L’uomo che non aveva nulla da dire (parte seconda)

Mentre i due parlavano, la giovane vestita da cavallerizza li guardava intensamente, smaniosa di voler intervenire per attirare l’attenzione su di sé.

«Oh ma che maleducati che siamo stati, dottor Furbetti,» fece Alfredo che si era accorto della ragazza, «non abbiamo coinvolto nel discorso anche gli altri passeggeri».

«Già! che sbadati,» rispose il vecchio.

Senza attendere oltre la giovane si sporse col busto tendendo la mano ai due uomini e disse:

«Salve, mi chiamo Anna Talenti e sono una cavallerizza!»

«Non per vantarmi, ma riconosco che lo avevo intuito dal suo abbigliamento,» fece Cosimo.

«Sì, in effetti sono in tenuta da gara».

«Bello! Deve essere entusiasmante il suo mestiere!» intervenne Alfredo: «Correre con il capo chino sulla criniera dell’animale col vento che sconvolge i capelli…»

«Beh, veramente io non faccio gare di velocità,» rispose Anna.

«Ah, gare a ostacoli su percorsi olimpici? Che meraviglia!» esclamò Cosimo, «Uno sport così tecnico, elegante, elitario… ideale per noi gente dell’alta borghesia, con rispetto parlando».

«E ci dica,» si inserì Alfredo, «come si chiama il suo cavallo? È un maschio o una femmina?»

«Ma veramente io non ho un cavallo. Sì, insomma, sono una cavallerizza senza cavallo!» ribatté la ragazza.

«Ma certo!» fece Cosimo dissimulando dimestichezza per non sembrar inesperto.

«Non pensavo fosse una disciplina praticabile anche senza cavallo,» disse Alfredo.

«In effetti non si può,» rispose la giovane: «Io, infatti non pratico nessuno sport».

«Benissimo!» proseguì l’imprenditore in un crescendo di ingiustificato entusiasmo.

 

«E lei?» disse il conversatore professionista voltandosi verso il quarto passeggero dello scompartimento che non aveva ancora proferito parola: «Come si chiama? Perché non conversa un po’ con noi?»

«Io?» rispose incerto il ragazzo: «Veramente io non ho nulla da dire, se non vi dispiace».

A questo punto, pensando al titolo di questo racconto, vi sarete perfettamente accorti che il protagonista della storia non è Alfredo ma il misterioso tizio finora rimasto in silenzio; l’Autore si è preso il gusto di divagare un pochino per abituare il Lettore ad avere pazienza e a non pretendere di andare “dritti al sodo”. Siete, perciò, invitati a dismettere l’eventuale empatia accumulata nei confronti dell’abile conversatore, in quanto egli è solo un comprimario. Ma andiamo avanti.

«Non ci credo!» affermò con aria di sfida Alfredo, «Lei, con quella barba lunga e i capelli spettinati, deve essere un idealista… sicuramente avrà qualcosa da dire sulla politica!»

«Ma,» fece il giovane stringendo le spalle, «in realtà, i politici sono un po’ tutti uguali, e i discorsi sull’argomento terminano tutti col riaffermare che i partiti fanno i loro interessi privati piuttosto che quelli della nazione; quindi mi sembra inutile parlarne».

«È vero. Ha ragione!» disse Cosimo ad Alfredo: «Provi con il tempo, la meteorologia… è sempre un buon argomento per rompere il ghiaccio».

«La prego,» rispose il conversatore stizzito, «di non pretendere di insegnarmi il mestiere, dato che lo pratico da molto più tempo di lei». Si rivolse allora al ragazzo e disse: «Che ne pensa di questo tempo ballerino? Non si sa se vuole piovere o meno!»

«Mi sembra un tema su cui non vale la pena soffermarsi,» affermò il ragazzo, «dato che è marzo e, come insegna anche la filastrocca, è del tutto normale che sia così».

«Ma allora ci parli di lei! Della sua famiglia, del suo lavoro!» lo spronò Alfredo.

«Preferirei non parlare in pubblico delle mie cose personali, anche perché in realtà non c’è molto da dire in proposito».

«Proviamo così!» intervenne Cosimo con l’intento di aiutare il conversatore a tirar fuori qualche parola dal giovane: «Le do un milione per parlare di un argomento qualsiasi, a piacere».

«In verità,» rispose il ragazzo, «non ho piacere a parlare di nulla in particolare».

«Oh che insolenza!» sobbalzò il vecchio, «Possibile che così tante persone disdegnino un milione?! Signorina lo do a lei, che ne dice?»

«Guardi,» affermò Anna, «io, in qualità di cavallerizza, non posso accettare altrimenti potrebbero dire che non metto passione nella mia attività e che lo faccio solo per soldi».

«Giusto!» arguì Cosimo, «Allora lo vado a dare al macchinista per corromperlo e far partire questo dannato treno, ché non ne posso più di conversare. Mi accompagna signorina?»

«Volentieri,» disse la cavallerizza alzandosi e uscendo sottobraccio col vecchio imprenditore.

 

«Ma almeno mi dica perché è su questo treno? Cosa va a fare a Napoli?» insisteva Alfredo col giovane per farlo parlare.

«Mi sembrava un posto accogliente, e in realtà io non sto andando né a Napoli né da nessun altra parte, considerando che questo treno è fermo da diverse ore».

«Insomma, lei mi vuole mandare fallito! Mi vuole far perdere il posto di lavoro! Parli, maledizione! Davvero lei vuole farmi credere che non ha nulla da dire?» disse Alfredo con una smania da paranoico.

«Capisco la sua incredulità ma è davvero così».

«E allora vada al diavolo!… ha capito?… vada al diavolo!» esclamò il conversatore alzandosi in piedi ormai al culmine dell’esasperazione, e uscì dallo scompartimento gridando istericamente.

«Va bene,» rispose il giovane, «sempre meglio che restare fermi in un treno a parlare di nulla!»

A quel punto, senza scomporsi minimamente per l’alterco appena sostenuto, il ragazzo aprì la borsa che aveva con sé, estrasse una pesante e arrugginita rivoltella che era riposta in una bellissima custodia di pelle prodotta dall’azienda del signor Furbetti, tirò il calcio, se la puntò con calma alla tempia e con un ghigno stranamente felice premette il grilletto.

 

Poco dopo la stazione fu invasa dai giornalisti, i quali batterono sul tempo perfino la polizia nell’intento di raccogliere i dettagli e le testimonianze più scabrose per i loro morbosi articoli di cronaca nera. Mentre il capotreno ripeteva attonito «Non capisco! Non capisco,» e gli altri passeggeri si rifiutavano di scendere dal treno per far rimuovere il cadavere opponendo al medico legale l’inossidabile argomento «Noi abbiamo pagato il biglietto e non ce ne andiamo!» vennero individuati i tre compagni di scompartimento del suicida, che furono subito circondati da teleobiettivi indagatori e minacciosi microfoni. Il giovane Alfredo sviava frettolosamente le domande dei cronisti con secchi «No comment!» temendo che la vicenda potesse mandare in fumo la sua affermata carriera di conversatore professionista. Il vecchio imprenditore Furbetti, contento di apparire sui media per pubblicizzare la sua azienda, si fece avanti per essere interrogato sui suoi rapporti col suicida e affermò:

«Il ragazzo era taciturno, pensate che non ha avuto neppure la buona creanza di presentarsi ai suoi compagni di scompartimento tanto era silente. Ma io avevo capito subito che era un aspirante suicida, dal momento in cui egli ha rifiutato la mia offerta di un milione di euro, tra l’altro da me offerti all’interno di questo meraviglioso contenitore per grosse somme di denaro realizzato dalla mia azienda».

Ma quando alcuni giornalisti gli chiesero perché non avesse segnalato al capotreno o alla polizia ferroviaria i suoi sospetti sul giovane, glissò velocemente con un tono impettito: «E cosa credete? Che sia una spia? Io sono un onesto imprenditore. Ritirate subito la domanda prima che vi quereli tutti!»

Anna, la cavallerizza, intervenne in ultimo: «Non è affatto vero che io e il suicida avevamo una relazione come alcuni giornali hanno scritto nei giorni scorsi,» e mentre la gran parte dei cronisti faceva notare che nessuna testata era andata in stampa con la suddetta notizia essendo questa appena stata registrata, la ragazza strillava: «Io sono una rispettabile cavallerizza, non ho nulla a che vedere con questa storia. Non riuscirete a rovinare la mia carriera! Io quel tizio lo conoscevo appena, ma è evidente che si sia ucciso per l’eccessivo ritardo del treno. Prendetevela coi responsabili delle ferrovie! Arrestateli tutti!»

Leonardo Battisti

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L’uomo che non aveva nulla da dire (parte prima)

Omaggio ad Achille Campanile

 

Il rapido di mezzogiorno per Napoli sarebbe partito con estremo ritardo. Questa volta, però, il disguido non era dovuto ai consueti guasti tecnici o ai più rari ma non meno drammatici suicidi sui binari; il capotreno, infatti, si era persuaso a dover attendere ancora dodici ore per la partenza, dato che il suo orologio segnava ostinatamente la mezzanotte, contrariamente a quanto indicavano gli altri orologi dislocati in lungo e in largo nella stazione.

I passeggeri iniziarono vivamente a protestare con quel buffo omino in verde il quale, dopo un violento alterco con alcuni signori dall’accento marcatamente settentrionale, abbassò la fronte madida di sudore e ammise: «Signori, forse avete ragione, ma questo orologio è aziendale. Se non seguo gli orari che indica posso esser licenziato. Io ho famiglia, capite… Voi che fareste al posto mio?»

A quel punto i viaggiatori compresero le ragioni dell’inopinata sudorazione del macchinista e non proseguirono oltre coi reclami, ma giacché erano giunti in stazione pensarono bene di trascorrere l’attesa nel treno rallegrandosi del fatto che il ritardo avrebbe concesso loro di intrattenere brillanti e piacevoli conversazioni, diversamente da come accade di solito in questi convogli superveloci, che non danno il tempo ai passeggeri di rompere il ghiaccio e conoscersi un poco. Tuttavia il disagio della partenza posticipata convinse i viaggiatori ad inscenare una sacrosanta protesta: di comune accordo tutti decisero di andare in barba all’obbligo di occupare i posti precedentemente prenotati e si accomodarono esclusivamente nelle carrozze cinque e sei, cosicché i restanti vagoni rimasero interamente vuoti mentre al centro il treno appariva oltremodo sovraccarico, con gli stessi passeggeri pressati nei corridoi e negli scompartimenti intenti a scambiarsi cordiali saluti e sonori ceffoni per farsi largo.

Ma veniamo, cari lettori, al protagonista di questa storia. Appena effettuate le suddette operazioni di salita sul treno, un giovine di bell’aspetto giunse correndo verso il binario: «Aspettate! Aspettate» gridò sventolando in aria il biglietto mentre si faceva largo alla bene e meglio fra la folla variopinta che solitamente colora le grandi stazioni. Per dir la verità, quel giorno la stazione era semideserta in quanto i sindacati nazionali avevano indetto lo sciopero generale delle folle, raccogliendo un inaspettato consenso e un’adesione fra i lavoratori di quel settore che sfiorava, secondo i notiziari del giorno, l’ottanta percento. Il giovine, dunque, non incontrava nessun reale impedimento nel raggiungere il binario e tuttavia così dava a intendere la sua affannosa e alquanto sgraziata corsa.

Salito sulla carrozza cinque, il ragazzo di nome Alfredo (si chiamava in realtà Alvaro, ma vi pare che Alvaro possa essere nome degno di un racconto?), dopo aver educatamente assestato diverse pedate nell’intento di avanzare fra i passeggeri, scorse uno scompartimento insolitamente ordinato, in cui sedevano soltanto tre persone. Con un guizzo davvero ammirevole, vi si infilò occupando il quarto sedile ancora vuoto: «È libero?» chiese agli altri passeggeri, i quali si guardarono con fare interrogativo fra di loro per poi annuire al nuovo arrivato.

«Bene, benissimo; sono stato fortunato a trovare questo posto».

«Già, » fece l’anziano e distinto signore che gli sedeva accanto, dal lato del finestrino.

Il giovinotto sorrise e intanto guardava gli altri compagni di scompartimento. Di fronte a lui c’era un ragazzotto sulla trentina con lo sguardo abbassato e pensieroso che teneva al fianco una voluminosa e attempata borsa a tracolla. Accanto al ragazzo era seduta una giovane donna con dei lunghissimi capelli biondi tirati indietro e legati; era vestita da cavallerizza con tanto di stivali di cuoio e frustino sotto il braccio.

«Permettete?» fece Alfredo, «mi chiamo Alfredo de Robertis e di professione mi occupo di intavolare discussioni con sconosciuti in quelli che un celebre filosofo francese ha definito “non luoghi”, ovvero sale d’attesa di studi medici, ascensori, mezzi di trasporto pubblici, ecc Non appena ho saputo del ritardo biblico di questo treno mi sono precipitato per adempiere al mio dovere, ed eccomi qui a parlare con voi».

«E chi la paga per un simile mestiere?» disse il vecchio al suo fianco.

«Oh, le persone che intrattengo se gradiscono la conversazione,» rispose Alfredo

«Le do un milione per stare zitto!»

«Mi spiace signore ma non posso accettare».

«E perché?»

«Perché è contro la deontologia professionale di noi conversatori. Siamo gente seria, noi, cosa crede?!»

«Piuttosto lei mi sembra un imbecille».

«Ne ho visti a bizzeffe di scettici e burberi come lei in tanti anni di servizio… Che ne dice di presentarsi invece di offendere, dato che ne deve passare di tempo prima di partire!»

«In effetti…» disse il vecchio abbandonando il suo cipiglio diffidente: «Va bene… Piacere, io sono Cosimo Furbetti, faccio l’imprenditore».

«Ottimo,» esultò Alfredo stringendo la mano al signore, «e in che settore opera?»

«Beh, vede, è un po’ complicato,» fece Cosimo grattandosi i capelli grigi sotto la tuba, «le mie aziende realizzano… contenitori! Non so se mi spiego»

«Che tipo di contenitori?» chiese il giovane mostrando una professionalissima curiosità.

«Di tutti i tipi. Contenitori per cibi, bevande, oggetti di tutte le dimensioni, perfino contenitori per mezzi di trasporto…»

«Addirittura?!»

«Certo! Io stesso ho brevettato una custodia per automobili, comoda per proteggere la propria vettura durante i viaggi. Ma ne abbiamo anche di più grandi, per i treni o le navi, senza contare che gli aeroporti ci commissionano ogni anno decine di contenitori per i loro hangar… Le dirò di più, anche se non dovrei per non fornire vantaggi alla concorrenza… il governo ci ha commissionato un contenitore per il Colosseo, mentre il comune di New York ci ha chiesto dei contenitori su misura per coprire i loro grattacieli più rinomati».

«Davvero?!» fece Alfredo seriamente impressionato: «Mi sembra di capire che il vostro è un settore che non conosce crisi!»

«Beh, la crisi c’è eccome!» arguì il vecchio affilandosi i baffi grigi, «Ma noi siamo imprenditori intelligenti, sappiamo inventare nuovi prodotti appetibili per il mercato. Ma non mi faccia dire oltre…»

«La prego, si sbilanci! Con me può parlare; noi conversatori siamo vincolati al segreto professionale e non possiamo spifferare in giro le confessioni dei nostri clienti!»

«Ah, non lo sapevo,» fece Cosimo, «scusi la diffidenza ma noi dobbiamo guardarci dai pericoli dello spionaggio industriale. D’altra parte abbiamo investito milioni nella progettazione e ideazione di questo nuovo importante prodotto che ci rilancerà a livello internazionale…»

«Ossia?»

«Stiamo per immettere sul mercato… scusi l’emozione, ma è davvero una cosa di cui essere orgogliosi…»

«Ma si figuri. Allora?»

«Stiamo per lanciare un prodotto rivoluzionario: il contenitore di contenitori!»

«Wow!» fece Alfredo seriamente sbigottito «Ma è assolutamente geniale».

«Già!» rispose il vecchio senza alcuna modestia. «Non ci ha ancora pensato nessuno… ne venderemo a iosa e faremo un bel po’ di quattrini, può starne certo!»

«Lo credo bene! Beh, che dire? Congratulazioni».

 

Leonardo Battisti

La seconda parte di questo racconto verrà pubblicata sabato 19 febbraio.

Un’eterna tonica

C’è un mio amico che suona il didjeridoo. Il didjeridoo si pronuncia digiridù, che è come lo scriveremo da ora in poi. Il digiridù è uno strumento a fiato australiano, credo sia lo strumento nazionale australiano. Il fatto che l’Australia sia anche in un certo senso un continente rende il digiridù lo strumento continentale australiano. Il fatto che “continentale” sia l’aggettivo con cui gli isolani sardi si riferiscono ai peninsulari italiani trasforma l’aggettivo “continentale” in un allegro paradosso che contiene un’isola, una penisola e un continente, tutti dentro al digiridù. Spazio ce n’è: il digiridù, l’avrete visto sicuramente, è un tubo di legno lungo un paio di metri, il legno viene da un albero australiano che probabilmente è l’eucalipto, ma non sempre (dice il mio amico che ci sono digiridù in vetroresina, per dire) (probabilmente un digiridù in vetroresina è una bestemmia, come un pianoforte di plastica o un piatto di maccheroni di plastica).

Il digiridù è uno strumento che fa una nota sola, bassa e continua. La nota bassa e continua si chiama bordone. Il digiridù si suona con la respirazione circolare, una tecnica che consiste nel soffiare continuamente. Come fai a soffiare continuamente? Prendi aria dal naso. Sì, ma come fai a prendere aria dal naso mentre contemporaneamente la stai soffiando fuori dalla bocca? È impossibile. No, non è vero: si fa. Il trucco è sfruttare l’elasticità delle guance: soffi fuori l’aria tenendo le guance a pesce palla e poi quando ti accorgi che il fiato ti sta per finire sgonfi piano le guance e fai in modo che l’aria dalla bocca ti esca per pressione, come un mantice, come un palloncino, come un pesce palloncino, e mentre la pressione delle tue guance elastiche ti sgonfia la bocca hai tutto il tempo di immagazzinare altra aria dal naso. È più facile da fare che da spiegare. Cioè, non è facilissimo da fare, ci vuole un po’ di pratica, ma si fa, questo mio amico la fa.

Questo mio amico che suona il digiridù una volta mi ha visto suonare il clarinetto e gli è venuta un’idea un po’ continentale: facciamo un duetto clarinetto e digiridù, mi ha detto. Una di quelle cose che fanno impazzire le ragazze, gli ho detto io. Ha riso. Va bene, gli ho detto, sarà uno spasso per noi e una noia mortale per gli ascoltatori, chi ce lo impedisce. Vai tranquillo, mi ha detto, secondo me ci divertiamo. No, ma quello di sicuro, ho detto io, è solo che non so fare tanto bene a suonare il clarinetto, io so già cosa succederà: noi ci mettiamo lì e tu suoni un bordone di un quarto d’ora e io devo improvvisare su un bordone e improvvisare su un bordone è difficilissimo.

Improvvisare su un bordone è una metafora di qualcosa che non ho ancora capito, ma sarà una metafora sicuramente: invece di averci un giro armonico con tutta la sua economia interna di tonica – allontanamento dalla tonica – ritorno alla tonica, il bordone rimane sempre lì, parte da lì e non si allontana mai da lì e alla fine è ancora lì. Un’eterna tonica. Come si fa? È come scrivere sul nero.

Allora il mio amico mi ha detto: fai finta che siamo in Australia. Siamo in Australia su un treno che parte da Sydney e arriva a Perth, coast to coast dall’Oceano Pacifico all’Oceano Indiano, parte da Sydney piano piano, uno di quei treni lenti che attraversano foreste e deserti e si fermano nei paesini in cui c’è solo la stazione e poi ripartono, piano piano, ogni tanto c’è un koala, un canguro, un cammello – sì, in Australia ci sono anche i cammelli – poi un altro paesino in cui c’è solo la stazione e un tizio senza denti che guarda passare i treni e poi il treno riparte, piano piano, e alla fine arriva a Perth, Oceano Indiano, i delfini, le balene. Capito? Capito. Ecco, adesso suona.

Poi il mio amico ha iniziato a soffiare nel digiridù e faceva tutti i giochini ritmici che puoi fare quando hai solo una nota a disposizione: note lunghe, note corte, staccati, ritmi pari, ritmi dispari, galleggiamenti, riprese, rumorini, ciuf ciuf, e io giuro che vedevo i cammelli e le montagne e le gengive del tizio che guarda passare i treni in mezzo all’Australia. Poi mi sono messo in bocca il clarinetto e ho suonato e mentre suonavo sapevo cosa stavo suonando, anche se non l’avevo mai suonato prima: si vede che il treno è più facile del bordone, che ne so. Certe cose se te le spiegano non le capisci mica, poi qualcuno te le suona e tu capisci. Mi sa che è una metafora anche questa.

Simone Rossi

I GENDARMI DEL BUON GOVERNO VECCHIO – Parte quinta abbondante

[Parte prima Parte seconda Parte terza Parte quarta]

«Pronto Luigi, come stai? Ti disturbo?»

«Ciao, beh veramente stavo iniziando un modellino, ho montato oggi i primi pezzi, ma ci vorranno anni, poi te lo farò vedere, sarà un gran bel cingolato. Dimmi tutto».

 

Non so come dirtelo e soprattutto non capisco se lo sto pensando o lo sto dicendo al mio amico. Opto per il nascondergli la verità, la verità fa male spesse volte. Io non vorrei mai sentirmi dire la verità, preferisco vivere nella menzogna, che a suo modo è più onesta e meno ipocrita della realtà delle cose. Io non voglio sapere che il diretto per Milano porta venti minuti di ritardo, ritardo da cosa? Cosa me lo dici a fare? Che ormai sono in stazione a girarmi i pollici! Portasse cento minuti di ritardo magari tornerei a casa, mi fumerei una sigaretta e tornerei in stazione con calma… e poi? Magari il ritardo diminuisce e perderei anche il treno, no. Preferisco attendere l’arrivo senza preoccupazioni, tanto poi durante il viaggio, il treno il tempo lo recupera. Fossero anche duecento minuti ma lo recupera. È una continua lotta contro il tempo, una corsa ad ostacoli per giunta. Una corsa dove se ti stanchi hai il Gatorade nella mano destra, mentre nella sinistra la staffetta da lasciare al tuo compagno che però è tornato a casa a fumarsi la sigaretta, visto che aveva letto il ritardo di cento minuti. E allora che fai? Devi aspettare il tuo compagno che torna da casa, che magari gli puzza l’alito di tabacco secco. Ed intanto l’avversario ti ha oltrepassato leggero, che accenna pure un sorriso coi piedi. No, guarda: preferisco vivere nella menzogna. Cosa mi interessa sapere se tu mi tradisci o meno. Fallo e siamo tutti e tre più contenti. Meglio felici in tre che depressi da soli. Non trovi? Dici che è un atteggiamento malsano? Diglielo al capostazione, diglielo a lui se è malsano! E vedrai come ti risponde!

«Io malsano?!» così ti risponderebbe.

No, no. Perché dovrei far soffrire un amico che non vede il genitori da anni? Perché dovrei uccidergli quella speranza che magari nutre nella sua già deperita anima marcia, piena di vodka e modellini in scala 1:1? Meglio tacere.

 

«Va bene Andrea, ora però calmati, cosa c’entra tutto questo discorso con la telefonata che mi hai fatto?» Cazzo! Stavo pensando a voce alta. Il che se ci pensate bene è un po’ assurdo. Anche perché ero sicuro di non aver mosso le labbra della bocca. Sarò forse un ventriloquo involontario? Ci riprovo. Luigi mi ascolti? (sempre senza aprire bocca)

 

«Sì Andrea! Ma sei impazzito? Cosa vuoi?» Poso la cornetta di colpo senza dare spiegazioni.

 

Non credo di essere io, probabilmente è il telefono il vero problema, mi convinco sia quello il problema.

 

Scendo in strada e mi avvio dal norcino. In fila, prima di me, un anziano signore indeciso se acquistare delle pere o delle mele. Sbuffo timidamente. Il norcino mi guarda stizzito, il signore si volta, mi squadra come un compasso che squadra un foglio bianco e indignato mi urla: «Ma andassero di traverso a te, maleducato villano!»

 

Porca puttana stanno sentendo i miei pensieri. Penso.

«Certo,» rispondono simultanei il norcino ed il vecchio.

 

Fuggo senza comprare nulla, afferro la bici e prendo a correre verso il parco, devo uscire da questa situazione assurda. La volante dei Gendarmi mi si affianca e mi chiude la strada. Sono nei guai, penso. Devo convincere me stesso di essere un bravo ragazzo. La vedo dura ma devo farlo. Non mi vengono in mente altre soluzioni. Nella volante sono in tre, io sono da solo con la mia bicicletta. L’auto si blocca, il gendarme più alto si avvicina, alza il braccio, mi scuote il ginocchio e mi chiede i documenti.

«Da grande voglio diventare un gendarme, dovrei chiedere loro come fare domanda,» penso mentre cerco la carta d’identità dal portafogli.

«È un bene che facciate questi controlli, è pieno di irregolari in giro,» gli dico.

«Lo sappiamo benissimo cosa è il bene e cosa è il male,» dice il piccoletto mentre osserva la mia foto. Non ero uscito benissimo in quella foto, avevo un gran mal di testa quel giorno.

«Dove stavi andando a quella velocità?»

«Tentavo di perdere i chili in eccesso»

 

Il gendarme nella volante si accende una sigaretta elettronica, mi guarda e mi sorride. Non so cosa pensare, ma lo faccio lo stesso.

 

CONTINUA…

Andrea Coffami aka Angelo Zabaglio

Un bacio sulla bocca

Tiro fuori dall’armadio la mia borsa nera, quella di vernice con sopra il disegno di una lucertola. È un po’ piccola, ma la riempio con tutto quello che ho sottomano. Due T-shirt, un golfino, la felpa dei Rolling Stones con la lingua di fuori, una tuta da ginnastica e le mie Nike predilette. Non contenta, ci metto pure un paio di jeans, una copia di Vanity Fair, un libro di Patrick McGrath e l’ultimo Cd dei Babyshambles. Però, manca qualcosa.

La Gazzetta di Parma è ancora sopra il letto, aperta in terza pagina dal giorno prima. E lì accanto c’è il libro che avevo comprato per te, Andrea. Il tuo regalo di compleanno.

Ieri non ho fatto in tempo a dartelo, così è meglio che ora lo porti via con me. In ogni caso, non lo avresti letto. Non ti sarebbe piaciuto. Io non so cosa ti piace, così ho scelto un libro a caso, un brutto libro, una storia da quattro soldi che parla d’amore, di destino, e di mille occasioni perdute. Eppure, per un attimo, ho creduto che parlasse anche di noi due.

Invece ho scelto male, Andrea.

Ho sbagliato, perché io non ti ho perduto.

Tu sei in tutte le mie parole, nei miei respiri, nei miei più intimi pensieri. Ma questo non lo sai.

Tu non sai nemmeno che esisto.

Non c’è mai stato niente tra noi due, solo un bacio sulla bocca dato un po’ per scherzo, un po’ per noia. Ma io non ti ho dimenticato. Sono passati quasi tre anni da quel bacio, ed io ti ricordo ancora.

Tre anni, sembra incredibile.

Come vola il tempo quando non ci si diverte. Quando ogni fibra del tuo essere, ogni minuscola particella d’energia che gravita nel tuo corpo è tesa verso un solo obiettivo, un solo amore.

L’amore che quelli come te non meritano. L’amore che capita una volta nella vita, quello che nel Trecento veniva cantato dai poeti. Ma io non sono un poeta. Sono una puttana, sono una stronza, sono tutte queste cose, ma di certo non sono un poeta. Allora mi chiedo perché è successo a me e non ad un’altra. Perché mi sono innamorata del tuo cappotto nero, e di quella sciarpa bianca che ti ostinavi a portare fino a primavera. Eppure, conciato così, ricordavi Bela Lugosi ai tempi dell’Uomo Ombra, o David Copperfield, il mago, durante un trucco di scena. E anche i tuoi occhi erano un trucco, Andrea. Sembravano così intensi, così profondi, quando invece erano vuoti. Vuoti, come vuoto è il baratro che si apre ai miei piedi, ogni volta che un amico mi fa il tuo nome, ogni volta che m’imbatto in una tua fotografia. Già, le fotografie. Quelle sono la cosa peggiore. Mi sento impazzire quando, dal fondo di un cassetto, fa capolino la tua fronte alta, o la bocca che ho baciato avidamente, la stessa bocca che poi mi ha detto parole tanto dure.

Tu hai riso del mio amore, Andrea. Ed io ho passato questi ultimi tre anni ad augurarti tutto il male possibile, a maledire ogni tuo passo, ogni tuo gesto. Perché non hai capito niente. Perché senza di te, mi era impossibile anche respirare.

Tu eri la mia aria. Eri la mia vita, il mio spazio, il mio tempo. Eri il cielo stellato che osservavo da bambina, eri il colore sulle pareti della mia casa, il profumo del pane appena fatto che mi svegliava al mattino presto.

Tu eri tutte queste cose, e non lo hai mai capito.

Hai scelto di andare per la tua strada, come oggi io vado per la mia. Tra poche ore, prenderò il treno che mi porta via da questa città, da quest’Emilia che ci ha fatto incontrare. Tornerò a casa e riabbraccerò i vecchi amici. Mi ubriacherò, mi divertirò, e dimostrerò a me stessa, una volta per tutte, che alla fine sei tu quello che ha perso.

Tu hai perso me, non il contrario. E con me, hai perso tutto il resto. Hai perso un amore che non meritavi. E hai perso anche il tuo compleanno, gli auguri, e la festa.

Finalmente, sulla Gazzetta di Parma vedo anche il tuo nome. L’inchiostro viene via e non si legge bene, ma mi pare di capire che non è stata colpa dell’alcol, quanto della roba che hai preso. È quella roba che ti ha ucciso, Andrea. È stata l’eroina, non l’intruglio che hai bevuto. C’è scritto qui, a caratteri piccolissimi. Ma in queste righe non si parla dei tuoi demoni, della tua paura di vivere. Queste righe non spiegano la tua incapacità di essere felice, ed il dolore che, invece, sei in grado di dare a chi ti ama. Sei solo un tossico da terza pagina che ha sfondato il guard rail, uno dei tanti.

La Gazzetta non dice che ieri era il tuo compleanno. Dice solo il nome del cimitero dove ti hanno sepolto. Quello è scritto in grassetto.

Cristiana Danila Formetta

Il bambino dimenticato

[Continua da qui]

Era una giornata un po’ troppo calda per portare i bambini ai giardinetti, ma alcune mamme avevano pensato che ormai alle cinque del pomeriggio il caldo non sarebbe stato soffocante. Così era infatti: il vento, che nella prima parte del pomeriggio aveva spirato caldo e invasivo, si era preliminarmente assopito sulle sponde del laghetto, e poi si era mutato in una brezza rinfrescante.

Quattro donne erano sedute su una panchina di ferro che accerchiava un pino. Dietro di loro, per l’appunto, il tronco del pino, che essendo come quasi tutti i tronchi di pino un po’ storto, aveva inglobato in sé uno spicchio dello schienale curvo della panchina.

Davanti alle quattro donne c’erano due carrozzine e un passeggino. Da una delle carrozzine si levava un pianto lamentoso e incerto.

La donna sulla destra aveva un bambino seduto sulle ginocchia. Con una mano lo teneva fermo (costui cercava di divincolarsi torcendo il collo qua e là), mentre con l’altra e l’aiuto di un fazzoletto gli puliva la faccia. La donna aveva gli occhi neri e allungati. Dello stesso nero i capelli. Meno scura, bruno-olivastra, la carnagione. Era grassoccia e indossava jeans e una canottiera rossa senza maniche.

«Scusi se mi permetto: è cinese?» domandò la donna che stava al lato opposto della panchina, in fondo a sinistra, sporgendosi da seduta col busto in avanti per tutta la sua considerevole lunghezza.

«No, peruviano» rispose la donna peruviana sorridendo, senza smettere di ripulire il bambino. Anche la donna lunga sorrideva, per nascondere l’imbarazzo, senza perdere la luce di presunzione che le allignava anche nella piega della bocca. Rilanciò:

«Ah! E come si chiama?»

«Raul».

«Ah! Che bel nome».

La ragazzina che sedeva accanto alla peruviana sollevò lo sguardo dal libro che stava leggendo per gettare una breve occhiata sprezzante alla donna presuntuosa. La sua vicina di sinistra, una donna sui trentotto anni che aveva tutta l’aria di essere una vera hippy, se ne accorse, e approvò mentalmente. Le chiese:

«Che leggi?»

«Obscurus» rispose la ragazzina senza nascondere il fastidio per l’interruzione. «Parla di vampiri» aggiunse, e così dicendo mostrò la copertina alla hippy: su uno sfondo nero campeggiavano il titolo in corsivo ottocentesco e un cuore fatto di sangue in rilievo.

Il pianto dalle carrozzine, che si era spento per qualche istante, riprese con tono differente e volume stentoreo. La donna presuntuosa si alzò a malincuore e andò a recuperare il figlio. La raccolse dalla carrozzina e lo tenne sollevato per le ascelle. Quando si voltò per tornare a sedere, si accorse che le altre donne la guardavano sbalordite. Pensò che si stupissero per la sua forma smagliante appena un anno dopo il parto, ma così non era. A far sgranare gli occhi alle donne era la visione della madre col figlio. Lei era altissima e procace, troppo sui fianchi a dire il vero, ma la vita era stretta. Era costosamente vestita, truccata con dovizia sotto un’acconciatura semplice, un caschetto nero e liscio. L’ombretto azzurro, il fard e il rossetto lucido assumevano tinte giallognole per effetto di un’abbronzatura estrema.

Ma nonostante tutto questo dispiegamento, la parte del leone toccava al figlio. Costui era un piccolo gigante: lungo mezzo metro, con una testa immensa, gli arti grossi e forzuti, un pannolone stretto all’inguine come uno slip.

La madre si aspettava per lui un qualche complimento, ma nessuno ebbe la prontezza di dir niente. Perciò si sedette cercando di mantenere una espressione altera, ma si sentì arrossire. Era vergogna, ma la scambiò per stizza, con uno dei trucchi inconsapevoli che attuava per non rendersi conto di quanto poco le piacesse essere madre.

«Quando ha fame non sente ragioni» ammise.

La hippy alla sua destra osservò da dietro gli occhiali tondi il bambino. Questi, avendo smesso di piangere non appena la madre lo aveva preso in collo, sostenne lo sguardo con i suoi occhietti porcini.

«Non ha fame, voleva solo farsi prendere in braccio» affermò la hippy rivelando un forte accento germanico. «La mia bambina prende latte solo quando è ora di latte» concluse.

La donna col bambino gigantesco stava tentando di cacciare il biberon in bocca al figlio, ma quello prima scostò il capo, poi vedendo che la mamma insisteva smanacciò con tale veemenza che il biberon volò per terra. La ragazzina ghignò. La peruviana faceva sobbalzare Raul sulle ginocchia e gli diceva delle cose in spagnolo.

«Quanti anni ha tuo figlio?» chiese la hippy.

«Non so con precisione. Non è mio figlio».

«Ah! È adottivo?» intervenne l’altra, che nel frattempo aveva ributtato il bambinone in culla e riposto il biberon.

«No, è di mia cugina. Lei è negli Stati Uniti adesso».

«Ah! In America!»

«Stati Uniti, sì. Raul, dónde està mamá?».

«En los Estados Unidos!» rispose, e nascose la testa nel seno della cugina.

La conversazione si spense per qualche minuto. Oltre l’intrico di foglie di un fico selvatico sporgente dagli scogli artificiali che bordavano il laghetto, il getto a ombrello di una fontana creava giochi di riflessi col taglio della luce solare già obliqua.

«Certo che queste zigale sono proprio assordanti» disse la donna che non voleva essere madre. Nessuno le rispose. Squillò un cellulare. La ragazzina si allontanò qualche metro frugando in un suo tascapane, rispose. Le donne sentirono che diceva:

«Sì guarda, che palle…».

Quando tornò, un minuto dopo, comunicò:

«Il mio moroso».

Il bambino sul passeggino, sentendo parlare la ragazza, si era svegliato. Indicando di lato, esclamò:

«Tata iochi!».

«Ora andiamo» rispose la ragazza facendo per riaprire Obscurus.

«Tata iochi!» ripeté.

«Sì Giacomo, ora andiamo, un secondo» sbuffò la ragazza.

Anche la donna altissima ed eccessivamente truccata ora parlava al telefono:

«Mi passi a prendere? Ai Margherita. Non ce la fai? Ma quando torni? Non fare tardi. No. A dopo, bacio».

Giacomo si mise a gridare dandole sulla voce e inducendola a tapparsi un orecchio:

«Tata tartaruga! Tata tartaruga!».

La baby-sitter sospirò, ripose il libro e portò Giacomo a guardare la tartaruga che era sbucata da uno scoglio. La peruviana e Raul li seguirono. L’hippy guardò il sole e disse:

«È ora».

Alzò la maglietta e accostò al seno libero il fagotto che teneva in una fascia di tela a tracolla. La vicina, disgustata, scattò in piedi e disse:

«È ora che andiamo».

Indignata dalla reazione, anche la hippy si alzò, senza comunque interrompere l’allattamento.

«Anche noi andiamo. Arrivederci» disse. Si allontanarono, la prima spingendo faticosamente la sua carrozzina, la seconda marciando fieramente col petto scoperto, entrambe pensando a quanto l’altra era volgare.

Raul e Giacomo spaventarono subito la tartaruga e ormai sovreccitati si misero a chiedere insistentemente di essere portati ai giochi. La peruviana e la baby-sitter, frastornate dal chiasso dei bambini, si allontanarono senza più voltarsi verso la panchina.

Improvvisamente una pigna si staccò dal ramo e cadde sul cemento con uno schiocco.

Si era fatto tardi. Chiusi il quaderno e lo riposi con la penna nella mia borsa. Mentre già le ombre della sera si protendevano per ricongiungersi con la notte, feci un altro giro del parco per verificare alcuni dettagli che non ricordavo bene e per rilassarmi un po’. Trovai una zona che prima non avevo visitato, perché respinto dal calore sfiancante dell’ampio tratto di prato aperto che avrei dovuto attraversare per raggiungerla. Dietro un semicerchio irregolare di antiche querce, saliva un ripido dosso, una collinetta alta non più di tre metri che si estendeva per un breve tratto con andamento e forma simili a una duna. Poggiava sul lato corto di un campo da basket, dove dei ragazzi a torso nudo giocavano. Sentivo i rimbalzi della palla, lo squittio delle suole sulla gomma, l’occasionale esclamazione per un canestro fatto o subito.

Mi sedetti sulla cima del dosso e guardai verso il lago, ma gli alberi lo nascondevano sovrapponendosi e facendosi ombra. Poco più indietro, una specie di casetta di pietra (“tomba nobiliare a ‘cassone’ costituita da grandi blocchi di travertino”) dava una nota di solennità ancestrale alla scena. Le cicale ancora cantavano. Me ne andai in tempo per il treno delle 20:45, stanco, con la sensazione di essermi dimenticato qualcosa.

Poco più tardi, un signore con un pastore tedesco al guinzaglio si avvicinò alle panchine tra i pini, notando che accanto a una di queste stava una carrozzina abbandonata. Mentre si accostava allarmato, il cane abbassò la coda tra le gambe e prese a fare resistenza. Il signore spazientito gli diede uno strattone. Giunto alla carrozzina guardò sotto la cupoletta parasole.

Tra le coperte giaceva un neonato, gli occhi sbarrati, la pelle nera come il petrolio, la bocca violacea contorta in uno spasmo, e gli volavano intorno delle mosche.

Gregorio Magini

Femmina Fumante

FEMMINA FUMANTE

C’è un proverbio delle mie parti che dice: “Le sigarette sul tavolo e le ragazze a letto non si chiedono: si prendono”. Tutte le ragazze delle mie parti conoscono questo proverbio, dice Lubitsch: mi venga un colpo se questa sera non ti facciamo bagnare il biscottino.

E’ un proverbio squallido, Lubitsch. E’ maschilista, machista, sessista, sembra la pubblicità di un deodorante spray degli anni ‘80. Ma le vostre donne non si stancano a essere trattate come sigarette?

Cugino, la femmina vuole essere corteggiata, sì, come tutte, portala fuori, paga da bere, guida la macchina. I fiori: anche no. Tenere aperta la porta della gelateria: anche sì. Però, ecco, a letto puoi fare a meno di essere gentile.

A loro piace così?

A loro piace così.

Che filosofia triviale” (cit.). Sembra quella canzone, Teorema, “prendi una donna/trattala male…”.

Non esistono leggi in amore, cugino, e io non lo so come siano le donne italiane, belle sono belle, però chissà, chissà se posso prendere una sigaretta senza chiederla, con le donne italiane.

Ci vuole confidenza, cugino. Devi solo capire se puoi permetterti certe mosse.

Confidenza, sì. Però ci vuole tempo, tempo per prendersi le misure: una, due, tre volte. Alla quarta, forseforse, puoi smettere di chiedere le sigarette.

A volte mi viene da essere maleducato subito, cugino Lubitsch. Stamattina aspettavo il treno per tornare in città, non avevo libri da leggere, nemmeno la musica, nemmeno i giornali gratis. Un quarto d’ora da aspettare così è lunghino. Allora mi giro a destra e mi innamoro, perché c’è una ragazza. E’ bella nella bocca e nel collo, ha i capelli neri e un orecchino solo, a sinistra, nella cartilagine dura. O forse ce l’ha anche dall’altra parte, che ne so: le vedo solo mezza faccia e mi basta, diobono se mi basta, e magari è la noia però m’innamoro in un quarto d’ora, magari se avessi le cuffie mi farei i fatti miei, ma le cuffie ce le ha lei, e io la guardo e distolgo lo sguardo e lei accende l’iPod e mi guarda e distoglie lo sguardo e inizia a muovere la testa, cugino, ti giuro che avevo il respiro corto, e va a finire che…

Che?

Niente: ci guardiamo a turno, e mai negli occhi. Però io inizio a ridere, anzi: a sorridere. E anche lei. Anzi, no, lei no: lei fuma ed è bella quando fuma, e io non posso farci niente se mi piacciono le fumatrici, a me che non fumo, mi piacciono, non mi dà fastidio l’odore, forse mia madre dovrebbe saperlo, è un motivo stupido per innamorarsi di una ragazza, lo so, e poi fumare in gravidanza fa male, ma se vuoi un figlio lo sai, smetti. Ricomincerai: avrai quarant’anni e un figlio adolescente, e tuo figlio ti racconterà i suoi casini molto più volentieri se potrete fumare una sigaretta insieme, in cucina, con il caffè, come nei film.

Poi è arrivato il treno.

Poi arriva il treno, sì: io scendo dal muretto liscio e mi metto la giacca e lo zaino. Lei va a buttare la sigaretta in un bidone. Io le guardo il culo. Torna, il treno ormai è fermo, i nostri occhi si incontrano per la prima volta: io faccio lo stesso sorriso che sto facendo da dieci minuti, e lei mi guarda, finalmente mi guarda, ci guardiamo: lei, dal basso in alto, iridi crepate di una che ha voglia di Pal Mall Blu alle dieci del mattino, chissà cosa racconti a tua madre in cucina, occhi verdi com’è verde la legna giovane, mannaggia a te, non potevi avere due occhi normali? Adesso mi tocca dirti qualcosa, chiederti che cosa stavi ascoltando, o forse potrei scroccarti una sigaretta, ma non fumo, e come faccio a sapere se posso fare a meno di essere gentile?

C’è un proverbio delle mie parti che dice: “Le risposte sono come il caffè: ci vuole tempo”.

Ma ci sono solo caffè e sigarette nei tuoi proverbi, Lubitsch? Ecco perché hai i denti gialli.

E insomma, alla fine, tu e la tipa del treno non vi siete detti niente?

No.

Bravo cugino: guardale e fatti venire una gran voglia e poi non prenderle mai, ci fai più bella figura.

E quando troverò l’amore, cugino Lubitsch?

E’ come il caffè, cugino: ci vuole tempo.

Simone Rossi

Poesia precaria (selezionata da A. Coffami) – 3

Salve ciao.

Questa settimana vi voglio, esigo e devo parlarvi di Guido Catalano, un ragazzo con la barba che miscela la poesia pura al cabaret. Vincitore di numerosi Poetry Slam, fa parte anche del gruppo SBRONZI ALL’ALBA SENZA SIGARETTE. Magari lo avete visto nella trasmissione “Loveline” su MTV un paio di anni fa, oppure non l’avete mai visto perché a voi MTV vi a schifo. Magari lo avete visto in qualche live in giro per l’Italia, oppure non l’avete mai visto perché a voi l’Italia vi fa schifo. Fatto è che Guido Catalano è un poeta, un comico, uno scrittore, forse pure un musicista (ma non ne sono sicuro).

La poesia che vi propongo è in versione live che così non fate nemmeno lo sforzo di leggere dal monitor, basta accendere le casse del pc. Il titolo non lo ricordo quindi non saprei dirvi come si chiama.

Sul sito www.guidocatalano.it troverete news, foto e libri da scaricare gratuitamente del nostro buon Guido Catalano. Vi invito inoltre a chiedergli l’amicizia su Facebook che lui lo aggiorna continuamente e sarete più felici.

Buona digestione.

Andrea Coffami