La parte più calda

[Siamo lieti di riproporre ai nostri lettori il racconto La parte più calda, pubblicato su Los Ingrávidos, numero 12 della rivista Colla, dello scrittore spagnolo, classe ’85, Juan Soto Ivars e tradotto da Marco Gigliotti. Buona lettura.]

di Juan Soto Ivars

1.

Erano i giorni in cui il lavoro non ci aveva sfiorato. I giorni in cui conoscevamo intimamente l’estate e lei ci permetteva di passeggiarle sul dorso. Per noi la vita era andare su e giù per strade conosciute, portare a spasso la noia per le campagne che circondavano il paese e fantasticare sulle ragazze: creature incomprensibili e desiderate che ci ignoravano come se fossimo mendicanti molesti. Ricevevano in cambio le nostre risposte iraconde e ingegnose. Le nostre sassate cariche d’amore.
Il paese era piccolo ma le differenze tra gli abitanti erano molto marcate: c’eravamo noi e quelli che potevamo spaventare facilmente. Io vivevo con la mia famiglia in un complesso residenziale modesto vicino ai binari del treno. Innumerevoli giorni della mia infanzia ho aspettato, con altri come me, che passasse il treno merci carico di container di legno e cisterne di butano. A volte scommettevamo sul numero di container che avrebbe trasportato il treno. Ci giocavamo soldi o figurine dei calciatori. Altre ci divertivamo mettendo pietre enormi sulle rotaie. Pietre rotonde che esplodevano quando venivano schiacciate dalle ruote metalliche e che mettevamo lì con la speranza di far deragliare il treno. Immagino che volessimo far succedere qualcosa per spezzare la monotonia. Qualcosa che non ci è mai riuscito. Leggi il resto dell’articolo

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Cooperativa di narrazione popolare: Lo zelo e la guerra aperta

Tre autori (Jacopo Nacci, Ilaria Giannini, Enrico Piscitelli) per tre storie che gettano tre sguardi diversi, ma complementari, sulle vite di Luca e Michela, coppia precaria sia nel lavoro che nella vita affettiva. Tre sguardi che, per riprendere il nome del progetto (Cooperativa di Narrazione Popolare) cooperano, ossia lavorano insieme, ciascuno da una posizione diversa, per cercare di scalfire, o quanto meno ridisegnare con le parole il Moloch dell’assurdo quotidiano.
Ilaria Giannini racconta le meschinità dei colletti bianchi, fatalmente raccomandati e fatalmente schiavi della catena sociale che produce le raccomandazioni. Nel racconto le incursioni nel dialetto toscano mostrano, al di là dell’ambientazione provinciale, la distanza tra il piano delle relazioni affettive e quel groviglio di opportunismi in cui si consumano carriere senza un vero scopo al di fuori del rinnovo del contratto: un groviglio fatto di silenzi complici, di maldicenze bisbigliate o fuori scena, di bugie dette per nascondere la crudeltà dei rapporti lavorativi. Perno di questo tavolo da poker da cui sembra impossibile alzarsi, chiamato dai più “mondo del lavoro”, è la scadenza di contratto di Luca. Una condizione che genera ansia nel protagonista: ma in un mondo di rapporti deteriorati l’ansia, da sintomo, diventa lusso: «dovrei solo abituarmi all’ansia, in fondo ho già superato quattro rinnovi».
Jacopo Nacci sceglie una narrazione potente, sia per ritmo sia per soluzioni linguistiche: Leggi il resto dell’articolo

Intervista multipla agli “scrittori precari” /4

Tentativo parzialmente scorretto di seminare discordia (parte quarta – qui la terza)

di Carlo Sperduti

Carlo Sperduti: Riassumi il tuo modo di scrivere in poche righe, senza citare altri autori e facendo riferimento ad almeno tre parole chiave (aggettivi o sostantivi).

Andrea Coffami: Non so cosa siano gli aggettivi, tanto meno i sostantivi. Amo pensare che la ricerca della verità e l’eliminazione dell’ipocrisia creino nel lettore dei risvolti comici. È questo il sunto della mia scrittura.

Simone Ghelli: Mi definirei un maniaco della forma, tanto che fatico a mettere la storia davanti allo stile; e penso che il lettore questa cosa la intuisca, perché non c’è una trama che preesiste alla parola. Se questo può funzionare per i racconti, mi rendo conto che può diventare un problema per i romanzi. Per questo sto rimettendo in discussione il mio modo di procedere… Definirei quindi il mio stile al tempo stesso “anarchico” (per il modo di procedere) e rigoroso (per la mania della forma, compresa la punteggiatura, sulla quale ritorno in continuazione).

Gianluca Liguori: Le parole chiave sono senza dubbio: volontà, sacrificio e talento. Senza uno solo di questi elementi, bisognerebbe lasciar perdere e dedicarsi ad altro. Quanto al mio modo di scrivere, è cambiato molto nel tempo: prima cominciavo a scrivere e via giù senza fermarmi fino alla fine, o mollavo. Adesso è diverso. Per scrivere un romanzo studio prima i materiali necessari, poi faccio schemi, schede, scrivo pezzi, personaggi, scene, poi le metto insieme, le sposto, inverto, ci gioco. O almeno così ho fatto con l’ultimo romanzo. Poi magari col prossimo cambio ancora. Che poi, nonostante la saggezza, sono giovanissimo… ho appena trent’anni. Come scrittore, sono un neonato. Ho scritto un paio di romanzi, ma non li ritenevo all’altezza delle aspettative, mie e dei lettori, e li ho lasciati nel cassetto. Se qualcuno in più si mettesse maggiormente in discussione, sarebbe meglio per tutti, il mercato editoriale non soffocherebbe di stronzate, le case editrici serie potrebbero svolgere meglio il proprio lavoro e gioverebbe pure ai lettori. I lettori, già… ma che fine hanno fatto i lettori?

Luca Piccolino: Per la poesia molto cuore, la tecnica che ci posso mettere e la durezza della pietra calcarea (che non è così dura). Per la narrativa vorrei limitarmi a scrivere belle storie, divertenti, drammatiche, soltanto belle storie, ben sceneggiate e che si leggano bene. Un approccio alla narrativa nazionalpopolare.

Alex Pietrogiacomi: Ai poster l’ardua scemenza!

Madonne nere

Madonne nere (Nutrimenti, 2008)

di Simona Dolce

I libri si possono scrivere in tanti modi diversi, le storie possono durare poche pagine o una montagna di carta, ma il peso della scrittura non si conta in numeri. Il peso della scrittura, per quanto mi riguarda, è la forma che essa prende.

Il breve romanzo d’esordio di Simona Dolce  ha proprio questo di caratteristico: che la forma è il suo contenuto, ma non perché essa sia puro abbellimento o dimostrazione di tecnica fine a se stessa; al contrario, la forma è il suo peso specifico proprio perché questa storia non poteva essere raccontata altrimenti. Ed è così che funziona, è così che si attacca addosso, per via di un ritmo salmodico, ripetitivo e ossessivo, che entra nelle orecchie del lettore: a tratti, e più esplicitamente nell’ultima parte del romanzo, la scrittura di Simona Dolce prende la cadenza di una vera e propria litania, di una preghiera personale che la giovane Marina rivolge a se stessa per sfuggire al circolo vizioso che sembra averla catturata per sempre.

La storia scellerata e scandalosa di Rinulla, prigioniera delle brame paterne e dell’odio materno, sembra infatti destinata a ripetersi nella vita della figlia Marina, nata da un matrimonio di comodo, eppure miracolosamente generata da un amplesso impossibile. Quello che si configura come il naturale perpetrarsi di un destino già scritto – il ripetersi di una vita oggetto di scherno e di violenza fisica – verrà invece smentito da una scelta inaspettata della giovane protagonista, che sorprende il lettore, e con esso, si direbbe, anche se stessa.

Ma il ritmo impresso dallo stile non è l’unica peculiarità della scrittura di Simona Dolce, che ha l’invidiabile capacità di saper mescolare i punti di vista, al punto da comporre una visione che ha dell’allucinatorio, composta com’è dall’intrecciarsi delle diverse voci dei protagonisti, che si sovrappongono in un flusso continuo declinato alla seconda persona singolare. L’autrice si rivolge cioè ai propri personaggi dando loro del tu – anche se la sua posizione sembra essere più vicina a quella di Marina –, indicandoli, e attribuendo loro il giudizio degli altri, un giudizio allo stesso tempo umano e divino che sembra destinato a marchiare per sempre questa inusuale famiglia.

Quella di Madonne nere è insomma una lingua che è impasto di più voci, di più pensieri – il non detto protetto dalla nostra ipocrisia cattolica e benpensante – recitati come in una preghiera (e allora non sarà un caso che l’illuminazione, anche se non divina, si produca in una chiesa), come un rosario dal quale sgranare una frase alla volta, frasi che si distinguono per variazioni minime eppure essenziali.

Una lingua, quella di Simona Dolce, che non lascia certo indifferenti.

Una voce che, c’è da sperarlo, continuerà a chiedere ascolto.

Simone Ghelli

* Madonne nere di Simona Dolce sarà presentato questa sera, sabato 13 marzo, alle ore 19.00, all’interno della manifestazione “Femminile/Plurale”, presso Alphaville Cineclub, via del Pigneto 283 (Roma)

Face to face! – Sacha Naspini

Con I Cariolanti (Elliot Edizioni), Sacha Naspini prende il lettore e lo trascina nel famelico mondo di Bastiano. Un gorgo emozionale che prende alla gola e trascina giù, fino all’ultima pagina.

Cos’è per te la fame?

Ci sono persone che vivono tutta la vita con un languorino appeso alla gola, altre che se ne vanno in giro abbastanza satolle di tutto e gli va bene così. Poi c’è quella gente che non gli basta mai, e io penso di far parte di questa categoria. Sono schifosamente curioso, mi piace mettere bocca, naso e mani in qualsiasi pertugio che mi capita a tiro. La fame è quella cosa che fa rompere i giocattoli ai bambini, per vedere come sono fatti dentro. È quando ti metti in bocca una cosa per capire che sapore ha, senza pensare al fatto che potrebbe farti male. È quella cosa che non mi fa stare tranquillo mai, e la reputo una grandissima fortuna. Certo, a volte ti porta davanti a degli strapiombi ripidissimi, perché la fame di cose ti può schiaffare in prima fila sull’osso di una questione dal niente. Può distruggere rapporti, anche, e magari a un certo punto schizzi via con la coda tra le gambe. Ma sempre per tornarci dentro un po’ più corazzato. Sempre. Insomma, per me la fame è quella roba che ho piantata in mezzo alle costole e non so come farla stare zitta un minuto. Proprio senza requie, sempre lì a cercare di darle almeno un nome. Fico, no?

Bastiano è nato in quale antro della tua mente? E perché?

Bastiano è nato da lì, da quel coltellino che scava, e scava… Come del resto ogni singola parola che butto sulla carta, credo. I Cariolanti l’ho scritto con la pancia, la mente guidava quelle due scorie di “mestiere” che ho imparato in questi anni. Me ne sono stato a vena aperta per tutto il tempo, a lasciarmi dissanguare felice e contento. La voce che ne è venuta fuori è una cosa davvero poco pensata, che ho scoperchiato in maniera abbastanza brutale. Il perché è semplice: non potevo fare altrimenti.

Ti sei confrontato con un periodo storico molto distante dal nostro e dal tuo, quali sono stati gli ostacoli e le difficoltà?

Se devo essere sincero, non ho avuto nessuna difficoltà. Il periodo storico in cui si svolge la storia compie un arco che va dalla Prima Guerra alla fine degli anni sessanta, decenni che ho incamerato largamente stando ad ascoltare le storie di mia nonna. Mia nonna è una grandissima raccontatrice di storie. Te le fa vedere. Sin da ragazzino ho avuto cucchiaiate e cucchiaiate di quella roba lì, la sera mi ci addormentavo, tanto che in qualche modo adesso lo sento un periodo mio. La grazia con cui mia nonna tutt’oggi mette un piatto di pasta e fagioli in tavola, mi lascia ancora senza fiato. Parte dalle cose “piccole”, e questo approccio, negli anni, un po’ si è sicuramente radicato anche in me. È difficile che mi disperi per qualcosa di inutile, come per esempio una multa; tendo sempre a ridimensionare l’importanza delle cose secondo un metro che oggi è certamente antiquato, ma a me va bene così. Gli anni delle due guerre, della ricostruzione d’Italia, è un periodo storico che mi ha sempre affascinato moltissimo, soprattutto per gli obblighi – catastrofici – che hanno dovuto affrontare i nostri nonni e bisnonni, che all’epoca avevano molto meno dei miei trentatre anni. La loro vita è capitata al centro di un turbine di eventi pazzeschi, e la loro identità si è costruita lì. Guardata da dei noiosissimi anni ’80, da ragazzino mi faceva quasi rabbia, questa cosa. Quando avevo vent’anni non andava meglio, mi chiedevo: e io che faccio? Certo, non è che avrei preferito imbarcarmi per la campagna di Grecia, ma anche tutto quel vuoto… Tornando alla domanda, gli anni in cui si sviluppa la storia sono anni che ho – non mi vergogno a dirlo – anche un po’ rimpianto. Ho letto moltissimo, visto un casino di film, documentari. Al momento della stesura del libro mi sono semplicemente già trovato in mano le cornici che mi servivano; io le ho prese e ci ho disegnato dentro una cosa.

Il tuo è un romanzo dicotomico che gioca tra un lessico quasi infantile e collodiano e una violenza vitale incontrastata. Come hai coniugato questi due lati?

Lo dicevo sopra: alla fine è una voce spontanea, pensata neanche da lontano. Per me il registro narrativo, l’intonazione con cui si affronta una storia, ha un’importanza enorme. Per certi versi anche più della trama. La voce. Quella di Bastiano è uscita da sé.

Chi sono il padre e la madre per te?

Questa è una domanda tremenda. Il padre e la madre sono due figure orribilmente importanti, che ti possono in parte mangiare la vita, nel bene e nel male, dipende da quale stella vieni giù. I genitori ti possono dare tanto, ma anche togliere tanto. Conosco persone letteralmente schiacciate da padri e madri semplicemente impreparati. Impreparati alla vita in generale, soprattutto, e che rovesciano tutta la loro incapacità sui figli, annientandoli. Il gioco a stabilire le colpe non porta mai a niente. Ma i cicli di rancore che possono scatenarsi sono terrificanti, e originano mostri di grandezza inaudita. Per me, un genitore, dovrebbe essere qualcuno di vagamente risolto, o che nella vita si è posto seriamente delle domande importanti. Perché poi sono le domande a stabilire il calibro di una persona, non tanto le risposte. Le domande che ti poni sono un indizio di quel che potresti riuscire a dare in termini umani, soprattutto a un figlio.

Credi che l’istinto primordiale sia ereditario?

Ho sempre pensato che tutte le persone hanno una loro base ancestrale pura, che poi è quella da cui si dovrebbe sviluppare un’esistenza almeno un pochino in sintonia con le proprie qualità. Il problema è che appena ti becchi quel paio di scapaccioni e ti metti a frignare, cominciano a depositarti roba sulla testa. Un dio, un’educazione sociale, la differenza dei sessi eccetera. È paradossale, ma forse l’urgenza silenziosa di ogni uomo è come quell’uggetta di cui si parlava prima, che ti rosicchia dal fondo, e che magari punta dritta allo smantellare tutto il sudiciume che ti ammucchiano sul cranio dopo il tuo primo strillo. Forse proseguire con gli anni non è costruire, ma scavare. Forse non è andare avanti, ma tornare indietro, alla ricerca di quella specie di strada di casa che avevi quando eri a zero. Ecco, probabilmente a zero c’è l’istinto primordiale. Peccato che debba subito andare perso nel fondo del fondo del fondo della tua botola segreta al primo gne. Allora ci si deve accontentare di sognarlo, ogni tanto.

Ci sono inconsapevoli sensi di colpa che animano Bastiano. Ma la colpa gli appartiene?

Ha la colpa di essere quello che è, un po’ come tutti. Ma il suo imprinting è qualcosa di veramente trasversale, lo spara in mezzo alla gente come una pallottola impazzita, schizzata via da una canna tutta storta, senza una traiettoria definita e prevedibile.

Un uomo dei boschi. Qual è il tuo rapporto con la natura?

Bellissimo, ovviamente. Sono uno che si sporca con la terra, che pesta le pozze. Al mare non porto asciugamani, mi rotolo nella sabbia. Ho un rapporto carnale con tutto, anche con gli animali, fino a quelli più piccoli e schifosi che nessuno vuole toccare, compresi gli uomini. Sono uno che ti abbraccia e ti bacia, che ti parla a un centimetro dal naso. È una cosa che non tutti amano, ma a me piace stuzzicare questi scudi scemi che ha la gente. Perché per me sono scudi scemi. Sulle spiagge ci sono persone che vanno in crisi di panico se due granelli di sabbia invadono il loro stoino. Di solito sono tipi che parlano di Sharm e se li sposti un secondino dal cemento e dalla televisione, chiamano mamma.

A chi hai regalato di più di te nel romanzo?

Certamente a Bastiano, per tutto. Diciamo che ho portato all’ennesima potenza tutte le mie confusioni private, le mie smanie e il senso di rivalsa che provo e con il quale convivo, sopportandolo. Ho preso quel motore lì, l’ho truccato e poi l’ho sparato a tremila. Dopo mi sono sentito mooolto meglio.

Hai lavorato con Massimiliano Governi (l’editor per la narrativa italiana di Elliot e curatore della collana Heroes), che tipo di confronto c’è stato? E come ne sei uscito?

Ne sono uscito con un bel bottino che mi sono portato a casa e che mi rigiro tra le mani tutti giorni. Sul testo – a parte un capitolo che ho inserito successivamente alla presentazione del libro – non ci sono stati molti interventi. Massimiliano Governi ha individuato con minuzia e grande rispetto tutte le rugosità del testo fresco di prima stesura. Per me è stato stupefacente vedere che proprio lui – un anno fa neanche immaginavo lontanamente che un giorno ci avrei lavorato insieme – si entusiasmava e aveva a cuore la perfetta riuscita del libro, in tutto il suo potenziale. Un’esperienza clamorosa, che conto di ripetere al più presto.

Cosa ne sarà ora di Bastiano? Dove si accamperà?

Con un po’ di fortuna è ancora lì che aspetta ciccia per l’inverno, o una bimba bella da tenere là sotto per un po’ come sposa. Attenzione, in questi giorni, mentre andate a funghi.

Alex Pietrogiacomi