Sono io che me ne vado

Sono io che me ne vado (Mondadori, 2009)

di Violetta Bellocchio

 

In un branco, se non diventi molto bravo a fare qualcosa, sei inutile e ti mangiano. Questo è il motivo per cui anche noi che stiamo in cima alla catena alimentare abbiamo un talento. Una vocazione, se vuoi. Un’abilità magari piccola, ma specifica, che ci distingue dagli altri e ci assegna un posto nel mondo.

Il mio talento è fare del male alla gente.

 

 

Sono io che me ne vado è l’esordio letterario di Violetta Bellocchio, un esordio folgorante, brillante, un romanzo di luci accecanti e di profonde oscurità, di lucciole sognate durante una quieta sera d’estate quando il tempo sembra immobile. Un’opera che incanta, che fa sorridere e che fa male allo stesso tempo, uno di quei dolori necessari ma che non hanno bisogno di essere condivisi o compatiti. Non c’è pietas. Niente lacrime per favore, non si deve sprecare così la sofferenza, avrebbe tranquillamente potuto pronunciare la protagonista.

Il romanzo potrebbe essere annoverato tra i “romanzi di formazione”, eppure Sono io che me ne vado è molto di più di questo e ne cambia completamente i canoni. Violetta Bellocchio ci sorprende più e più volte ribaltando completamente gli schemi classici, costringendoci sempre ad inseguirla lungo sentieri sempre più impervi.

«Mi chiamo Layla Nistri» dico. Non so perché sto usando il mio vero nome. Potevo dire che mi chiamo Evangelina Tortora de Falco, e avrei comunque avuto il nome meno improbabile della giornata.

Ecco la nostra protagonista: una giovane donna che decide di aprire nel cuore della Toscana un B&B, in un luogo non propriamente turistico, in un punto imprecisato che sembra essere stato scelto con uno scopo solo: sparire, cancellare le tracce del proprio passato, rendersi evanescenti. Layla ha preso questa decisione. Il perché non ci è noto. Ma non osare dispiacerti per lei, non è la compassione ciò che cerca.

Non ho un telefono. Non ho un indirizzo. Non dimentico niente al ristorante. In tasca ho solo i soldi per un taxi. Non esistono fotografie di me da bambina. Niente, niente di quello che dico è vero. Per essere meglio di così potrei solo smettere di avere un corpo.

Layla è pronta a fare il vuoto accanto a se. Probabilmente non ha un passato tragico alle sue spalle. Qualunque cosa sia, ha semplicemente deciso di cambiare vita. E il B&B “La Bambola” è un ottimo punto d’inizio. Nonostante mille ritrosie, Sean – un ragazzo dai capelli scuri e dalla pazienza quasi infinita – l’affiancherà nella gestione del lavoro, diverrà suo amico, suo confidente, suo punto di riferimento.

La scrittura è rapida, il dialogo è serrato, tagliente, acuminato come una lama. Più generi si mescolano: il linguaggio cinematografico, quello dei blogger, quello dei fumetti. Le citazioni sono nascoste ovunque. Tutto costituisce uno stile unico. Violetta Bellocchio gioca con le parole con maestria, con sapienza.

Layla ti rimane dentro. Vorresti incontrarla, da qualche parte. Parlarle.

Questo, però, posso dirtelo. Il minuto in cui sai di avere in mano la felicità di qualcuno – te la senti proprio sul palmo della mano, una cosa viva – e sai che hai tutto il potere di fare e disfare, quello è il secondo minuto più importante del mondo. Il minuto in cui fai il conto alla rovescia prima di cominciare a disfare, quello è il minuto più importante del mondo. Non ci sono altre notizie.

 

Serena Adesso

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Come ho perso la guerra

Come ho perso la guerra (Fandango, 2009)

di Filippo Bologna

 

La famiglia Cremona è da generazioni una delle più ricche del paese – un piccolo paesino toscano molto vicino a Siena. Il bisnonno aveva l’abitudine di frustare i contadini e si era fatto costruire un vero e proprio maniero, con tanto di passaggi segreti, come simbolo della sua potenza. La famiglia, nel corso delle generazioni, ha mantenuto parte della sua ricchezza ed ha un nome altisonante, da difendere ad ogni costo. La pace è bruscamente interrotta dall’arrivo di Ottone Gattai, un imprenditore spietato e senza scrupoli, cinico ed arrivista, arrogante e amico di «tutti quelli che contano». Scopo dell’imprenditore è di risollevare le sorti economiche del paese, costruendo – grazie alla sua società, la Acquatrade srl – un vero e proprio centro termale, modernissimo e dotato di piscine, un albergo extralusso e tutti i comfort che gli ospiti possano desiderare. Deturpare il paesaggio con questo enorme complesso, modificare il modo di vivere di un paese, non importa minimamente al Gattai: è il fatturato quello che conta. Per cui… che si sradichino alberi, che si scavi… che il progresso giunga finalmente trionfante anche nel cuore rurale della Toscana.

Come si finisce in una vera e propria guerriglia? Federico Cremona – protagonista del romanzo e ultimo erede della famiglia più in vista del paese – non saprebbe neppure spiegarlo. Trova insostenibile che tutto possa avere un prezzo, che tutto sia in vendita: anche l’acqua, anche le idee che per generazioni si sono tramandate nella sua famiglia. La famiglia Cremona è espropriata di parte della terra che appartiene loro. Eppure nessuno batte ciglio. Anzi. Pare che tutti, eccetto Federico, siano fiduciosi, pronti ad arricchirsi. Che resta da fare? Combattere. Resistere. Sabotare l’Acquatrade srl, sabotare Ottone Gattai. Al suo fianco ci sono i suoi amici e Lea, l’amore della sua vita.

Filippo Bologna esordisce con un romanzo dalla struttura complessa: passato e presente si intrecciano a creare un’opera difficile da catalogare. È una saga familiare, è una satira sul presente sempre più grottesco, è una critica alla commercializzazione di uno dei beni che mai dovrebbero essere messi in vendita: l’acqua. È un affresco a tutto tondo della Toscana di oggi. Un’intera generazione ha perso la guerra, ha smarrito i propri sogni, ha imparato a navigare a vista, ma ha mantenuto intatto il proprio sarcasmo, forse condito con il disincanto di chi è reduce da troppe sconfitte e si ferma a rifiatare. Solo un attimo. Solo per poi ricominciare una nuova battaglia. Solo per fallire di nuovo. Per fallire meglio. Tanto tutto ciò che è già accaduto scorre. È semplicemente acqua passata.

 

«Chissà dove, e quando, si formano i ricordi, chissà qual è il momento in cui il flusso della realtà si cristallizza, prende forma e vita, e diventa ricordo. In genere nevica tra -2 e +2 gradi centigradi, non dev’essere né troppo freddo né troppo caldo. È solo in quella precisa forbice che le molecole in sospensione nelle nuvole diventano cristalli di ghiaccio e si dispongono secondo misteriose geometrie che i matematici chiamano frattali. La stessa cosa secondo me avviene per i ricordi, dovrà pur esistere una forbice entro cui la realtà si cristallizza in ricordo. Non saprei dire quanto lunghe o affilate siano le lame di questa forbice, né quali mani la guidino. So solo che nel tessuto delle nostre vite viene ritagliato il banale, a volte il cruciale, a volte il doloroso, a volte il felice. Senza logica, per farne un assurdo abito da indossare tutta la vita».

Serena Adesso