9 Aprile, Stati Generali della Precarietà, Sciopero Generale. Prendiamo parola.

Abbiamo di fronte a noi un mese che ha tutte le potenzialità per essere qualcosa di lontano dagli stanchi rituali della mobilitazione che da anni hanno perso la capacità di incidere sulle contraddizioni della realtà politica e sociale italiana. Le date che si inanellano dal 9 aprile al 6 maggio possono diventare l’occasione per mettere a punto una “direzione culturale comune” attraverso cui interpretare le condizioni di vita e di lavoro in Italia e pensarne quindi la successiva trasformazione. Ma non solo. Dovremmo far nostra l’ambizione di libertà che si respira nel Mediterraneo, ritrovando la forza di credere che la Storia non la fanno solo gli eserciti e i capi di Stato. La contingenza storica che stiamo attraversando ci invita a sollevarci dal soporifero letto di piaceri immaginari che narcotizza le nostre vite, farla finita con la raccolta di testimonianze, e piuttosto scegliere la parte di chi lascia solo testimoni attorno a sé; invece di emozionarci esclusivamente per le piccole storie, non potremmo riscoprire la passione inattuale per la Storia?

La mobilitazione nazionale del 9 aprile, “Il nostro tempo è adesso”, gli Stati Generali della Precarietà, il 1 maggio e la May Day, hanno in comune la volontà di ordinarsi, per necessità, nel paradigma della “condizione precaria”. Leggi il resto dell’articolo

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Les nouveaux anarchistes. Atti intollerabili di disperazione a Bologna

Les nouveaux anarchistes. Atti intollerabili di disperazione a Bologna (Transeuropa, 2010)

di Piero Pieri

Il nuovo romanzo di Piero Pieri, raffinato scrittore e poeta della generazione post-tondelliana e docente universitario dal 1980, può essere paragonato a certi liquori, che sollecitano piacevolmente il palato per tutto il tempo che si ha il bicchiere alle labbra; posato il bicchiere, lasciano un senso di nausea… Il paragone mi sia perdonato, ma ad un testo cinico e spietato (per ciò che vi si narra) va fatta una critica per via di quelle immagini crude e situazioni rivoltanti che accadono all’interno del «mondo marcio e dorato dell’accademia» (p. 21). Ecco, dunque, un romanzo-dossier sulla fauna giovanile universitaria, rappresentata dall’autore nelle sue fragilità, precarietà, miserie. Les nouveaux anarchistes è il racconto di futuri abortiti, di generazioni fallite, di parti ideologici mai portati a termine, della nascita di un nuovo e possibile movimento anarchico-insurrezionalista.

La trama si snoda tra le vicende di un gruppo di amici, fuorisede a Bologna in via Fondazza: Renzo, assegnista al Dipartimento di Filologia moderna; Gian, studente fuoricorso del DAMS e pittore scadente; Elena, chiacchierata ricercatrice di Letteratura italiana; Carla, giovane studentessa innamorata di Paolo, associato di Sociologia della letteratura. I loro destini si intrecciano più di quanto loro immaginino. Prendendo come campione l’ateneo di Bologna, il romanzo smaschera un mondo deviato, corrotto e meschino, dove le varie forme di precariato generano disfacimento morale e scelte autodistruttive: droghe, stupri, delitti, suicidi e pratiche sessuali come compromesso o risarcimento. In una realtà che agonizza, fatica perfino ad affermarsi l’azione politica eversiva, perché il vuoto generazionale che caratterizza ormai una sempre più diffusa disperazione giovanile porta ad imitare sterili modelli passati (il ‘68 e il ‘77). La rivoluzione non può funzionare se coloro i quali manifestavano nel Sessantotto sono ancora ingombrantemente seduti sulle loro poltrone assieme ai loro inguaribili vizi: «la mediocrità galoppa in questa italietta di furbi e maneggioni» (p. 16); il prof. Simonetti «non ammette deviazioni dalla sua linea programmatica» (p. 19); «Lei lo sa che fine hanno fatto quelli del ‘77? È una generazione di cui non si sa nulla. Se ho ben capito non sono nei posti di potere» (p. 43). Pieri rivolge la critica più feroce al mondo in cui egli stesso lavora e lo fa senza peli sulla lingua: cattedre in cambio di sesso, sfruttamento dei precari senza garantire loro prospettive, alleanze strategiche in nome di ipocriti e convenienti giochi di potere. È la solita storia. Ci sono regole non scritte che vanno rispettate: «Cosa ti aspettavi, idiota? Questo è l’ambiente che ti sei scelto, gonfio e putrido come tutti i luoghi di potere» (p. 132).

La violenza nelle sue innumerevoli forme è la protagonista indiscussa del testo: attacchi di panico, malattie fisiche che fanno da contorno a nausee intime, maternità impossibili, stupri programmati alla vigilia delle elezioni per spostare a destra il voto, generazioni tradite nei sogni e nelle aspirazioni. La narrazione si evolve lungo tre quaderni di gramsciana memoria, intervallati da appunti operativi (intermezzi di riflessione politica e sociale), cartelli letti in chiesa (posti alla fine di ogni capitolo, si basano sulla provocazione polisemica della lingua e rivelano un sarcasmo pungente), file segreti ad uso interno sugli avanzamenti di carriera, mail, intercettazioni telefoniche, lettere mai inviate, blog. Les nouveaux anarchistes è un romanzo affollato di nomi e cognomi, di marche pubblicitarie, di luoghi pubblici e social network, di oggetti che metabolizzano i sentimenti dei protagonisti, di arredi che incarnano esemplarmente i destini di alcuni personaggi (la sedia, il lenzuolo). La trama è volutamente “torturata” e narra le vicende di un precariato intellettuale «ricattabile, incapace di immaginare il futuro, costretto a regole del gioco mutevoli e comunque inaffidabili» (definizioni dello stesso autore). Come dire, che la strategia della tensione si percepisce già prima che i sassi diventino coltelli. Gian e Renzo vengono arrestati e picchiati dalla polizia perché sospettati di spedire pacchi bomba in Sardegna. Poco importa che non sia vero; dopo qualche mese di carcere verranno liberati. Ma la fine di ogni illusione è ormai certa. Nessuno si salva: «le università non vanno riformate, non vanno ricostruite da zero, non vanno neanche rivoluzionate. Le università vanno fatte brillare» (p. 133). La voce narrante si svela nel secondo quaderno ed esce allo scoperto soltanto alla fine del romanzo, ma nei suoi appunti operativi indica alle generazioni future la strada da seguire proiettandosi «istantaneamente nell’era post-apocalittica», quando tutto sarà saltato in aria.

Vale la pena soffermarsi, per un attimo, sulle disavventure degli altri personaggi del romanzo. Microstorie e bozzetti umani ben tratteggiati nella loro inevitabile déchéance morale: Aurora Pace (matricola del DAMS calabrese con una malattia auto-immune), Dominique (prostituta equadoregna venuta in Italia per investire il suo capitale), il dottorino della Dozza (imbastardito perché perennemente rifiutato a causa del suo aspetto fisico), Rita Zamboni (la vera anarchica che commette un delitto).

Una scrittura travolgente, cinica e liquida, che ha la capacità di imprimersi a fuoco nella coscienza di chi legge. Il linguaggio è crudo perché, come si diceva in apertura, cruda ma tremendamente vera e attuale è la realtà che si mette in scena. Il sottobosco intellettuale non sta più a guardare. Il potenziale giovanile non può concretizzarsi in eccellenti ricerche di qualità o in sistemi meritocratici. Le randellate scientifiche fanno più male delle botte dei poliziotti. La potenza rivoluzionaria della giovinezza infila la strada della Grecia. Avreste mai pensato che la rivoluzione potesse nascere da un frustrato precario universitario? Io si…

 

Stefania Segatori

L’ombra del destino

L’ombra del destino (Gialli Rusconi, 2010)

di Daniele Cambiaso e Ettore Maggi

 

 

Considerato che non sono un appassionato di spy story e di thriller, che il genere entra poco nel novero delle mie letture, questa storia scritta a quattro mani dai liguri Daniele Cambiaso e Ettore Maggi è stata una piacevole sorpresa – forse perché c’è qualcosa in più di una storia di spie.

La narrazione de L’ombra del destino procede per vicende parallele, scritte, secondo quanto apprendiamo in un’intervista recente a cura della scrittrice Marilù Oliva, con una «scaletta di massima, nella quale gran parte delle idee della trama e degli snodi narrativi» si devono a Cambiaso, laddove Maggi ha lavorato al prologo e al montaggio delle scene.

Si apprezza nel libro la compattezza stilistica delle stesure, che bene sembrano amalgamate in un lavoro che punta giocoforza molto sulla vicenda; i due scrittori si sono distribuiti le parti e le hanno perfettamente incastrate poggiando essenzialmente sulle voci alternate dei due protagonisti.

Si chiamano Stefano e Giulio, sono due studenti universitari e vengono coinvolti in una brutta storia di terrorismo mentre gli anni di piombo volgono al termine. Alla situazione in realtà sono estranei – e alla Storia, quella dei libri, sono destinati a partecipare come pedine in mani altrui. Per scampare il carcere difatti Stefano verrà fatto ispettore di polizia e Giulio tenente dei carabinieri. Al servizio di qualcuno che potrà manovrarli a piacimento, i due conosceranno traffici d’armi, mafie del nordest, formazioni militari che combattono nella ex-Jugoslavia, servizi segreti e una congerie di personaggi sinistri coinvolti in ambigue trame politiche.

Il destino nel titolo è quello che lega i due amici – non degli sprovveduti (se non all’inizio della storia), e tuttavia impossibilitati a modificare il corso degli eventi; è anzi la consapevolezza di far parte di un meccanismo troppo più grande di loro e che annienta alle fondamenta l’illusione di un paese democratico, ciò che spicca nel respiro stesso della narrazione. Due storie destinate a incrociarsi, costruite in soggettiva, e che hanno il merito di far percepire al lettore il racconto dal di dentro – il lettore sa solo quello che sanno i personaggi, al netto delle proprie capacità intuitive, si capisce –, il che crea la tensione e l’attesa implicite in questo genere di narrativa. La necessità di leggere nella cronaca una controstoria della politica “deviata” è evidente ma non nuoce al romanzo – i rischi di didascalia li corre piuttosto nel dire troppo qualche volta, nell’utilizzare immagini non sempre di primo conio, privilegiata com’è la funzione denotativa della lingua. I dialoghi fanno il loro duplice mestiere, di farci conoscere i personaggi e mandare avanti la storia (si mente in abbondanza in questa storia, e mentire è un’azione); insomma, sono serrati quanto basta e tengono bene il ritmo. L’ombra del destino è il primo titolo di una nuova collana Gialli Rusconi che si presenta in una confezione editoriale apprezzabile e qualche refuso di troppo.

Michele Lupo

La marcia dei libri contro la politica dell’evasione

C’è una cosa che colpisce più di tutte, della giornata del 14 dicembre: più della compravendita dei voti, delle strategie politiche, delle reciproche accuse.

Ciò che colpisce, a mio avviso, è l’inarrestabile fuga della politica nel mondo della finzione.

L’immagine, per la seconda volta in pochi giorni, dei luoghi istituzionali isolati dal resto della città, non può più essere definita semplicemente emblematica; è reale. Essa non rappresenta, bensì indica la distanza, la spaccatura che si è creata tra chi non fa che parlare (verbo da cui d’altronde deriva il termine parlamento) e chi il diritto alla parola deve invece conquistarselo giorno per giorno.

La cosa che più colpisce, che fa male, è questa indifferenza della politica nei confronti di una generazione (quella degli studenti) e di una condizione (della precarietà), alla quale questi stessi ragazzi non vogliono arrendersi.

Mentre la maggioranza dei deputati sventolava il tricolore con la foga del tifo da stadio, l’Italia, quella di domani, urlava la propria sfiducia per le strade. Faceva davvero uno strano effetto, vedere il passato che plaude a se stesso; sembrava di rivedere un film di Visconti, dove la Storia non è mai protagonista, eppure se ne sente la presenza, il suo rumore distruttivo che avanza.

Ciò che invece non colpisce più, è la solita trita abitudine a liquidare tutto con certe parole; a ridurre un fenomeno vasto e complesso come una manifestazione costituita da varie componenti, all’immagine di alcuni episodi di violenza.

Ciò che non colpisce più è l’incapacità della politica di dare risposte, di creare valide alternative; l’ipocrisia con cui ci si scandalizza davanti a questo spettacolo incivile (figurarsi, poi, a ridosso del Natale), quando a indignarsi sono gli stessi che non si risparmiano in risse televisive e parlamentari.

Ci lamentavamo, fino a ieri, dell’incapacità di questi “giovani” di creare un fronte comune, di rivendicare i propri diritti; li accusavamo di essersi adeguati in silenzio alle leggi della flessibilità.

E invece si sono schierati coi loro libri, dove trovano più risposte che nella politica. Certo, sarebbe stato bello vederci anche un Bertolt Brecht, scritto fra quegli scudi; al drammaturgo tedesco non sarebbe dispiaciuto affatto lo spettacolo di questo gesto sociale, del prolungamento della letteratura al di fuori della pagina scritta. La linea dei book bloc, il fare fronte comune dietro lo scudo dei libri, può essere infatti preso come atteggiamento di una società che non si riconosce più nel teatrino della politica; di una generazione che non vuol più partecipare alla messa in scena nei panni dello spettatore passivo. Quelle immagini più volte riviste, dell’avanzare dei titoli scritti a caratteri cubitali, costituiscono insomma l’esibirsi del processo stesso, di un percorso che attraverso la lettura ha portato alla presa di coscienza, allo smascheramento della grande finzione; il delinearsi talmente preciso di un atteggiamento da essere riproducibile in condizioni e situazioni diverse, da essere citabile nel senso in cui l’intendeva Walter Benjamin proprio rispetto al lavoro svolto da Brecht.

Ed è proprio questo che è successo: dall’Italia a l’Inghilterra, da Roma a Londra, uno stesso gesto contro i tagli alla cultura e all’impoverimento del futuro prossimo.

Simone Ghelli

12-14 dicembre 2010: i tre giorni che sconvolsero l’Italia

Poi hanno spento la luce. E non mi son più svegliato.

Bombe e orologi fermi, tanto per cambiare. I tre giorni che sconvolsero l’Italia, e chi se li dimentica. Tutto cominciò la mattina del 12 dicembre, tanto per cambiare. Dopo 41 anni. Poco dopo mezzogiorno un’edizione straordinaria del telegiornale dava la notizia di un’esplosione a Piazza Fontana. Durante le commemorazioni della strage. Uno sfregio, si pensò in molti. Ma nessuno poteva immaginare quello che ne conseguì. D’altronde gli eventi precipitarono in fretta.

Il presidente del Senato Schifani, poche settimane prima, in seguito all’assalto degli studenti a palazzo Madama, aveva detto: “Da tempo ci sforziamo con i nostri appelli e richiami al senso di responsabilità di tutti ad abbassare i toni per evitare che l’aumento degli episodi di violenza e di intolleranza in occasione di manifestazioni pubbliche possa trasformarsi in gesti non solo incivili ma anche forieri di eventi luttuosi”. Ci scappa il morto, detto in parole povere. Ròba che rimpiangi Cossiga, per dire.

Intanto i due ragazzi fermati il giorno dell’assedio al Senato non venivano rilasciati. Le università iniziarono lo stato di mobilitazione permanente. Gli atenei occupati in tutt’Italia. Un giorno c’era manifestazione, e l’altro pure. Agli studenti, a poco a poco, s’affiancò la società civile: non solo operai, precari e insegnanti, ma anche immigrati, lavoratori stanchi e indignati, persino i pensionati. Ovunque, i centri cittadini paralizzati. Festa e protesta. Il governo era in piena crisi: il 14 dicembre la Consulta avrebbe dovuto pronunciarsi sul legittimo impedimento mentre in Parlamento si sarebbe dovuta votare la fiducia. Tutto ciò se.

Ma cerchiamo d’esporre i fatti, sebbene siano confusi, seguendo l’ordine cronologico degli eventi che hanno generato il corto circuito. Ad esempio, è importante dire, che le forze dell’ordine, stanche delle botte date e di quelle subite, e di troppi straordinari non pagati, dopo dieci giorni di scontri e delirio cominciarono a scioperare pure loro. Cioè, non tutti, ma una buona parte sì. E, viene da sé, la degenerazione che ne è seguita.

I neofascisti e i leghisti al nord e gli uomini delle varie cosche al sud, e gli ultrà tutti, infervorati dal sobillamento generale, ne approfittano, ciascuno per la sua causa, per entrare in azione. I primi morti, il 7 dicembre, furono a Napoli, Roma e Milano, durante le colluttazioni. Pallottole vaganti, tanto per cambiare. Ma attraverso telefonini, telecamere e internet le immagini hanno fatto il giro della penisola (e non solo). Così ebbe inizio la caccia all’uomo. L’obiettivo: gli uomini che avevano sparato, e ucciso.

Era tutto un risuonar di sirene. Tutti contro tutti: non si capiva chi stava con chi, contro chi, per cosa, contro cosa. Nessuno, però, ce la faceva più. E, in molti, ambivano ai posti di governo, o di comando, per ingrassare, o per costruire. Vendette, rappresaglie: guerra civile, un delirio mai visto in tanti anni di storia complicata. Molti si chiusero nelle case, chi poteva abbandonava le città. Una nuova sconosciuta paura catturava, inaspettatamente, l’attenzione degli italiani. Dopo vent’anni a riempirsi le giornate col vuoto dell’intrattenimento televisivo. Lo sbandamento di fronte all’inconsueto. Le abitudini sovvertite. Dovettero persino sospendere i campionati di calcio. Le chiese, di domenica e non solo, ripresero ad esser frequentate. Si sa, che quando s’è in difficoltà, dio è l’amico più vicino, l’amico più facile. Si piange il morto e si prega dio. I morti nelle strade erano ormai più di quelli sul lavoro.

Voi mi capirete, signori miei, se il racconto è confuso. Voi c’eravate, avete visto, avete partecipato, eravamo tutti in strada, ognuno schierato, come fantasmi che non sanno dove andare. La prima bomba scoppiata a Brescia, il 12 dicembre 2010, non era solo uno sfregio. La colpa fu data dapprima agli islamici, poi agli anarco-comunisti dei centri sociali. Qualcuno diceva che era stata la mafia, altri dicevano che erano stati i fascisti. Qualcuno diceva che erano stati ambienti deviati della massoneria, altri ancora dicevano che era stato lo Stato. In molti sospettavano che fascisti, mafiosi, massoni e servizi segreti erano tutti d’accordo. Naturalmente, è presto per la verità. E poi, si sa, quando scoppiano le bombe, qui in Italia, la verità non si scopre mai.

Le strade, già piene di gente, dopo la bomba di Brescia si colorarono di un frastuono atroce, ancor più incazzato. Cariche improvvise spezzavano i cortei con azioni di guerriglia militare, poi si disperdevano, dileguandosi. Assalti neofascisti alle università di tutta Italia, scontri violenti, tre morti, giovani, ragazzi. Figli di madri e padri che avranno vita distrutta. Quella notte, tra il 12 e il 13 dicembre 2010, in un’operazione combinata, esercito, polizia e carabinieri fanno irruzione negli atenei occupati e arrestano centinaia di studenti. All’alba, col territorio sgomberato, i neofascisti si prendono le università.

Alle 8 e 47 della mattina del 13 dicembre un’esplosione alla stazione metro Pinciopallo sveglia la città di Roma. I giornalisti non fanno in tempo a batter l’ansa che alle 8 e 52 un’altra bomba, questa volta a Milano, esplode nei pressi della stazione metro Tiraturati. Le linee fisse saltano, le comunicazioni sono interrotte. Alle 9 e 26 scoppia un’autobomba davanti alla procura di Reggio Calabria, alle 9 e 31 un’altra autobomba esplode davanti al palazzo di Giustizia di Firenze. Alle 9 e 48 un aereo di linea viene dirottato sulla Questura di Palermo. Ecco servito il nostro 11 settembre. Alcuni temono sia ritornata la guerra.

Il Consiglio dei Ministri vara un provvedimento straordinario in cui destituisce il Presidente della Repubblica, incaricando delle sue funzioni il Premier. Viene determinato lo stato d’emergenza. Le elezioni vengono bloccate a tempo indeterminato. Viene istituito il servizio d’ordine d’emergenza nazionale (a cui spetta il compito, inoltre, di controllare casa per casa e scovare eventuali dissidenti). Si firma un’amnistia che fa uscire dalle carceri 45mila detenuti.

Il 14 dicembre, a reti unificate, e per la prima volta, su tutti i profili di facebook, il presidente del Consiglio dichiara che va tutto bene, ci penserà lui, qualche morto cosa volete che sia, l’importante che tutto sia finito e che l’Italia è un grande paese. In molti, durante il messaggio, si sono sentiti sfondare la porta di casa e visti prelevare e portare via. L’ultima cosa che ho saputo, signori, è che oltre a me, hanno portato via quasi mezzo milione di persone.

Poi hanno spento la luce.

Gianluca Liguori

25-11-2010

 

Le puntine da disegno del capitale

Sono le puntine da disegno del capitale.
Sono studenti, stagisti, sono in ricerca.
Conficcati in un muro in attesa di cadere, sostengono il peso per un po’; poi cadono.

Ines ha tentato di tutto per apparire più bella, quando ha saputo che quei sei mesi non avrebbero portato a nulla. Ines, la nostra stagista, quella che ero convinto mi avrebbe fatto le scarpe. E invece no. Ha trascorso tutto questo tempo poco lontana da me, di solito seduta, in ricerca vorace di informazioni, di feedback, frammenti. Bruciava per capire dove avevano nascosto il salvagente, tentava di rendersi indispensabile.

Ines era quella diversa: da noi perché più dinamica e pronta a prendere tutto, a subire con garbo, a farlo suo; dai suoi coetanei perché così giovane e impermeabile all’apatia, così meccanica nell’efficienza, nel suo non appannarsi mai. Le avevano detto, come una confidenza che non si dovrebbe fare, che era quello che stavano cercando. Le avevano confidato che si cercava ancora, nonostante le voci, nonostante l’evidenza. E invece no, l’evidenza diceva il vero.
Da quando sono caduto in depressione ci immagino tutti posizionati sugli scaffali di una cartoleria. Uno di quei negozi che fanno tanto vecchio quartiere, dove ormai nessuno va più, perché ci sono i computer per scrivere, e ci sono i supermercati per comprare quel poco di cancelleria che serve, e a meno. Mi è diventato chiaro, col tempo, che la cartoleria è il mondo del lavoro, e noi gli articoli in vendita, senza nessuno ad acquistarci.
I creativi le matite colorate, i ricercatori di marketing gli evidenziatori, le segretarie i raccoglitori ad anelli, il nastro adesivo gli account, eccetera.
Tutti lì a prender polvere.
Le puntine da disegno sono le più dolorose. Ognuno di noi lo è stato; lo saremo presto, di nuovo.
A volte penso a quando vivevo con i miei genitori e c’era qualcosa da appendere – una foto, un diploma, un poster – mio padre usciva il sabato e tornava con una di quelle cornici industriali con il plexiglass al posto del vetro. Forava il muro, metteva un tassello, e la stampa restava lì, giusto un po’ meno nitida ma appesa, tranne che in caso di terremoto.
Quando sono venuto a Milano, era diverso. Cambiavo casa in continuazione, o meglio cambiavo stanza, tutto era molto ostile e io cercavo di scendere a patti con questa crudeltà, mi trascinavo dietro più cianfrusaglie che vestiti e appena prendevo possesso di quattro pareti nuove mi accanivo a ricoprirle, per renderle simili alle precedenti. Solo che non c’erano più cornici, trapani, c’erano le puntine da disegno. Bastavano un paio di colpi e la locandina del film era fissata, la caricatura fatta da un’amica, il collage osceno di ritagli di giornale. Stavano su, per un po’.
Quando mi svegliavo trovando a terra una foto e poco lontano la puntina, un po’ storta e inutilizzabile, di solito era ora di cambiare stanza, di nuovo.
Ines è così, e anche quella che il mese prossimo prenderà il suo posto che non c’è, e chi piangerà sognando la scrivania di Luigi. Io li vedo, tutti uguali, ma ciascuno con un piccolo segno distintivo, o meglio con una serie di tratti distintivi e omologanti insieme, a gruppetti, ancora una volta come le puntine da disegno, quelle con le capocchie nere, quelle rosse, blu o gialle, bianche, grigie. Ciascuna nella sua scatolina, insieme a tutte le altre, pronta all’uso, pronta sostenere, stortarsi e cadere: chi ha fatto scienze della comunicazione, chi ha tentato la carriera accademica, chi ha messo la testa a posto, chi ha deciso di cambiar vita e inseguire i propri sogni, chi ha bisogno, e chi ha bisogno; tutti.

Ines arriva ogni mattina sempre più presto, a sfidarci, per questo si fa bella, chiusa in bagno, prestissimo, con i ritagli delle riviste a indicarle la strada, le strategie di trucco, quei volti color faretti e polistiroli e cosmesi, a cui assomiglia sempre di più con il passare dei minuti, sempre più lontana e patinata, e con un sorriso che sfiora la paresi fa il suo ingresso nell’open space come una piccola tromba d’aria, vestita secondo un manuale aggiornato scrupolosamente, pensando e non pensando a quanto le costa venerare le tendenze, in attesa di poterle imporre, a quanti soldi brucia ogni mese, forse ricordando che questo stage semestrale non era assolutamente retribuito, nemmeno rimborsato, a parte qualche striminzito buono pasto, forse ripetendosi che questo modellarsi, questo non crollare mai lo sta facendo per il proprio futuro, «Ciò che non uccide fortifica» ha scritto sul suo blog, e poi anche «Andare a caccia di ciò che è cool rende gelidi», forse Ines si prenderà un periodo sabbatico, lei e il windsurf.

Questa non è la solita tirata contro il precariato. È una constatazione: abbiamo perso.
Tutti, tutti.

Il problema non sono le condizioni materiali, la crisi economica, la scarsità della domanda. Sbagliano. Il nocciolo della questione è il desiderio. Il nostro essere puntine da disegno del capitale (il nostro esserlo stato, il nostro stare per) deriva dal fatto che non sappiamo volere altro, non ricordiamo nemmeno di poterlo fare. L’altra metà della trappola sono le aspettative: ci hanno convinto che ci siano dei futuri possibili, tenuti da parte per noi. Ci hanno inculcato questa idea fin dall’età più inconsapevole e intuitiva, ci hanno contaminato. Ci hanno rassicurato: c’è qualcosa per noi, di designato e gratificante – certo non sarà distribuito così, alla cazzo, ma in cambio di un ragionevole impegno noi saremo tutto; concertisti oppure padri di famiglia, speculatori di borsa che comprano e vendono azioni con il loro MacBook da una spiaggia della Guadalupe, assistenti sociali, scenografi. Noi li abbiamo ascoltati, ci siamo rassegnati. Niente è precluso, ci hanno detto, purché ricercato in maniera costante e ragionevole; e invece no. È falso. Peggio: è pericoloso. Questa minuziosa catena di montaggio di aspettative, a cui ci esponiamo come a una chemioterapia, sgretola la capacità di provare desideri, ci mangia all’osso. E la pulsione erotica verso i nostri sogni, la voglia di farsi una sproporzionata e infinita e goduriosa scopata con la vita, sono degli strumenti di resistenza, dei grimaldelli che però ci sono stati tolti di mano in maniera complessa e consapevole. Sono riusciti a trasformare tutte le nostre esperienze – dall’hobby alla perversione sessuale, dalla rabbia allo sport – in esperienze formative. Ci hanno convinto (e in un modo così totale e scacchistico che ci si può solo inchinare) che proprio quei frammenti di vita che per definizione, tempo libero, stanno dall’altra parte della barricata, proprio quegli atti in cui si è sempre investito il massimo carico emotivo, la propria risicata quota di pazzia e spontaneità, siano funzionali. Ce li hanno portati via. Così oggi cerchiamo di collocare nello schema del nostro curriculum quello che facciamo ancora prima di compierlo, e addirittura per decidere se compierlo o meno. Se non si incastra, se ha un posizionamento troppo ambiguo, lo evitiamo. A questo punto tutto è pronto per il colpo di grazia. Che, viste le premesse, non è nemmeno qualcosa di spettacolare, di ultraviolento: basta una spintarella. Quando si entra finalmente nel mondo reale (perché prima si viveva in una parentesi, e ce ne rendiamo conto in quel momento) le aspettative vengono deluse, tutte insieme. Non c’è niente.
Così non si entra mai, per davvero, ci si esilia nelle pieghe di una realtà immaginata. Ci si stacca, ci si aliena, ci si rimuove. Di solito qualcosa si storta dentro, e non va a posto, mai. Ci si deprime, tutti e in profondità, con più o meno consapevolezza, che si trovi lavoro oppure no, che si duri, che non. Le puntine da disegno, così colorate, così pronte all’uso. Così rotte. E quando capisci che qualcosa non va, che tutto non va, e vorresti reagire, ti trovi rapinato del desiderio, ed è come se intorno avessi solo nebbia, non vedi niente, non vedi possibilità. È per questo che abbiamo perso tutti, e abbiamo perso male. Tutto ciò non porterà nulla di buono, nemmeno per chi l’ha imposto, non può. È un errore, non per questo meno grave, ma terribilmente miope. Addirittura controproducente. Perché se la ribellione, la voglia di cambiare, la trasgressione sono tutte dinamiche sane, che spingono avanti l’orizzonte, che finiscono per produrre vantaggi anche per chi ha il potere, in questo modo invece si mette un tappo, per quanto robusto, per quanto potente, ma assediato di pressione, una pressione inimmaginabile. Così è possibile progredire solo per strappi e lacerazioni. Migliaia, milioni, miliardi di puntine da disegno, di articoli di cancelleria, a prender polvere, prima di esplodere.

Andrea Scarabelli

Andrea Scarabelli è nato a Milano nel 1983 dove tuttora vive e si barcamena precariamente tra collaborazioni editoriali e scrittura. Ha esordito con il romanzo Beautiful (No Reply 2008), firmato solo con il nome di battesimo, e ha pubblicato racconti in antologie (Voi non ci sarete, Agenzia X 2009; Italia Underground, Sandro Teti 2009), sui quotidiani Il Manifesto e L’altro e sulla webzine Carmilla.