedere quei luoghi così simili nell’essersi trasformati, a distanza di vent’anni e sapendoli essere stati prima altrettanto simili e diversi per almeno altrettanti anni, defluiva il mio entusiasmo in un senso latente eppure nitido a tratti, di spettacolo, rappresentazione. E mi puzzava.

Almeno i ragazzi, abbivaccati ancora come una volta a quell’ora in p.zza dell’Immacolata, pur nell’eterno ritorno della festa sembravano avere altri segni, altri simboli, altre maschere. Sì, in fondo doveva essere spettacolo anche quello. Fu l’ultimo pensiero che mi passò per la testa prima di infilarmi nel primo locale che mi capitò a tiro.

Mi avvicinai al banco con l’idea di aspettare Frasko là dentro. Non c’era molta gente seduta ai tavoli di quel martedì sera, l’ambiente ideale per rincontrare un vecchio amico senza restare intrappolato nella tela dell’esistenza.

«Vorrei una chiara media, grazie».

La ragazza era piuttosto grassoccia e aveva l’aria di una che era stata messa lì da poco tempo.

«Sì, guardi, noi siamo un club, se è la prima volta che viene da noi le faccio subito la sua tessera personale, non costa niente, è assolutamente gratuitaecco qua guardi, compili nome e cognome, dati personali»

Impossibile trovare il punto in cui spezzare il discorso. Aspettai inchiodato che finisse.

«Guardi, io veramente non sono della zona, passavo soltanto per prendere una birra e aspettare un amico, ma me ne vado domani, non credo convenga né a me né a voi farmi una tessera che poi non riutilizzerei»

La ragazza sembrò per un attimo non sapere bene cosa dire. Poi riattaccò.

«Guardi, noi veramente siamo un club, se vuole consumare devo prima farle la tessera, non costa niente e può riutilizzarla in qualsiasi momento, oppure rinnovarla sempre gratuitamente».

Mi liberai con pochi convenevoli.

Improvvisamente mi accorsi di quanto fuori facesse freddo. Sentivo avvicinarsi la mia stagione preferita, l’inverno. L’unica dove il lento morire nel divenire del tutto rendeva veramente indispensabile far traboccare le energie del corpo e della mente, e quindi l’empatia col Mondo.

Cercai subito un altro posto lì vicino dove andarmi a rintanare.

Stavolta non dovetti fare neanche la fatica di arrivare al banco. Appena varcata la soglia mi incalzò un ragazzo dal volto inutile più dei suoi capelli a spazzola, seduto dietro a un tavolino.

«Buonasera, ha già la nostra tessera oppure»

Non gli detti neanche il tempo di finire il preambolo. Feci finta di guardarmi un attimo intorno, poi girai i tacchi e me ne andai.

S. Lorenzo. Il quartiere storico della Resistenza romana. Il quartiere della contestazione studentesca e della cultura alternativa. La Kreuzberg italiana. La “normalizzazione” aveva funzionato alla grande. Tutto assumeva ora chiaramente i tratti di una grande rappresentazione programmata per andare in scena ogni giorno, magari cambiando ogni tanto un po’ di allestimento e di sceneggiatura, qualcuno dei suoi protagonisti e delle comparse, purché restasse costantemente invariata la trama di fondo. Sì, adesso improvvisamente era tutto molto chiaro.

Ma ci vogliono almeno tre prove per sentenziare un colpevole, pensai. Stavolta però decisi che avrei buttato prima un occhio all’insegna del locale, pensando forse inconsciamente di potervi leggere dietro nascosta una trappola o meno.

“La burrasca”. Avevo preso per una strada secondaria. Se mi vogliono schedare anche qui, mi dissi giuro che ringiovanisco di vent’anni e rispolvero uno dei buon vecchi sit-in di disobbedienza civile.

Non feci in tempo ad arrivare al banco neanche stavolta. Stesso tavolino a ridosso della soglia, stesso garzone inutile appostato di sentinella.

«Salve, ha già la nostra tessera o»

«Senta, non la voglio la vostra tessera del cazzo, sono qui solo per aspettare un amico, non prendo neanche niente da bere se necessario, mi basta potermi mettere a sedere e aspettare dieci minuti. Dieci fottuti minuti che arrivi il mio amico per ripararmi dal freddo assassino che c’è la fuori, capisci? Nient’altro».

Aveva i capelli neri rasi, il capo stondato e gli occhi ignari di un ragazzo di vent’anni.

«Veramente signore la consumazione all’interno del locale sarebbe obbligatoria.. e poi il tesseramento lo dobbiamo fare anche per semplice permanenza in esercizio privato, per la questura insomma»

Avevo voglia di vomitare. Al mio paese in provincia di Treviso c’era molta più libertà di movimento.

«Senti guarda facciamo così: io mi metto a sedere senza ordinare niente e aspetto che arrivi il mio amico. Appena viene facciamo insieme questa benedetta tessera e ci beviamo qualcosa, ok? Oppure ce ne andiamo».

Il garzone alzò le spalle in segno di impotenza. Andai a sedermi a un tavolo per due, ma mi accorsi che mi gettava qualche occhiata ogni tanto. Squillò il telefono. «Frasko!Pronto! Sì, sto qua, sono ad un locale che si chiama “La burrasca”, lo conosci? Ah, okperfetto allora ci vediamo qua fra cinque minuti»

Il garzone continuava a tenermi d’occhio, ed ebbi la sensazione che avesse allungato l’orecchio durante tutta la telefonata. Mi alzai per andare al bagno.

La porta del cesso unisex di quella bettola rivestita di legalità non si chiudeva nemmeno. Mi ricordai non senza una risata cretina, che con Frasko ci eravamo conosciuti proprio dentro un cesso come quello. Io strippavo sconfitto da una serata in cui avevo scommesso col proprietario che mi avrebbe lasciato in gestione il locale se mi fossi scolato un’intera cassa di birre entro chiusura. Lui, Frasko, passava solo per fare quel che stavo facendo io adesso.

Fui interrotto bruscamente nel mio sforzo muscolare al basso ventre che ancora me la ridevo, una ragazza aprì senza guardare pensando di trovare libero. La smorfia che ne uscì fuori l’istante che mi voltai non doveva essere rassicurante, a giudicare dal raptus con cui la biondina richiuse. «La decadenza della civiltà occidentale,» diceva un vecchio filosofo, «si vede anche da come la gente sbatte le porte».

Uscii tirandomi su la zip e lasciando via libera alla bionda. Il gabinetto dava sulla sala principale. In mezzo, un uomo ben piazzato con un lungo cappotto scuro tentennava guardandosi attorno circospetto. Aveva indurito i lineamenti del volto e di tutta quella sua cenestesi che già all’epoca sapeva incalzare le assemblee e i cortei di protesta. I pantaloni di jeans un po’ attillati, il maglioncino in stile casual rigato orizzontale, la barba fatta e i capelli corti tagliati con cura; tutto adesso in lui contribuiva a dare un senso di apollineo a quel ragazzone di borgata che avevo conosciuto come un impareggiabile compagno di sbronze.

«Frasko!»

Aprì a un sorriso contenuto il suo volto laconico senza dire niente. Ero troppo su di giri nel vederlo così, in quello stesso quartiere, dopo tutti quegli anni in cui non ci eravamo più nemmeno sentiti per telefono, prima di beccarci su Facebook qualche mese prima quando per la cooperativa di teatro sociale ero stato praticamente costretto ad aprirlo.

Era proprio lui, Frasko. Sì, doveva essere pur sempre lui dentro quei panni, e sotto il peso di quei due decenni che in un istante sembravano essere durati un’eternità. E sì che a colpo d’occhio non sembrava neanche tanto invecchiato.

Istintivamente inscenai una scazzottata. Sapevo dentro di me che era l’unico modo per potersi salutare autenticamente, e dirsi che tutti quegli anni ce li scrollavamo di dosso in pochi gesti. E lui rispose per le rime, come ai vecchi tempi.

Simulai un paio di dritti al volto che egli schivò con premura, poi un gancio allo stomaco con cui contrasse l’addome senza però scomporsi più di tanto. Capii subito che non era più lo stesso. Spontaneamente mi venne da chiudere quel siparietto ormai ridicolo con un vero colpo, simbolico, alla spalla, accompagnato da un sonoro «come va!»

Partì il rovescio che egli cercò ancora una volta di schivare d’istinto con un braccio, in un movimento però innaturale, quasi fosse abituato a dover proteggere qualcosa a quell’altezza. Il pugno decollò scheggiando l’arto proteso e schizzò via come un’anguilla, andando a fracassare brutalmente proprio in mezzo al faccione ancora stentatamente sorridente di Frasko.

Non ci vedevamo proprio da un bel pezzo, Frasko ed io. L’ultima volta era stato in un posto come quello, e il suo saluto di allora aveva la stessa forma del mio adesso, ma molta più veemenza. Dietro c’era una storia con una certa tipa, che poi col tempo sarebbe diventata quella che era ancora la mia compagna attuale, e il mio brutto vizio di voler liberare la gente dal senso piccolo borghese del privato. Il tutto si intrecciava a quello che all’epoca, non privi di una certa eccitazione da intellettuali radicali, chiamavamo «il nuovo ruolo possibile autodeterminato della donna all’interno della lotta più complessiva per l’emancipazione della classe operaia e lavoratrice in generale»; e ad un vecchio slogan, credo fosse degli anni ’70, che qualcuno dei nostri non aveva trovato niente di meglio da fare che rispolverare per l’occasione; diceva:

Non c’è niente di più tristo del maschio femministo. Vedi Cristo.

Barcollò un paio di passetti all’indietro prima di ritrovare l’equilibrio in fondo all’inerzia su quel destro stregato, ma tutto sommato rimase abbastanza composto anche stavolta.

«Oddio Frasko, bello, scusami, non l’ho fatto apposta; mannaggia che figu»

Rimasi qualche istante piegato in due sullo stomaco a capo chino, poi subito stramazzai a terra senza riuscire in alcun modo a respirare.

Tutto intorno nel locale era calato un silenzio tombale. Solo nel momento in cui ebbi la chiara percezione che sarei morto asfissiato, riuscii ad iniziare a inalare un po’ d’aria.

E mentre rantolavo con i crampi allo stomaco per il colpo da maestro che mi era stato inferto, una sola parola si eresse pesante come un macigno sopra quel silenzio, rivolta con ogni probabilità al garzone appostato all’entrata dietro il tavolino: «DIGOS».

Così mi sistemai anche per la notte, e sì che stavo per chiedere a Frasko qualche dritta a riguardo. Di tutto il resto, di vent’anni volati via in mezzo a due pugni, non volli dirgli o chiedergli niente neanche mentre mi accompagnavano in questura. Là dove erano iniziati, adesso avevano fatto ritorno, e in quegli istanti ci eravamo detti tutto.

Addosso avevo un diecino di ganja e anche un po’ di coca, cui andarono ad aggiungersi le lesioni a pubblico ufficiale e la retinenza alle norme di sicurezza del locale. Mi dettero un blocco di ventiquattro ore ma alla fine me la cavai verso metà giornata, convinto che il mio vecchio amico Frasko avesse voluto chiudere un occhio dopo essersi tenuto perlomeno il fumo.

Appena fuori avevo voglia di farmi una birra e mi andai ad infilare nel primo posto carino che incrociai. Conservo gelosamente la tessera nel portafogli dietro la carta d’identità. Convinto che prima o poi riuscirò ad avere in omaggio almeno la maglia

Don’t drink water, fish fuck in it.


Eduardo Olmi

FACEBOOK, UN LIBRO DI FACCE /4

Iniziamo da un concetto lacaniano: noi siamo sintomo della società, a bagno nella struttura. Ergo, tutto ciò che siamo è sommatoria di input esterni, memi che si diffondono attraverso la grande maglia della comunicazione.

Con la Rete, ovviamente, i memi si diffondono ancor più velocemente, di solito per imitazione. L’imitazione di un comportamento porta alla diffusione del comportamento stesso, sia che si tratti di un aybabtu in engrish sia che si tratti d’un marchio.

Questa diffusione continua di memi in un regime di ipercomunicazione è destinata alla nuova tipologia antropologica umana, ossia soggetti molto empatici e – di conseguenza – molto emotivi (ritorniamo agli scripta che diventano verba), disposti a inebriarsi continuamente di suggestioni, a vibrare a ogni accenno di desiderio.

Questi “ipervibranti” sono il pubblico adatto al marketing – porno, viral o guerrilla che sia. Somigliano a una matassa di sensori che suonano a ogni cadere di foglia, cercano nelle scene decurtate al final cut refoli di sentimenti e di nuovi input, accorrono in massa nella piazza mediatica per far rimbalzare la palla su ogni muro bloggerico non appena i guerriglieri del marketing intessono un finto scoop per pubblicizzare qualcosa.

In Rete, siccome vige il fenomeno dell’autonomia e della virtualità, diventiamo tutti – volenti o nolenti – dei memi e, siccome la maggior parte dei memi di Internet è un ipervibrante, automaticamente si tende al fenomeno tipico del meme: la deriva memetica, ossia il cambiamento che il meme subisce rimbalzado qui e là. Sono pochi i memi a godere dell’inerzia, la maggior parte di modifica come una sfera di plastilina che cade da un balcone. Ecco come i gusti delle persone, ormai tramutate in memi, si adattano alle esigenze del mercato.

L’imitazione e l’emotività diffondono i memi, con un piccolo aiuto dai nostri geni, che a quanto pare funzionano come “sistema mirror”: impariamo a imitare ciò che ci sembra buono, non che lo debba necessariamente essere, basta che ci sembri tale, dunque tutto ciò che ha carisma riesce a farsi imitare, quindi a diffondersi sul diffusore di memi per eccellenza, Internet. Casi scolastici della psicomemetica: gli slogan, le figure meschine dei politici, i tormentoni, le canzoni, gli status symbol.

Gli ipervibranti vivono di tensioni desideranti, quindi il pornomarketing è l’ideale per far proiettare tale tensione dai corpi ai marchi degli oggetti circostanti: è tattica diffusa creare video porno amatoriali (i più cercati in rete) al solo scopo di rendere visibili alcuni marchi. Il pornomarketing (che va, appunto, dal porno casalingo all’ammiccamento di una ragazza mangiando un gelato) è la forma di viral marketing più efficiente e conosciuta, la più studiata dagli esperti del guerrilla marketing.

Costoro, ex o ancora militanti di gruppi underground sovversivi o anarco-insurrezionali o vattelappesca, attraverso l’inventiva sempre all’erta e la creatività immutata e sperticata dello squalo culturale, riescono a insinuarsi non senza genio degl’ipervibranti coi mezzi che abbiamo su menzionato. Anche i test di Internet, le banche date dei motori di ricerca, il numero di clic ricevuti da determinati articoli altro non sono che metodi per indicizzare i consumatori e capire dove battere.

Il sistema del guerrilla marketing sembra complesso e innovativo, ma è semplice e non particolarmente originale: in realtà si tratta di applicare il situazionismo al marketing, così come Guy Debord applicò il marxismo allo spettacolo (non sono forse forme di détournement entrambe?). Se si rapporta la loro opera nella piazza mediatica a quella dei situazionisti nelle piazze reali è possibile riscontrare numerose similitudini: l’idea dello spettacolo come rappresentazione della società e quindi l’idea di sopprimere la contemplazione dello stesso (la pubblicità in video è stantia), l’abilità nel creare “situazioni” mediatiche (i finti scoop), il superamento dell’arte in senso classico – accusata di sclerotizzare e reificare l’esperienza – per il recupero della vita vera (i situazionisti volevano quella fisica, qui ci sta bene anche la vita vera di Second Life).

Ma cosa rende questo metodo vincente? Perché il situazionismo non riuscì a interrompere il flusso ininterrotto dello spettacolo inebetente e il guerrilla marketing sì?

I guerriglieri sono riusciti nell’opera borgesiana di distruggere la fede del consumatore nel referente, di smontare le certezze di chi guarda un film o una foto o fa un test su FB, d’annullare il “discorso ininterrotto” che Debord denunciava ne La società dello spettacolo.

Per capire come hanno fatto dobbiamo ricordarci di quanto abbiamo già detto riguardo a Facebook: la differita della risposta. Mentre per i mezzi di comunicazione canonici c’è la necessità della presenza del ricevente (l’attenzione paranoica di cui si è già detto), nei sistemi più recenti della Rete la presenza del ricevente non dev’essere continua.

Con questa differita siamo all’aurora di un importante cambiamento: quello che finora è stato l’ipervibrante potrebbe trasformarsi nel nuovo tipo antropologico dell’“ipsoverso”.

Facendo per un momento riferimento alle ricerche di Mario Perniola, potremmo dire che il corpo dell’ipervibrante è un gomitolo di emozioni, che la sua vita si svolge in funzione di riti privi di miti (se esiste un rito, ma non un mito di riferimento, basta porre al posto di quest’ultimo una sequenza di marche a rotazione per ottenere una moda o una diffusione memetica) e che la sua conoscenza cerca ancora di arrivare a una meta (cioè il rassicurante pianerottolo di FB).

L’ipsoverso ha già fatto tesoro della crisi della dialettica, sa navigare abilmente in un mare di opposti e arriva all’accettazione dell’enigma insolvibile. Ha smesso di vibrare all’unisono col mondo fittizio dei media, perché niente in quel mondo è inequivocabile, ha preso a vagare in se stesso alla ricerca delle proprie pulsioni, le uniche che – in un mondo dove tutto è volatile e arbitrario – contino davvero qualcosa.

 

Antonio Romano

Trauma cronico – Atto finale

Siamo ai saluti. Questa domenica è l’ultima insieme. Ci pensavo già da qualche settimana, ma oggi sono giunto alla decisione: chiudo Trauma cronico.

La ragione principale di questa mia scelta è l’omonimia con lo spettacolo ideato da Dimitri e Andrea (che mai potremo smettere di ringraziare per quello che stanno facendo per noi) e che vede Scrittori precari protagonisti. Da oggi, Trauma cronico, sarà soltanto lo spettacolo. Tanto, quando voglio, qui su, posso scrivere quel che mi pare e quando mi pare.

Però mi raccomando, continuate a passare di qui la domenica, ci sarà sempre, come ogni giorno, un nuovo post interessante; abbiamo tanti contributi di nuovi e vecchi autori, differenti scritture da offrirvi per amor dell’arte, della letteratura e della bellezza.

Anche questa settimana sarà ricca di intessanti novità: i racconti di Dario Morgante, Simone Rossi, Luigi Pingitore e la prima parte di un racconto lungo di Gregorio Magini, poi l’intervista a Percival Everett del nostro Pietrogiacomi e sabato continua la Banda del Ghelli. Insomma, ogni giorno, un buon motivo per passare a trovarci.

Trauma cronico vi saluta qui, noi ci sentiremo presto. Se non avete di meglio da fare, vi ricordo che giovedì siamo al Simposio, ci saranno ospiti gli amici Peppe Fiore e Vanni Santoni, ed un giovane bravissimo che ci allieterà con la sua musica, Manuel Milano.

Un altro evento targato Scrittori precari assolutamente da non perdere, vi aspettiamo.

Ci sentiamo presto. Fate i bravi.

Gianluca Liguori

Trauma cronico – Lo spettacolo

Avete letto, sì, il diario di bordo di Colle Val d’Elsa? Ecco, di quello spettacolo, che siamo pronti per portare in giro, abbiamo il trailer:

Vogliamo venire anche nella tua città. Contattaci su scrittoriprecari@yahoo.it

Ne approfitto per ricordare i prossimi appuntamenti capitolini con il reading itinerante Scrittori precari:

21 gennaio 2010

ore 18.30

Libreria Rinascita

Largo Agosta – Roma

Ospiti Pier Paolo e Massimiliano Di Mino

***

28 gennaio 2010

Ass. Cul. Simposio

Via dei Latini 11/ang. via Ernici

San Lorenzo – Roma

Ospiti Peppe Fiore e Vanni Santoni

Diario di bordo – Colle Val d’Elsa

Rieccoci nuovamente. Come anticipato ieri, per questo lunedì interrompiamo la rubrica Poesia precaria per dar spazio al Diario di bordo di Scrittori precari.

Buona lettura.

Gianluca Liguori


Scoppio ancora di emozioni colorate ed accoglienza immersa nella natura. Avrei voluto vedere lo spettacolo ma ero sul palco.

Andrea Coffami


Secondo Google mappe Colle Val d’Elsa è raggiungibile velocemente da Montevarchi tramite una strada alternativa, che risparmierebbe il passaggio per la superstrada e per Siena tagliando attraverso il Chianti. Stampo la cartina e parto. Un’ora e mezza più tardi, perduto tra Radda e Castellina in un incubo di tornanti, medito il suicidio.

Raggiungo infine Colle in clamoroso ritardo e vengo recuperato dal Chimenti in una bizzarra piazza postmoderna. Il regista mi conduce attraverso misteriosi cunicoli nel ventre della collina fino a un ascensore fantascientifico; inizio a pensare che Colle Val d’Elsa è un posto davvero molto strano. E molto bello: per qualche motivo, dal Valdarno immaginiamo sempre i paesi del senese come brutti, forse per la fosca fama di Poggibonsi, e irrimediabilmente questi si rivelano infinitamente più belli dei nostri.

Attraversiamo questa Loro Ciuffenna monumentale finché scorgo le sagome note, inconfondibili nella postura e nei gesti, degli Scrittori Precari, professionisti della pausa cicchino. Chimenti e Montagnani mi lanciano in prova generale (più tardi Chimenti avrà modo anche di lanciarmi letteralmente) senza spiegazioni, ma dalla luce che brilla negli occhi dei Precari, e dalle luci vere, sparate con sapienza sul palco, capisco che la faccenda funzionerà.

A prove concluse scendiamo nel Foyer per rimetterci in sesto a caffè e whisky; benché mi tocchi bere un terrifico blended, il buonumore tiene. Inizia a trasformarsi in tensione quando realizziamo che sta effettivamente arrivando gente, e che anzi il teatro dei Varii sarà pieno.

Neanche il tempo per tremare, e siamo già in scena; avendo i registi studiato per me un ruolo da “finto spettatore”, pronto a entrare in scena dalla platea, posso godermi lo spettacolo dalla prima fila. E funziona, lo spettacolo, non solo nel documentare il collettivo Scrittori Precari e la sua attività letteraria, ma anche nel cogliere, grazie all’incrocio tra materiale filmato e lettura dal vivo, i tratti salienti di ciascuno, e così abbiamo uno Zabaglio tanto spassoso quanto amaro, laziale più che romano, che in controluce carica macchinette del caffè e auspica segreti piani di rivolta; un Piccolino corporale e romantico, imbianchino pratoliniano, che estrae poesie dal secchio della calcina, un Liguori dolente, quasi un personaggio di de Amicis, nel suo farsi carico con dignità di tutte le ingiustizie del mondo, un Ghelli felino, solo apparentemente mite, Bianciardi reincarnato, e salvato, forse, dall’aver scelto Roma invece di Milano. E li troviamo tutti insieme, a imbarazzarmi con la lettura di un mio brano, e poi sagome nere, di nuovo inconfondibili, mentre la regia gli spara addosso un filmato torcibudella. C’è tempo poi anche per i miei cinque minuti di gloria, con una lettura dal prossimo romanzo, ma gli applausi sono certamente, e giustamente, tutti per loro.

Vanni Santoni


Andare in scena non è stato facile: due giorni di prove, pochi mezzi tecnici e un budget ridicolo sono ciò che abbiamo a disposizione. Quando le luci si abbassano ci accorgiamo però che il teatro è pieno. Un senso di incredulità che raddoppia la tensione. Alla fine gli applausi, la voglia del pubblico di non andare subito a casa, di parlare di quanto hanno appena visto e sentito. Questo volevamo: prolungare la messa in scena attraverso il lavoro cognitivo dello spettatore.

Leggendo i giornali, guardando i telegiornali, comunemente parlando, siamo allo stesso tempo vittime e propugnatori di un inarrestabile impoverimento del senso comune. Un impoverimento che passa attraverso il linguaggio, cavalcando parole-marionetta – “precario”, “straniero”, “extracomunitario”- che ci annebbiano la vista sul mondo per farne una terra straniera.

Ci muoviamo da tempo in un orizzonte comunicativo verbo-visivo che basa la sua efficacia sulla devalorizzazione e sulla desemantizzazione dell’esperienza, come sull’anestetizzazione del comune sentire: per ridare un corpo semantico all’immaginario non resta allora che rivendicare l’extraterritorialità della “scrittura di scena” e la sua capacità di comporre l’eterogeneità delle deposizioni e delle registrazioni, di attraversare le terre ed incrociare gli sguardi. Ma per riuscirci è necessario sapere esattamente cosa raccontare e come farlo.

Quello che noi, assieme a Scrittori Precari e Vanni Santoni, volevamo raccontare è il paese Italia, il paese che muore, il paese che dello spettacolo ha fatto la realtà perché la realtà potesse sembrare uno spettacolo. E per farlo abbiamo usato ogni mezzo a nostra disposizione: il documentario e la performance, la luce e la musica, il videoclip e la pagina scritta.

Adesso bisogna rilanciare la posta in gioco, portare lo spettacolo in giro, sino a dove possiamo arrivare.

Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani


LIVE THE WRITING – omaggio breve a Trauma Cronico e ai pigiami singolari

“Prima ci facciamo un’idea, poi semmai…”, così dicendo il pubblico entra in sala e si siede in platea dopo aver ispezionato di fretta libriccini cd e volumi riposti in bella vista sul tavolo all’ingresso.

Piccolo gingillo questo teatro dei Varii, i cui fronzoli ottocenteschi cozzano meravigliosamente con l’apparato scenico vuoto dei Precari, creando una strana attesa incerta e diffidente.

A terra i cavi sembrano serpenti dormienti in attesa di venire scossi e manipolati dalla fonazione.

Nessuno sa. Si può solo immaginare a scatola chiusa cosa mancherà, essendo solo un reading. Cosa non si vedrà, visto che è solo un reading. Quanti tempi si dovranno aspettare in tossicchio nervoso a causa di virgole e punti e fogli da girare. “E’ solo un reading!”

Scorrendo, le immagini per qualche minuto restano schiacciate sul fondo. Innocue. Distanti. Finché lo spirito si fa carne e qualcuno esce dallo schermo, invadendo lo spazio che prende a riempirsi. Sotto l’occhio di bue sale la voce e lo scrittore s’allontana dal precario. Lo vedi perchè si premura di centrare la carta e se stesso sotto l’occhio di luce, finendo, senza volerlo, col dare preminenza al foglio. Deformazione professionale.

Lasciando cadere le pagine a terra sembra sospeso su una nuvola bianco sporco e finisce per fondersi con le immagini in un gioco serrato di dentro e fuori, casa e palco, voi e noi. Noi. 4+1 moschettieri immobili, illuminati psichedelicamente dalle luci che, ora, sparano su un pubblico calato e assorto. In attesa di altro.

Lo sguardo che dopo un’ora e mezza davanti al tavolo all’ingresso ripassa in rassegna a mente fresca le copertine dei libri, ha un’altra coscienza.

“E’ solo un reading… forse”.

Donatella Livigni


La prima volta degli Scrittori precari in un teatro.

Una prima volta che emoziona ma intriga fin da subito.

Le tavole di legno sotto ai piedi. Un’acustica particolare e a noi nuova. Le luci puntate su di noi che non riusciamo a vedere il pubblico davanti a noi. Strano.

Da quando abbiamo iniziato l’avventura di Scrittori Precari abbiamo avuto col pubblico un rapporto quasi simbiotico. Ed ora siamo soli, in una bolla di luce che non svela i volti in platea.

E’ l’applauso che accompagna la nostra uscita di scena a sollevarci. Man mano che ci alterniamo ci rendiamo conto che questa nuova dimensione non ci è poi tanto estranea.

Lo spettacolo dura un’ora e quaranta ma vola via come se niente fosse. E noi, nonostante tutto ancora leggeri, ci rendiamo conto che avremmo persino voglia di rifarlo daccapo.

Luca Piccolino


Erano anni che non tornavo a Colle: anni ingoiati dalla vita metropolitana, dove il tempo scorre ad alta velocità. Una volta amavo fuggire dalla bolla d’aria che è la vita di provincia, oggi sento a tratti la necessità di ritornarvi, come per un principio di liberazione e rigenerazione, per disintossicarmi dai miasmi della vita di città.

Ad attenderci, dunque, non soltanto il tempo sospeso della provincia protetta da mura medievali, ma anche il tempo pieno del teatro, che per la prima volta abbiamo sperimentato venerdì. Tutto per merito di due folli chiamati Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani, che prima hanno passato tre giorni a girare per Roma dietro a questi quattro ceffi rabberciati che siamo noi; che poi hanno fatto le ore piccole per due settimane a montare quelle immagini; e che infine si sono rinchiusi nel Teatro dei Varii, dove li abbiamo trovati al nostro arrivo, per concludere la regia di questa incredibile video performance. Che adesso tocca lavorare per esportarla in giro, perché lo spettacolo funziona, anche se nato in condizioni d’emergenza, o forse soprattutto per quello, perché c’era e c’è l’urgenza di farlo.

Simone Ghelli

Pronti per correre?

maratona letteraria

Anteprima capitolina

“Scrittori precari Reading tour 2009”

Maratona letteraria

Giovedì 17 settembre 2009

Associazione culturale Simposio

Via dei Latini 11/ang. via Ernici

San Lorenzo – Roma

Di seguito il programma:

ore 19

Gianluca Liguori

Antonio Romano

Girolamo Grammatico

Ilaria Mazzeo

ore 20

Simone Ghelli

Cristian Giodice

Dario Falconi

Peppe Fiore

ore 21

Intramezzo musicale di Mad. Res. Klern

Alex Pietrogiacomi

Roberto Mandracchia

Alessandro Hellmann

ore 22

Intramezzo musicale di Mad. Res. Klern

Luca Piccolino

Luca Moretti

Cristiano Armati

ore 23

Intramezzo musicale di Mad. Res. Klern

Andrea Coffami

Dario Morgante

Massimiliano Coccia

Chiusura musicale di Mad. Res. Klern