Femmina Fumante

FEMMINA FUMANTE

C’è un proverbio delle mie parti che dice: “Le sigarette sul tavolo e le ragazze a letto non si chiedono: si prendono”. Tutte le ragazze delle mie parti conoscono questo proverbio, dice Lubitsch: mi venga un colpo se questa sera non ti facciamo bagnare il biscottino.

E’ un proverbio squallido, Lubitsch. E’ maschilista, machista, sessista, sembra la pubblicità di un deodorante spray degli anni ‘80. Ma le vostre donne non si stancano a essere trattate come sigarette?

Cugino, la femmina vuole essere corteggiata, sì, come tutte, portala fuori, paga da bere, guida la macchina. I fiori: anche no. Tenere aperta la porta della gelateria: anche sì. Però, ecco, a letto puoi fare a meno di essere gentile.

A loro piace così?

A loro piace così.

Che filosofia triviale” (cit.). Sembra quella canzone, Teorema, “prendi una donna/trattala male…”.

Non esistono leggi in amore, cugino, e io non lo so come siano le donne italiane, belle sono belle, però chissà, chissà se posso prendere una sigaretta senza chiederla, con le donne italiane.

Ci vuole confidenza, cugino. Devi solo capire se puoi permetterti certe mosse.

Confidenza, sì. Però ci vuole tempo, tempo per prendersi le misure: una, due, tre volte. Alla quarta, forseforse, puoi smettere di chiedere le sigarette.

A volte mi viene da essere maleducato subito, cugino Lubitsch. Stamattina aspettavo il treno per tornare in città, non avevo libri da leggere, nemmeno la musica, nemmeno i giornali gratis. Un quarto d’ora da aspettare così è lunghino. Allora mi giro a destra e mi innamoro, perché c’è una ragazza. E’ bella nella bocca e nel collo, ha i capelli neri e un orecchino solo, a sinistra, nella cartilagine dura. O forse ce l’ha anche dall’altra parte, che ne so: le vedo solo mezza faccia e mi basta, diobono se mi basta, e magari è la noia però m’innamoro in un quarto d’ora, magari se avessi le cuffie mi farei i fatti miei, ma le cuffie ce le ha lei, e io la guardo e distolgo lo sguardo e lei accende l’iPod e mi guarda e distoglie lo sguardo e inizia a muovere la testa, cugino, ti giuro che avevo il respiro corto, e va a finire che…

Che?

Niente: ci guardiamo a turno, e mai negli occhi. Però io inizio a ridere, anzi: a sorridere. E anche lei. Anzi, no, lei no: lei fuma ed è bella quando fuma, e io non posso farci niente se mi piacciono le fumatrici, a me che non fumo, mi piacciono, non mi dà fastidio l’odore, forse mia madre dovrebbe saperlo, è un motivo stupido per innamorarsi di una ragazza, lo so, e poi fumare in gravidanza fa male, ma se vuoi un figlio lo sai, smetti. Ricomincerai: avrai quarant’anni e un figlio adolescente, e tuo figlio ti racconterà i suoi casini molto più volentieri se potrete fumare una sigaretta insieme, in cucina, con il caffè, come nei film.

Poi è arrivato il treno.

Poi arriva il treno, sì: io scendo dal muretto liscio e mi metto la giacca e lo zaino. Lei va a buttare la sigaretta in un bidone. Io le guardo il culo. Torna, il treno ormai è fermo, i nostri occhi si incontrano per la prima volta: io faccio lo stesso sorriso che sto facendo da dieci minuti, e lei mi guarda, finalmente mi guarda, ci guardiamo: lei, dal basso in alto, iridi crepate di una che ha voglia di Pal Mall Blu alle dieci del mattino, chissà cosa racconti a tua madre in cucina, occhi verdi com’è verde la legna giovane, mannaggia a te, non potevi avere due occhi normali? Adesso mi tocca dirti qualcosa, chiederti che cosa stavi ascoltando, o forse potrei scroccarti una sigaretta, ma non fumo, e come faccio a sapere se posso fare a meno di essere gentile?

C’è un proverbio delle mie parti che dice: “Le risposte sono come il caffè: ci vuole tempo”.

Ma ci sono solo caffè e sigarette nei tuoi proverbi, Lubitsch? Ecco perché hai i denti gialli.

E insomma, alla fine, tu e la tipa del treno non vi siete detti niente?

No.

Bravo cugino: guardale e fatti venire una gran voglia e poi non prenderle mai, ci fai più bella figura.

E quando troverò l’amore, cugino Lubitsch?

E’ come il caffè, cugino: ci vuole tempo.

Simone Rossi

Poesia precaria (selezionata da L. Piccolino) – 14

Il tour che ha portato il collettivo Scrittori precari in giro per l’Italia è stato tutto un incontrare e conoscere.

Con Andy Q. ci siamo visti durante l’ultima data, nella Repubblica di Frigolandia, in provincia di Perugia.

Il Caro Andy, parlando parlando, mi disse di avere la passione del verso ed io, da parte mia, gli chiesi di spedirmi qualcosa per la rubrica del lunedì.

Ci è voluto un po’. Io e lui abbiamo scoperto di non essere molto coordinati.

Mi ha scritto su myspace e io ho letto dopo un mese. Mi ha mandato una mail, ma si è persa nei meandri di una bufera subtropicale che ha tagliato le comunicazioni per qualche ora.

Colpa mia e colpa sua, dunque. Nel caso della bufera colpa di qualcuno più in alto, forse. Ma andiamo avanti parlando di cose serie.

La poesia di Andy appare potente e senza fronzoli. Comunque non mi permetterei di considerarla essenziale.

La padronanza e la consapevolezza che questo autore innegabilmente possiede, fanno sì che egli possa scalare senza remore o tentennamenti le chine poetiche che gli si parano innanzi.

Musicalità, immagini forti e soprattutto sensazioni forti. Poesie fatte di materia, carne, sangue, lacrime, cuore e molto altro.

La realtà presente sembra avere i toni del grottesco e va ad incastonarsi come una gemma difettosa su un anello di finto oro.

Palese è la letteratura di riferimento a cui Andy evidentemente si ispira. Ma il suo personale modo di interpretarla e rinnovarla fanno pensare a un percorso evolutivo tutt’altro che finito.

Staremo a vedere.

Buona lettura.

Luca Piccolino

ORE MASTICATE

il cibo tra i denti

le ore masticate

l’armonia della quiete nel ferro congelato

nessun tramonto nella notte delle stelle indifferenti

calici di ulivo vivo non ancora colto

fiori ingenui si colorano d’inverno

vapore nel nostro respiro

che aspira linfa nello splendore

un’ erezione improvvisa toccando erba di campo

e le ciminiere fumano più di noi

ma in lontananza sono sole

travestite da formichieri della quotidianità

mai sazi di disperazione

gocce di birra sul corriere regionale

gocce di birra sugli annunci delle troie private di provincia

numeri su numeri

calcoli su calcoli dentro tumori morali in via di putrefazione

il vescovo non vuole il sexyshop

la città se ne fotte

treni in ritardo dentro valigie vuote

cani affamati alle discariche dei ristornanti di lusso

la luna nasconde il proprio sesso e non ci degna di Luce

e la notte finisce con l’ultimo sorso

aborto dell’addio

frutto malato di arcobalenica muffa

ruggine nel terzo occhio

pittura su odio nella pupilla del terzo occhio

guanti anti-omicidio

san valentino nell’aorta strappata

sputeremo sangue alla parata degli attimi fuggenti

cibo tra i denti

ore masticate

sangue coaugulato nel dna della miseria

fazzoletti con sborra incollata

catarro che galleggia nel cesso

siamo i soliti esseri perfetti in una realtà decadente

Andy Q.

Poesia precaria (selezionata da A. Coffami) – 11

Antonio Romano. Un giovane che se lo vedi e ci parli gli dai 38 anni ma che poi se gli rubi il portafogli e leggi la data di nascita sulla carta d’identità scopri che è un pupetto di forse 24 anni. Di cosa parla Antonio Romano nelle sue poesie? Mah… non l’ho mai capito. Della carne, del paradosso, dei sentimenti… fatto è che quando mi mandò i suoi testi ne rimasi abbastanza colpito. Mi piacquero molto per le sonorità che creavano nella mia testolina e per i colori acri che mi faceva sentire semplicemente accostando termini. Non è questo lo scopo di un poeta? Riuscire ad emozionare. A mio avviso Antonio ci riesce (non sempre ma de gustibus non disputanda est mi pare si dica così). Antonio Romano ha pubblicato anche numerosi gialli, è un giallista (nonché giallognolo). Ma come poeta va letto, va sentito, va assaporato. Come quel vino che lui tanto ama e che io non berrò mai perché costa caro.

Andrea Coffami

Epoca, tempo.
Drammi sulla mia
scrivania come fermacarte.
Ti raccordo alla
morte, alle cimici,
al mio egoismo.
Tavolo con sguardi
di donne in una
grande indifferenza.
E alla fine di tutto
questa discrezione
da palcoscenico.
Questa dolce
sottile emorragia
che passa per televisione.
Ti amo come una pubblicità.
Passi a interrompere
la mia vita di
inviti all’ascolto.
Interrompi fiumi
di scene conciate
a festa, tragedie in audience.
Sei la mia pausa
fra un film già visto
e un telegiornale di distruzioni.
Ti amo ti accolgo
faccio ghirlande di parole
faccio mole di voli di colombe.
Simbologia del tuo sguardo,
numeri a vuoto da maghi,
tramortisco tramonti,
solo troppe tv del mio umore.
Ti ricordo a pezzi di plastica
incisi in dischi.
C’è qualcosa che ti riguarda:
ti amo in ogni sguardo
ogni amore ogni nottata trascorsa
in giochi scivolati in mare.

Antonio Romano,

15 gennaio 2009

Trauma cronico – Infermo

Per uno scrittore, oggi più che ieri, perdere una mano per qualche giorno è una vera tragedia. Anche con le mail, mica è cosa semplice, con una mano sola. Si perde tempo, che in questo contesto temporale frenetico, è la sola cosa che ci rimane.

La vena si è gonfiata, era molliccia, verdognola; faceva una certa impressione. La mia collega, quando le ho mostrato il polso, ha chiuso gli occhi e girato il volto, per non guardare.

Vi ho messo del ghiaccio su, la massa è rientrata un po’, ma non ero in grado di continuare a lavorare. Dopo una decina di minuti, abbiamo convenuto, il responsabile ed io, che era il caso che me ne andassi.

Sono stato al pronto soccorso. Era qualche anno abbondante che vi mancavo. Un po’ mi mancava. Al pronto soccorso se ne sentono e vedono di tutti i colori, maggiormente rosso, oggi che il rosso è praticamente sparito.

C’era uno che diceva di essere stato aggredito da un cliente, faceva il barista. Aveva il polso spezzato. C’erano molti anziani. C’era una signora di una settantina d’anni che pareva essere stata indotta inconsapevolmente a far dimettere questa sua parente. Queste venivano da una clinica privata che, da quanto si poteva desumere, aveva elegantemente sottratto la loro burocrazia dalle rogne di un decesso imminente, o perché i parenti del malato non potevano più pagare, ma non credo, erano venuti da fuori Roma su un’ambulanza privata. No, dico. Questa vecchia era in fin di vita, dall’espressione della dottoressa si percepiva che le speranze erano alquanto risicate. Ai miracoli poi, non ci crede veramente più nessuno.

Anche questa è – Italia.

Crolla, crolla a picco, in caduta libera, una vergogna per l’Europa intera. Eppure si continua a star male. Anche quando si sta bene, si soffre. Questo paese, terra devastata e vile, che manca di rispetto persino ai propri morti.

E’ una storia che non cambia. E’ una storia tutta italiana. La viviamo ogni giorno.

Gianluca Liguori

Si ringrazia Simone Ghelli per la trascrizione del pezzo.

Non multa sed multum. Qualità della vita, qualità letteraria – 2

Non multa sed multum. Qualità della vita, qualità letteraria

[Leggi la prima parte]

Perché, allora, in Italia, dovrebbe esserci necessità di opere letterarie qualitativamente intense e durature? Perché in Italia c’è una voragine chiamata: carenza di immaginario, collettivo e individuale. Chiamatela tedio, noia, apatia, ma si sta verificando un’atrofia dell’immaginario che molti non possono o vogliono scorgere, perché hanno disimparato a dare valore al concetto di qualità. Dobbiamo però reinventare il nostro immaginario, ovvero il nostro modo di compensare la refrattarietà delle cose italiche con la creazione verbo-visuale, il nostro modo di sfogliare l’opacità delle cose presenti, e guardare oltre, dietro il muro dell’oggettività. E questo andrà inevitabilmente a scalfire la nostra identità tradizionale, un’identità che deve avere una durata. Oggi la letteratura, almeno in Italia, è una forma di sopravvivenza, una consegna al mittente da non mancare.

Carenza d’immaginario, carenza d’identità, carenza di qualità. Carenza di futuro. Non osiamo immaginarci il futuro italico, ma siamo stanchi d’incipriare il presente. La qualità della nostra vita dipende anche dalle opere che i nostri autori coevi sanno e pretenderanno di produrre. Questa è la responsabilità che ci si presenta davanti. Si deve tentare, rischiare tutto, reinventare un linguaggio, captare le emergenze – cioè quello che viene fuori da questi tempi, e manca ancora di parola. E prefigurare le nostre nuove facce, desiderando e recuperando le facce altrui, la nostra tradizione polverosa. Facce di un passato che, oramai staticizzato tra monumenti impercettibili, libri di testo e retoriche varie, ci spinge sempre più verso un futuro già pari a zero.

Intensità e durata, si è detto. Se azzardiamo ad applicarle a una visione magnetica – da campo magnetico – delle opere letterarie, queste prevedono spostamento. Lo spostamento prevede adattamento creativo della forma, ovvero metamorfosi. Questa, lo si è detto fino alla nausea, è una delle qualità costitutive del romanzo, il prodotto della sua origine epico-orale (dispersione assoluta e semina della sua avventura), del suo ibridare generi (il romanzo è un grande cannibale, una tessitura aperta come la tela navajo dell’Emilio Cecchi in Messico), del suo pensare e criticare se stesso (il romanzesco che guarda se stesso, Don Quijote che legge le sue avventure stampate), cercando di acciuffare senza tregua allo stesso tempo quel Reale traumatico che stiamo vivendo – il fantasma della cibernetica calviniana, che non si vede, ma pressa. E, prima o poi, ritorna.

Perché dire Italia oggi cosa significa? Non è qualcosa che ha a che fare con il dolore spettacolarizzato di una progressiva mancanza di qualità di vita? Italia è un’espressione senza referente, un sipario desiderante senza scena desiderata, ma con molti mésententes e différends, disaccordi e dibattiti, con tante tracce e traumi da esplorare. Per questo c’è forse il bisogno di tentare opere metamorfiche, mutanti e cosmiche, che tocchino il cielo universale per riflettere la piccola zolla particolare e redimerla, emisferi dove la nostra faccia – perché noi, italiani, con l’identità, ci rimettiamo pure la faccia – si possa rispecchiare deformata, per scorgere i cambiamenti dei connotati e delle costellazioni, domani. Lavorando di fantasia, irrispettosamente, anche sulla nostra Storia senza capo né coda.

Parlare di romanzo, o di racconto in prosa, di per sé è parlare di qualcosa che non è, ma che sarà, qualcosa di volto al futuro anche se scritto nel passato remoto. Parlare senza timore di qualità, oggi, nella nazione italiana, parlare di complessità, come fanno altri in altri frangenti da altre prospettive, parlare di avventura (come metamorfosi, durata e intensità del nostro raccontare e come potenza dell’immaginario), significa avere fiducia, non solo in noi stessi (cosa che da tempo ci manca), ma anche nella durata della parola. Significa auspicare un futuro duraturo, ma non per questo conservativo, della nostra identità. Un futuro parzialmente libero, temporaneamente autonomo. Diciamo durata, non necessariamente ripiego morale o moralistico della parola. Responsabilità della posta in gioco, non civismo sbandierato e, quindi, spettacolarizzato.

Le nostre opere, in questo orizzonte di senso in modificazione repentina, saranno l’arco perfetto e intagliato pronto a risuonare, la freccia sarà il nostro occhio critico pronto a fendere l’aria, la qualità sarà l’intensità con cui tiriamo la corda e lanciamo. Seppure nel disastro dell’immaginario italiano, un punto d’appoggio e un tentativo per essere buoni arcieri ancora dobbiamo e possiamo farlo. Anche da una posizione sbilenca, minoritaria, ridicolmente caparbia.

Alessandro Raveggi e Enrico Piscitelli

Trilogia sull’operaio – Il minidotato

All’inizio di questa storia ci sono io, sospeso a venti metri da terra. Guardo le macchine sotto, le donne che calcano il marciapiede. Sono sguardi che lancio veloci , prima di ricominciare.

Lavorare in un cantiere ed essere, nello stesso tempo, osservatori curiosi. Sembrerebbe strano ma questo sono io. Vedo scorrere il tempo qui abbastanza velocemente. Questo solo grazie al modo di distrarre la mente che ho mentre svolgo i miei doveri.

Posso dirlo ormai con certezza, dopo questi giorni passati qui: ristrutturare la facciata di un palazzo è parecchio faticoso e quando riesco a eludere questa verità è il male dentro alle ossa che me lo ricorda.

Guardo le braccia degli altri muratori.

Le loro vene sono tronchi, radici di pino che si diramano sottopelle.

Li osservo mentre le loro braccia si tendono. I loro bicipiti si gonfiano sottosforzo, come se qualcuno stesse soffiando aria dalla valvola che tengono nascosta sotto al gomito.

Dopo questo guardo le mie , di braccia. Esili bianchicce ed affaticate nel far tutto.

Qualche vena, in realtà, la vedo uscire anch’io. Sembra quasi che voglia solo far notare il fatto di esserci. E’ troppo piccola. Troppo ancorata verso il basso.

In vene come quelle che invidiavo, immaginavo scorrere ad alta velocità, centimetri cubici di rosso fluido vitale.

Se il sangue è linfa e nutrimento, una circolazione come quella degli operai in questione era probabilmente sinonimo vero di energia e forza esplosiva .

Questa ipotesi si portava dietro dunque i motivi della mia fiacchezza e dei dolori.

A volte eravamo a lavorare uno di fianco all’altro. In quelle occasioni le vene che avevo, venivano prese da un reale senso di inferiorità.

Era l’immagine degli spogliatoi e delle docce, della scuola calcio da bambino. Quando si sentiva urlare tra le nuvole di vapore: “Carlo c’ha il cazzetto!!!” in faccia ad un ragazzino dal cazzo ancora piccolo.

E’ paradossale. A volte, si sta su un’impalcatura ghiacciata in inverno ed infuocata in estate, a venti metri dal suolo e si riesce ad essere disinvolti nel camminare, orientarsi e dirigere gli sguardi.

Alla fine di tutto, c’è il sibilo quasi impercettibile del mio precipitare su una vecchia signora con le buste della spesa nelle mani. L’altra anziana vicina a lei si interrogherà per molto, sulla casualità che non l’ha uccisa.

Porrà termine ai suoi ragionamenti frequentando sempre più assiduamente la parrocchia del quartiere, vivendo nella consapevolezza che non conviene affatto provocare un Dio a cui basta solamente premere un pulsante.

Luca Piccolino

Qui puoi leggere Misericordia

Qui puoi leggere Caterina ovvero l’accoppiamento della lumaca

Coincidenze – Fotoromanzi

Un uomo dorme in auto. Non ha niente della levità macchiettistica di De Crescenzo. È piuttosto un finale di partita. Una partita giocata negli anni fin da una mancata licenza media.

Se Serena avesse avuto dei genitori più attenti alla cultura, probabilmente non sarebbe finita a fare la sartina. Ma senza licenza media si può fare poco. Insomma, l’unico rapporto che aveva col linguaggio scritto erano i fotoromanzi.

La licenza media non ti rende sterile e quindi anche se sai compitare a malapena i dialoghi dei fotoromanzi (prevedibili quanto vuoi, ma se non li leggi cosa li compri a fare?). Serena partorì a maggio una bambina che aveva gli occhi azzurri più belli che Serena avesse mai visto dalla sera in cui quel soldato americano le aveva portato via la verginità in cambio del pancione.

Gli occhi di Clara facevano parlare tutto il paese, così come la gravidanza di sua madre aveva fatto ai suoi tempi. Verso i vent’anni, Clara poteva tranquillamente essere definita “la più bella”. Non aveva rivali, non aveva rivali che non fossero i suoi modelli di vita: le attrici dei fotoromanzi. Serena le aveva inculcato il culto di quelle donne raffinate e travagliate, coi loro drammi borghesi e i loro amorazzi combattuti. Clara era il più perfetto prodotto della stampa di consumo.

Quando Gildo la vide, immancabilmente, quegli occhi azzurri spalancati sull’esistenza come quelli di un cieco spalancati in un museo lo fecero ammattire, letteralmente ammattire. Rubando nei cassetti di suo padre, riusciva a comprarle quei regalini costosi per cui lei andava pazza: sembrava non esserne mai sazia, sembrava avere una necessità strutturale metafisica di “regalini”. E così, un regalino via l’altro, piastrellarono la strada verso l’altare.

Gildo e Clara andarono a vivere in un bell’appartamento. Con due cameriere e il maggiordomo.

La domanda che dovremmo porci ora è: cosa fa una donna che pensa per fotoromanzi se non ha nulla da fare tutto il giorno in un appartamento mentre il marito è alla fabbrichetta a lavorare? Suppongo sia evidente. Si trastulla col garzone del lattaio.

Ebbene: la piccola virtù di Clara, che evidentemente si portava nel sangue quella vocazione scandalistica che già aveva sperimentato sua madre, fu messa in piazza da alcune lettere anonime dirette al marito. Quest’ultimo non esitò un istante: si appostò sotto casa e scoprì la tresca. Idee balzane iniziarono a fioccargli in mente, ma visto che non era un patito dei triboli e delle macchinazioni, provò a parlare con sua moglie. Ella giurò e spergiurò che era l’ultima volta, ma i fatti a seguire la smentirono. Era troppa in lei la tentazione all’inedito, al sotterfugio amoroso, all’appuntamento dato in posti insoliti per sfuggire a inesistenti inseguitori, alla mimetizzazione per farla in barba a fantomatiche spie al soldo di Gildo. Insomma, i tradimenti che seguirono furono tali e tanti che il pover’uomo puntò sulla vendetta legalizzata: divorzio.

Un uomo che lavora giorno e notte può essere logorato profondamente dalla battaglia legale che un divorzio porta seco. Può iniziare ad avere, per esempio, qualche allucinazione, che a sua volta può consolidarsi in una visione. E se poi, magari, tanto per dimenticare il proprio fallimento matrimoniale, inizia anche a giocare pesantemente a carte e ad andare con puttanazze, è inevitabile che sotto di sé si spalanchi un’orbita di dita nel culo.

Gildo si ridusse a dormire in macchina dopo appena cinque anni. Sua moglie era ancora abbastanza bella da zoccoleggiare in giro a volontà; lui, invece, ormai incanutito e appanzato, non poté far altro che vendere la fabbrichetta per far fronte ai debiti dopo aver già dilapidato i propri risparmi. Gli era rimasta solo la macchina, per dormirci.

Penso che non stupirà nessuno che Gildo, quella notte, mentre dormiva in auto, svegliato dal rumore di ladri che gli rubavano le ruote, sia uscito di senno e li abbia uccisi. I poliziotti trovarono i corpi smembrati e le teste inchiodate ai muri della strada. Inutile dire che fu un caso inspiegabile. Anche perché Gildo nessuno sa dove si trovi, ora.

Antonio Romano