TQ, niente di nuovo sul fronte occidentale

«[…] in Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo, […] e sono invece legati a una tradizione di casta, che non è mai stata rotta da un forte movimento popolare o nazionale dal basso: la tradizione è libresca e astratta e l’intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano»

Antonio Gramsci

1.

È dall’uscita di New Italian Epic nel 2008, poi pubblicato da Einaudi Stile Libero nel 2009, che ci si domanda quale possa essere la via da percorrere per fare buona letteratura per l’Italia del nuovo millennio, o come riportare questa a un ampio numero di persone. Ciò, come è logico, è un problema che si pongono in particolar modo gli addetti ai lavori e chi i libri li ama. Ed è proprio nel memorandum dei Wu Ming che, ancora una volta, l’obiettivo viene centrato abbastanza bene. Almeno rispetto a quanto si legge sui Manifesti TQ, pubblicati sul loro blog e poi rilanciati da Nazione Indiana, che segnano, sotto certi punti di vista, un passo indietro Leggi il resto dell’articolo

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Il senso del piombo *

Noi spiriti liberi, siamo già una

trasvalutazione di tutti i valori,

una dichiarazione di guerra e di

vittoria in carne ed ossa a tutti i

vecchi concetti di vero e non

vero.

Mio figlio è cresciuto. Mi ha spesso chiesto di quegli anni.

Non sono mai riuscito a rispondere.

Sono stati anni di confusione e paura. Anni in cui il tempo sembrò incagliarsi contro uno scoglio invisibile. Ecco, questa potrebbe essere una buona metafora: il tempo impigliato, gli orologi fermi.

Insegnavo da pochi anni, guardavo spesso l’orologio nell’aula e speravo non si fermasse mai, che rimanesse sempre così: giovane e sorridente.

Alle 16:37, in televisione si parlava ancora di Manson e del massacro di Bel Air, di Cielo drive e della morte di Sharon Tate, la bellissima moglie di Roman Polanski.

Alle 16:37, una voragine nel pavimento, circa un metro di diametro. Una banca affollatissima in un giorno di mercato, la faccia contrita del giornalista al tg della sera. Era il 12 dicembre del 1969, a Milano. Sedici morti, più di ottanta feriti.

Tutto iniziò così.

Un ferroviere di quaranta anni fece un gran volo dalla finestra del commissariato di Milano. Il commissario lo raggiunse pochi giorni dopo.

Poi fu la volta di Peteano. Una telefonata anonima. Una cinquecento parcheggiata in modo strano. Il cofano e l’esplosione. Erano passati solo tre anni. Una voce mandò tre carabinieri incontro alla morte.

E poi depistare per stabilizzare, golpisti dell’ultima ora, militari infedeli, servizi deviati, neofascisti e anarchici. Tutti e nessuno, affinché tutto rimanesse immobile. Questa era l’Italia: una paese di frontiera tra blocchi alleati, con il più grande partito comunista al mondo.

17 maggio 1973, ore 10:57, fu due giorni dopo il compleanno di mio figlio, nel cortile della questura di Milano si era appena conclusa la cerimonia per commemorare il commissario Calabresi.

Quattro vittime, più di quaranta feriti.

La nostra Costituzione voi lo sapete, vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista, eppure il movimento sociale italiano vive e vegeta, Almirante, che con i suoi lugubri proclami in difesa degli ideali nefasti della repubblica sociale italiana oggi ha la possibilità di mostrarsi sui teleschermi come capo di un partito che è difficile collocare nell’arco antifascista e perciò costituzionale.

Piazza della Loggia, era passato solo un anno, non fece in tempo a terminare. Le 10:12 il fragore e le urla cancellarono ogni ricordo di quel discorso.

Compagni e amici, state fermi, calma!

Otto morti, più di cento feriti. La piazza pulita di fretta dagli idranti dei vigili del fuoco.

Tutto scomparve. Nessun colpevole.

Il quinto vagone dell’Italicus, anche quello lo ricordo bene, Roma–Monaco, il treno della speranza. Il buio del tunnel, le lamiere divelte, dodici morti e quarantaquattro feriti. Un tesserino venne mostrato dal tg del giorno seguente, un cartoncino dagli angoli bruciacchiati: Russo Nunzio, capo gestione, Ferrovie dello Stato.

Nessun colpevole.

Il DC 9 Itavia che annegava lentamente nelle acque di Ustica, l’orologio fermo alle 10.25, la stazione di Bologna.

Prima di vincere il concorso a cattedra frequentavo la facoltà di Lettere e Filosofia all’università di Roma, ricordo i tafferugli del ’66 in occasione del rinnovo dell’organismo rappresentativo degli studenti, la morte di Paolo Rossi. Mi sembra frequentasse i corsi di architettura. Ero appena uscito dal corso di antropologia: “I buffoni sacri”.

Ecco, quando penso al mio paese penso ai buffoni sacri. I buffoni sacri infrangono costantemente i modelli di comportamento, tuttavia sono garanti dell’ordine, custodi delle tradizioni. Il loro comportamento è un rovesciamento istituzionalizzato del senso comune. La loro contestazione è il segno che ogni potenziale crisi è realizzata e risolta nel contesto festivo e questo annulla la possibilità che essa possa manifestarsi nella non-festività.

I buffoni hanno il potere ed il diritto di uccidere per garantire la sopravvivenza del mito, sono i guardiani del silenzio. A questo pensavo e sarebbe stata questa la risposta che avrei voluto dare a mio figlio.

L’orologio era rimasto fermo alle 10:25, una bomba aveva sconquassato il muro della sala d’aspetto di seconda classe riversando il fragore sul treno Ancona-Chiasso fermo al primo binario, un soffio arroventato cancellò i destini, i sogni e le speranze di ottantacinque persone, fu una valigia di pelle ad esplodere, producendo un’inverosimile voragine nel muro e nel cuore degli italiani.

Il triste fluttuare di quelle piccole bare bianche, questo aveva messo in ginocchio il Paese, ora i Guardiani avevano il compito di ristabilire l’ordine e il silenzio, il Presidente della Repubblica doveva smettere di piangere e così sarebbe stato.

La morte è come un carnevale, destabilizza per stabilizzare, è stata un’ elemento d’intervento per rafforzare il regime esistente e fare in modo che non si producessero grandi svolte di tipo politico.

E’ il silenzio della morte a costringere questo paese nel suo cono d’ombra.

Questo avrei voluto raccontare a mio figlio.

Luca Moretti

Estratto dal romanzo IL SENSO DEL PIOMBO, di prossima uscita presso Castelvecchi editore