Alcune osservazioni sui manifesti TQ

In generale, la lettura dei tre manifesti di Generazione TQ mi ha lasciato un misto di condivisione sulle linee generali e di delusione per la vaghezza che si registra nel discorso.
I manifesti contengono alcuni ottimi propositi concreti (l’osservatorio sulle buone e cattive pratiche editoriali è una cosa che andrebbe fatta da tempo) persi in troppi proclami politici, così generali da essere vuoti di senso (o semplicemente retorici).

Penso ad esempio ai vari propositi del secondo manifesto, quello sull’editoria (e il più rilevante, mi sembra). TQ si impegna a “promuovere” valori come il diritto del lavoro, la qualità, la trasparenza, la pubblicità, il sostegno pubblico, la bibliodiversità eccetera nell’editoria, e “combattere” disvalori quali l’editoria a pagamento, la concentrazione, eccetera.

Primo punto: molti di questi concetti (non tutti) sono un po’ controversi. La “qualità” e la “bibliodiversità”, ad esempio: come si definiscono? Lungo quali parametri un libro è considerabile di qualità? Dire che si sostiene la qualità non è come dire che bisogna essere buoni (e dunque altrettanto vuoto)? E quanti e quali tipologie di libri vanno salvaguardate affinché non vi siano tipologie prevalenti che soffocano l’intero mercato? E se TQ elaborerà un paradigma proprio di qualità, come farà a tollerare altri paradigmi anche molto diversi? E siamo sicuri che le librerie indipendenti necessitino di sostegno pubblico? E così via. Leggi il resto dell’articolo

Generazione TQ. Il manifesto letto da uno scrittore trentacinquenne fuori dai giri

Una cosa è certa: la generazione trenta-quaranta è ossessionata dagli anni Ottanta.
Li buttiamo nel cesso, poi li andiamo a riprendere e li laviamo con cura. Li poggiamo sulla mensola dell’ingresso e aspettiamo che si impolverino, poi li prendiamo e li nascondiamo nello stanzino. Un giorno, mentre stiamo decidendo se andare al mare o cominciare a scrivere la storia che ci ossessiona da qualche mese, ci ricordiamo che sono rimasti chiusi nello stanzino per tanto tempo e li andiamo a riprendere, controlliamo che sia tutto a posto, li guardiamo e li ributtiamo nel cesso, tirando lo scarico. Dopo due giorni facciamo un’incursione disperata nelle fogne e li ritroviamo. Ce li contendiamo con topi e scarafaggi e li riportiamo a casa. Pulizia e restauro e di nuovo in bella esposizione sulla mensola di casa con tanto di foto trionfale su facebook. Non riusciamo a capire se ci piacciono da morire o se li detestiamo, se sono stati la nostra palestra adolescenziale o la nostra dannazione culturale. Ci vantiamo di essere andati a sentire gli Europe dal vivo al Teatroteam di Japigia e ci ricordiamo che a Bari quel giorno nevicava e che due giorni dopo uno che conoscevamo è morto di overdose (da eroina e non da ecstasy) e passiamo intere serate a guardare su youtube le frangettone di Sanremo ’83 e le migliori scene di Grosso guaio a Chinatown. Poi spegniamo tutto e leggiamo Pincio e Pynchon, Wallace e Barth, Vonnegut e Benni. Leggi il resto dell’articolo

TQ: un’alternativa umana e comune al lungo sonno della ragione (o bimbi che fanno i capricci con papà che non dà più paghetta)

TQ: un’alternativa umana e comune al lungo sonno della ragione

Al di là dell’eteronimo, così simile a quello di un whisky americano o alla copertina patinata di una rivista di figa giovane, ciò che lascia veramente perplessi, e spinge quindi alla reazione, tra l’altro richiesta, è la festante approssimazione.
Quale sia l’interlocutore prelibato, è cosa che sfugge sin dalle prime righe di questo manifesto bambino. A chi si rivolgono? Quale esercito stanno reclutando? Ma sopratutto chi sono? Leggi il resto dell’articolo