Tridente

di Francesca Ceci

Il primo dente l’ho perso per colpa dello Scuro.
Abitavo in un appartamento che non ho mai saputo di quanti metri quadrati fosse: mi bastava sapere di non vivere in un basso che dava sulla strada come i miei amici. Il primo piano mi sembrava simbolo di distinzione anche se ogni fessura del mio appartamento, dovunque ti giravi, affacciava comunque sulla strada.
Strada è un termine eccessivo, è dove passano macchine, autobus e traffico, quello che vedevo dall’unica finestra erano le quattro pietre scivolose bagnate dalla signora del basso di sotto che separavano il mio palazzo da quello di fronte, che ci toglieva tutta la luce.
Anche i termini affacciarsi e finestra suonano un po’ esagerati.
Sarebbe più corretto dire che il fratello di mio padre un giorno era talmente esasperato nel vederlo sopravvivere nel buio che prese a martellate l’unica finestra e la allargò a modo suo. Ripeteva che non era possibile, che mio padre la doveva smettere e che la luce del sole doveva pur entrare in quella casa. Ma non aveva pensato che i piani abusivi di fronte a noi avrebbero reso vano ogni suo tentativo di illuminarci.
Quando mio padre sembrò aver deciso che avremmo dovuto iniziare a vivere nella penombra, decisi di passare più tempo possibile sotto il sole e ugualmente sotto la pioggia.
Presi ad uscire mattina, pomeriggio e sera con mio cugino Alfredo e con Luscio. Mio cugino ce lo tiravamo dietro, ma presto diventò di peso, era di quei ragazzoni grandi un po’ scemi. All’inizio non ci facevamo caso ma progredendo la nostra vita fuori casa, Alfredo ci fu solo d’intralcio. Fu pure per colpa sua che persi il primo dente.
O’Scuro era quello sempre vestito di nero, sempre con quegli occhiali da sole, sempre appoggiato con le spalle alle macchine che Leggi il resto dell’articolo