Lettera aperta alla mia Nazione

spettabile Nazione,

ti scrivo per dirti che ormai non capisci più un tubo, ma stai tranquilla, siamo in due. Sospetto in realtà si sia molti di più, però, cara Nazione, non essendo in grado di saperlo con certezza, ti scrivo questa lettera aperta così magari la legge qualcuno che capisce più di me e mi spiega come sistemare le cose.
Ti scrivo avendo letto l’ennesimo intervento / articolo / intervista di stampo scientifico, anzi, di stampo “scientifico”, che dovrebbe spiegarmi con logica inoppugnabile perché sbaglio, perché ho sbagliato tutto e perché, probabilmente, continuerò a farlo.
Metaforicamente parlando, se la realtà fosse una formica, ho constatato ormai da molto tempo come questi tuoi illustri e assai ingegnosi figli siano bravissimi a dirmi di quali molecole è composta una formica, ad elencarmi i tipi di formiche attualmente presenti sulla terra, dividendoli per ecosistemi, e a descrivermi minuziosamente il ciclo vitale di una formica. Però questi tuoi illustri e assai ingegnosi figli, se gli mostro una formica, mi guardano stralunati: “che è?”; “una formica”; “ah davvero? Aspetta che prelevo un campione per controllare se è vero”. Spettabile Nazione, scusa se te lo dico, ma a me non la fai, pure se sono fesso. A te della realtà, delle narrazioni della realtà, della scienza, dei tubi, della logica, di Aristotele, della retorica, della poesia, dello stato sociale non te ne frega niente; come non te ne frega niente neanche del capitalismo, del liberismo, dello stato federale, del cemento, del verde, dei rifiuti, delle formiche, del cha cha cha e del quaquaraquà. Ma mica perché sei cattiva, no. Io ti vedo più che altro come il nonno con cui uno è cresciuto, e che ad un certo punto si scopre essere malato di Alzheimer; inizialmente sembrava solo diventato un po’ più eccentrico del solito, ma ad un certo punto diventa evidente che ha l’Alzheimer. Per cui ora, quando il nonno inizia a parlare che so, di Kant (il nonno era una scheggia, su certi argomenti), lì per lì lo stai pure ad ascoltare, perché Kant è Kant e fa sempre la sua porca figura. Però poi mentre parla il nonno si ferma e sbava, oppure si ferma e, come se niente fosse, inizia il discorso daccapo, come un cd che ripete all’infinito la stessa canzone; oppure salta di palo in frasca, da un argomento all’altro, come un concept album con la riproduzione casuale. Io nel secondo caso potrei pensare ad una nuova narrazione volta a superare Kant, ma se lo facessi sarei più scemo di mio nonno con l’Alzheimer (manco a dirlo, ci sono un sacco di nipoti convinti invece che il nonno non sia rincoglionito, ma metanarrativo).
Spettabile Nazione, un Baricco, per dire, ti fa male con questa storia dei barbari e del 2026, ma capisci, lui campa con la ricerca sull’Alzheimer: se si trova la cura, dovrà affrontare la disoccupazione, e non ci è abituato. Molto meglio campare in quell’ampia nicchia che separa un male curabile da uno trattabile. Non me la sento nemmeno di dargli torto, perché nessuno è realmente pronto ad affrontare la disoccupazione: l’importante, però, è che nessuno mi domandi mai di giustificare la mia paradigmatica idiosincrasia per i Baricco, altrimenti dovrei rispondere con aforismi improvvisati, del tipo “Omero era ispirato dalla Musa, Baricco dal commercialista”. Io non ho di questi problemi, per cui te lo dico chiaro e tondo, consapevole che, in pratica, sto urlando contro mio nonno con l’Alzheimer, quindi contro uno che manco mi ascolta; c’è caso anche che si faccia la pipì addosso mentre invado l’aria con una brillante metafora o un gustosissimo climax ascendente. Ma uno al nonno gli vuole bene, pure se c’ha l’Alzheimer, pure se è cachettico, perché fa parte della famiglia, della tradizione: da qui il mio ridicolo dramma umano, che non riesco ad evitare.
Tu, spettabile Nazione, nel migliore dei casi vivi nella convinzione che la logica di Aristotele basti ad afferrare il minimo comune denominatore che tiene la realtà sopra il baratro del nulla. Ma io so che è un’illusione.
Non è vero che se A=A allora A≠B. Un qualunque burocrate distrugge questo assunto di partenza almeno una volta al giorno. Faccio un esempio. Attualmente io sono un dottorando (un fannullone): per l’Università, che è un sotto insieme dello Stato Italiano, (molto sotto e poco insieme) io sono considerato un borsista, uno studente/borsista per la precisione, e non un lavoratore (un fannullone a norma di legge, per l’appunto). Per l’INPS, presso cui ho presentato documentazione affinché l’Università iniziasse ad erogare la borsa di studio, INPS che a sua volta è un sotto insieme dello Stato Italiano, io non sono uno studente-borsista, poiché l’INPS non contempla, nell’apposito modulo, la categoria studente-borsista. Per l’INPS dunque io sono un lavoratore a progetto. Quindi se A=studente-borsista e B=lavoratore a progetto, per Aristotele A=A, B=B, A≠B, per lo Stato Italiano A=B e Aristotele=nulla.
Oppure tu, spettabile Nazione, vivi nella convinzione che, poiché Aristotele=nulla, allora Aristotele è inutile, esticazzi Aristotele e chi per lui. Perciò balli sul Titanic che affonda, gasandoti come una totale idiota perché diventi sempre più brava a ballare. Ballare è una cosa pratica, Aristotele son chiacchere: “l’ignoranza è forza”, diceva qualcuno che manco sai chi sia, ma di cui però ti adorni. Appena provo a dirti che il Titanic sta per affondare, che è il caso di organizzarsi per calare in mare le scialuppe e provare a salvarsi, mi prendi a male parole perché, nella tua idiozia, auto inflitta, alimentata dai tuoi compagni di ballo, sei davvero convinta che, sotto sotto, chi parla di naufragi, scialuppe e salvezza invidi la tua bravura nel ballare. Oppure, mentre balli, te ne esci con un sofisma che riscuote gran plauso, chiedendo che ti venga dimostrato dialetticamente il pericolo di naufragio. Oppure tu non balli, ma vivi sul Titanic criticando con solidi argomenti quelli che ballano, e mentre mi danno e impreco per cercare ‘sta benedetta scialuppa, mi fai notare che ho sbagliato modo di parlare della scialuppa, per cui è naturale che poi chi balla continui a farlo. Io lì per lì, essendo in pericolo di vita, non trovo di meglio che mandarti affanculo, e allora tu sciorini una filippica incentrata sul mio fascismo. E, a fronte di tutto ciò, mi devo sentire un inetto perché non so remare da solo per l’oceano, e mi trovo come una sfigatissima Cassandra su una nave che affonda.
Tu, dunque, vivi e fai vivere nell’illusione che l’uomo si sia evoluto dalla scimmia: una visione naturalmente più sensata di quella creazionista, che ancora deve spiegare in quale giorno Dio abbia creato il Tirannosauro (tra la notte del terzo e l’alba del quarto?), ma una visione che dimentica un dato. Essersi evoluti dalla scimmia non significa essersene emancipati. E se una scimmia con in mano La Divina Commedia può far sorridere, una scimmia convinta di conoscere La Divina Commedia mi provoca paura e orrore. Perciò, spettabile Nazione, in attesa che qualcuno mi dia la soluzione, e mi spieghi come sistemare questi benedetti tubi che non capisco, ti lascio parafrasando il poeta:

sprofonda in questo tuo bel mare / vattene a morì ammazzata

Distinti saluti,
tuo affezionatissimo Matteo

P.S. Allego CV per la civiltà che prenderà il tuo posto*.
* (disponibile a lavorare anche part time)
Matteo Pascoletti

Trauma cronico – Appunti

Sono in ritardo mostruoso, in genere il pezzo per Trauma cronico sono solito scriverlo almeno un paio di giorni prima della domenica, lo carico sul blog e programmo la sua pubblicazione per la mezzanotte e un minuto. Questa volta no. Questa volta avevo buttato giù qualche appunto, delle riflessioni sull’omicidio di Brenda, sulla storiaccia della querela a Tabucchi da parte del presidente del Senato (colpirne uno per educarli tutti), oppure dell’inquietante caso Cosentino, avrei voluto parlare di queste cose e concludere con la bella notizia della decisione del giudice a sospendere l’ordinanza di sfratto a Frigolandia di cui vi ho parlato già qui e qui.

E invece sono nella mia stanza, mezzanotte passata da un po’, Zabaglio è appena andato via, era venuto un paio d’ore fa, dopo avermi telefonato per uscire ma io ero troppo stanco. Abbiamo mangiato un piatto di pasta col pomodoro e chiacchierato di tante cose. Abbiamo letto insieme il pezzo di Alex del primo tentativo di racconto collettivo che stiamo sperimentando noi precari, e poi il pezzo, fantastico, del Diario di bordo di Colle Val d’Elsa di Vanni Santoni. Già, perché con Scrittori precari non ci fermiamo mai. Venerdì scorso siamo stati all’università di Siena, in una splendida giornata letteraria in cui prima Wu Ming ha presentato Altai (di cui vi invito a leggere il resoconto qui) e poi Rovelli ha presentato Servi.

Nemmeno una settimana dopo, giovedì, eravamo a Colle Val d’Elsa. L’appuntamento con i ragazzi era per l’una e mezzo a casa mia, dove avremmo dovuto mangiare la frittata di maccheroni di Zabaglio e poi partire. La frittata fatta da Zabaglio era qualcosa di immangiabile, insipida, gommosa, insapore, dopo il primo morso ho desistito, eppure io non sono di quelli schizzinosi, mangio quasi tutto. Ma la frittata di Zabaglio era qualcosa di indescrivibile. Lo stesso Piccolino non è riuscito a buttarne giù più di due bocconi. Zabaglio non sa bere, non sa mangiare e non sa cucinare; lo amiamo anche per questo. Lo abbiamo preso in giro per l’intero viaggio, sgranocchiando risate incontenibili.

Siamo arrivati a Colle che era già buio, abbiamo parcheggiato e passeggiato fino a che non ci ha raggiunto Francesca, che ci ha scortato dapprima a depositare gli zaini, prendere un caffè rigenerante e una mezz’ora di relax a Villa Francesca, dove eravamo ospiti, e poi di lì al Teatro dei Varii dove ci aspettavano i registi, gli straordinari Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani. Quindi prove. Una pizza e del vino in teatro. Ancora prove. Poi tutti a Villa Francesca, dove.

Premo il tasto ffww – scorre la nottata insieme a Luca ed Angelo (Simone, arrivati a casa, si è messo nel fodero, ha letto qualche pagina di un libro, poi è crollato) e la notte, quindi eccoci al venerdì mattina. Si è trascorsa la mattinata tra la casa e il giardino, in completa rilassatezza e buon umore, poi si è andato a mangiare un paio di panini a qualche chilometro di distanza, quindi di nuovo a casa fino alla chiamata del Chimenti che ci dava appuntamento per le cinque e mezzo in teatro, dove si è fatta un’altra prova, e poi mentre si fumava sigarette fuori è arrivato pure Vanni. Rituale di baci, abbracci, sorrisi, poi via con la prova generale. Quindi ancora un’altra pizza, la birra, le sigarette, il caffè, il whisky, ed il teatro che si riempiva e s’era fatta l’ora.

Lo spettacolo si chiama proprio Trauma cronico. Appunti per un film in terra straniera. Quando Dimitri mi ha chiesto l’autorizzazione ad utilizzare per lo spettacolo il nome di questa rubrica, mi sono sentito molto orgoglioso di me stesso.

La performance è volata. Siamo andati alla grande, tutti bravi. I registi, due pazzi. Vanni è stato eccellente, come suo solito. Non vedo l’ora di leggere il suo prossimo romanzo.

Una serata eccezionale. Siamo partiti per il verso giusto in un’altra nuova magnifica avventura. Certo c’è ancora tanto da crescere e da lavorare, ma sono certo che se ne vedranno ancora delle belle. I lavori, d’altronde, non finiscono mai.

Vi saluto tutti, abbracciandovi, invitandovi a ritornare domani, lunedì, per il Diario di bordo della carovana errante di Scrittori precari con piacevolissimi contributi esterni, ma non vi dico altro. L’appuntamento è a domani.

Buona domenica

Gianluca Liguori

Diario di bordo – Prima di partire per un lungo viaggio

Roma, 22 settembre 2009. Mezzanote passata.

Le lancette dell’orologio hanno superato le dodici anche stanotte. Sono stanco e ancora non pienamente ristabilito dal raffreddamento o influenza che mi ha colpito, ma non ho sonno. Domani saremo a Firenze, pare che ci aspettino. Con noi ci saranno a leggere Vanni Santoni e Ilaria Giannini, ci potrebbe essere anche qualche altro ospite, ma non vi anticipo niente, dovrete venire lì, se Firenze vi è raggiungibile, oppure aspettare il prossimo appuntamento con il nostro diario. I ragazzi mica lo sanno che mi son messo a scrivere questo post. Non lo sapevo neanche io. È venuto fuori da sé. Avevo voglia di scrivere, e sebbene sia ancora a casa mia, mi sento in tour, questa avventura fantastica con questi giocolieri della parola, questi amici, questi scrittori.

Oggi ho stampato quelle due parti del romanzo di cui vi dicevo ieri. Magari gli darò una rilettura durante il viaggio, può darsi che proverò a sondare qualcosa, o forse no, forse meglio leggere… è inutile pensarci adesso, tanto poi decido sempre pochi minuti prima della lettura.

Dicevamo di domani sera, cioè stasera, è martedì, siamo al 22 di settembre, si entra nel vivo dell’azione. Firenze ci aspetta. Obiettivo libreria La Cité, Borgo San Frediano 20r.

Dovrei andare a dormire, ma qualcosa mi preme qui, seduto davanti a uno schermo sporco, a battere le mie dita sui tasti, freneticamente, per raccontarvi i giorni di un giovane scrittore precario.

Ieri siamo arrivati a Roma verso le cinque e mezzo del pomeriggio. Alex aveva preso un intercity prima delle dieci, aveva da lavorare a Roma. Zabaglio era sceso a Latina. Io e Ghelli, salutato Piccolino alla stazione, siamo ritornati a casa a piedi. Volevo fare due passi. Chiacchierare. Abbiamo fatto il punto della situazione. Eravamo arrivati sino a qui. Oltre venti reading da dicembre a luglio, con una risposta di pubblico inaspettata. Il ritorno con la maratona letteraria, una serata eccezionale con tanti pregevolissimi autori che si sono alternati con noi sul palchetto del Simposio. Ci ripenso e sono contento. Avrò qualcosa da raccontare. C’era mia sorella diciottenne quella sera, tra una settimana si trasferisce a Roma per l’università, era venuta a fare il test d’ingresso e si era trattenuta qualche giorno. Anche per assistere all’evento che aveva organizzato il suo fratellone. Sono emozioni vivissime. Era pochi giorni fa. Quando stava per andare via le ho fatto conoscere Armati, ha fatto una tesina sulla contestazione studentesca e mi aveva chiesto qualche libro, tra i vari le avevo prestato Cuori Rossi, da cui aveva “appreso numerose notizie interessanti qua e là”. Mia sorella ha detto a Cristiano che il suo libro gli era stato utile perché “c’erano storie che sui libri di scuola non si trovavano”.

Qualche sera prima, a casa di Zabaglio, lui, una sua amica, mia sorella e il suo fidanzatino, io, la mia ragazza e Luca Piccolino, tutti insieme abbiamo piegato e spillato i libricini autoprodotti che portiamo in tour e che vendiamo ai reading ad un 1 euro per finanziare il nostro viaggio. Ad un tratto, potevano mancare venti alle undici, bussano alla porta. L’inquilino del piano di sotto era infastidito dal rumore della spillatrice. Aveva chiesto cosa stavamo facendo.

Alla maratona, considerata tutta la gente che è passata, non è che se ne siano venduti poi così tanti. Pensavo di più. Napoli invece ha risposto ben oltre le aspettative. Dovremmo arrivare agevolmente a Firenze e Bologna. Vi faremo sapere.

Che altro dirvi? Che forse sia giunta ora di andare a dormire che domani (cioè oggi, dopo il sonno) si parte? Vi ho detto che oggi mi ha chiamato Matteo Castagna per Radio Popolare Network Carrara e ho parlato di Scrittori precari? E ancora che ci sono diverse possibilità di altri reading? Insomma, pare che non ci sia un attimo da perdere e tante strade da percorrere. Siamo pronti. Ora vado davvero. Per coloro che sono nei pressi di Firenze, l’appuntamento è alla LibreriaCafé La Cité, in Borgo San Frediano 20r. Vi aspettiamo.

Sono molto contento. Io a Firenze ci sono stato solo una volta per due ore, di notte. Avevo vent’anni o giù di lì. È passato tanto tempo. O forse pochi anni, ma come se vite su vite mi abbiano vissuto.

È passato tanto tempo. Piccolino e Magini si incontreranno nuovamente dopo tanto. Era il periodo di Mostro e Rizoma, roba di nicchia. Io ero ancora sbarbatello.

Saluti e baci a tutti, ci si becca in giro.

Gianluca Liguori

Precari all’erta! – 2010: la crisi sta finendo!

La crisi sta finendo. Adesso è ufficiale, stanno passando i dati in diretta tv. E’ prevista una ripresa dei consumi e dell’occupazione. Si parla della possibilità di allungare i contratti di lavoro da 3 a 4 mesi. Gl’insegnanti precari potranno finalmente tirare una boccata d’aria. Quelli di storia troveranno forse il tempo di arrivare oltre il Sacro Romano Impero, nelle lezioni d’italiano si potrà magari accennare alla Vita Nova di Dante, mentre in matematica s’imparerà anche la tabellina del nove. Nelle Università il 4×3 sostituirà il 3+2. Non si dovrà più ragionare in prospettiva futura, bensì aggiornare annualmente le proprie aspettative nell’apposita graduatoria denominata “Indice dei sogni e dei bisogni”. E’ questa la ricetta per uscire definitivamente dalla crisi.

Daniela spegne la televisione. Sai che gliene importa a lei, mica le cambia qualcosa. Anzi, che almeno tre mesi erano più veloci di quattro a passare, e l’illusione di trovare qualcosa di meglio del call center in cui lavora da due anni poteva sembrare più credibile. Adesso invece dovrà anche fingere di esser più contenta. Già se l’immagina i sorrisi di sua madre e le pacche di suo padre: vedi figliola che non bisogna mai disperare? Magari ricominceranno pure con la storia della famiglia, che almeno negli ultimi mesi l’avevano lasciata un po’ in pace. Si erano insomma abituati anche loro all’idea di averci una bambocciona a vita tra le mura di casa, una sorta di mutuo senza scadenza con tasso variabile tendente costantemente al peggio. A pensarci bene, nell’epoca dei subprime una figlia del genere non è neanche malaccio come investimento, ché almeno a fine mese 500 euro riesce a portarli a casa. Non c’avrebbe scommesso una lira, ma alla fine ha imparato anche a fare la venditrice, alla faccia dell’anima pura delle belle lettere! Se almeno si decidesse a fare domanda per partecipare a uno di quei giochi a premi con le domande difficili, potrebbe mettere a frutto un po’ di quella cultura che s’è fatta con tanti sacrifici. Suo padre glielo ripete in continuazione, tra uno stacco di coscia e una pubblicità di detersivi, che quello è il lavoro ideale per chi ha una laurea debole come la sua. E’ vero, anche se non si libererebbe comunque di quelle maledette cuffie, ma almeno cambierebbe argomento una volta tanto. A forza d’imparare a memoria i costi e le offerte delle compagnie di telefono, finirà altrimenti col dimenticarsi di tutta quella storia e filosofia di cui s’era perdutamente innamorata.

Per dare il buon esempio suo padre si è già sintonizzato sul suo programma preferito, dove i concorrenti si preparano ad affrontare la prima prova. In palio ci sono fino a 500000 euro. Per chi ha voglia di sensazioni più forti c’è anche la lotteria nazionale, che ha ormai superato il jackpot di dieci milioni di euro e di cui si parla in ogni edizione serale del tg. Daniela non ci ha mai giocato, col suo stipendio non può permettersi di regalare alle ricevitorie dieci euro a settimana. Neanche adesso che avrà un mese in più. Mica le danno l’aumento per quello. Serve solo a far aumentare l’indice di occupazione, a far mangiare un po’ di più quelli che governano, ché per lei il menù resterà sempre lo stesso. Ma di queste cose con i suoi non ne può parlare, perché le ripeterebbero che nella vita basta la salute e il resto vien da sé. Peccato che lei c’abbia messo appena due anni per mangiarsi il fegato dalla rabbia, e ora quella le sta intaccando pure lo stomaco, perché la rabbia è ingorda e vuole sempre qualcosa da mangiare.

Il trillo del cellulare distoglie Daniela dai suoi pensieri accaniti. E’ l’ufficio del personale che la informa del prolungamento del contratto. Come? Se è contenta per il mese in più? Sa dove può infilarselo quel mese?!

Dall’altra parte il segnale di occupato la informa che l’ultima frase è caduta nel vuoto.

Anche per stasera il vincitore non è riuscito a portarsi a casa la ricca portata. Ha sbagliato l’ultima risposta, proprio sul più bello, ma potrà sempre riprovarci domani sera.

Ci vuole più ottimismo, lo dice anche il tg.

Simone Ghelli

Precari all’erta! – Una terra promessa…

Vorrei fare alcune precisazioni riguardo alla mia iniziale provocazione sul tema “restare o partire?”. Si tratta di alcune riflessioni nate in seguito alla lettura dei tanti commenti alle varie note apparse su facebook, grazie alle quali il dibattito si è trasferito sull’inserto domenicale de Il Sole 24 ore prima e su Carmilla dopo.

Innanzitutto vorrei precisare che la mia intenzione di restare non è legata a un sentimento di patriottismo, ma si fonda sul presupposto che è a partire dal territorio su cui vivo quotidianamente (sul luogo di lavoro, per strada, negli spazi culturali più o meno ufficiali) che devo impegnarmi per migliorare le cose. È ovvio che mi ritrovi dunque a parlare del “sistema Italia”, e che mi debba confrontare con le logiche di quel sistema, altrimenti me ne sarei già andato e non mi porrei il problema in questi termini.

Una seconda precisazione, che mi sembrava già esplicita nei miei interventi: ritengo fuorviante metterla sul piano del coraggio. Non si tratta di una gara a chi è più eroe. Partire e restare sono due scelte opposte, eppure legate a uno stesso malessere, e questo è un valido motivo per ragionare senza porsi paletti o confini, magari creando una piattaforma comune dove poter confrontare le diverse esperienze. Precisato ciò, nelle guerre tra poveri siamo tutti un po’ eroi e un po’ fessi allo stesso tempo.

E qui veniamo al terzo punto, il più importante, quello di cui ho già parlato nel post precedente: cosa fare nella pratica? Una cosa che ho notato nei commenti, e che deriva dall’effetto “cascata” di internet (dove con facilità si possono spostare i confini di una discussione per allargarla all’infinito), è un malcontento diffuso, figlio forse dell’impossibilità di trovare delle cause ben definite della situazione attuale. Si parla naturalmente di responsabilità politiche (di destra e di sinistra), dei media, di una sorta di attitudine congenita degli italiani a lasciar fare, per non parlare di una serie di valori condivisi dalla maggioranza (ad esempio un certo maschilismo dilagante che l’ha fatta da padrone in quest’estate di “scandali rosa”) ma invisi a chi in questo dibattito è intervenuto. Questo per dire che prima del cosa fare, bisognerebbe forse chiedersi chi e quanti siamo, contarsi insomma.  La mia idea, col rischio di ripetermi, è che siamo in tanti ma sembriamo pochi, proprio perché parcellizzati in una serie di iniziative individuali che, se hanno il merito di dimostrare una forma di resistenza, corrono d’altro canto il rischio di rimanere isolate e di non offrire reali alternative. Alla resa dei conti siamo quindi una minoranza (o almeno è così che appariamo dinanzi all’opinione pubblica) ed è da questo presupposto che dovremmo partire.

La sinergia createsi in pochi giorni sul web è un esempio concreto di come possiamo muoverci, di come la rete possa scavalcare certe mediazioni tipiche di altri strumenti e offrirsi come possibile piattaforma di lavoro.

Proprio come dovrebbe accadere entro pochi giorni, con un nuovo blog dedicato al “precariato intellettuale” (scuola, università, editoria, etc), di cui ospiteremo un contributo.

E per concludere, vorrei prendere a prestito una frase estrapolata da un commento di Laura su Clobosfera, e che mi piacerebbe prendere come motto da tenere sempre a mente: “Non lavorate gratis per le università, lavorate gratis per la comunità, che vuol dire per voi stessi”.

Capito, cari i miei precari? Perciò state all’erta!

Simone Ghelli

Precari all’erta! – Resistere o reagire?

L’intervento della settimana scorsa ha dato vita a una serie di risposte che si sono sviluppate su facebook e su alcuni blog, ad esempio su Clobosfera e su Vaghe stelle dell’Orsa .

Si tratta di un effetto di non poco conto, che dimostra l’importanza e l’impellenza del problema sollevato, ma che ha generato tutta una serie di riflessioni ad esso collegate che in alcuni casi rischiano di creare un po’ di confusione.

Si è parlato di fuga di cervelli all’estero, di artisti e intellettuali incompresi, della nostra tradizione di migranti, ma un punto mi ha colpito più di tutti: la mancata reazione da parte di un paio di generazioni (tra cui la mia) alle quali le ultime classi dirigenti hanno praticamente rubato il futuro. E’ la generazione che usiamo definire dei precari, di chi si è ritrovato con la laurea in tasca (e a volte anche il dottorato) a dover scegliere tra la fuga verso un paese migliore e la prospettiva di rimanere in Italia a fare il primo lavoro che capita, che spesso non ha niente a che vedere con l’istruzione acquisita e le esperienze precedentemente maturate.

Ciò che balza subito agli occhi è un senso diffuso d’insoddisfazione, che però molto raramente produce prese di posizione o azioni atte a modificare la situazione esistente.

Tanto per fare un esempio, chiunque può andare sui siti delle varie università italiane e constatare che continuano a fioccare i cosiddetti insegnamenti a contratto, molto spesso gratuiti o con un corrispettivo di poche centinaia di euro. Bisognerebbe avere la forza di dire di no a simili proposte, che sono dei veri e propri ricatti propinati con l’illusione di poter costituire un accesso privilegiato ad altre posizione. Bisognerebbe poter dire di no, ma i più accettano perché non ci sono alternative, e per qualcuno pronto a dire di no ci sarà sempre una nutrita fila di altri pronti ad accettare, così come ormai accettiamo la prassi del master e dello stage dopo la laurea, con la conseguente prospettiva di non entrare effettivamente nel mondo del lavoro (quello che ti paga e ti permette di costruirti qualcosa di tuo) prima dei 30 anni.

Eppure, a ben vedere, di questa generazione precaria se ne è parlato e se ne parla non solo in internet, ma anche tra le pagine dei libri o nelle immagini di alcuni film e documentari nostrani. Insomma, non è certo l’informazione a mancare, quanto piuttosto una presa di coscienza collettiva, una reazione che non si limiti all’indignazione individuale. Ciò che appare anomalo è l’anaffettività generalizzata che caratterizza il nostro paese da almeno un ventennio, e che è il frutto di più cause convergenti che hanno avuto l’effetto di allontanare le nuove generazioni dalla sfera del politico. Un allontanamento che si è tradotto da un lato in totale insofferenza e disaffezione verso la politica, dall’altro in un’adesione passiva al sistema della delega (sistema rafforzato dalla complicità di gran parte degli organi d’informazione). Il risultato è che l’Italia è diventata oggi un “paese per vecchi”, e di conseguenza disinteressata a coltivare un qualsivoglia interesse per la ricerca, l’istruzione o la cultura.

Una minoranza, quella dei precari, che per resistere deve trovare nuovi modi di organizzazione e di trasmissione del sapere e delle competenze acquisite nel corso degli anni. Il dibattito in rete può essere un buon inizio, ma è necessario che esso prenda corpo nelle azioni di tutti i giorni, che non si fermi insomma allo sproloquio.

E’ soltanto attraverso l’individuazione di un terreno comune che la resistenza (di chi ha deciso di rimanere) può trasformarsi in reazione, nella creazione di un’alternativa a un sistema in cui, nel migliore dei casi, possiamo sperare di sopravvivere tra mille rimpianti.

Simone Ghelli