L’ORA MIGLIORE E ALTRI RACCONTI

Esce in questi giorni in libreria L’ora migliore e altri racconti (Edizioni Il Foglio, 2011), una raccolta di storie più o meno brevi scritte da Simone Ghelli in questi ultimi anni.

Quella che segue è la “Premessa dell’autore”.

 

L’acqua è un elemento che mi accompagna sin dalla nascita.

Quella di un fiume mi salvò la vita che avevo visto la luce da appena tre giorni, e m’indicò la strada per gli studi, diversi anni dopo: del primo non ho mai saputo il nome, mentre del secondo ricordo che era la Senna, quello su cui si muove L’Atalante di Jean Vigo – ancora in bianco e nero, come questi caratteri su carta.

L’acqua, elemento metamorfico per eccellenza e sintomo di cambiamento, mi segue da sempre anche nei sogni; d’altronde è l’habitat del mio segno, che comunica col mondo dei morti.

Questi racconti abbracciano un arco temporale lungo sei anni, durante i quali l’acqua ha continuato ad accompagnarmi nel mio modo di procedere, di farmi portare dalla scrittura anziché anteporle una trama; forse perché la mia vita, sin dall’inizio, è stata messa in mano d’altri.

Lo so che un Autore non dovrebbe mai parlare in questi termini, dare il minimo segno di cedimento, ma il mio destino è quello d’immergermi sotto la superficie. Questo non significa che mi piaccia scrivere in apnea, di getto; è vero piuttosto il contrario: il fatto di aver sfiorato la morte mi ha distolto fin da subito dalla cattiva abitudine di confondere la scrittura con la vita.

Non so se tutto questo c’entri col fatto che sul mio cammino io abbia incontrato spesso la follia (per me l’atto stesso di scrivere, la compulsione che mi spinge, lo è); per certo attraverso tutte queste storie ho cercato di ricavarne un disegno: una sinfonia che si apre e si chiude con un sogno (o un incubo).

Tutto quello che si trova nel mezzo lo lascio al vostro sguardo.

 

FUORI DALLO STIVALE ovvero l’osservazione antropologica di un branco

Ed ecco, per non apparir faziosi e cader nello stesso errore di coloro che si criticano, come si dilunga sull’argomento una nota cronista dell’epoca:

FUORI DALLO STIVALE

ovvero l’osservazione antropologica di un branco


Dopo complessi studi, trasferte oltre città e scarrozzamenti urbani, tracci ad un certo punto un profilo di medio-alto livello di questi animali erranti definiti dalla scienza “scrittori”, finendo addirittura col richiedere, in uno stato di semi-entusiasmo, la collaborazione di altri colleghi “scienziati”, sicuro che anche loro non potranno negarne la qualità cerebrale e la complessità del comportamento nell’ambiente ufficiale.

Nell’alternarsi davanti ai loro simili sono sempre più convincenti, sicuri e agili nel saltar di ramo in ramo. Non importa quale sia il copione. Importa oramai che sono un branco. Che si spostano insieme, che cacciano con pari abilità, che puntano la preda girando il capo quasi contemporaneamente. Che ululano a canone. Che riconoscono il loro odore a metri di distanza (e ciò spesso non è del tutto positivo). Che del capo branco sanno seguire la traccia così come sanno anche disperderla raspandovi sopra o lasciandovi altri umori che ne cancellino l’orma ma mai il ricordo.

Questo è almeno ciò che potei constatare del comportamento ufficiale. E a partire da uno spiccato quanto insolito e preoccupante interesse per questi esseri dotati di un dono che sembrava ormai estinto da un trentennio, decisi un giorno di osservarli da un’altra angolazione. Direttamente nella loro tana. A metà fra tacco e punta.

Colui che ritenevo profondo conoscitore di una certa cultura del Sud così come degli ingredienti di una sana alimentazione, non seppe tuttavia impedire che il branco fosse vittima di un avvelenamento da uova. Quasi incurante del pericolo scampato anziché battere in ritirata, si volle caricare di tutto il cibo che trovava in giro e risalente a due giorni prima, attirando su di sé un senso di disgusto.

La piccola iena del gruppo, nonostante l’apparente sensibilità e riservatezza che sembrava contraddistinguerlo da anni, non ci mise molto a mostrare il suo lato oscuro: guardone delle finestre di camere da letto altrui fuori dal teatro della sua bestialità. Il suo linguaggio a prima mattina è quanto mai sconveniente e blasfemo quando, a causa di goffi incidenti tra spigoli, porte e tappeti, tende a reiterare espressioni che la scienza deve ancora decifrare.

L’individuo più coerente forse fu quello che restò nella propria dimensione naturale la maggior parte del tempo: grottesco sull’impalcatura di legno su cui era accovacciato, grottesco nel gusto per certi programmi televisivi di attività fisica e di attrezzi per tagliare alimenti (dato che spiegò le conseguenze nefaste del suo operato culinario del giorno prima), altrettanto grottesco alla vista in tenuta da notte, prima di ritirarsi nella tana.

Il più anziano del branco subì invece una singolare mutazione in bozzolo nel suo giaciglio. E disparve. Fino a ricomparire il giorno dopo, come farfalla, con un colore rosso ancora più acceso. Scoprii in ricerche successive essere in possesso di una notevole abilità nella danza, roteando su se stesso e ancheggiando in sinistri rituali in una milonga di periferia.


Ebbene sì… in effetti questi sciatti writers del live son bestie piacevoli da osservare. E all’occhio di uno studioso dell’altro sesso, la scienza etologica dimostra così il perchè del loro naturale raggrupparsi tra soli maschi. In base ai dati fin qui riportati e in attesa di raccoglierne altri, non potrebbe essere altrimenti.

Donatella Livigni