SPAZIO SOCIALE

Fatevi suonare in testa una qualsiasi melodia, un jingle stupidino, cinque o sei note orecchiabili sotto le parole “Spazio sociale”. Magari la musichetta la si potrebbe affidare a quelli di questo sito oppure la si fa in casa con amici, ma sarebbe meno professionale. Fatto è che l’idea che ho è questa: perché non ideare, progettare, creare, costruire ed investire in una catena di fast-food in stile centro sociale? Voi direte: Ma già ci sono i centri sociali?! sì, va bene, ma quelli sono per i punkabbestia, per quelli che si portano il cane appresso e si fanno le canne, per i rimastini cronici, per i fighetti alternativi, per gli artistoidi pseudo intellettuali, per gli attivisti politici, per quelli che sono veramente persone da centro sociale.

Io parlo di centri sociali per famiglie, merchandising in stile Burger King, Spizzico, KFC e McDonald’s. Una catena di ristorazione in stile centro sociale occupato, ricreato ad hoc, dove anche la madre di famiglia non ha paura di entrare e portarci i propri figli. Dove il nonnino ci porta il nipotino a mangiarsi il gelatino. Locali standard con scritte standard intagliate su tavoli in legno standard, con sedie, porte, finestre e colori standard, costruiti appositamente al fine di ricreare l’idea del “centro sociale occupato”, ma che non spaventi. Come se il tutto fosse un set cinematografico, un parco giochi ricreativo dove poter mangiare schifezze, un Gardaland dell’impegno politico mangereccio.

Chi compra il pacchetto e vorrà aprire l’attività dovrà stare alle regole imposte dall’ideatore, cioè alle mie regole. Eccole.

Ho una cugina che collabora con Ferrè e le divise da punkabbestia dei commessi le facciamo fare a lui. Tutte uguali, dieci modelli per ristorante, capi estivi ed invernali, gonne, pantaloni, felpe e magliette di cotone lerce ad hoc. Voi direte: «Fai prima a comprare al mercatino dell’usato,» e io vi rispondo che allora non ci avete capito un cazzo! Non andrebbe bene, non si percepirebbe la finzione del posto. Sarà anche grazie ai costumi disegnati appositamente che si potranno ottenere gli effetti desiderati, ossia: trascuratezza e degrado sociale ma contemporaneamente accoglienza e sicurezza.

I lavoratori per contratto dovranno portare almeno tre orecchini ed avere un tatuaggio visibile sul corpo. Ferie, indennizzi, tredicesime e tutto il resto: ‘fanculo. I contratti saranno a sei mesi e se sarai bravo e farai squadra te lo rinnoveremo e te ne faremo uno da dodici mesi, dove ci sarà scritto che ti pagheremo anche in caso di fallimento dell’azienda, non si sa come, ma questo è un dettaglio. Come nelle compagnie teatrali di De Filippo, tutti dovranno saper fare tutto, pulire i cessi e fare i panini, stare alla cassa e friggere le patatine. Per norma fissa si laverà il pavimento solo due volte al giorno, anche se cadrà merda per terra, ‘sti cavoli. Gli orari di pulizia del pavimento saranno alle ore 12:00 e alle ore 18:30, giusto per dare quel senso di sporcizia cadenzato. Stop. Per i cessi invece la pulizia sarà obbligatoria ogni quaranta minuti. I bagni dovranno essere sempre splendenti e profumati. La maggior affluenza per le famiglie al completo sarà naturalmente intorno alle 18:30, quando il pavimento sarà meno lercio, i figli avranno finito i compiti ed inizieranno ad avere i primi languori allo stomaco per via della fame. E quale spuntino migliore se non un bel panino da noi? O un gustoso trancio di pizza con delle patatine?

Come menù, niente Coca-cola e Pepsi, solo Freeway Cola, aranciata marca discount, vino rosso e bianco che però venderemo con moderazione, due bottiglie massimo a tavolata. Siamo pur sempre un posto per famiglie. La gente spenderà meno e noi guadagneremo di più. Piatti, bicchieri e posate saranno di plastica. Sticavoli dell’ambiente, qui si parla di soldi e di profitto. Ed il profitto con la tutela dell’ambiente sono due cose incompatibili, sono come l’acqua e la sabbia magica. Menù a base di cous cous, cotolette, pollo, patate al forno, salsicce, uova sode e frittatine multristrato ai gusti vari, pasticci di pasta avanzata dal giorno prima in offerta speciale, robe così, che sembrano fatte in casa ma che invece saranno sempre uguali. Porzioni perfette standard. Come le zeppole e le finte pizzette napoletane di Rosso Pomodoro. Fateci caso: sono tutte uguali, forme perfette. Se andate ai borghi di Napoli, le paste cresciute, per definizione, sono una diversa dall’altra, perché fatte a mano, non con un macchinario che dosa porzioni ed ingredienti. Naturalmente non mancheranno dolcetti e gelati e poi, sempre nel nostro menù, ci sarà la novità delle novità: il piatto sorpresa a un euro, formato dagli avanzi del cibo degli altri clienti. Un po’ come le buste sorpresa che si vendono in edicola, noi daremo il piatto sorpresa. Con un euro potrai mangiare un bella porzione mista composta di ogni ben di dio avanzato: patate, pasta, pollo, carne da rosicchiare attorno ad un osso, fette di pane magari smozzicate (le verdure no, che quelle dopo qualche ora vanno a male e non si possono riscaldare). Insomma con un euro avrai un pasto quasi completo, così non si butterà mai nulla e di questo anti-spreco ne faremo una bandiera.

Area giochi per i bambini: ci sarà eccome! Del resto deve essere un fast-food per famiglie. Quindi: Scivoli pezzati ad arte che terminano in enormi cubi trasparenti con all’interno centinaia di palline colorate. Colori approvati per le palline: rosso 30%, viola 25%, nero 25%, verde 5%, celeste 5%, giallo, 5%, bianco 5%. Stop.

La musica del locale dovrà includere solo ed esclusivamente brani commerciali di artisti alternativi. Si potrà inserire anche un Frank Zappa ogni tanto, i Clash vanno benissimo, ben accetti Subsonica, Caparezza, Frankie Hi Nrg, Cristina Donà ma anche artisti più underground come Il teatro degli orrori, Le luci della centrale elettrica, I giardini di Mirò e poi tutte le posse italiane e la scena indipendente nostrana e mondiale, basta che però si prendano i brani più “moderati” dei cd selezionati. Tanto c’è sempre un brano d’amore, una canzone tranquilla, un pezzo “commerciale” ed orecchiabile anche in un cd di KaosOne o dei Biohazard. Ottimo naturalmente il trash italiano ed il revival anni ’80 ché quello va sempre forte, soprattutto per i bambini che ascolteranno le sigle dei cartoni animati ed i motivetti orecchiabili delle canzoncine Mediaset e RAI. Nessun riferimento esplicito a sovversioni ed uso di droghe, e vedi come si digerisce tranquilli! Il gioco è semplice: basterà selezionare i brani i cui video sono stati trasmessi in televisione o in qualche emittente radiofonica nazionale anche a tarda notte. Il cliente dovrà riconoscere il suono come familiare, anche se non lo identificherà appieno, anche se questo suono è un parente lontano che magari hanno intravisto una sola volta al funerale dello zio.

Questione scenografia. Si ingaggeranno per ogni regione i migliori writers italiani e le mura del locale saranno dipinte da loro. Pezzi standard che però cambieranno da locale a locale. Stesso pezzo ma diversa firma. Ci sarà una sorta di “concorso” dove ogni artista proporrà delle bozze, il migliore per ogni regione verrà ingaggiato per dipingere gli interni del locale. Si dovrà arrivare al punto che un ipotetico cliente di Milano che se ne va in vacanza a Roma, dovrà mettere nella sua personale lista di cosa da fare anche “visitare Spazio Sociale in via Cavour”. Si dovrà arrivare a questo. Dovrà essere una sorta di museo con ristorante.

Beh insomma, l’idea è semplice e secondo me ci si può fare un botto di soldi, alla faccia dei centri sociali occupati. Occupiamo anche noi gli spazi, riprendiamoceli, riutilizziamoli, ricicliamoli a modo nostro. E non preoccupatevi se eticamente può sembrare scorretto. È solo marketing. La vita è un’altra cosa.

Angelo Zabaglio e Andrea Coffami

FACEBOOK, UN LIBRO DI FACCE /4

Iniziamo da un concetto lacaniano: noi siamo sintomo della società, a bagno nella struttura. Ergo, tutto ciò che siamo è sommatoria di input esterni, memi che si diffondono attraverso la grande maglia della comunicazione.

Con la Rete, ovviamente, i memi si diffondono ancor più velocemente, di solito per imitazione. L’imitazione di un comportamento porta alla diffusione del comportamento stesso, sia che si tratti di un aybabtu in engrish sia che si tratti d’un marchio.

Questa diffusione continua di memi in un regime di ipercomunicazione è destinata alla nuova tipologia antropologica umana, ossia soggetti molto empatici e – di conseguenza – molto emotivi (ritorniamo agli scripta che diventano verba), disposti a inebriarsi continuamente di suggestioni, a vibrare a ogni accenno di desiderio.

Questi “ipervibranti” sono il pubblico adatto al marketing – porno, viral o guerrilla che sia. Somigliano a una matassa di sensori che suonano a ogni cadere di foglia, cercano nelle scene decurtate al final cut refoli di sentimenti e di nuovi input, accorrono in massa nella piazza mediatica per far rimbalzare la palla su ogni muro bloggerico non appena i guerriglieri del marketing intessono un finto scoop per pubblicizzare qualcosa.

In Rete, siccome vige il fenomeno dell’autonomia e della virtualità, diventiamo tutti – volenti o nolenti – dei memi e, siccome la maggior parte dei memi di Internet è un ipervibrante, automaticamente si tende al fenomeno tipico del meme: la deriva memetica, ossia il cambiamento che il meme subisce rimbalzado qui e là. Sono pochi i memi a godere dell’inerzia, la maggior parte di modifica come una sfera di plastilina che cade da un balcone. Ecco come i gusti delle persone, ormai tramutate in memi, si adattano alle esigenze del mercato.

L’imitazione e l’emotività diffondono i memi, con un piccolo aiuto dai nostri geni, che a quanto pare funzionano come “sistema mirror”: impariamo a imitare ciò che ci sembra buono, non che lo debba necessariamente essere, basta che ci sembri tale, dunque tutto ciò che ha carisma riesce a farsi imitare, quindi a diffondersi sul diffusore di memi per eccellenza, Internet. Casi scolastici della psicomemetica: gli slogan, le figure meschine dei politici, i tormentoni, le canzoni, gli status symbol.

Gli ipervibranti vivono di tensioni desideranti, quindi il pornomarketing è l’ideale per far proiettare tale tensione dai corpi ai marchi degli oggetti circostanti: è tattica diffusa creare video porno amatoriali (i più cercati in rete) al solo scopo di rendere visibili alcuni marchi. Il pornomarketing (che va, appunto, dal porno casalingo all’ammiccamento di una ragazza mangiando un gelato) è la forma di viral marketing più efficiente e conosciuta, la più studiata dagli esperti del guerrilla marketing.

Costoro, ex o ancora militanti di gruppi underground sovversivi o anarco-insurrezionali o vattelappesca, attraverso l’inventiva sempre all’erta e la creatività immutata e sperticata dello squalo culturale, riescono a insinuarsi non senza genio degl’ipervibranti coi mezzi che abbiamo su menzionato. Anche i test di Internet, le banche date dei motori di ricerca, il numero di clic ricevuti da determinati articoli altro non sono che metodi per indicizzare i consumatori e capire dove battere.

Il sistema del guerrilla marketing sembra complesso e innovativo, ma è semplice e non particolarmente originale: in realtà si tratta di applicare il situazionismo al marketing, così come Guy Debord applicò il marxismo allo spettacolo (non sono forse forme di détournement entrambe?). Se si rapporta la loro opera nella piazza mediatica a quella dei situazionisti nelle piazze reali è possibile riscontrare numerose similitudini: l’idea dello spettacolo come rappresentazione della società e quindi l’idea di sopprimere la contemplazione dello stesso (la pubblicità in video è stantia), l’abilità nel creare “situazioni” mediatiche (i finti scoop), il superamento dell’arte in senso classico – accusata di sclerotizzare e reificare l’esperienza – per il recupero della vita vera (i situazionisti volevano quella fisica, qui ci sta bene anche la vita vera di Second Life).

Ma cosa rende questo metodo vincente? Perché il situazionismo non riuscì a interrompere il flusso ininterrotto dello spettacolo inebetente e il guerrilla marketing sì?

I guerriglieri sono riusciti nell’opera borgesiana di distruggere la fede del consumatore nel referente, di smontare le certezze di chi guarda un film o una foto o fa un test su FB, d’annullare il “discorso ininterrotto” che Debord denunciava ne La società dello spettacolo.

Per capire come hanno fatto dobbiamo ricordarci di quanto abbiamo già detto riguardo a Facebook: la differita della risposta. Mentre per i mezzi di comunicazione canonici c’è la necessità della presenza del ricevente (l’attenzione paranoica di cui si è già detto), nei sistemi più recenti della Rete la presenza del ricevente non dev’essere continua.

Con questa differita siamo all’aurora di un importante cambiamento: quello che finora è stato l’ipervibrante potrebbe trasformarsi nel nuovo tipo antropologico dell’“ipsoverso”.

Facendo per un momento riferimento alle ricerche di Mario Perniola, potremmo dire che il corpo dell’ipervibrante è un gomitolo di emozioni, che la sua vita si svolge in funzione di riti privi di miti (se esiste un rito, ma non un mito di riferimento, basta porre al posto di quest’ultimo una sequenza di marche a rotazione per ottenere una moda o una diffusione memetica) e che la sua conoscenza cerca ancora di arrivare a una meta (cioè il rassicurante pianerottolo di FB).

L’ipsoverso ha già fatto tesoro della crisi della dialettica, sa navigare abilmente in un mare di opposti e arriva all’accettazione dell’enigma insolvibile. Ha smesso di vibrare all’unisono col mondo fittizio dei media, perché niente in quel mondo è inequivocabile, ha preso a vagare in se stesso alla ricerca delle proprie pulsioni, le uniche che – in un mondo dove tutto è volatile e arbitrario – contino davvero qualcosa.

 

Antonio Romano

la centoventotto rossa

Non mi è successo nulla di eclatante, davvero. Non mi sono fatto crescere la barba né ho dato fuoco al materasso, ho continuato a dormire dallo stesso lato e messo a posto poco, come prima. Prendevo il caffè con lo zucchero di canna e ho continuato, tra l’altro mi ci ha abituato lei. L’unica cosa che ho fatto di nuovo è stato iniziare a guardarla, con il morale in attesa: la seguo, non mi vergogno a dirlo, se mi vede non importa. Mi metto di fronte alla finestra della sua classe con la macchina e guardo in su dal finestrino, al terzo piano. Fortuna che passeggia mentre spiega così ogni tanto la vedo passare; sfortuna quando invece è nell’altra classe, quella che dà sul cortile, e allora devo sgusciare tra le aiuole per arrivarci, tenendo la posizione rasente al muro altrimenti il bidello si accorge di me. Ha comprato una gonna nuova, una settimana fa, a righe rossa e verde, trama scozzese, lana pesante; la indossa quasi sempre con gli stivali e sembra più bassa, le si vede la metà delle cosce, tranne quando mette il cappotto, perché è lungo e non si vede niente, purtroppo. Fa l’insegnante di geografia in una scuola media, al mattino; al pomeriggio si occupa dell’archivio della biblioteca, ma lì non ci entro: è al pian terreno ed io mi siedo al bar di Alessandro, la guardo dal tavolo quattordici.

Gli chiedo di tenermi sempre il solito tavolino, dalle quattro alle sei e mezza. Bevo un caffè, poi un tè, a volte un succo di frutta, mangio un pezzo di torta; Alessandro è bravissimo con le torte e le crostate. Poi vado a casa. Mi metto a leggere o ad ascoltare la sua voce di quando cantava, spesso m’addormento.

Da quando ci siamo lasciati, se non la sogno, mi sveglio prima del solito.

 

Annie and I broke up.

 

Sapete quel film, è di un regista americano con gli occhiali, buffo, adesso non ricordo il nome, l’ho visto una volta: inizia con delle storielle, lui le racconta guardandomi in faccia e a un certo punto dice: Annie and I broke up. In quel punto lì, per come lo ha detto, io ho visto quello che mi sta capitando, la mia stessa rassegnazione. Lui non sa da dove sia partita la crepa e nemmeno io, in effetti. Siamo uguali, io e il tipo del film.

La mia Annie, chiamatela pure con un nome qualsiasi, fate voi, la mia Annie ieri sera l’ho vista con un tipo alto e biondo, uno di quelli che mi piacerebbero mai, con il colletto della polo tirato su e i pantaloni stirati dal verso giusto. È entrata nella sua macchina come se non fosse la prima volta, nemmeno la titubanza di guardare se c’erano cose da spostare dal sedile o dal tappetino. E ci stava giusta, come se l’ultima volta quel posto l’avesse occupato proprio lei; aveva lo spazio per accavallare le gambe e per mettere la sua borsa, quella nera con due tasche ai lati, quella che porta ovunque. Sono andati a cena in un bel posto, con le candele.

Li ho seguiti.

Annie diceva sempre di non volerci andare fuori a cena, quando tornavo a casa. Io non gliel’ho mai chiesto in verità, ma lei mi sembrava non ci volesse andare: la trovavo già seduta sul divano con le gambe di lato o forse no, erano sul tavolino, o forse non era il divano, era la camera da letto, no lei non è una che mette i piedi sul tavolino, né sul divano, con le parole crociate e gli occhiali, lei non è una che usa gli occhiali se non necessari, lei proprio non è una da cena fuori ecco: lo avevo capito subito. Quel tipo non ha proprio niente a che fare con lei.

Abbiamo fatto un patto, io e Alessandro: io gli ho detto tutto, così non pensa male e non mi fa troppe domande: lui mi fa stare seduto al bar, ma io non devo dare di matto: c’è il rischio, alla lunga.

 

 

Niente alcolici pesanti al pomeriggio.
Tutto qui?
Sì.
Mi sta bene, io bevo solo birra.
Nemmeno quella.
No, va bene. La birra la bevo solo se sono passate le dieci.

 

Lui si chiama Luigi. Lavora con un mio amico in banca, nella filiale all’angolo di casa nostra. Cioè: mia. Si devono essere incontrati lì, mentre io non c’ero. Io non mi occupavo mai del nostro conto in banca: era lei che faceva sempre tutto.

***

Questo è l’incipit de la centoventotto rossa, lo puoi anche ascoltare qui: è più divertente, lo leggo io, un sacco di gente dice che sono capace e secondo me è venuto bene.

È la prima volta che faccio un libro mio, non ho aneddoti e storielle divertenti: per ora la mia scrivania è il tavolo su cui ceno, sta in cucina vicino alle scatole e i miei muri sono bianchi, piove spesso dentro al ripostiglio di casa, che poi è vicino a dove scrivo e mangio, ma per fortuna non si rovina nulla e ogni tanto la tastiera del mio mac, che si chiama osvaldo, si inceppa.

Elena Marinelli

 

Condizioni d’uso – Lemmings

ARTISTA: Lemmings

COMPONENTI:

Ra-B: voce

Babysan: basso e voci

Foga: batteria

Frankieboy: chitarra

Luna: voce

Marcolettico: chitarra

TITOLO DEL DISCO: Lemmings

ANNO: 2009

ETICHETTA: La Grande Onda

DISTRIBUZIONE: Self

CONTATTI: www.myspace.com/thelemmings

TRACKLIST:

1. Pret à Porter

2. Non suono indie

3. C’è una scimmia tra noi

4. Tanz Bambolina

5. Mai

6. L’anima che tocchi

7. Passo e chiudo

8. Tu

9. Fino al limite

10. Democratica

CANZONE MIGLIORE: Non suono indie

Si vive una volta sola: è questo lo spirito dei Lemmings, che con il loro primo lavoro divertono ed avvertono che la musica underground non può e non deve essere sempre imprigionata in stereotipi limitanti e limitativi.

La loro immagine strafottente, iper-curata e “trash” (quanto ci piace questo termine), accentuata peraltro dalla presenza di due Donne esageratamente belle, sembra indisporre i cosiddetti alternativi, il cui primo pensiero è premere il grilletto del distorsore più potente in circolazione per annientare e disintegrare gli ascoltatori.

Quindi:

odiate le maglie a righe?

siete infastiditi dai musicisti che sorridono?

provate disgusto nell’ascoltare un suono curato?

credete che bere cocktail anzichè birra sia una mancanza di rispetto?

Allora i Lemmings non fanno proprio per voi.

P.S. questa band sa suonare divinamente, ma mi rendo conto che ciò non sia affatto rilevante.

Ilenia Volpe

Condizioni d’uso – ibrido_xN

ARTISTA:

Ibrido_xN

COMPONENTI:

Germano “J” Tasselli: voci, campionatori, chitarre

Andrea Lucidi: basso, synth bass, chitarre acustiche

Carlo Schiaroli: batteria, campionatori

TITOLO DEL DISCO: Policarbonato trasparente

TRACKLIST:

1. Io non voto
2. L’odio
3. L’allergico
4. Tutta colpa della regina
5. Nel buio
6. Ibrido

CANZONE MIGLIORE: Nel buio

Tra emo-zioni ormai perse, emo-rragie di suoni plastificati, io voto gli Ibrido x_N.
Ogni atomo di questo EP risplende, inebria, fino a divenire un prezioso brivido, quello che sempre più raramente si impossessa delle mie viscere quando ascolto musica.

La rabbiosa ironia di Io non voto è il manifesto di chi si ritrova a doversi tristemente arrendere davanti alla “prostituzione” della politica italiana, di un paese che depone il suo stivale per incappucciarsi, rosso, ma solo di vergogna.

E’ inquietante constatare che band come gli Ibrido_xN debbano ancora lottare per organizzare serate nei locali romani, tra un “quanta gente portate?” ed un “vi va bene come rimborso una cena ed una consumazione?”.

Non molto tempo fa mi è stato fatto notare che anche nel mondo “underground” troppa gente suona per vivere e non vive per suonare: io ribatto dicendo che all’estero i musicisti vengono finanziati, aiutati, perchè l’arte è considerata un bene culturale, probabilmente il modo più genuino per elevare lo sviluppo della razza umana.

Ed io, ogni volta che ascolto Policarbonato trasparente, mi rendo conto che la bellezza risiede nella semplicità, nella frenesia delle passioni, nei dolci risvegli, quando rapiti, legati, drogati ed ubriachi, apriamo gli occhi ed una luce confortante si accuccia accanto a noi, cullandoci “Nel buio”.

SITO UFFICIALE: www.ibridoxn.com
MYSPACE: www.myspace.com/ibridoxn

Ilenia Volpe