Il print on demand NON è editoria

[Articolo di Carolina Cutolo riveduto e corretto per Scrittori precari in seguito alla discussione su Scrittori in Causa]

Iniziative come Il mio libro del quotidiano La Repubblica, fanno parte della categoria denominata print on demand (POD), cioè letteralmente: “stampa su ordinazione”. Questo nome (nonostante l’inglese a effetto distragga dal senso preciso delle parole) è già una dichiarazione d’identità, come dire: stampiamo (non pubblichiamo), siamo tipografi (non editori).
Peccato che la campagna pubblicitaria che circonda questo tipo di operazione calchi invece la mano sulla preziosa possibilità che offre alla realizzazione del sogno di ogni aspirante scrittore (che paghi): vedere il proprio manoscritto pubblicato, “accedere al mondo dell’editoria”, come troviamo scritto testualmente sul sito di Youcanprint. Queste operazioni dunque, al pari dell’editoria a pagamento, glissano sul fatto che la discriminante per pubblicare sia il denaro (e chi non ce l’ha, problemi suoi), sottolineando invece la presunta democraticità del fatto che secondo loro chiunque può finalmente realizzare il suo sogno di diventare scrittore, omettendo che in verità tale democraticità è riservata (palese contraddizione in termini) solo a chi paga. Lo slogan del progetto Ilmiolibro.it è illuminante: “Se l’hai scritto, va stampato”, come se il semplice fatto di buttare giù un malloppo di frasi qualsiasi, fosse sufficiente a conferire al testo dignità e diritto alla pubblicazione: un povero aspirante scrittore, ingenuo e narcisista, non aspetta altro che questo tipo di avallo per potersi considerare a tutti gli effetti uno scrittore, cosa che sembra importargli infinitamente più che imparare a scrivere bene. Leggi il resto dell’articolo

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Intervista multipla agli “scrittori precari” /4

Tentativo parzialmente scorretto di seminare discordia (parte quarta – qui la terza)

di Carlo Sperduti

Carlo Sperduti: Riassumi il tuo modo di scrivere in poche righe, senza citare altri autori e facendo riferimento ad almeno tre parole chiave (aggettivi o sostantivi).

Andrea Coffami: Non so cosa siano gli aggettivi, tanto meno i sostantivi. Amo pensare che la ricerca della verità e l’eliminazione dell’ipocrisia creino nel lettore dei risvolti comici. È questo il sunto della mia scrittura.

Simone Ghelli: Mi definirei un maniaco della forma, tanto che fatico a mettere la storia davanti allo stile; e penso che il lettore questa cosa la intuisca, perché non c’è una trama che preesiste alla parola. Se questo può funzionare per i racconti, mi rendo conto che può diventare un problema per i romanzi. Per questo sto rimettendo in discussione il mio modo di procedere… Definirei quindi il mio stile al tempo stesso “anarchico” (per il modo di procedere) e rigoroso (per la mania della forma, compresa la punteggiatura, sulla quale ritorno in continuazione).

Gianluca Liguori: Le parole chiave sono senza dubbio: volontà, sacrificio e talento. Senza uno solo di questi elementi, bisognerebbe lasciar perdere e dedicarsi ad altro. Quanto al mio modo di scrivere, è cambiato molto nel tempo: prima cominciavo a scrivere e via giù senza fermarmi fino alla fine, o mollavo. Adesso è diverso. Per scrivere un romanzo studio prima i materiali necessari, poi faccio schemi, schede, scrivo pezzi, personaggi, scene, poi le metto insieme, le sposto, inverto, ci gioco. O almeno così ho fatto con l’ultimo romanzo. Poi magari col prossimo cambio ancora. Che poi, nonostante la saggezza, sono giovanissimo… ho appena trent’anni. Come scrittore, sono un neonato. Ho scritto un paio di romanzi, ma non li ritenevo all’altezza delle aspettative, mie e dei lettori, e li ho lasciati nel cassetto. Se qualcuno in più si mettesse maggiormente in discussione, sarebbe meglio per tutti, il mercato editoriale non soffocherebbe di stronzate, le case editrici serie potrebbero svolgere meglio il proprio lavoro e gioverebbe pure ai lettori. I lettori, già… ma che fine hanno fatto i lettori?

Luca Piccolino: Per la poesia molto cuore, la tecnica che ci posso mettere e la durezza della pietra calcarea (che non è così dura). Per la narrativa vorrei limitarmi a scrivere belle storie, divertenti, drammatiche, soltanto belle storie, ben sceneggiate e che si leggano bene. Un approccio alla narrativa nazionalpopolare.

Alex Pietrogiacomi: Ai poster l’ardua scemenza!