Gl’emeriti sconosciuti van negl’Emirati – [3/3] Scherzi da prete (A me? Sì! Ah.)

C’è una storiella yiddish che fa così: c’è un cardinale che invita un rabbino a cena. Convenevoli, due chiacchiere, ci si siede a tavola. Il piatto forte della serata è un maialetto da latte cotto sulle braci. Il cardinale ne mangia grossi bocconi, il rabbino lo lascia tutto nel piatto. Cosa c’è, non gradisce rabbino?, chiede il cardinale. Vede, risponde il sacerdote ebraico, noi non mangiamo carne di maiale. Abbiamo una regola da seguire. Ed il cardinale: ah, rabbino! non sa cosa si perde, col grasso che gli cola dai lati della bocca.

Superato l’inconveniente, la cena continua. Arriva il momento dei commiati. Il rabbino e la moglie si avvicinano al cardinale, è stata davvero una serata memorabile, dice il rabbino al cardinale, faccia i complimenti alla cuoca, che devo ragionevolmente supporre trattarsi di sua moglie, sarà così indaffarata ai fornelli, forse è per questo che non l’abbiam vista per tutta la sera.

Il cardinale, stupito, arranca balbettante un ma rabbino, io non ho moglie: noi facciamo voto di castità, non possiamo sposarci. È una regola che dobbiamo seguire.

Ed il rabbino: ah, cardinale! Non sa cosa si perde.

Poi c’è un’altra storiella cattoromana che invece dice: finalmente, per la prima volta, portano il Papa allo Stadio Olimpico di Roma, si gioca il derby, il Papa prende posto nella tribuna d’onore e saluta col gesto del pantocrator il pubblico, dopodiché chiede al Gran Camerlengo Camerlengo, per chi dovrei tifare, insomma? Ed il Camerlengo gli risponde Santità, io tifo per la Lazio, con quei colori così angelici, il blu del cielo, il bianco della purezza…

Dalla tribuna retrostante il palco d’onore del Papa qualcuno urla Santitààààà, guarda ch’aaa Lazzie vince ogni morte de papa!

E allora il Papa, in piedi: Forza Roma alé!

E poi c’è una terza storiella, l’ultima, parla della Chiesa dell’Unificazione e fa così:

«Sarà stato il 1936, comprenderete se ho le idee confuse, dopotutto ho un’età: ecco, io a sedici anni ho visto Gesù. E sapete che m’ha detto? Tu sei più forte di me. Vediamo cosa sai fare, ti sfido». «A me?» «». «Ah».

Sun Myung di cognome (o di nome, non si capisce mai com’è che funziona, coi coreani) fa Moon, come la luna. Ma vuole mica la luna, lui: vuole di più. Da quel giorno del trentasei, aveva solo sedici anni, quel giorno in cui Gesù gli ha gettato il guanto di sfida, lui non ha fatto altro che perseguire la sua missione: essere il nuovo Messia. (Me? Sì. Ah!).

Perseguitato, picchiato, deportato, s’è costruito una casa di sassi e fango, una casa che ci pioveva dentro ogni volta. La mattina si svegliava all’alba, camminava fino ad un eremo solitario e pregava. Pregava e disegnava, Moon. Ritratti. C’era sempre la luna, in quei ritratti. E la luna aveva la sua faccia.

Moon, per intenderci, sicuro che la storia la sapete, è quello per seguire il quale Monsignor Milingo s’è tolto la tonaca porporata, che dopotutto gli donava pure, e s’è messo in testa di sposarsi con Maria Sung.

Moon, per intenderci, sicuro che questa invece non la sapete, è quello col quale Gianni Agnelli, nell’anno del Giubileo, ha firmato un accordo per la costruzione di uno stabilimento di produzione Fiat in Corea del Nord.

Moon, per intenderci, era uno di quei Presidenti Politicanti Potenti Grandissimi Imprenditori Che Si Credono Il Nuovo Messia.

Secondo Moon, per dire, sarebbe stato compito di Adamo ed Eva generare la protofamiglia: solo che poi le mele, i serpenti, il peccato, la cacciata: troppi fatti tutt’insieme, e nessuno c’ha pensato più, alla famiglia. Isacco che cerca d’ammazzare Giacobbe, Abele che tira le cuoia per mano di Caino, converrete con me che c’è una visione della famiglia un po’ così, dice Moon.

Invece guardate me, continua: io, che sono la rettitudine, mi sposo la bella Hak Ja Han, formiamo la prima vera famiglia originale e diventiamo in un modo o nell’altro padre e madre di tutta l’umanità. Va bene, figlioli?

Il padre, si sa, è quello che porta a casa la pagnotta: poi piglia il figlio da una parte, gli scompiglia i capelli e gli porge il guantone da baseball chiedendo ti va di fare due tiri col tuo vecchio? oppure mostrando il panorama dalla finestra ammicca vedi tutto questo, figlio? un giorno sarà tuo.

Moon è un padre del secondo tipo: possiede giornali, tipo il Washington Times, e poi un hotel a Manhattan, e ancora una fabbrica di auto, la Panda Motors. Una casa di produzione cinematografica che finanzia pellicole belliche con Laurence Olivier, Jacqueline Bisset e Ben Gazzara nel cast.

E poi: una squadra di calcio.

Vedi figliolo? Anche la squadra di calcio, un giorno, sarà tua.

La squadra di calcio del Reverendo Moon è il Seongnam Ilhwa Chunma, e come tutte le squadre dei Presidenti Politicanti Potenti Grandissimi Imprenditori Che Si Credono Il Nuovo Messia miete successi in patria e a livello continentale, un rullo compressore, sette volte campione di Corea negl’ultimi tredici anni, mica uno scherzo.

Come in ogni squadra proprietà di Messia veri o sedicenti tali, ci son giocatori, nel Seongnam, capaci di miracoli.

Il portiere, Jung Sung-Ryong, una volta ha fatto goal direttamente dalla sua area di rigore. Si giocava un Corea del Sud – Costa d’Avorio di dubbio spessore agonistico, s’era sul nulla di fatto, finché il portiere non lancia lunghissimo, la palla fa un rimbalzo, prende velocità, scavalca l’estremo difensore ivoriano e s’insacca: guardatevela, nel video, la faccia stupita del portiere, quello che ha fatto goal, ma pure dell’altro, e poi ditemi se non vi viene da sorridere, o da sbalordirvi.

La stella indiscussa è un centrocampista colombiano, si chiama Mauricio Molina ed è soprannominato Mao, e pure questo è un aspetto decisamente spiazzante: sentire tifosi sudcoreani inneggiare a Mao, poi ditemi se non vi viene da sorridere, o da sbalordirvi.

il Seongnam Ilhwa ha come simbolo un pegaso rosé, animale leggendario della mitologia coreana: giustappunto, il Chunma.

Chunma, che nella lingua del taekwondo si scrive 천마, vuol dire pure carruba, o barbabietola da zucchero, a giudicare dalle foto che scaturiscono guglando.

La forza maschia e la prolificità del cavallo, la leggerezza spirituale simboleggiata dalle ali, l’evidente fallicità della carruba: non sembrano pure a voi elementi puntuali per un’ottimale rappresentazione del Reverendo Moon nella sua personalissima cosmogonia?

Così non fosse, prendetela per quello che è: uno scherzo da preti.

A me?

Sì!

Ah.

Fabrizio Gabrielli

La sciatica del Condor

Molte cose erano diverse nella seconda metà degli anni Ottanta. Lo Stadio Olimpico era ancora splendido e scoperto. Montezemolo (Montezuma!) non ci aveva messo le mani, Italia ’90 era ancora una prospettiva e così sedevamo tranquilli sui gradoni numerati, col cuscinetto portato da casa (avevo e conservo ancora quello con l’effige sacra del divino Paulo Roberto da Xanxere). Da marzo in avanti in Tribuna Tevere si stava a torso nudo, con cappellino alla muratora, fatto piegando per bene due o tre fogli del Messaggero, del Corriere dello Sport-Stadio o dei giornali in distribuzione gratuita, prima dell’ingresso. Guardando al di là della Monte Mario, si vedeva lo zoccolo duro dei tifosi della madonnina di Monte Mario, sulla collina, tranquilli e portoghesi (ma non vedevano tutto il campo, eh no!). Io dovevo ancora superare le elementari. La vita non era molto difficile: la settimana passava tra scuola e palestra, Commodore 64 e qualche libro. Qualche volta papà tornava da lavoro per cena, se non era troppo nervoso era stupendo. Ma la domenica, finalmente, era tutto per me. Noi avevamo il nostro rito: niente week end, si sta insieme allo stadio. Eravamo, nel 1986, reduci dalla terribile delusione di Roma-Lecce.

Eriksson aveva appena intrapreso la sua terza (e ultima) stagione sulla panchina della Roma. Praticavamo una zona spettacolare ed efficace. C’erano parecchie giovani riserve, ragazzi romani e romanisti, che giuravamo potessero rinverdire i fasti di Rocca, Conti, Giannini. Diversi di loro avevano contribuito alla vittoria in Coppa Italia, dolce e amara consolazione post Roma-Lecce. Erano Settimio Lucci, libero, una carriera poi spesa tra Empoli e Piacenza. Lento ma pulito e ordinato. Paolo Mastrantonio, terzino sinistro esplosivo. Si ruppe una caviglia, cambiò piede e sparì presto dalla circolazione. Attilio Gregori, portiere di notte (quando si giocava la Coppa Italia), che in campionato credo rimase sempre vicino a Sven, fu poi ottimo mestierante per una dozzina d’anni altrove. C’era Tony Di Carlo, molto amato dalle tifose, protagonista d’una tripletta a Cremona. C’era Impallomeni, che oggi lavora per Sky. Era un’ala molto tecnica, Costacurta gli distrusse la carriera con un intervento dei suoi. C’era Paolo Baldieri, che allora sembrava una sorta di gemello astrale di Peppe Giannini. Grande promessa inespressa. Naturalmente, tra i titolari c’era il Principe, Peppe Giannini. C’era Bruno Conti, c’era Ciccio Desideri da Monteverde, che Ciarrapico avrebbe venduto per un piatto di lenticchie. Romani a parte, c’era un giovane attaccante che arrivava da Cesena, a inaugurare una mini-serie che avrebbe scritto un pezzettino di storia della Roma. Anni dopo i tifosi, altrove, l’avrebbero chiamato Condor, ma questa è un’altra storia.

Era giunto dunque a Roma, a infiammare le mie speranze di bambino e a sostituire il futuro Cobra, Sandro Tovalieri da Pomezia, un ragazzo alto e con l’aria un po’ svampita, protagonista di qualche buona stagione nelle serie inferiori. Si chiamava Massimo Agostini, e noi speravamo fosse una buona alternativa al Bomber di Crocefieschi, non solo una promessa.

Peraltro, da bambino, vedevo i giovani sempre come un riflesso di me. Ci speravo e sognavo facessero cose immense. Meglio se erano romani, ma questo Agostini poteva vantare un cognome famigliare. Da poco se n’era andato a finire la carriera altrove Agostino, capitan Dibba. Bastava cambiare una vocale e il coro, ‘sto ragazzo, ce l’aveva già. Volendo.

Ma la storia della Roma è piena di fallimenti e ombre. E Agostini era una di queste. Giocò la sua prima stagione in una Roma di Eriksson, l’ultima dicevo, allo sbando; stagione mediocre, sempre lontani dal vertice, e dire che c’erano Carlo Ancelotti e Conti e Boniek, Nela e Pruzzo, Tancredi e Giannini. Le prime volte che entrava in campo tutti ce lo studiavamo con interesse. Era alto e legnoso, non troppo veloce e non troppo tecnico. A metà stagione avevamo capito che era una pippa. Troppo tardi, mica si può tornare indietro.

Il pubblico in Tribuna Tevere è una casta a se stante. Non solo vede bene la partita – a differenza di quanto accade in Curva o in Distinti, il campo da lì riesci a inquadrarlo tutto, angolo per angolo, e non serve la fantasia – ma la vede da molti anni. Negli anni Ottanta, i vecchi soci vitalizi erano ancora in tanti, e sapevano sgamare un mezzo giocatore, un mestierante o una pippa in una manciata di partite. Furono loro, incazzati come bestie e sempre più amareggiati, a raccontarmi la verità su Agostini, quando ancora speravo che essendo giovane e promettente e strappato alla concorrenza dell’odiata Rubentus lui avrebbe giocato un ruolo importante, una bella stagione.

Mio padre mi aveva insegnato a non ripetere le parolacce, ma ce ne fu una in particolare che mi rimase impressa, era nuovissima e mi sembrava magica. Sciatica.

Il legnoso Agostini, in quella stagione anonima e mediocre, un giorno tentò un colpo che proprio non era nelle sue corde. Una rovesciata. Si stava sullo 0 a 1 o sull’1 a 1, qualcosa del genere. Tutte le frustrazioni della settimana i tifosi le riversavano sul campo. Una Roma mediocre è sempre terapeutica, in questo senso, ma questo l’avrei capito molti anni dopo.

Fu così che quando Agostini si voltò, si sospese in aria, imitò Parola e s’inventò quella sorta di bicicletta o di rovesciata su cross di Berggreen, prima ancora che colpisse il pallone qualcuno aveva già inteso. Vidi – con discreto spavento – il collo d’un vitalizio una fila sotto di noi diventare rosso, rosso fuoco, e una vena ingrossarsi a dismisura. S’alzò in piedi assieme al Condor, le mani a pala, e dai più oscuri recessi dello stomaco gridò qualcosa che somigliava a “a’ sciaticaaaaa”, assieme a un ricco l’anima de li mejo mortacci tua e de tutta Cesena. Agostini forse aveva percepito una forma di ostilità, forse aveva sentito qualcosa e s’era spaventato. Ciccò il pallone, che andò a spegnersi a bordo campo, ben lontano dalla porta e dal senso del gioco del calcio.

Probabilmente nessuno di noi avrà mai visto questa azione, all’epoca Novantesimo Minuto e la Domenica Sportiva mostravano solo le migliori azioni. Io ero là, ero un bambino felice perché potevo stare qualche ora assieme a mio papà e guardarmi la partita assieme a tutta la città, credevo ancora nel principio che un giovane promettente non poteva non spaccare il mondo. Capii allora, mentre Agostini crollava rovinosamente a terra, che i quotidiani sportivi scrivevano qualche bugia per illudere il pubblico e fomentare la campagna abbonamenti, in Estate.

Due anni dopo, dopo un’altra mediocre stagione sotto la guida d’un redivivo Barone Liedholm, Agostini tornò a Cesena, mestamente, avviando una seconda carriera che l’avrebbe portato a giocare dappertutto, sognando anche qualche gol. Nella Roma ne fece sei in due anni, come un buon terzino di spinta.

La causa – nessun giornale lo scrisse con chiarezza – era una mostruosa sciatica, misterioso male che apparve con chiarezza immonda a un vecchio vitalizio della Tevere, quando il Condor volava per rovesciare un pallone a bordo campo. Da quel giorno, scoprii che tra i mali dell’umanità c’era il mal di schiena. El Condor Pasa.

Gianfranco Franchi

Estratto da Monteverde (Castelvecchi, 2009)