Amarcord – In laguna col nonno

ottagono ca' romandi Claudia Boscolo

Di mio nonno paterno non parla mai nessuno. In famiglia lo ricordano come un uomo autoritario, poco comprensivo, responsabile di una serie di disastri educativi. Quando parlano di lui, lo dipingono come il contrabbandiere di generi alimentari e di prima necessità con i croati nella Jugoslavia di Tito. I croati non godono di una fama specchiatissima da questa parte del mare, ma lui ci si trovava bene, si vede che sentiva una particolare affinità. In realtà mio nonno era un piccolo armatore, proprietario di un mercantile con cui faceva la spola da una riva all’altra dell’Adriatico, importando pietra d’Istria di cui all’epoca c’era gran bisogno per costruire dighe e per lastricare porzioni del litorale di terraferma. È quella pietra bianca, abbastanza friabile, di cui è rivestito il Ponte di Rialto o che si calpesta negli stretti e scivolosi vicoli di Rovigno. È una pietra morbida, elegante, meno resistente del marmo ma molto più piacevole al tatto. Se vi dovesse capitare di sedervi sulla riva di qualche canale a Venezia, accarezzate la pietra d’Istria di cui sono adornati i bordi: è molto consumata e sembra quasi soffice. Mio nonno ufficialmente attraccava in Jugoslavia per caricare la pietra, ma in pieno spirito dell’epoca, per non sprecare un viaggio scaricava merci che gli avevano chiesto i croati la volta prima. Io comunque l’ho conosciuto che era già un uomo anziano, aveva smesso i commerci per mare e aveva tenuto per sé un piccolo scafo a remi e motore, con cui andava a spasso per la laguna. Di lui ricordo che fischiettava e canticchiava, e soprattutto ricordo le sue trasferte in bicicletta al mercato del pesce da cui tornava carico. Cucinava il pesce su un caminetto esterno che aveva costruito da sé con dei mattoni rossi; impiegava intere mattinate a ottenere la brace giusta bruciando il legno ricavato dalle cassette di frutta. Aveva fama di essere il miglior cuoco di pesce della zona, ed essere invitati a pranzo o ricevere in dono del pesce cotto da lui sulla griglia era considerato qualcosa di speciale. Leggi il resto dell’articolo

Maggio 45

[Chiudiamo per quest’anno, con il racconto che segue di Domenico Caringella, la trilogia sulla Resistenza iniziata il 24 con 17 marzo 1944 (Un anniversario dell’Unità d’Italia) di Luca Rinarelli e seguita il 25 aprile con l’estratto dal romanzo SIC In territorio nemico. Buona lettura.]

di Domenico Caringella

Maggio 45

The frontiers are my prison
Leonard Cohen, “The Partisan

Non avevamo mai fatto l’amore in un letto. Comodi. Al caldo. E negli ultimi quattro giorni, in attesa di tempi migliori, non avevamo fatto che questo. Nei fienili e sulla terra umida di muschio era stato diverso; era stato clandestino, e dolce.
Mi bruciavano le ginocchia, l’effetto dello sfregamento contro le lenzuola. Una lama splendente di mattina entrava dalla finestra semichiusa e tagliava il letto in due, in diagonale. Il fascio di luce illuminava le sue gambe belle e stanche, proseguiva sul mio petto e andava a morire in un angolo. Ci vuol poco ad abituarsi alla penombra e così mi accorsi quasi subito che di luce ce n’era abbastanza per esplorare con lo sguardo la stanza, il soffitto, la linea della sua schiena, i suoi capelli scuri e disordinati; il lupo sul collo, il tatuaggio gemello di quello che avevo io su un braccio, che ci aveva fatto il Francese una notte gelida di febbraio, sul Carso.
Ormai non me lo nascondevo più, di amarla, quella persona che mi dormiva accanto. Eravamo tornati nella nostra città adesso, finalmente. A Trieste. Non avevamo programmato nulla, non sapevamo come Leggi il resto dell’articolo