Face to Face! – Libba Bray

Libba Bray è l’autrice che negli Stati Uniti ha spopolato con la sua trilogia new gothic, iniziata con Una grande e terribile bellezza che ha per protagonista Gemma Doyle (eroina magica in un’Inghilterra vittoriana di fine Ottocento), una giovane ragazza che scopre di essere la discendente di una potentissima setta magica di donne.

Ho avuto modo di fare quattro chiacchiere con lei, in Italia per promuovere il secondo capitolo della sua trilogia, Angeli Ribelli, anch’esso pubblicato da Elliot mentre il terzo capitolo è in libreria ora.

L’autrice mi accoglie con un “Ta-daa” ed è in gran forma, quindi vado subito al sodo…

Il tuo è un romanzo prettamente al femminile. Perché questa scelta? Credi che questo aspetto sia importante per le tue giovani lettrici?

Sì. L’aspetto femminile è predominante, tutte le protagoniste sono donne. Ma la cosa più interessante, più importante è soprattutto dare voce al “punto di vista” femminile, perché in molti romanzi è quasi dato per scontato che sia quello maschile ad avere il ruolo principale o ad essere presente. Invece quello femminile è quasi un’autocoscienza, un raccontarsi agli altri e a sé stessi.

Come sono viste le donne di potere oggi?

Le donne di potere oggi spaventano ancora il mondo nel campo politico, in quello sessuale, in quello artistico… ma la domanda principale dovrebbe essere “Perché?”. Da dove viene questa paura? Cosa si vuole combattere? La cosa fondamentale ,che rappresenta il vero potere delle donne, è il prendere coscienza di sé e chiedersi cosa si vuole non che cosa si può avere. Domandarsi cosa si vuole ottenere. Altrimenti si ha un ruolo passivo, indiretto e naturalmente frustrante.

Gemma (la protagonista, ndr) si ribella alle regole sociali imposte. Credi che ancora oggi le ragazze siano vittime di imposizioni dettate dalla società?

Domanda interessantissima. Ogni paragone tra me e Gemma è puramente casuale (ride, ndr).
Credo che sia una domanda interessantissima perché il movimento femminista e tutti i concetti legati al ruolo della donna nella vita quotidiana, ha avuto il suo momento d’oro che si è perso come identità nel corso degli anni. La mia generazione aveva bisogno di qualcosa di diverso. Parlando di femminismo però non mi metto contro gli uomini, non sono in lotta, con la maggior parte di loro infatti ho un ottimo rapporto e ho avuto un padre femminista. Semplicemente penso che la colpa di tale “sottomissione” alle regole sia più delle donne che non sanno imporsi, che non sanno comunicare realmente la loro forza (neanche tra di loro a volte), che non si fanno le giuste domande e non si permettono di chiedersi realmente cosa vogliono. C’è bisogno di ribellione quindi! Una ribellione a questo stato d’immobilità comunicativa. Una ribellione della donna contro la donna. Non ci deve limitare, ma bisogna andare oltre.

Gli uomini hanno un ruolo marginale nel libro. Ma oggi ancora si può parlare di ruoli?

Oh sì! Assolutamente! Ognuno ha ben chiaro il suo ruolo consciamente o no. Naturalmente ci vuole un equilibrio, nel senso che entrambi le parti dovrebbero essere sullo stesso piano. Comunque io continuo a comprare il rossetto! (ride, ndr)

La magia è un altro aspetto importante del tuo libro, questo mondo fantastico che hai creato è una tua parte riscoperta?

Sì. Ed è stata la parte più divertente. È una sorta di somma di glam rock, rock, di artisti come Parrish, Bosch che hanno ispirato tutta la creazione. La magia di queste adolescenti però non esiste nel mondo di tutti i giorni, dove l’epoca vittoriana stringe con il suo corsetto culturale e sociale, per questo ho creato un mondo parallelo dove questi poteri possono avere concretezza, esistere.

Fantasy, neo gotich, a cosa è dovuto il ritorno di questa letteratura di genere?

Ah, altra bella domanda! Me lo chiedo spesso e una spiegazione potrebbe essere che negli ultimi anni, negli ultimi otto anni, l’America ha vissuto uno shock notevole. Anni di terrore, di eventi oscuri che hanno permesso un nuovo sviluppo di questa letteratura, una reazione al mondo spaventoso che ci circonda, come quando venne pubblicato Dracula, una reazione al secolo che finiva, alla transizione che avveniva e suscitava paura.

Gemma potrebbe diventare schiava dei suoi poteri, ma davvero il potere corrompe sempre?

No, non credo che sia così. Per riuscire a comprendere il proprio potere e quindi non farsi corrompere da esso si deve compiere un percorso personale, un viaggio all’interno e quindi essere pronti ad accettare il bello e il brutto di sé. Tutto sta nel conoscersi nel bene e nel male anche delle nostre azioni. In questo modo si può “gestire” il potere, accettandolo e rendendolo docile.

C’è un personaggio in cui ti rispecchi o tutti sono una sfaccettatura del tuo animo?

Ognuno di loro ha un po’ di me, probabilmente quello che più mi somiglia è Gemma anche se lo stesso si può dire di Felicity, l’amica del cuore, che somiglia alla mia più cara amica dell’adolescenza

Mel Gibson ha acquistato i diritti per la trasposizione cinematografica di Gemma Doyle, si può sapere a che punto è il progetto?

Certo! Stanno scrivendo la sceneggiatura che purtroppo ha subito un rallentamento a causa della morte di Minghella che stava lavorando alla stesura, ma tra Gennaio e Febbraio si riprenderà.

Qual è la magia della tua scrittura? L’ingrediente segreto?

Caffè?! (ridiamo tutti, ndr)

Alex Pietrogiacomi



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Trilogia sull’operaio – Misericordia

L’ambiente, intorno a me, era illuminato appena. Questo faceva sembrare tutto un poco più cupo e misterioso.

Il mio lavoro era semplice.

Si trattava di sgomberare l’intero sotterraneo di un palazzo.

I sei livelli sopra di me erano uffici di una banca.

Per decenni quel sotterraneo era rimasto in disuso, utilizzato solo come magazzino per qualche vecchio mobile, materiale di scarto derivato dalla costruzione dell’edificio stesso e ciarpame vario.

Ma con l’arrivo di un nuovo direttore, si era deciso ad un ampliamento di organico e alla conseguente ristrutturazione di quel gigantesco ambiente da adibire a nuovi uffici.

Queste cose me le aveva spiegate Ennio.

Ennio era il capo.

Un uomo di mezza età che aveva chiamato una decina di disperati per quel lavoro faticoso e mal retribuito.

Stette a guardarci per un paio d’ore.

Quando fu sicuro di aver trovato gli uomini giusti si assentò, ritornando poi a sprazzi per impartire qualche ordine ad ognuno.

Era abbastanza grasso ed unto per fare schifo.

Anche se in realtà non conosceva nessuno di noi si permetteva di mandarci a fanculo e fare battute di bassa lega.

La fede d’oro, che portava sull’anulare sinistro, dimostrava che era sposato ed ipotizzava che quell’uomo fosse stato in grado di riprodursi.

Il sotterraneo era un luogo malsano.

Non c’era pavimentazione ma uno strato spesso di polvere rossastra. Materiale di scarto edile, appunto. Una polvere fine che si sollevava ad ogni passo.

Avevo già fatto lavori del genere in momenti come quello. Cioè quando ero a corto di soldi.

Proprio per via della mia esperienza, avevo pensato bene di portare con me una maschera antigas che avevo avuto in dotazione da un capo molto più affabile di Ennio, una volta che avevo fatto un lavoro simile.

La mia maschera antigas era un attrezzo di gomma e plastica con due filtri sulla parte anteriore che depuravano l’aria che respiravo fermando i vapori e le polveri nocive e dando alla respirazione il rumore sibilante di un soffio costante. Sulle mani avevo dei guanti pesanti di cuoio ma il resto del mio corpo non era protetto e alla pelle tesa e sudata delle mie braccia, si attaccava sporcizia volatile dal colore scuro.

Un paio di altri operai italiani avevano portato con loro delle maschere. Un altro aveva legato un fazzoletto alla la faccia illudendosi così di salvarsi l’apparato respiratorio.

Gli altri operai, probabilmente romeni, non usavano nessuna protezione. Respiravano, lavoravano e sputavano catarro nero di tanto in tanto.

Caricavamo su un camion quello che portavamo fuori. Il tutto poi, sarebbe andato a finire in discarica.

Ero nel lato più buio del locale.

Seguivo con lo sguardo lo svilupparsi sempre più oscuro del luogo dove mi trovavo. Per capire dove mettere i piedi.

Vidi a terra qualcosa.

Due gambette scheletrite e piegate.

L’impressione fu immediata. Un feto.

Mi avvicinai per constatare quella che poteva essere la scoperta più macabra della mia vita.

Era un gatto morto.

Non so dirlo con certezza, naturalmente, ma credo che fosse rimasto lì da più di un decennio.

I vermi avevano terminato il loro lavoro da tempo.

Ciocche di pelo grigie erano rimaste alternate sul corpo che per la maggiore era coperto da una patina bianca abbastanza spessa, forse muffa.

Il pelo era rimasto quasi per intero sulla testa.

Mi colpì come quel muso avesse ancora, nonostante tutto, l’espressione tipica del gatto.

Sembrava, a vederlo, che fosse morto serenamente.

In piccole parti, sul collo, era sopravvissuta una pelle dall’apparenza indurita. Una cotenna di muscoli fibrosi.

Finii il mio lavoro in quel punto, in compagnia di quel micio che mi guardava senza occhi.

Forse non era il caso di lasciarlo lì.

Forse avrei dovuto seppellirlo.

E perché non metterlo in un sacco e buttarlo semplicemente?

Il feto che avevo creduto di vedere. Quello si avrebbe meritato una sepoltura.

Mettersi a scavare per un gatto vissuto chissà quanti anni prima.

Valeva la pena?

Avevo sentito dire che non c’è anima negli animali.

Erano in tanti a sostenerlo. Lo dicevano anche i preti.

Alla luce di ciò quel gatto era degno di andare a finire nella mondezza, insieme al resto.

Era però da un bel po’ di tempo che non credevo più ai preti.

E mi solleticava maggiormente l’idea misericordiosa di porre un semplice rispetto per quel che non era più. Senza distinzione di specie.

Lo lasciai lì.

Avevo ancora molto da fare ed il sudore mi accecava gli occhi.

Passarono le ore e continuai il mio operato, impegnando ancora la testa in ragionamenti che sarebbe meglio lasciar tacere.

Non era facile infilarsi nelle maglie delle domande e dei dubbi e contemporaneamente far bene il proprio lavoro.

Ma vi riuscii.

Tutto il sotterraneo era sgombro.

A terra, rimanevano solo piccoli frammenti di vetro, plastica ed altro.

Ennio era soddisfatto.

Gli chiesi :” E adesso? Come andranno avanti i lavori?”

Mi rispose secco:”Domani arrivano con un paio di bobcat che appiattiranno il suolo, in modo da inglobare in esso quei pezzetti che noi abbiamo lasciato. Poi ci sarà la gettata di cemento che coprirà tutto!”

Dopo le parole di Ennio mi rimisi la maschera, presi una pala e rientrai nel sotterraneo.

Ne riuscii poco dopo con adagiati sul palmo di quella vanga, i resti di un gatto morto.

Poi presi a scavare in un’aiuola.

Era tardi e gli uffici erano chiusi ormai.

Nessuno mi avrebbe visto e avrebbe avuto a protestare su quello che stavo facendo.

Depositai il gatto sul fondo della buca e ricoprii il tutto.

Ennio ed uno dei romeni, mi osservavano parlando e ridacchiando.

Poi presi i soldi che mi spettavano e me ne andai.

Luca Piccolino