Intervista multipla agli “scrittori precari” /4

Tentativo parzialmente scorretto di seminare discordia (parte quarta – qui la terza)

di Carlo Sperduti

Carlo Sperduti: Riassumi il tuo modo di scrivere in poche righe, senza citare altri autori e facendo riferimento ad almeno tre parole chiave (aggettivi o sostantivi).

Andrea Coffami: Non so cosa siano gli aggettivi, tanto meno i sostantivi. Amo pensare che la ricerca della verità e l’eliminazione dell’ipocrisia creino nel lettore dei risvolti comici. È questo il sunto della mia scrittura.

Simone Ghelli: Mi definirei un maniaco della forma, tanto che fatico a mettere la storia davanti allo stile; e penso che il lettore questa cosa la intuisca, perché non c’è una trama che preesiste alla parola. Se questo può funzionare per i racconti, mi rendo conto che può diventare un problema per i romanzi. Per questo sto rimettendo in discussione il mio modo di procedere… Definirei quindi il mio stile al tempo stesso “anarchico” (per il modo di procedere) e rigoroso (per la mania della forma, compresa la punteggiatura, sulla quale ritorno in continuazione).

Gianluca Liguori: Le parole chiave sono senza dubbio: volontà, sacrificio e talento. Senza uno solo di questi elementi, bisognerebbe lasciar perdere e dedicarsi ad altro. Quanto al mio modo di scrivere, è cambiato molto nel tempo: prima cominciavo a scrivere e via giù senza fermarmi fino alla fine, o mollavo. Adesso è diverso. Per scrivere un romanzo studio prima i materiali necessari, poi faccio schemi, schede, scrivo pezzi, personaggi, scene, poi le metto insieme, le sposto, inverto, ci gioco. O almeno così ho fatto con l’ultimo romanzo. Poi magari col prossimo cambio ancora. Che poi, nonostante la saggezza, sono giovanissimo… ho appena trent’anni. Come scrittore, sono un neonato. Ho scritto un paio di romanzi, ma non li ritenevo all’altezza delle aspettative, mie e dei lettori, e li ho lasciati nel cassetto. Se qualcuno in più si mettesse maggiormente in discussione, sarebbe meglio per tutti, il mercato editoriale non soffocherebbe di stronzate, le case editrici serie potrebbero svolgere meglio il proprio lavoro e gioverebbe pure ai lettori. I lettori, già… ma che fine hanno fatto i lettori?

Luca Piccolino: Per la poesia molto cuore, la tecnica che ci posso mettere e la durezza della pietra calcarea (che non è così dura). Per la narrativa vorrei limitarmi a scrivere belle storie, divertenti, drammatiche, soltanto belle storie, ben sceneggiate e che si leggano bene. Un approccio alla narrativa nazionalpopolare.

Alex Pietrogiacomi: Ai poster l’ardua scemenza!

L’ORA MIGLIORE E ALTRI RACCONTI

Esce in questi giorni in libreria L’ora migliore e altri racconti (Edizioni Il Foglio, 2011), una raccolta di storie più o meno brevi scritte da Simone Ghelli in questi ultimi anni.

Quella che segue è la “Premessa dell’autore”.

 

L’acqua è un elemento che mi accompagna sin dalla nascita.

Quella di un fiume mi salvò la vita che avevo visto la luce da appena tre giorni, e m’indicò la strada per gli studi, diversi anni dopo: del primo non ho mai saputo il nome, mentre del secondo ricordo che era la Senna, quello su cui si muove L’Atalante di Jean Vigo – ancora in bianco e nero, come questi caratteri su carta.

L’acqua, elemento metamorfico per eccellenza e sintomo di cambiamento, mi segue da sempre anche nei sogni; d’altronde è l’habitat del mio segno, che comunica col mondo dei morti.

Questi racconti abbracciano un arco temporale lungo sei anni, durante i quali l’acqua ha continuato ad accompagnarmi nel mio modo di procedere, di farmi portare dalla scrittura anziché anteporle una trama; forse perché la mia vita, sin dall’inizio, è stata messa in mano d’altri.

Lo so che un Autore non dovrebbe mai parlare in questi termini, dare il minimo segno di cedimento, ma il mio destino è quello d’immergermi sotto la superficie. Questo non significa che mi piaccia scrivere in apnea, di getto; è vero piuttosto il contrario: il fatto di aver sfiorato la morte mi ha distolto fin da subito dalla cattiva abitudine di confondere la scrittura con la vita.

Non so se tutto questo c’entri col fatto che sul mio cammino io abbia incontrato spesso la follia (per me l’atto stesso di scrivere, la compulsione che mi spinge, lo è); per certo attraverso tutte queste storie ho cercato di ricavarne un disegno: una sinfonia che si apre e si chiude con un sogno (o un incubo).

Tutto quello che si trova nel mezzo lo lascio al vostro sguardo.

 

L’ombra del destino

L’ombra del destino (Gialli Rusconi, 2010)

di Daniele Cambiaso e Ettore Maggi

 

 

Considerato che non sono un appassionato di spy story e di thriller, che il genere entra poco nel novero delle mie letture, questa storia scritta a quattro mani dai liguri Daniele Cambiaso e Ettore Maggi è stata una piacevole sorpresa – forse perché c’è qualcosa in più di una storia di spie.

La narrazione de L’ombra del destino procede per vicende parallele, scritte, secondo quanto apprendiamo in un’intervista recente a cura della scrittrice Marilù Oliva, con una «scaletta di massima, nella quale gran parte delle idee della trama e degli snodi narrativi» si devono a Cambiaso, laddove Maggi ha lavorato al prologo e al montaggio delle scene.

Si apprezza nel libro la compattezza stilistica delle stesure, che bene sembrano amalgamate in un lavoro che punta giocoforza molto sulla vicenda; i due scrittori si sono distribuiti le parti e le hanno perfettamente incastrate poggiando essenzialmente sulle voci alternate dei due protagonisti.

Si chiamano Stefano e Giulio, sono due studenti universitari e vengono coinvolti in una brutta storia di terrorismo mentre gli anni di piombo volgono al termine. Alla situazione in realtà sono estranei – e alla Storia, quella dei libri, sono destinati a partecipare come pedine in mani altrui. Per scampare il carcere difatti Stefano verrà fatto ispettore di polizia e Giulio tenente dei carabinieri. Al servizio di qualcuno che potrà manovrarli a piacimento, i due conosceranno traffici d’armi, mafie del nordest, formazioni militari che combattono nella ex-Jugoslavia, servizi segreti e una congerie di personaggi sinistri coinvolti in ambigue trame politiche.

Il destino nel titolo è quello che lega i due amici – non degli sprovveduti (se non all’inizio della storia), e tuttavia impossibilitati a modificare il corso degli eventi; è anzi la consapevolezza di far parte di un meccanismo troppo più grande di loro e che annienta alle fondamenta l’illusione di un paese democratico, ciò che spicca nel respiro stesso della narrazione. Due storie destinate a incrociarsi, costruite in soggettiva, e che hanno il merito di far percepire al lettore il racconto dal di dentro – il lettore sa solo quello che sanno i personaggi, al netto delle proprie capacità intuitive, si capisce –, il che crea la tensione e l’attesa implicite in questo genere di narrativa. La necessità di leggere nella cronaca una controstoria della politica “deviata” è evidente ma non nuoce al romanzo – i rischi di didascalia li corre piuttosto nel dire troppo qualche volta, nell’utilizzare immagini non sempre di primo conio, privilegiata com’è la funzione denotativa della lingua. I dialoghi fanno il loro duplice mestiere, di farci conoscere i personaggi e mandare avanti la storia (si mente in abbondanza in questa storia, e mentire è un’azione); insomma, sono serrati quanto basta e tengono bene il ritmo. L’ombra del destino è il primo titolo di una nuova collana Gialli Rusconi che si presenta in una confezione editoriale apprezzabile e qualche refuso di troppo.

Michele Lupo

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 5

La partenza non fu certo delle migliori, anche se la preparazione fu certosina e richiese, stando alle testimonianze di certi vicini, diversi giorni di movimenti sospetti.

Il signor Tal dei Tali, ad esempio, giura e spergiura di aver sentito nell’appartamento sottostante (quello del leader del gruppo, e che negl’incartamenti viene definito “il covo”) strani rumori metallici, con molta probabilità corrispondenti al reiterato gesto di aprire e chiudere il tamburo di una pistola – ma qui andiamo nel campo dell’interpretazione, e difatti negli stessi incartamenti si annota anche del sospetto di un rumore prodotto piuttosto dallo scatto di un coltello a serramanico; per non parlare dell’assurda difesa dello scrittore di cui in oggetto, che insinua addirittura la presenza di un ossessivo ribattere sui tasti di una vecchia macchina da scrivere (come se ancora ne esistessero ai tempi di internet!). Proprio questa macchina da scrivere, di cui non si è mai trovata traccia a dire il vero, è stata poi assunta quale simbolo di una rivolta delle lettere che si è arenata al primo scoglio: quel potere economico a cui da sempre la letteratura finisce col genuflettersi, e ancor più oggi che del libro si ricorda prima la confezione del suo contenuto.

Rumori sospetti o meno, gli è che i cinque si dettero un gran da fare a stipare materiale altamente esplosivo nel loro portabagagli, e finanche sotto alle poltrone e in mezzo ai piedi, perché ne producevano in gran quantità, e soprattutto lo davano via con difficoltà. Libretti e libricini che sbucavano come funghi velenosi da somministrarsi all’inconsapevole popolino, che come i curiosi della domenica va per boschi con la guida, ma che poi si emoziona al primo mistero che sfugge alla tassonomia ufficiale, e chinansi sopra a coglierlo; che poi si sa, da lì a intossicarsi è un attimo.

Se vogliamo esser precisi, visto che abbiamo qua a che fare con documenti ufficiali – e che l’intento mio non è di far letteratura per amor del bello, ma di mirare al vero per onor del giusto – ce n’era uno di cui non si son trovate tracce di pubblicazioni ufficiali, ma solo strampalate storie stampate, a suo dire, in un connivente internet point bengalese. Era costui di corporatura robusta e avvezzo alle arti marziali, il che conferma il sospetto che dietro la copertura della missione per le arti e lo spirito si nascondesse una cellula di un’organizzazione paramilitare alle prime prove con il colpo di stato. Di questo nerboruto personaggio si ritrovano tracce in vari tornei di karate sparsi per il mondo, dove più d’una volta venne squalificato per condotta violenta, ragion per cui vien da chiedersi di dove gli sortisse fuori tutta questa poesia dell’anima, e da pensare, persino, che la farina fosse d’altrui sacco, magari di qualche sognatore caduto nella trappola dell’inesperienza. Avete idea di che cosa non siano capaci di fare gli scrittori alle prime armi pur di farsi conoscere? Io, che le redazioni me lo son fatte un po’ tutte, ne ho visti di ridotti così male da farmi venire la sincope cardiaca per il magone. I migliori, poi, son quelli che girano da anni con un pacco di fogli che si fa di volta in volta più voluminoso, come se il peso di quella sconfitta dovesse muovere a maggior pietà i pescicani dell’editoria: son questi gli scrittori del romanzo infinito – che niente ha a che vedere con la Poesia ininterrotta di Eluard – quello che cambierà per sempre le sorti del mondo, che se dovesse attendere loro non farebbe neanche la rivoluzione terrestre.

Questo per dire che forse i cinque avevano i loro buoni motivi per nascondere delle armi sotto la carta macerata dei loro libri, anche se di pistole e fucili, per non parlar poi di coltelli, non se n’ebbe a trovar traccia; così come accade oggi per i loro presunti possessori, che prima o poi dovrò anche spiegarvi il motivo che mi spinge a parlar di loro rivolgendomi al tempo passato.

Ma andiamo avanti cercando di rispettare la cronologia degli eventi, che servirà a dar loro un senso secondo l’ordine in cui si sono susseguiti, ché se poi sian stati dominati dal caso, non è certo colpa da imputarsi a chi cerchi di ricostruirne la trama.

Simone Ghelli