Let. In. 3

Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti
(#1 – #2)

BEST-SELLERS

Gli interessi in comune
di Vanni Santoni

Sandrone è un ragazzo solo, cerca l’amore ma ha un problema: si emoziona solo negli uffici del comune presso il quale lavora. In chat conosce la giovane Roberta, le dà appuntamento al bar dell’ufficio comunale. Tutto scorre per il meglio, ma una volta fuori l’edificio, Sandrone perde interesse per la ragazza. Ai successivi incontri la storia si ripete: Sandrone riesce a essere passionale solo all’interno dell’edificio comunale, tra corridoi sporchi, computer accesi e rumore di macchine fotocopiatrici. Ma una notte, in preda all’alcol, Roberta si confida con una sua vecchia amica che però la rassicura:
– Non è l’uomo giusto per te, devi dimenticarlo, dai retta a un’amica.
– Ma forse non gli piaccio?! Cos’ho che non va?
– Ma non è come pensi, tu gli interessi, ma gli interessi in comune.

Angelo Zabaglio a.k.a. Andrea Coffami Leggi il resto dell’articolo

ContraSens – Dalla Keta alla Meta

Piccoli accorgimenti fonetico-sociali.

Le lettere che contraddistinguono i suoni della lingua romena, e che di conseguenza ne affilano la musicalità in senso specifico, in questi testi non hanno subito traslitterazione. A seguire, una breve guida fonetico-esplicativa per la loro lettura corretta:
Ă: una -a più gutturale, pronunciata con la parte anteriore della gola, a bocca mezza aperta.
Â: una -a gutturale che tende alla -i.
Ț: corrisponde ad una -z dura, come in pazzo.
Ș: corrisponde al suono -sc, come in sciare.
Buona lettura.

Dalla Keta alla Meta
di Mitoș Micleușanu
Traduzione di Clara Mitola

Forse suona arrogante, ma non ho più voglia di presentazioni! Sinceramente, in che senso presentazioni? Siamo presenti, e basta. Insopportabilmente presenti. O forse non è abbastanza snervante?

Comincio a scrivere questo testo con grande riluttanza… mi dispiace, non mi sono ancora ripreso dopo il ritiro definitivo di Vasilievici, così sono insensibile al capitolo “dinamica”. Mi sarebbe piaciuto parlare de “la mia prima nebbia” o “l’ultima boccata d’aria”, ma mi attesto sul fumo. Comincerò col tabacco, ma rapido, estremamente rapido. Il primo passo verso l’oscuramento dei polmoni l’ho fatto quando avevo sei anni, in campagna, nascosto dietro una cuccia di cane. Questo su spinta di un mio cugino dieci anni più grande di me. Basta col tabacco. Semplicemente non racconterò dei tentativi di rinuncia alle sigarette, del record di un anno senza fumo (adesso due) o della poetica della nicotina. Non ho voglia di roba del genere. Passiamo perciò alla prosa cannabinoide. Il primo passo verso l’oscuramento definitivo della mente l’ho fatto al primo anno di facoltà, a Cluj, con una compagnia quanto più possibile allergica alla luce. In effetti, come ho detto in altre righe, per me Cluj ha significato una sorta di scappatoia totale, lì ho visto per la prima volta i rockers rilassati, ben equipaggiati, capelloni seri con giacche di pelle dura, spillette e altri accessori. Ma, cosa fondamentale, senza comportamenti paranoidi. A Chișinău, durante i ’90, quando succedeva tutto questo, l’andare barcollando con i capelli lunghi arruffati non era visto di buon occhio, soprattutto al tramonto. Così anticipiamo… se esagero con l’uso dei “così” e di altre espressioni riempitive, esce anche a me un testo consistente. Più l’osservazione precedente, che è fissa. Tre righe di riempitivi, compresa la battuta forzata, con la rivelazione dell’intento riempitivo. Quindi quattro righe fino ad ora. Ma state a vedere che riempitivo ci metto alla fine. Leggi il resto dell’articolo

L’inutilità del genio post-moderno /4

Sull’ironia sono stati scritti trattati a non finire. Credo sia ironia anche questa: scrivere all’infinito su qualcosa che non si può descrivere. E scrivere all’infinito significa impedire di leggere e capire qualcosa.

Sull’ambiguità tutti concordano nel dire che sia essenzialmente seduttiva: la donna che si vela, la luce soffusa, il vedo-non-vedo, l’ammiccamento, etc.

Elementi differentissimi, sembrerebbe. Sembrerebbe…

Ma esaminiamoli meglio.

L’ironia è un concetto polivalente: finzione e disvelamento della verità tramite la finzione. Ma formalmente finzione. Deduzione ovvia, che nel Volo diventa teodicea assiomatica: la verità si esprime tramite la finzione, posso meglio indovinare le fattezze dell’attore vedendolo in scena mentre si finge chi non è piuttosto che sentendomele descrivere direttamente da lui al telefono.

Tramite questo assioma arriviamo direttamente al secondo termine del teorema: l’ambiguità. La verità, che vive nel reale (la teoria di Tarski è che siano veri solo i predicati riferiti ai soggetti al modo indicativo), è ambigua tanto quanto il reale stesso: come dire, in un milione di metri cubi di banane tutte le banane si somigliano e non c’è praticamente differenza fra la banana buona e quella così così. Insomma, per scoprire la verità ci serviamo della finzione, ma così tutti i fatti – annacquati in un così così di verità e falsità – diventano ambigui, mezzi falsi e mezzi veri.

Il Volo è l’espressione di questo ragionamento.

Esiste la verità? La letteratura può raccontarla? Può uno scrittore cambiare?

La verità non esiste o almeno non è alla portata degli uomini. E qui, come motivazione, si potrebbe addurre qualche bel sofisma del tipo: la verità vera è solo coincidente con l’Assoluto (o Dio o Vattelappesca), quindi preclusa alla finitezza umana. Raffinato, se vogliamo. Ovviamente i sofismi ci piacciono e ne facciamo largo uso, ma stavolta affidiamoci al dogma: la verità, almeno nelle cose umane, non esiste. E non esiste perché è la razionalità stessa che la uccide. Esempio: l’omicidio a livello istintivo è sentito come un’azione che merita una punizione equipollente, ma a livello morale e razionale e culturale si disconosce una simile eventualità e l’assassino finisce in galera o viene giustificato in via politica o ideologica o sociologica o antropologica o psichiatrica o etc.

Va da sé che la letteratura è arbitraria tanto quanto la verità. E sono proprio i libri razionali come il Volo che uccidono la verità coi raffinati ragionamenti e le adulterazioni dell’intelletto (le sue “astuzie” direbbe qualcun altro). La letteratura non racconta la verità, ma piuttosto una disposizione di eventi interiori ed esterni a cui dare una direzione e una meta qualunque. Meta che poi viene spacciata per verità, perché – come dicevo altrove – ogni scrittore è un dittatore mancato.

Infine: uno scrittore può cambiare? – questa è la domanda più affascinante. Moravia diceva, e io – in linea di massima – condivido, che uno scrittore è come un uccello: ripete il suo verso, può modificarlo, ma il verso è quello. Il vero Scrittore, maiuscolo, può solo ripetersi. La differenza fra uno scrittore mercificato che si ripete in serie e uno Scrittore maiuscolo che ripete il suo verso (il talento fa quello che vuole, il genio quello che può) è che lo scrittore mercificato annoia e lo Scrittore maiuscolo affascina. Uno Scrittore sostanzialmente non cambia. Stephen King cambia, ma perché lui è un tecnico talentuoso della sua materia (ma perfino lui non cambia l’eptalogia La Torre Nera); Liala non cambia, ma non perché è una Scrittrice, bensì perché non può cambiare per l’ossessività insita nel suo tema, che disponendo d’infiniti potenziali intrecci imprigiona l’autrice; l’immenso Dostoevskij non cambia e non annoia, per la buonissima ragione che lui, di libro in libro, mantenendo il suo tema, cerca d’ibridarlo con ciò che vede intorno a sé e lo interessa al di là del tema.

Il Volo è il prototipo di ogni mio libro, che conserva allo stesso tempo l’impostazione del concept work e la frammentarietà dell’ispirazione, il linguaggio freddo e distaccato del raziocinio e la liricità dell’ego, oggettività e soggettività: perché, dopo aver descritto l’equazione, il gusto è commentarla partendo da quel pozzo di soggettività che, indiscutibilmente, come ogni autore, mi porto dentro.

A questo punto bisognerebbe spiegare cos’è il Genio – in letteratura. È un contenuto geniale? Una forma geniale? È innovazione?

Il Genio in letteratura è riuscire a creare addosso a un’idea qualunque un linguaggio che gli si adatti perfettamente e riesca a traghettarla dalla sua astrattezza alla concretezza del momento particolare. La prolissità di King crea suspense, l’aridità di Moravia esprime meglio di tutto il pensiero analitico (per non parlare di una letteratura improntata al realismo socialista), le pirotecnie di Joyce esprimono il tumulto dell’interiore e il tomismo e gli accidenti sbalestranti del fenomeno, etc.

In letteratura un’idea geniale non crea il Genio, così come non lo crea una forma geniale. Il nodo, il raccordo, la congiunzione fra idea e modo di esprimerla crea il Genio. Il Genio non può che darsi in via combinatoria.

Ecco perché un Genio, fin dalle prime battute, anche se è indefinito o ancora impacciato, è riconoscibile.

Bisogna, però, arrivati a questo punto, fare una precisazione: il libro Geniale non è detto che venga partorito da un Genio, ma il Genio produrrà sempre un libro geniale.

 

A questo punto l’ultima domanda: a cosa è servito quello che fin qui avete letto?

Neanche a questo uno scrittore può rispondere.

 

Antonio Romano

Pubblichiamoli tutti!

We need body rockin’ not perfection /Let me get some action from the back

section

[Body Movin’, Beastie Boys]

Sì, pubblichiamoli tutti. Pubblichiamo tutti i libri nei cassetti, diamo dignità alle scritte sui muri, ai numeri di telefono scritti nei cessi pubblici [“pratico fellatio con gusto: chiamami al”], alle liste della spesa, ai girighori, alle poesie d’amore scritte sui biglietti d’auguri. Chi sono gli editori per giudicare, per decidere cosa merita, e cosa no? Come si fa a scegliere?

In Italia si pubblicano sessantamila libri all’anno: ebbene, sono pochi. Pubblichiamone duecentomila, trecentomila. Pubblichiamo tutto, e tutti. Stampiamoli in digitale, con tirature di qualche decina di copie. Mettiamoli on-line. Obblighiamo le librerie a fare – ogni libreria: piccola, grande, media – cinque presentazioni al giorno. Regaliamo dispositivi elettronici per gli e-book, e trasformiamo tutto ma proprio tutto in epub – scritte sui muri, testi giovani e giovanilisti, poesie sulla Morte ecc.

Certo, c’è sempre il problema della visibilità. Se il novantanove percento dei sessantamila libri che già si pubblicano oggi, è invisibile, figurarsi con trecentomila libri: sì, è una buona obiezione. Sì, è vero: oggi chi pubblica un libro, cinquantamilanovecento volte sul totale, s’accorge presto che quel libro – se pure è uscito qualche articoletto sui giornali, se pure l’ha portato in giro, l’ha presentato, se anche l’autore se ne è occupato e preoccupato – chi pubblica un libro, si diceva, quasi sempre s’accorge di come quel libro sia immediatamente introvabile, invisibile, innominabile. E anche in quell’un percento di casi benevoli, anche quei libri – quelli di cui si parla, si discute; dei quali si vendono copie – fan presto a sparire. Dagli scaffali, dai cuori, dalla memoria.

E allora: facciamolo. Pubblichiamoli. Tutti. Facciamoli scomparire tutti, facciamo scomparire ogni dannato libro nella massa informe delle immagini, delle copertine, dei testi, dei falsi montaliani e dei nuovi King.

Avanti! Facciamolo.

Enrico Piscitelli



Face to Face! – Eduardo del llano

Ne capitano di serate in cui ti sei messo in testa di fare una cosa e poi ti ritrovi completamente catapultato in dimensioni oniriche o distanti dai tuoi propositi esistenziali e ludici.
Ne capitano di incontri che ti lasciano con l’amaro in bocca, forse troppi, e di altri che invece stampano un sorriso indelebile che non potrai più scrollarti di dosso per il resto della vita.
Conoscere Eduardo fa parte della seconda tipologia di intersecazione esperenziale di cui sopra e l’occasione di farlo c’è stata grazie alla pubblicazione del suo Unplugged (Gran Vía) e del tour italiano che ne è seguito.
Ma partiamo dall’inizio. Il libro è una riuscitissima raccolta di racconti iperrealisti, irriverenti, e di divertenti avventure nel mondo degli uomini e in quello di Cuba. Una serie di storie che hanno il proprio file rouge nel personaggio di Nicanor O’Donnell, alter ego del nostro scrittore/sceneggiatore/filmaker, che con la sua “corte dei miracoli” infesta la maggior parte dell’antologia.
Unplugged si fa leggere come se gustassimo un buon caffè, fino all’ultima goccia e senza fretta, magari raccogliendo con il cucchiaino anche lo zucchero.
Stile notevole, asciutto e diretto rendono la narrazione godibile e immaginifica fino all’ultima riga, ricreando ambientazioni, volti, situazioni nella mente del lettore che entra nelle storie per non uscirne più.
E questo è il libro. Come sono arrivato a fare quattro chiacchiere con quello che mi è sembrato un sosia di Stephen King ma con i capelli lunghi e qualche chiletto in più è facile da dirsi.
Maddalena (per chi non lo sapesse, ufficio stampa della casa editrice milanese) mi chiama dicendomi che saranno in promozione a Roma e che nella libreria della Galleria Alberto Sordi presenteranno il libro, proiettando anche il cortometraggio Monte Rouge ispirato al medesimo racconto. A presenziare l’insostituibile Filippo La Porta. Occasione più che ghiotta per rivedere la mia cara amica, conoscere l’autore del libro che tanto mi era piaciuto e sentire una voce eminente della nostra stampa.
Il nostro giornalista punta subito il faro sulla capacità incredibile dello scrittore di riuscire a dare degli incipit capaci di incuriosire e destabilizzare immediatamente il lettore, dandone lettura di alcuni (Nicanor era depresso. Aveva attraversato un brutto periodo del quale non possiamo parlare, perché lui non lo faceva mai, ragion per cui non sappiamo che cosa fosse effettivamente successo) catturando immediatamente l’attenzione degli astanti.
Alla fine dell’incontro, facciamola breve, abbiamo tutti facce compiaciute e il libro in mano. La Porta ha colto in pieno lo spirito di Eduardo ed è riuscito a trasmetterlo in ogni parola.
“A questo punto avrai fatto le tue domande?” direte voi. No. Ho bevuto del vino rosso e sono stato invitato al Brancaleone per la rassegna organizzata da Cuba da qualche parte (progetto itinerante su Cuba attraverso arti visive: cubadaqualcheparte@gmail.com) sul cinema cubano, dove sarebbero stati proiettati i due corti Monte Rouge e Sex Machine del buon De Llano, con “a seguire dibattito”.
Ritrovatomi in automobile con due cubane e un’argentina, situazione felicissima e davvero fortunata per un povero gonzo journalist quale mi sento, arrivo (in che stato non sto a raccontarvelo) al Brancaleone per scoprire che del centro sociale romano è rimasto solo il nome e che il processo di “infighettamento” ha inghiottito anche i fasti di party a base di pogate e eskimo militari.
Nell’attesa ho preso un bicchiere di vino (lo so, sto sembrando un alcolizzato) e ho chiesto udienza al disponibilissimo cubano di origini russe, che mentre mi faceva una confessione di cui non vi dirò, si dirigeva verso il tavolo dove è nata una mini intervista.
“Nicanor è l’uomo della moltitudine, è le mille sfaccettature della persona comune”, mi ha risposto alla domanda più ovvia sulla sua “creatura” letteraria. “E’ nato quando lavoravo con una compagnia umoristica e da lì ha proseguito la sua vita. La cosa che mi piace pensare è che da adolescenti tutti ci sentiamo speciali ma con il passare del tempo ci rendiamo conto di essere tutti dei Nicanor”.
Eduardo è un fiume in piena, beve la sua birra con gusto, si sposta i capelli dagli occhi e molto spesso mi sembra che abbia un modo di fare molto timido, ma è solo l’impressione.
Nei suoi racconti temi come il sogno e la fede, in un modo o nell’altro si rincorrono e mi conferma subito questo sentore “Il sogno non è notturno, il sogno deve essere di tutta una vita, non relegato all’atto del dormire. Per Cuba, l’atto del sognare è diventata l’ultima utopia, per me l’imprevedibilità del sogno è il valore della libertà umana” e quando gli chiedo se la fede è nell’uomo, in Dio o nella scienza allarga le braccia ghignando: “Non sono Kierkegard. Sono ateo, a prescindere da Cuba, e quindi Dio non mi appartiene. La scienza si nega al concetto di fede perché si evolve e contraddice di continuo. Penso che la fede sia nell’uomo”.
Si avvicinano per dirci che tra un po’ inizierà la proiezione e colgo l’occasione per assestare altri due ganci alla mia curiosità, riferendomi ad un certo cinismo che ho percepito nel fondo dei racconti. “E’ un simil humor, non un vero e proprio cinismo il mio. È una maniera di trattare il cinema, la letteratura, la vita. Ma non c’è negatività, freddezza”.
Arrivano e tra poco me lo porteranno via, faccio mente locale: ho l’autografo, ho il libro, ho voglia di un’ultima domanda, di chiedere un’ultima cosa e mi rivedo il racconto di Regina (che dovete leggere per capire la mia ultima questio) davanti agli occhi e mentre mi ringrazia, si alza e si allontana gli grido: “Eduardo! Ma com’era il culo di Regina?”. Ride abbracciando l’aria ed esclama “Meraviglioso!”.
Meraviglioso il momento, il gesto, il libro. Meravigliosa la compagnia, le ragazze della serata e i cuba libre che poi mi hanno riaccompagnato a casa mentre pensavo che aveva ragione lui quando diceva che Nicanor è dentro ognuno di noi. Solo che alcuni lo riconoscono subito, altri lo mascherano e molti come me, se lo abbracciano stretto ogni notte.

Alex Pietrogiacomi