17 marzo 1944 (Un anniversario dell’Unità d’Italia)

In tema di Resistenza e Liberazione, vi proponiamo quest’oggi un racconto di Luca Rinarelli, mentre nella giornata di domani, 25 aprile, potrete leggere un estratto dal romanzo In territorio nemico, pubblicato recentemente da Minimum Fax.

17_03_44Scese le scale del condominio con le mani in tasca. Rapido, con la testa altrove. Al pianerottolo del secondo piano, urtò la signora Corio. Le due sporte di stoffa sporca, flosce a causa del razionamento, rotolarono verso il basso. Alberto si scusò, tentando di parare la salva di insulti in torinese stretto. La vecchia si chinò a raccogliere, illuminata dal cielo plumbeo che faceva capolino dalla finestra di uno dei balconcini razionalisti della scala.
Quando poggiò il piede sul marciapiede di via Pianfei, la maggior parte delle persiane delle Case Municipali erano chiuse. Qualche panno steso, due voci in qualche appartamento che stavano litigando. Il palazzo all’angolo con via Aquila era abbandonato. Come il giorno prima. Come ormai da un anno, sventrato dalle bombe. Leggi il resto dell’articolo

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La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 21

[Puntate precedenti]

Si racconta che prima di giunger nel bucolico rifugio, i fuggiaschi vagarono per diverso tempo fra rotatorie indifferenziate, chioschi di piadine e crescioni, e soprattutto su e giù per strade sterrate dove contadini increduli sorridevano al loro passaggio, mentre i cani rincorrevano le ruote ormai consumate della povera utilitaria. Essi approdarono al sicuro porto che ormai era calato il sole, mentre il rosso del tramonto colorava i vitigni già saccheggiati dall’avida mano dell’uomo. La Romagna, terra di bevitori e ballerini, accolse i poveri derelitti come meglio non si poteva, offrendo loro la pace e il silenzio di cui abbisognavano dopo tanto clamore, nonché un po’ di buio rassicurante che oscurasse la luce dei riflettori accesisi lungo tutta la dorsale dello stivale.

Casa del Cuculo è il nome del luogo ameno e incriminato, dove i cinque vennero accolti tra vassoi di lasagne al forno e bicchieri di vino rosso, prima di venir loro concesso un salone dal pavimento ricoperto di grossi tappeti, dove pare si riunirono in diversi ad ascoltare le loro deliranti parole, con le quali inveirono contro un paese che non dava più voce alle anime sensibili dei poeti e che piegava il potere della parola all’arte della menzogna.

Per tutta la serata si susseguirono anche altri eventi disseminati fra i campi, con contrabbassisti, cantautori, e chissà che altro ancora, perché tutt’intorno era buio pesto, e c’è chi potrebbe financo giurare d’aver visto dei satiri e dei fauni ballare, ma non son certo questi dei testimoni attendibili, per via di tutto il vino che tenevano in corpo.

Lo spasso durò però ben poco, appena il tempo di una notte passata in giacigli d’emergenza, nella promiscuità dei corpi, perché all’albeggiar del giorno dopo si udirono le sirene ululare per tutta la spianata e rincorrersi laddove il razionalismo aveva chiesto spazio alla storia *.

I cinque, con gli occhi ancora gonfi di sonno, raccolsero in fretta e furia le loro cose, mentre gatti sonnacchiosi gli si strusciavano addosso, e grida di bambini felici li accompagnavano in un addio consumato troppo velocemente.

A questo punto, mi scuserete se la narrazione tende al patetico, ma mi sembra giusto concedere un po’ di sentimento anche a queste anime così materialiste, che, nonostante il persistere dell’errore che ha viziato tutta la loro visione del mondo – vedere addirittura in un Presidente l’incarnazione del male assoluto – hanno senz’altro creduto nella loro opera, e con loro vi hanno creduto anche altre sparute persone, come questi villici dei colli romagnoli, che si prodigarono così bene nel coprire le tracce della loro fuga dal lasciare a bocca aperta gl’inquirenti.

Essi cercarono ovunque, tutto all’intorno, e s’impegnarono non poco nell’usare tutte le armi lecite della giustizia in divisa – in tempi in cui l’arma aveva carta bianca in certe operazioni – ma nonostante le intimidazioni e la cura del manganello, che non risparmiò neanche donne e bambini, non un solo indizio scappò dalla bocca di quei predicatori dell’arte e della natura, che avevano rifiutato le comodità della società capitalista per un rudere appoggiato in un pezzo di terra grassa.

La rabbia dei tutori dell’ordine fu tanta e tale che alcuni di essi cominciarono a sparar fra gli alberi, e il giorno dopo, fra la costernazione generale, nei bar dei paesi limitrofi si parlò di un’apertura anticipata della caccia, anche se non v’era ancora odore d’arrosti per l’aria.

Quel che è certo, fu il titolo di un noto giornale locale all’indomani:

Misteriosi spari nella notte: le parole corrono più veloci delle pallottole.

Simone Ghelli

* Intendo la città di Forlì, dove gli architetti di regime abbatterono le porte e le mura antiche per far spazio ai nuovi viali.

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 20

[leggi le puntate precedenti]

“Una biro… una penna biro!”, gridò qualcuno, e in quel grido si sentì tutta l’indignazione di un’epoca, che si credeva d’aver chiuso per sempre i conti col proprio passato. In un baleno sembrò che a niente fossero serviti anni di ricerca e d’investimenti nell’informatica e nelle telecomunicazioni, perché l’insondabilità del pensiero era ancora materia tutta da disquisire e per niente liquidata se si trovava ancora chi s’aggirava con certi attrezzi nelle tasche della giacca.

I cinque scribacchini, rimasti orfani di penna, ebbero la prontezza di riflessi adeguata per sfruttare quell’attimo di costernazione e darsi alla fuga, ma non senza aver prima bersagliato il Presidente d’una mitragliata di pallottole di carta piene d’ingiurie e di dileggio – contenuti che non posso ahimè trascrivervi, poiché secretati in qualità di prove schiaccianti che condannerebbero senz’appello l’ideologia malsana degl’imputati.

Lo stuolo dei consiglieri di varia natura – da quelli più strettamente politici a quelli estetici, fino ai più semplici portaborse – si prodigarono uniti nella corsa folle verso gli squinternati attentatori, che, muniti d’un navigatore satellitare con voce femminile, seppero però dileguarsi tra antenne e torracchioni. Alcuni testimoni nottambuli si sono divertiti a descrivere questa scorribanda notturna rimembrando le voci che si rincorrevano appresso all’eco della riproduzione meccanica dal timbro femminile, che a ogni svolta doveva pronunciare per ordine superiore – quello dei suoi circuiti elettrici – il nome della via imboccata, nonché il suggerimento per la prossima direzione: “Tra cento metri girare a sinistra”, “Alla rotatoria prendere la seconda a destra”, e via dicendo, tanto che se gl’inseguitori avessero avuto un po’ più di sale in zucca si sarebbero potuti organizzare per accerchiare il gruppo.

Il gioco a rimpiattino andò avanti per diverso tempo, e dopo pochi minuti si aggregarono anche le forze dell’ordine in pompa magna, ma, sembra incredibile a dirsi, i cinque scrittori – che per giustizia proporrei di definire d’ora in avanti anche ardimentosi – riuscirono a raggiungere indenni la propria auto e a sgommare sulla tangenziale.

Come fece un’utilitaria a combustione ecosostenibile a seminare i potenti cavalli dell’arma, questo resta un mistero insondabile a noi poveri esser umani, ma mentre i nostri guidavano verso Forlimpopoli – senz’altro ringalluzziti dalla bravata, e quindi rifocillati da una discreta dose d’adrenalina – in televisione si rincorrevano i comunicati allarmati del governo, e in tutti i telegiornali passava l’immagine del Presidente, costernato innanzi al sacrilego oggetto a punta, che gridava giustizia.

Gli scrittori precari, ignari del putiferio che si stava scatenando, ripararono in un rifugio imboscato tra i colli romagnoli, lontani dalle voci accalorate e sconcertate di tanti bravi connazionali che denunciavano una situazione politica ormai insostenibile, in cui l’opposizione cercava di ostacolare il governo con ogni mezzo, anche il più violento.

Tutti si chiesero chi fossero questi scribacchini dell’ultim’ora, e per informarsi presero d’assalto il loro blog, che fino ad allora aveva avuto più o meno lo stesso numero di frequentatori di un casolare abbandonato in campagna. Insomma, in un sol colpo essi avevano raggiunto ben due obiettivi, ma isolati com’erano non potettero godersene i frutti, se non tra i pochi loro compagni, che ancora credevano nella vita in comune e nella licenziosità dei costumi.

Simone Ghelli

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia continua il 15 marzo. Venite a scoprire cosa accadrà a questi scrittori precari che volevano rubare le parole al Presidente…

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 19

[Continua da qui]

I cinque, trovatisi alle strette, ripararono in fretta e in furia in un cono d’ombra – lo so, sembra davvero strana l’idea di una zona cieca nel regno del Grande Fratello, ma concedetemi almeno per una volta la scappatoia della licenza poetica. Essi dovettero rimanere così, acquattati e in silenzio, per diverso tempo, mentre il personale entrava e usciva in continuazione dall’enorme blocco in cemento, controllato a vista da accigliati energumeni in divisa d’ordinanza.

Di tanto in tanto, da quel loro punto di vista privilegiato, avranno pure adocchiato qualche celebrità con la scorta al seguito; magari, e c’è da sperarlo per loro, anche qualche bella attrice o ballerina mandata dalla provvidenza a sollecitare un po’ la loro vena poetica, inariditasi improvvisamente per via dell’emozione e della fifa: emozione d’esser finalmente giunti al tanto agognato traguardo, e fifa di non tenere il coraggio necessario a compiere la propria opera, a mettere insomma un punto finale alla storia.

Forse passarono solo pochi minuti, più probabilmente alcune ore, ma alla fine, finalmente, il Presidente passò; circondato, com’era lecito immaginarsi, da uno stuolo di assistenti, lecchini e buttafuori, che ruotavano intorno al suo corpo come falene catturate dalla luce d’una lampadina appesa al soffitto, che nella loro visione del mondo deve corrispondere pressappoco all’universo intero.

A questo punto la faccenda si complica ulteriormente, poiché i sedicenti scrittori si sono ingegnati di fornire ad arte una versione diversa ciascuno, sì da imbrogliare le carte nella speranza di farla franca – anche se, chi sostiene le loro idee, penserà che quello che io definisco opportunismo sia in realtà un invidiabile senso di solidarietà, animato da un raro spirito di lealtà in questi tempi dominati dall’arrivismo.

Quel che è certo, al di là delle sfumature, è che nel buio si alzò un braccio galeotto, dal quale partì un oggetto stretto e appuntito che compì un arco perfetto – non facile da disegnare, data la distanza, calcolata dagli esperti in balistica, di circa quattro metri dall’obbiettivo – prima di ricadere sulla testa del capro espiatorio.

Il verso prodotto agghiacciò i commilitoni circostanti, che mai avevano visto una tal maschera d’orrore sul volto del loro capo, di solito sempre così sprezzante del pericolo, e soprattutto del linguaggio altrui. Egli – e mi scuserete a questo punto per l’abbondanza degli elementi descritti, ma in mio aiuto viene niente meno che l’arsenale tecnologico presente in loco, ovvero le varie videocamere disseminate in tutta la zona –; egli, dicevo, si portò una mano alla tempia, ritraendo subito l’arto per verificare l’entità dei danni. La sua espressione, dapprima terrorizzata, si fece pian piano incredula, quindi stupita, infine estasiata, quando appurò la mancanza di qualsiasi traccia rossa sulle sue dita.

Nel frattempo, intorno a lui si era scatenato un incredibile parapiglia tra gli officianti per raccogliere l’oggetto dello scandalo, quello che sarebbe entrato di diritto tra i sacri cimeli del museo della democrazia perenne.

Ma nessuno tra i presenti avrebbe mai pensato che, tra tutti i possibili simboli, qualcuno avesse osato scagliare proprio quel simbolo contro la mente immacolata del Presidente…

Simone Ghelli

L’ind(s)ulto di Sanremo

Ci vuole davvero poca fantasia, come quella che da anni caratterizza ormai il festival della canzone italiana, ma a invertire l’ordine dei titoli delle tre canzoni finaliste emerge un concetto che ha dell’agghiacciante: Credimi ancora Italia, amore mio, per tutte le volte che

Insomma, se questo non è un inno all’indulto, quanto meno è un insulto all’intelligenza degli italiani. Visto l’approssimarsi del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, qualche mente geniale avrà pensato bene d’arrivare con la canzonetta laddove non è arrivato Garibaldi. Un’Italia che è anche un po’ facilona e romantica, se è vero che si lascia ingannare dalle lusinghe di un innamorato così timido d’averla abbandonata al primo pericolo: Ricordo quando ero bambino, viaggiavo con la fantasia, chiudevo gli occhi e immaginavo, di stringerla fra le mie braccia.

D’altronde è il popolo sovrano ad aver deciso, e quand’è così non c’è trippa per gatti, ovvero Carta canta, anche se quest’anno pare abbia vinto un altro, ma sempre dalla stessa trasmissione veniva.

E se basta Sanremo per ricucire gli strappi della storia, laddove il politico di turno non si sia già premunito di chitarrista al seguito al quale delegare la propria arte di paroliere, mi chiedo se per l’anno prossimo non sia il caso di comporre una canzone per ricordare i bei tempi del ventennio, ché così lo sdoganiamo una volta per tutte e la finiamo di vivere in un paese in cui non pompi un unico cuore, perché ciò che vogliamo è un paese più normale.

Simone Ghelli

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 12

Queste “bestie piacevoli da osservare”, come scrive la cronista precedentemente citata, costituiscono quindi un campione prelibato di questa generazione sciatta e deboluccia che sa darsi forza solo nel branco, come dimostra la moda di manifestare per le vie del centro, di mescolarsi per allungare il serpentone e bloccare la marea di onesti lavoratori nelle loro scatole di acciaio.

C’è poi da dire che il buono di quest’opera di gruppo, in cui si cercava di ricreare uno spirito d’altri tempi – quello delle lettere, e dello spirito da esse evocato – fu inquinato ben presto dal tarlo dell’ideologia, che prese la strada più dritta, quella dell’emulazione. Insomma, gli è che i cinque presero a prestito una personalità famosa ciascuno, forse per puro gioco, più probabilmente perché serviva loro a farsi forti di una sicurezza che non possedevan per natura – e che la pochezza dei loro lavori non contribuiva certo a edificare.

Quello che alle apparenze si presentava come il capo, condottiero di punta di questo astruso assortimento – forse perché proprietario dell’auto su cui viaggiavano, nonché vincitore in altezza e lunghezza dei piedi – si vantava d’esser l’erede di quell’Edmondo De Amicis di cui prese lo spirito socialista e l’attitudine da pedagogo. Egli si figurava insomma come buon maestro, anche se non ebbe meriti riconosciuti dall’Accademia della Crusca, come accadde invece per il suo illustre predecessore. Soprattutto, c’era nella sua scrittura questa tendenza a farsi carico di tutti i dolori del mondo, una dolenza che si tramutava però velocemente in indolenza: quella del lettore nei confronti di uno stile trombonesco e retorico, che bene incarnava la vera natura di lui e dei suoi compari, redenti salvatori di un mondo in cui non credevan più manco loro.

Insomma, più che usciti da un libro Cuore, i cinque si proponevano come l’ultimo boccone indigesto con cui avrebbe dovuto fare i conti un fegato appesantito: quello di un paese che aveva digerito robacce per decenni, e che ora che si apprestava a fare pulizia – di fannulloni e di criticoni – doveva difendersi dagli ultimi attacchi di un pensiero ormai esangue, alimentato da una manciata di globuli rossi come quelli di cui vi sto narrando le gesta.

Il peggiore tra questi, forse, era poi il toscanaccio dell’alta maremma, colui che si mise in testa di rifare il verso al Bianciardi. Era costui pervaso dall’idea di aver condotto una vita agra, per quanto fosse figlio unico e avesse potuto godere di tutto ciò che un uomo necessita, ma a volte certe menti sono così fervide da immaginarsi impedimenti anche laddove non vi sono, e la sua era certamente una di queste. Inutile aggiungere che il suo pensiero fu subito annebbiato alla vista di Milano, in senso più che altro metaforico, s’intende, poiché gli sembrò d’un tratto d’esser il protagonista del celebre romanzo di quel Luciano, che si augurava che “di qui sarebbe nata la solidarietà, di qui il modo della riscossa, un milione e mezzo di formiche umane da stringere e scatenare contro i torracchioni del centro, contro i padroni mori e timbergecchi, contro i loro critici tirapiedi, e fare piazza pulita d’ogni ingiustizia, d’ogni sporcizia, d’ogni nequizia”.

Con cotanto fervore egli riuscì a convincere gli altri, inizialmente scettici all’idea di sobbarcarsi un impegno sì gravoso; ma fu ben poca resistenza la loro, accecati com’erano dalla brama di successo. Soprattutto sollazzò loro il fatto di travasare l’opera nella vita, di portare insomma di peso l’immaginazione nella realtà, contraddicendo in parte le loro stesse intenzioni, che erano invece quelle di depurare la vita di tutta quella finzione che l’aveva resa tragicomica.

Simone Ghelli