The sound of Seattle

di Gabriele Merlini

[Ri]comprarsi il contemporaneo a diciottomila lire.
«The sound of Seattle» di Chiesa e Blush.
Stampa alternativa, 1993.

Funzione principale di una recensione dovrebbe essere stimolare l’interesse per un testo. Sia che ne esca bene, sia che ne esca con le ossa rotte. Condizione essenziale per il favorevole sviluppo dell’intera operazione: la possibilità (anche remota) di recuperare il testo in questione.
Nello specifico sembra una missione quantomeno disperata, ma amen. È infatti qualcosa di antico e intimo che sta spingendomi a scriverne e non posso sottrarmi nonostante le evidenze (per caso ne posseggo ancora una copia. Impolverata e dagli angoli morsicati. Difficile quantificare il numero dei fortunati tipo me).
Titolo: «The sound of Seattle». Autori: Guido Chiesa e Steve Blush. Collana Sconcerto di Stampa Alternativa. Anno domini millenovecentonovantatré e addirittura dai ringraziamenti un brivido di flanella torna a scorrere lungo la schiena del rottame nostalgico: Jonathan Ponemann e Bruce Pavitt della Sub Pop, etichetta discografica che lanciò Leggi il resto dell’articolo

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Santa Muerte patrona dell’umanità

Santa MuertePubblichiamo un estratto del I capitolo di Santa Muerte patrona dell’umanità (Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri 2013), saggio di Fabrizio Lorusso dedicato al culto messicano di santificazione della morte. Al libro è dedicato anche un blog.

La mia conoscenza con la Santa Muerte, Patrona dell’Umanità e santa popolare messicana, è avvenuta passo dopo passo, proprio perché la sua presenza cominciava a diventare insistente e inevitabile anche per un osservatore distratto dei fenomeni religiosi e sociali. Molti la incrociano per le strade o su un altarino, la guardano, ma poi la schivano dopo aver emesso sentenze e giudizi perentori di condanna.
Io ho sempre percepito la sua carica emotiva. Al principio ne avevo rispetto e addirittura timore, dato che non la conoscevo e nessuno me l’aveva saputa presentare senza legarla ai luoghi comuni, al satanismo, alle cronache della narco-guerra o alle malefatte di sequestratori e serial killer.
Oltre ai miti creati negli ultimi quindici anni e alla forte presenza virtuale in migliaia di pagine web, il culto della Santissima Muerte rappresenta una porta formidabile per accedere alle manifestazioni della religiosità popolare messicana. È un’entrata angusta che apre una prospettiva unica da attraversare giorno dopo giorno, per poi scoprirne tutti gli angoli nuovi e le interpretazioni alternative. Magari si possono scorgere le entrate adiacenti e i dettagli più inattesi, a patto che si mantengano cuore e occhi aperti, senza pregiudizi.
Sovente i santi cattolici compiono questa funzione dal carattere miracoloso o “sovrannaturale”, ma forse i santi popolari, compresi quelli non ammessi dalla Chiesa, sono i destinatari privilegiati delle richieste più problematiche, là dove sfuma il confine tra bene e male, tra volontà legittima di beneficiarsi e influenza indebita sull’altrui esistenza. Leggi il resto dell’articolo

Appunti e sorrisi

Come nome d’arte utilizza semplicemente Silvia.

È brasiliana, 32 anni portati discretamente male, da lontano la vedi e la trovi bella, ti avvicini e diventa carina, l’abbracci e capisci che fa proprio schifo. Silvia è nera, ha sempre un rossetto acceso che contrasta coi denti bianchissimi. Silvia fa la prostituta nel suo monolocale in zona Appia. È anche mistress mercenaria per clienti bizzarri, ma la cosa non la entusiasma più di tanto. È bello andare da lei, non tanto per scopare, quanto per ascoltare le sue storie ed i suoi sorrisi.

Come hobby, a fine serata, Silvia appunta le avventure che ha con i suoi clienti, vorrebbe farne un libro. Le ho consigliato la casa editrice Stampa Alternativa ma ha troppa paura di esporsi; pare che quello del libro sia un suo progetto per il futuro, tipo quei sogni che uno fa per quando è anziano, tipo il mio di avere un agriturismo in campagna con un piccolo palchetto e sei tavoli per mangiare. Certo a pensare che Silvia da nonna racconta ai nipotini le storielle del suo libro un po’ mi fa strano. E poi, ora come ora, anche televisivamente potrebbe funzionare alla grande: ha quel piglio e quella simpatia che sembra di stare in un programma pomeridiano della De Filippi, ma con meno ipocrisia, quindi il libro lo potrebbe spingere alla grande.

Quando la chiamai l’ultima volta mi disse, con il suo accento italianbrasilero: «Ciao, devi aspettare dieci minuti, sta venendo un cliente, ma lui è velocissimo tesoro». E allora mi fumo una sigaretta nella piazzola vicino, osservando curioso il padrone di un cane che raccoglie gli escrementi del suo animale al guinzaglio.

Dodici minuti e Silvia mi richiama: «Lui ha fatto già. Ti detto che era velocissimo». Vado da lei. Mi abbraccia cordiale e sorridente come sempre, mutandine e reggiseno rosso, tacchi a spillo altissimi. Silvia è un po’ bassina e quando si leva i tacchi, la sua bocca, che prima era all’altezza della mia, mi arriva al collo.

Il monolocale casa e puteca ha la cucina attaccata alla camera da letto, con tre passi di tacco Silvia è già di là che accende la macchinetta del caffè, intanto si accende una sigaretta ed io me ne preparo una di tabacco.

«Ma chi era il tipo da dieci minuti? L’ennesimo maritino in crisi da sveltine?»

Lei si leva i tacchi a spillo, si massaggia un po’ il piede destro, ma subito mi mostra una bolla che le è venuta dietro quello sinistro.

«Ma è un signore carino, e poi con la moglie andiamo a fare la spesa, siamo amiche, solo che lei non le piace fare le sveltine».

«Fammi capire, la moglie è tua amica?»

«Certo, e sa anche che il marito viene da me cosa credi che lei non si diverta?!» e ride ancora. Intanto le squilla il cellulare e risponde: «Ciao tesoro – dice al telefono – devi darmi un’ora, in questo momento sono in relax». Il tipo insiste e lei cambia umore: «Ti ho detto tra un’ora,» copre il microfono del cellulare con le mani e mi sussurra un che palle prolungato, poi continua: «Tesoro io ora non lavoro». Il tipo insiste e lei chiude con un «Vaffanculo, fatti una sega». Chiude la chiamata e sbraita sorridendo: «Altro maritino rompipalle vaffanculo, cazzo si sposano a fare per rompere le scatole a me?» e ride ed io mi accomodo sul divano blu.

Silvia fa tre passi e ritorna in cucina a spegnere la macchinetta del caffè.

«Ma allora te lo fai ‘sto protettore o no?», le dico a sfottò dal divano, conoscendo già la risposta.

«Macché protettore! – e mentre lo dice si muove tutta col corpo con un’energia che sembra un personaggio della commedia dell’arte – Ho lo spray al peperoncino che ho utilizzato solo due volte, e sono otto anni che faccio questo mestiere! E poi non sai la novità: nella casetta affianco c’è un’amica trans e se succede qualcosa lui corre da me. È alto, ha due spalle così e ti fa un culo così» e ride seria.

Silvia ride in continuazione. Silvia ha un sorriso leale mentre mi accoglie in casa, mentre prepara il caffè, mentre si massaggia i piedi, mentre mi versa il caffè nella tazzina e anche mentre finisce di dire che le manca sua figlia.

«La rivedo tra un paio di mesi e le compro una marea di regali. Ma non vuoi fare niente? Ti succhio un po’ le palle?»

Se Silvia ha una specialità nel suo lavoro è quella di saper succhiare le palle in maniera egregia, sensuale e mai dolorosa, nemmeno per me che soffro di varicocele: le aspira e le fa entrare una alla volta nella bocca, come volesse staccartele delicatamente, per poi mollare inaspettatamente la presa di colpo e sorriderti. E anche solo quel suo sorriso vale il prezzo del biglietto.

Questa volta a sorridere sono io e cambio discorso chiedendole se ha avuto bizzarrie ultimamente, di solito escono fuori bei racconti, se non belli, singolari. Lei si mette la sigaretta accesa tra le dita del piede destro e me la porta alla bocca. Il braccialetto argentato sulla caviglia è sempre bello sulla pelle nera di Silvia. Io aspiro la Merit, la sfilo stringendola tra le mie labbra e prendo a massaggiarle i piedi, è un antistress per entrambi, nulla di erotico, solo dita di mano che palpano un piede ed un piede palpato da dita di mano. Piacevole, anzi, amichevole.

«Guarda tesoro mio, una cosa mai successa: è arrivato un signore di cinquant’anni mi ha detto mettiti i tacchi a spillo, lui si è messo in piedi, poggiato all’armadio con le gambe larghe come se dovessi perquisirlo. Poi mi dice tirami i calci alle palle – e scoppia a ridere ed io pure – ed ho preso a tirargli calci alle palle FOR-TI-SSI-MO con i tacchi a spillo e lui è venuto».

Mi guarda. Mi guarda sbarrando gli occhi. Mi guarda sbarrando gli occhi e ripete scandendo: «Ha avuto l’orgasmo con i miei calci nelle palle!»

Io ascolto dilatando le sue parole in mente.

«Dice che la moglie si rifiuta di fare certe cose e allora paga me. Tante mogli che non danno il culo e lo capisco, ma se tuo marito ti chiede di tirare i calci a lui tu fallo. Non sei d’accordo? Approfittane signora mia, che almeno ti sfoghi pure un po’ con lui! Non sei d’accordo?»

Io non posso che annuire e dire: «Secondo me non le ha mai chiesto niente alla moglie. Si vergogna».

Silvia ritira il piede e controlla l’orologio sul cellulare, io intanto finisco di sorseggiare il caffè, penso al cinquantenne che se ne viene con i calci nelle palle.

«Ma non lo vuoi proprio un bel pompino?»

Lei scoppia ridere, io poso la tazzina di caffè, spengo la cicca di sigaretta, penso: «Chissà se nel suo libro ci sarò anche io».

Mi avvicino a lei e inizio a succhiarglielo.

Angelo Zabaglio e Andrea Coffami