Torta di mele meccanica (A Clockwork American Pie)

di Andrea Frau

Ogni notte, ragazzi e ragazze sulla trentina entrano nei supermarket e nei negozi d’abbigliamento per praticare, tra la carne surgelata e tra i manichini, la loro porno-ginnastica.
I vigilantes si fanno comprare facilmente: basta lasciarli filmare. Poi i video se li rivendono. Nel sito della nuova RAI-tube la categoria “sex in the market” è la più visitata.
È notte fonda. Le statue nude dormono nelle teche, la merce negli altari, assonnata come se fosse in pausa, osserva i partecipanti mentre viene onorata e consacrata dal loro sesso. La porno-ginnastica è ripetitiva e meccanica anche se ogni tanto il buffering si blocca. I corpi stanno in pausa come se stessero riflettendo, come se avessero dimenticato la battuta o non sapessero più che fare. In quei casi il vigilantes li colpisce con la torcia o li elettrizza con il taser e loro riprendono come niente il loro niente.
Vanno avanti tutta la notte come una catena di montaggio, ogni sentimento o pensiero umano scivola via dai corpi lubrificati pieni di grasso.
Gli uomini si muovono con il ritmo di un metronomo, si cronometrano, bevono bibite energizzanti, trangugiano barrette e si guardano allo specchio compiaciuti delle loro prestazioni senza mai fermarsi, il loro personal trainer immaginario li incita, qualcuno dal pubblico li rinfresca con secchiate d’acqua come si fa con i ciclisti, le donne instancabili sono lì a volerne sempre di più, partecipano attivamente anche se ogni tanto guardano sul telefono video-tutorial su cosmetici freschi fatti a mano; se ne stanno sequestrate sotto una gabbia di carne tonica e abbronzata, potrebbero sembrare in preda alla sindrome di Stoccolma in realtà sono consapevoli, come se una Federica Sciarelli bambina cadesse dentro un pozzo con microfono e telecamera e conducesse uno speciale non stop da lì. Le coppie sono numeri binari, uno e zero, in condivisione peer to peer; dopo ogni amplesso si scambiano di posto come al gioco delle sedie. Lo sguardo dei partner non Leggi il resto dell’articolo

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Intervista a Francesco Dimitri

Da poco uscito in libreria con il suo Alice nel paese della vaporità (Salani), Francesco Dimitri, da Londra, mette a segno un altro colpo editoriale con una storia davvero Fantastica che mantiene sempre il personalissimo e accattivante stile a cui l’autore ci ha abituato in questi anni.

Uno scrittore che trascende il senso stesso del termine e ad ogni incontro apre nuovi mondi, senza perdere mai ironia e semplicità, un romanziere vivo e attento con cui abbiamo scambiato quattro chiacchiere.

Cosa ti ha spinto a prendere il classico personaggio di Alice e a farne un romanzo-personaggio steam-punk?

Da ragazzino mi nutrivo di pane e fantastico (Tolkien, Poe, Lovecraft, Blackwood, eccetera), ma Alice mi terrorizzava più di ogni altra cosa. Credo sia una delle storie più terrificanti mai raccontate, e avevo voglia di farne una mia versione. Di prendere il Coniglio per le orecchie, per così dire.

Quali sono le ragioni lisergiche dell’Alice di Carroll che più ti hanno influenzato?

Non ci sono ragioni precise, è più un campo di forze. La storia di Carroll mette in scena la morte della logica, la caduta delle mura che separano giochi e serietà, metafore e realtà: è questo lo spirito che ho provato a riprendere.

Nel tuo nuovo romanzo si torna a parlare di Dagon e ci sono continui rimandi ad altri tuoi libri, nonché autocitazioni: stai creando un vero e proprio filone stilistico al limite tra realtà/finzione/follia demenziale?

Assolutamente sì. Mi piace l’idea di creare un multiverso in cui ogni mia storia si intreccia a tutte le altre, una specie di infinito gioco di specchi. Ogni mio libro è leggibile a sé, ma un lettore che li legga tutti, in qualsiasi ordine decida di farlo, può poco a poco ricostruire un arco che li tiene insieme.

In Alice si respira (e mai verbo è stato più appropriato) il frutto di Tolkien, il futuro post-quid di Brooks, il richiamo al cinema, ai fumetti, a Monkey Business: cosa non tralasci mai di citare in tuo lavoro e cosa assolutamente sì?

Cerco di non citare mai niente per il gusto di farlo, ma trovo che i lettori di oggi siano talmente esperti, talmente saturati di media, che sia bene mettere in chiaro da che parte sto’, di cosa mi nutro. Mi nutro molto di Tolkien, per dirne uno, ma anche John Fante, Clive Barker. Di cosa non mi nutro? Se mai mi troverete a citare Raymond Carver, sopprimetemi.

C’è molto misticismo, passami la parola, tra le righe di questo romanzo: da Crowley ad un certo tipo di filosofia zen. Puoi spiegare meglio il tuo pensiero a riguardo?

Il pensiero magico è una parte oggi trascurata del pensiero umano. Noi siamo fatti (anche) di magia, di connessioni istantanee, di pensieri che si fanno carne: è quando dimentichiamo questo, che diventiamo davvero superstiziosi.

Poi, intendiamoci, io non sono “contro” la scienza. Anzi, amo e rispetto il lavoro degli scienziati. Ma la scienza è solo uno dei modi di interpretare il mondo, e non sempre il più efficace: è stupido mettere tutte le uova in un paniere, no?

Sei uno studioso di esoterismo (ma anche di molte altre cose): le tue conoscenze e le tue peregrinazioni sono servite a creare il mondo “religioso” della Steamland?

Molto. Io credo che l’aspetto “spirituale” (parola resa quasi inutilizzabile dalla paccottiglia New Age, ma pazienza) sia fondamentale per l’essere umano. Scrivo fantastico perchè mi interessano i miti, mi interessa la dimensione impalpabile che va oltre la cronaca, il vivere quotidiano: per me il fantastico è “sense of wonder”, è superamento dei confini imposti dai cani poliziotto della cosiddetta “realtà”.

Da “La ragazza dei miei sogni” ad oggi come vedi cambiati i tuoi personaggi, le tue ambientazioni, la tua penna?

Cerco di crescere, sia come uomo che come scrittore. Sono più sicuro di me di quanto lo fossi un tempo, e al tempo stesso ho molte più paure, perchè mi rendo meglio conto di quante cose io non sappia. Credo che il dovere dello scrittore sia prima di tutto tecnico: migliorarsi, migliorarsi, migliorarsi.

Stai pensando ad uno sviluppo trilogico di Alice? Si lasciano molte porte aperte…

No. Ho lasciato aperte le porte perché, visto il tipo di storia che raccontavo, mi piaceva l’idea che potesse continuare nell’immaginazione del lettore. L’unico “seguito” di Alice sarà un gioco di ruolo, pronto per “Lucca 2010”: così chi vorrà potrà avere i mattoni per costruire la “sua” Steamland.

Da qualche anno vivi a Londra: come mai questa scelta e quali cambiamenti ha portato nella tua vita?

Non mi piaceva l’aria che si respira in Italia, la deriva che sta prendendo, e non vedo soluzioni nel breve periodo. E poi credo sia utile, per uno scrittore, vivere all’estero: metti in prospettiva tutte le tue certezze, e quindi sei costretto ad analizzarle. È materiale preziosissimo per le storie. La mia vita è cambiata in meglio, sotto tutti gli aspetti. Sono più sereno, scrivo meglio, e imparo di più.

Francesco Dimitri da dove è partito e dove vuole arrivare?

Sono partito dal Sud Italia e non voglio arrivare da nessuna parte di preciso. Spero solo che la passeggiata sia molto, molto lunga.

Cosa cancelleresti dei tuoi libri passati?

Risposta banale: niente. Non dico che tutto mi piaccia ancora, ma tutto fa parte di quello che sono diventato e diventerò. E quello sì, con tutti i suoi limiti, mi piace.

Amore, eros, morte, mistero. Chi butti dalla torre, dovendone scegliere due, e perché tieni i restanti?

Butto di sicuro la morte. Perché va bene, sapere che il nostro tempo è limitato ci aiuta a renderlo prezioso, sì, ok, ma che due palle, dover morire. Gli altri tre sono una cordata, se ne butto uno, si porta via gli altri. L’eros è sempre un atto d’amore, anche se non sempre con la A maiuscola, e il mistero esiste solo se ami che ci sia.

Congedarsi è difficile come…

…allacciarsi le scarpe quando hai tre anni.

…ma per farlo bene bisogna dire…

…possano gli dèi esservi propizi. E se non lo sono, bluffate.

Alex Pietrogiacomi