Se Foscolo non fosse… /4

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Dei sepolcri e Le Grazie sono due componimenti speculari, in cui – come già detto – si ravvisano i medesimi stati d’animo del Foscolo-Ortis e del Foscolo-Didimo: per rendercene conto ci basterà analizzare per sommi capi le due sillogi poetiche.

Della prima sappiamo che nacque per caso, dopo una chiacchierata col Piedimonte (che stava progettando in quel periodo il poemetto Cimiteri) e la conoscenza dell’editto di Saint Cloud. In questo momento Foscolo è ancora combattivo: è disposto a polemizzare su vari temi (sull’editto stesso, sulla concezione cristiana della morte, sul suo gusto per immagini di disfacimento e morte), fa esempi, introduce simboli e scrive versi impetuosi come: «A egregie cose il forte animo accendono l’urne dei forti». Insomma, più che un poeta è un regista: appronta scena per scena la sfilata dei carmi. Leggi il resto dell’articolo

Se Foscolo non fosse… /3

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Pur tuttavia, Foscolo non è solo l’Ortis. È anche Didimo chierico.
Ma andiamo per ordine!
Sappiamo che il poeta di Zante è neoclassico di formazione, ma Romantico per interessi e tematiche: antitetico al Monti, ma vicinissimo alla classicità. Abbiamo la riprova della sua familiarità coi classici anche per un’altra ragione: per l’uso che fa del nome Didimo.
In Notizia intorno a Didimo chierico aveva utilizzato quel nome con cognizione di causa. Come sappiamo quello era il nome di un erudito greco del I secolo a. C. e sicuramente Foscolo ne conosceva bene l’opera. Ma se conosceva bene l’opera di quel Didimo, doveva conoscere molto bene anche quella di Seneca. Perché? Per una semplice deduzione: Foscolo da un taglio ironico al nome del suo personaggio, lo stesso taglio usato diciassette secoli prima da Seneca in una sua lettera dove ricordò il grammatico alessandrino perché cavilloso e inutilmente pignolo.

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Se Foscolo non fosse… /2

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Ma non è solo questo, per cui divertiamoci un po’ a sezionare il signor Ortis.
Chi c’è in lui? Quanto del suo DNA è foscoliano e quanto no?
Ortis è un personaggio composito. In lui confluiscono almeno quattro grandi correnti:

1. le passioni e l’attaccamento ai valori di Amleto;
2. le sofferenze di Achille per Patroclo, di Andromaca e Priamo per Ettore, di Penelope per il lontano Odisseo;
3. i dilemmi e l’incomunicabilità di cui parla Sterne nel Viaggio sentimentale;
4. i dolori di Werther con cui Goethe inaugurò lo Sturm und Drang.

Mi spiego meglio.

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Se Foscolo non fosse… /1

Ugo Foscolo, come pochi altri artisti, visse la condizione del suo tempo e a lui più che ad altri si addice il detto arabo “I figli somigliano più ai propri tempi che ai propri padri”. Foscolo nacque (guarda la coincidenza) nel 1778, cioè quando vinsero a Saratoga gl’ideali democratici delle tredici colonie americane sull’imperialismo britannico.
Crebbe in un periodo molto particolare, ricchissimo di input per un giovane che sta scoprendo il mondo: nel 1738 era stata scoperta Ercolano, nel ‘748 Pompei. gli scavi condotti in Grecia da Winkelmann avevano portato i frutti sperati, lo stile classico aveva invaso ogni campo artistico dell’epoca, la Rivoluzione Francese stava infiammando i democratici di tutta Europa, Rousseau e Montesquieu erano diventati i filosofi di moda, l’Illuminismo era giunto a maturazione e il Romanticismo portava dovunque aria nuova e stimoli.

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PARASTINCHI E PARADISI

(Estratto da CRONACHE DAL PARADISO – dal nostro inviato la buonanima di Dirtydancing – cronache di un giornalista free-lance che si ritrova inopinatamente in un altrove del tutto simile al paradiso narrato nei libri che leggeva da bambino con tanto di angeli e anime dei beati)

Faust è sovraeccitato. Come al solito, in fondo. E’ uno che vive tutto con perenne entusiasmo. Ce ne vorrebbero di più come lui. Da prendere a piccole dosi, però.

“E’ fatta, tranquillo!”

Si concede qualche attimo per godersi la mia espressione interrogativa. Deve riuscirmi particolarmente bene perché sembra in estasi.

“Il torneo di calcio a cinque! ”.

La mia espressione non muta e lui se ne “spara” un’altra dose abbondante, forse vuole farsene una scorta per l’inverno.

“Non te ne avevo già parlato? Rimedio subito. Domani comincia il torneo di calcio a cinque con la prima partita a cui partecipa la nostra squadra, la Cornelius F.C.. Senti che formazione: io, chiaramente, in porta, che oltre la mole e il pelame ho anche una certa agilità gorillesca. Davanti formazione a rombo. Vertice basso, difesa, tu. Due sulle fasce, a destra Filippo Tommaso Marinetti, a sinistra il marchese Lafayette. Vertice alto del rombo, attacco, indovina chi? Dai, indovina! No, anzi, lascia perdere che non indovineresti mai. Spartacus, il gladiatore”.

La mia espressione deve essere ancora comicamente indefinibile perché Faust decide di concedersene ancora un po’ beandosi di tanta faccia.

“Ho pensato a tutto, disposizione in campo, tattica, divise sociali. Tranquillo, il perizoma leopardato è opzionale. Seguimi: Spartacus è lo specchietto per le allodole, deve attirare su di se gli avversari, l’arma segreta sarà Marinetti sulla fascia. Corre come una locomotiva, non si ferma mai, anzi mentre corre fa pure i versi come una locomotiva: SPAFF, ZUM, SDENG SDENG. Ma non devi sottovalutare Lafayette, sotto quella parrucca da cicisbeo c’è un mastino che sembra Benetti dei giorni migliori. Capito? E’ un rombo dinamico, il nostro!”

“Faust, ma io che centro? Non gioco a calcio dai tempi dell’oratorio. E, figurati, neanche ci sono mai andato all’oratorio”.

“E allora? Sei un giornalista, no? Oltre a giocare, racconterai le epiche gesta della Cornelius F.C. dall’interno, la cronaca diretta dallo spogliatoio. Altro che interviste precotte. Racconterai l’epica scalata verso la vittoria, la fatica, l’eroismo, il sacrificio, l’agonismo esasperato, il sudore misto a sangue. Tutte quelle stronzate che voi giornalisti vi inventate per non far capire che non avete niente da raccontare. Te lo devo insegnare io il mestiere?”.

“Qui l’unica stronzata che vedo è la mia partecipazione. Scusa, ma io non capisco niente di calcio, non so cosa sia la diagonale, non conosco la differenza tra la ripartenza e il contropiede, mi è ancora misteriosa l’applicazione del fuorigioco. Come posso esserti utile?”.

Qui Faust fa un lungo sospiro e si trattiene a lungo a fissarmi senza rispondere. Ma la sua espressione ora è seria, sembra quasi compatirmi.

“Ascolta. Il Paradiso è grandissimo, tra trapassati e simulacri di vivi c’è tantissima gente. Se vuoi ritrovare qualcuno, l’occasione migliore è proprio questo torneo. E’ organizzato direttamente dall’ufficio del Gran Capo e tutti, ma proprio tutti, vengono a vedere il torneo. Anche Mandolina verrà, ne sono sicuro”.

Lo spogliatoio è interamente rivestito di maioliche bianche, anche sul soffitto, ed illuminato da una luce diffusa che non riesco a capire da dove arrivi. Ognuno sulla propria panca, ci prepariamo. Marinetti in silenzio, dardeggiando occhiate severe e concentrate tutto intorno, indossa calzettoni con la giarrettiera, mentre il marchese Lafayette estrae una testa di legno su cui ripone con cura la parrucca incipriata. In un angolo una montagna di muscoli ripiegata su se stessa cerca la concentrazione mugugnando preghiere. Questa visione di Spartacus dovrebbe suggerirmi un vulcano in eruzione, mi sembra piuttosto una pignatta di fagioli sul fuoco. Inutile negare, sono perplesso.

Faust, mentre indossa il perizoma leopardato, – incredibile, ce l’ha davvero – espone a voce alta le sue elucubrazioni tecnico-tattiche. Per me poche indicazioni, una su tutte: se ho la palla, devo lanciarla a sinistra sulla fascia di Martinetti. Come si sente nominare Filippo Tommaso si gira verso di me lanciando il suo grido di guerra: SDENG ZAFF BANG! Ma contro chi giochiamo?

Faust fa un gesto di sufficienza, l’A.S. Margaritas ante porcos, buone individualità ma scarso gioco di squadra. Sembra davvero fiducioso. Indossiamo le nostre divise bianche con bordi blu oltremare, ma mi colpisce che sono molto larghe, almeno tre taglie in più.

Scendiamo in campo, coperto da un manto erboso perfetto e circondato da tribune che a prima vista mi paiono infinite. Non scherzava Faust, davvero ci vengono tutti a vedere queste partite. L’altra squadra è già in campo, completo verde con scritte e numeri dorati, anche loro almeno tre taglie in più. Il capitano ha sulle spalle la scritta con il nome, Carneade – e chi è costui? – dietro di lui riconosco i fratelli Santonastaso, coppia difensiva, Ugo Foscolo credo sia la punta avanzata e in porta William Shakespeare. Arbitra Pedro Almodovar in giarrettiera e mutande di pizzo.

Comincia la partita e io mi ritrovo con gli occhi sbarrati: i giocatori si muovono lentamente, danzando con leggiadria. Piroettando sulle punte, Carneade, gestisce la palla e la appoggia ad uno dei Santonastaso, Mario credo, che con gesto teatrale la passa delicatamente al portiere. Il pubblico applaude ad ogni coreografia e la partita prosegue con giocatori più intenti alle evoluzioni aggraziate che a finalizzare il gioco cercando il tiro in porta. Ad ogni occasionale contatto è tutto uno “Scusi, non volevo” e ”Prego, è colpa mia”.

Cerco di adattarmi muovendomi a passo di danza, ma quando mi capita la palla tra i piedi al centro del campo e, alla mia banale finta, Carneade trova esteticamente piacevole cascarci in pieno lasciandomi libera la strada verso la porta avversaria, l’istinto prende il sopravvento. Non si giocano centinaia di partite in mezzo alla strada, quasi tutte ad una porta sola e “ogni tre calci d’angolo è rigore” senza che questo ti segni indelebilmente per tutta la vita e pure oltre. I Santonastaso si muovono all’unisono per contrastarmi ma, arrivati contemporaneamente davanti a me, decidono di abbracciarsi per improvvisare due passi di tango. L’applauso è assicurato ma io, che ho continuato la corsa dietro la palla, mi ritrovo da solo davanti la porta e tiro. Il portiere, Shakespeare, è intento a monologare verso il pubblico e il pallone finisce in rete. Goal!

Almodovar fischia indicando il centro del campo. Vado con tutto il repertorio delle esultanze, salto piroettando con il pugno in alto, poi la maglia sulla testa, linguaccia, aeroplanino, cullo il bambino, breakdance, ecc. Sto per cominciare le esultanze collettive ma mi accorgo che compagni e avversari mi guardano stupiti e imbarazzati. Torno nella mia metà campo fissando interrogativo Faust che mi risponde con una serie di gesti indecifrabili. Carneade intanto pone la palla al centro, alza le mani e annuncia solenne:

“No Fair Play Time”.

Una schiera di angeli volanti atterra e, divisi in squadre di tre, ci spogliano, ci dotano di elementi di protezione e caschi e ci rivestono. Quando termina la vestizione sembriamo pronti per una partita di football americano, ora la divisa calza giusta. Più stupito di prima guardo Faust che, ancora gesticolando, mi fa capire che è tutto a posto. Sarà, ma ho i miei dubbi e il ruggito con cui l’intera squadra dell’A.S.Margaritas si scaglia contro di noi me li conferma tutti.

Adesso si muovono con veemenza frenetica. Entrata feroce di Pippo Santonastano su Marinetti scatenato sulla fascia che, cascando, scava un solco. Scambio col fratello per evitare Spartacus che, manca, in effetti, la palla ma centra in pieno l’avversario scaraventandolo in alto. Pippo si alza in volo per quattro, cinque metri agitando freneticamente gambe e braccia dopodiché ricade pesantemente sopra Martinetti che si stava rialzando. Contrasto violento tra Ugo Foscolo e Lafayette, le scintille provocate dallo sfregare delle armature protettive bruciacchiano le loro divise mentre rotolano a terra, io controllo la palla, sono pronto a calciare, ma Carneade mi sbatte spalle a terra finendomi sopra, faccia a faccia. Ne approfitta per ringhiarmi sul viso lasciando colare una bava di saliva che potrebbe annegare un animale di taglia media. Una pallonata tremenda lo prende in piena fronte, salvandomi. Il pubblico in delirio sostiene Martinetti che scatta di nuovo sulla fascia sbuffando davvero come una locomotiva, evita questa volta l’entrata assassina di Pippo e crossa al centro. Groviglio di corpi, risolve Spartacus che trascina tutto il gruppo di peso in fondo alla rete: 2 a 0. Corro ad abbracciare il goleador, faccio appena in tempo a toccarlo che tutto il resto della squadra, compreso Faust, ci piomba addosso. Poi non ricordo nulla.

Mi sveglio negli spogliatoi dopo chissà quanto tempo. Moana Pozzi vestita da infermiera mi sta rimboccando le coperte. La guardo inebetito e lei mi sorride.

“Sono in paradiso?”.

“Sì”.

(fine… per ora)

Pasquale Bruno Di Marco