Le stelle di Pincio

Hotel a zero stelle (Laterza, 2011)

di Tommaso Pincio

La luce di cui brillano a tratti i romanzi è qualcosa di estraneo al placido scorrere della prosa; è simile alla luce degli abbaglianti di un’auto che improvvisamente ci si para davanti nella corsia opposta , e allo stesso modo in cui quei fari ci costringono per un attimo a chiudere gli occhi, così lo sfarfallio di una certa frase ci obbliga per un attimo a sospendere la lettura. (Hotel a zero stelle, T. Pincio)

A dimostrazione della sua versatilità e della distanza che lo separa dai colleghi, in un momento in cui il romanzo gode di ottima salute con buona pace di chi lo vuole morto – soprattutto il romanzo di una generazione che gli stessi vogliono avvilita e che invece dimostra afflati tutt’altro che ordinari – seguendo una pista controcorrente rispetto a quella di sapore anamnestico che predomina nel panorama narrativo odierno, Pincio sforna un oggetto narrativo di rara bellezza. Non che la sua intera produzione sia da meno, ma questo in particolare abbaglia per eleganza del dettato e per la precisione con cui ritrae alcune tra le figure letterarie più amate da chi ha a cuore la letteratura (con la l minuscola, visto che dopo la boutade della Mazzantini fa un po’ ridere scriverla grande). Leggi il resto dell’articolo

Un amore dell’altro mondo

Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2002)

di Tommaso Pincio

 

Load up on guns and bring your friends it’s fun to lose and to pretend

La voce di Kurt Cobain – ascoltandola sedici anni dopo – fa ancora male. Come una di quelle cicatrici che non si sono mai rimarginate completamente e periodicamente tornano a procurarci dolore. Come la sofferenza di certi ricordi che teniamo sepolti in modo che non riaffiorino a tormentarci.

Homer B. Alienson vive ad Aberdeen. Ha una attività: vende vecchi giocattoli spaziali per corrispondenza. Sono anni che non dorme, l’insonnia forzata lo protegge dagli incubi di cui ha terrore e in cui potrebbe sprofondare. I suoi giorni sono interminabili. Una notte, camminando nei pressi del North Aberdeen Bridge, sente qualcuno che urla. È un ragazzo magrissimo – probabilmente lo stesso che ha imbrattato la città di graffiti dai contenuti provocatori – che allena le sue corde vocali. È Kurt e lui è “Boda”, e tra loro nasce un’amicizia intensa che li terrà legati per anni.

Tommaso Pincio ci regala un romanzo intenso, prezioso. La storia – romanzata – di Kurt Cobain è dolorosamente necessaria. È il racconto di una vita, è il racconto di un’intera generazione, del periodo a cavallo tra gli anni Ottanta e le promesse delle “magnifiche sorti e progressive” e l’inizio degli anni Novanta: la prima guerra contro l’Iraq, la saga di Twin Peaks che ha incollato al video milioni di spettatori con la fatidica domanda «Chi ha ucciso Laura Palmer?», l’infrangersi di mille promesse mai mantenute contro la superficie liscia della realtà. Cobain è un uomo forte e fragile allo stesso tempo, un ragazzino sperduto, la sua rabbia – urlata dal palco, ingoiata e mal digerita – è quella che ancora ci portiamo dentro, i suoi sogni irrealizzati sono quelli di tutti noi. Su di lui è stato detto e scritto di tutto: la sua dipendenza dall’eroina, i suoi problemi psicologici, la sua relazione travagliata con Courtney Love, sua moglie. Suo malgrado, Kurt Cobain è divenuto l’eroe dagli occhi tristi di milioni di persone adoranti ovunque nel mondo. Ma non è quello che avrebbe mai voluto. E Pincio non ne fa un eroe, ma tratteggia la vita di un uomo giovane e disperatamente solo, di un’amicizia e di una complicità che vanno oltre lo spazio e il tempo.

Un uomo che premerà il grilletto del suo fucile l’8 aprile 1994.

Così come farà il suo migliore amico, Boda, non appena ricevuta la sua straziante lettera d’addio.

 

Our little group has always been and always will until the end…

Serena Adesso