Il ragazzo e il cane

Disegno di Barbara Saddi Stefano Boring

Il cane era grigio e magro, alto, un alano di taglia grande, quasi un cavallo; le palle gli scendevano fra le zampe posteriori, erano un sacchetto enorme. Il cane era un cane. Anche il ragazzo era magro e alto, con i capelli castani e radi, senza taglio, quasi buttati sulla testa.
Il cane grande era sempre solo, aveva anche vissuto in branco ma non era riuscito a diventare il capo e allora lo aveva disertato. Anche il ragazzo era sempre solo, era stato stanco dei capi, dei nascondini e degli acchiapparelli, delle finzioni e dei giochi.
Tutte le mattine il ragazzo percorreva un unico tratto di strada: il tratto dal suo portone al bidone dell’immondizia; due volte una per andare e una per tornare. Camminava velocemente con la testa parallela all’asfalto.
Una mattina però il cane lo vide da lontano e annusò la sua paura. Gli corse incontro e abbaiò. Il ragazzo raggelò, la pelle del volto bianco-giallastra. Rimase immobile. Il cane si fece sotto, digrignò i denti, il ragazzo immobile, guardava il cane, poi fissava il vuoto, poi di nuovo il cane, con movimenti oculari quasi impercettibili, immobile. Il cane cacciò la sua lingua molle e pesante e gli leccò la mano. Il ragazzo ebbe un conato di vomito ma lo lasciò fare. Il cane gli leccò anche l’altra mano e poi prese l’intera mano nella bocca, il ragazzo sentiva l’umido e il fiato caldo del cane sul polso, rimase Leggi il resto dell’articolo

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Il nuovo Collettivomensa: CAPEZZONE

Sorry but Juliet is dead di Vanni Santoni

“Sorry but Juliet is dead. Please stop that.”

Lo sapevo che a frequentare i siti di appuntamenti non se ne cavava nulla di buono. Ore a fare test, ore a spulciare profili, finalmente trovo una che mi piace – e anche l’affinità, non vi dico: uno spettacolo, a sentir loro – le mando i messaggi privati e non mi risponde. Ora i miei messaggi privati sono carini, divertenti, insomma, non è che copio-incollo una cazzata e la invio a tutte, scrivo solo a quelle che mi piacciono, faccio dei riferimenti alle cose che hanno scritto nel loro profilo, lancio degli spunti ariosi, evoco, intrattengo, faccio pensare, mi impegno insomma, è normale che una mi risponda. Lei invece niente. Io allora – Internet, si sa, ci ha resi tutti così – ne ricostruisco i dati essenziali, le becco il MySpace – bello trovarlo c’erano tipo quattro foto nuove che non aveva messo sull’OkCupid – insomma lo trovo e subito le scrivo, e lei non risponde, le lascio allora un messaggio pubblico, un commento: niente. Ne lascio un altro, un altro ancora, e poi mi arriva quel commento là, da una sua amica. Una ragazza che mi piaceva, ed era morta.

Mi era capitata una cosa simile a inizio anno, a dire la verità: c’era questa ventenne androgina, che prendeva a volte il treno quando lo prendevo io. Erano ore da gente che si sveglia tardi e alla stazione eravamo spesso soli. La prima volta ci notammo perché avevamo le stesse scarpe, Osiris da skate, nere, a panettone. Di solito quando arrivavo al binario lei c’era già, allora ci guardavamo. A volte anche solo a cinque o sei metri l’uno dall’altra, se avevamo un libro da leggere. Certi giorni sembrava un ragazzo ed era molto bella, gli occhi e le ciglia affilate. Parlammo una volta sola, il tempo di sapere che si chiamava Elena. Poi un giorno, sulla Nazione, proprio al bar della stazione, vidi la sua faccia (sembrava ritagliata da un album scolastico, di certo non l’avevo mai vista coi capelli così lunghi): l’occhiello, sotto al titolo Ketamina: dose mortale per una valdarnese, diceva Aveva vissuto a Bologna, frequentava un giro di “punk-bestia”. Scritto così. A ripensarci oggi, vive nella mia memoria come uno di quei primissimi, timidi amori che si hanno da bambini.   Leggi il resto dell’articolo