Gli strani (seconda parte)

Il citofono suona, trema epilettico.

Nessun movimento, dentro. Elena la osserva, ha il volto poggiato sull’imbottitura del bracciolo, il corpo storto, le gambe su di lei, abbandonate.

«Come faccio a sapere se c’è del pericolo, quelli-là non escono!»

La voce, sempre la stessa, viscida e inutilmente martellante: «Ho sentito le urla, le dico che ho sentito, sono sicuro!» Poi un brusio informe, instabile nel suo incedere oltre il perimetro della finestra. Il piccolo complesso di case rurali semi abitabili è isolato, costa poco, e una volta a settimana suppergiù il vecchio fa il suo teatrino. Funziona così. Le due donne si sono abituate in fretta. E con loro tutti gli altri.
Lei sbatte gli occhi, ha meno paura. Potrebbe muoversi (fare qualcosa, qualsiasi cosa) ma non adesso che – come ogni notte – è tempo di cedere, lasciarsi coccolare dalla coperta rassicurante dell’oscurità e sentirla respirare accanto. Elena le si acciambella su un fianco mentre l’odore di disinfettante evapora assieme al liquido verde. Sorride morbida, Elena.
Buio in casa.
Buio dentro.
Buio che restituisce asincronie.

Finalmente silenzio. Il sorriso si fa enorme, infinito, le spacca la faccia, due fette di melone maturo. Elena Sorrentini ha superato i cinquanta l’anno scorso. Ma in testa aveva pesanti file di parole da prima. Prima del (muti)lamento (termine medico ricorrente: esaurimento). Ed è stata una scelta semplice, la migliore. Farsi spazio dove pareva non esserci, affittare stanze dimenticate e smettere vestiti scomodi, destabilizzanti. Rinunciare al vivere agonizzante per qualcos’altro che è e non è (vita, morte, respirare, stare, andare, fa davvero tanta differenza?). Non si curano le ferite con chi sa – deve essere – normale, bollino certifica superfici. Non si cura niente se le spiegazioni si accoccolano sulle spalle spezzandole, se ci sono linee rette da percorrere in punta di piedi seguendo ritmi ciechi, parole da ripetere dentro riti manichini. Le ferite non guariscono, si infettano coi gesti che impongono la precisione del becchino mentre prepara un cadavere. Elena Sorrentini in altri secoli l’avrebbero rinchiusa. Peccato non si possa più, ha detto suo figlio Giacomo. Il giorno dopo se n’è andata.

Ora Elena si sente (e sente lei).

Quando il giorno muore e il buio ingoia gli altri. Gli-altri-tutti spariscono. Smettono qualsiasi cosa credono, vogliono, cercano di non essere.
I corpi tiepidi restano, si annusano, uniscono curve e spigoli. Assaporano ematomi e baciano ferite. Leccano umori e brividi.
Chiude gli occhi Elena, e lei prende ad aggrovigliarle i capelli corti. Sono nodi piccoli, miniature. Stretti abbastanza da restare. I polpastrelli le sfiorano la cute, carezze lontane, becchi svelti dalle unghie rotte.

Gli strani sono pericolosi, Tonino si strofina i dorsi delle mani, una zanzara lo ha pizzicato a tradimento poco prima, mentre seduto fuori fissava la finestra e pensava. Gli strani non hanno senso, legami né genere. Vanno e vengono. Più facilmente sono donne però, e si stropiccia gli occhi arrossati mentre tenta di reggersi in piedi senza barcollare. Figurarsi, pensa e ridacchia. Afferra la sedia artigliando la testata bucata e si avvia dentro casa. Figurarsi, le donne sono tutte un po’ matte.

E il cane, con le sue gambe storte e corte, aspetta paziente che il padrone chiuda la porta, spenga la luce esterna – solo allora – avvolto dal tepore, abbandona il corpo, la ghiaia gli pizzica lo stomaco ma è già umida, pronta per affondare nelle acque torpide della notte. Cede, il muso crolla sulle zampe anteriori, gli occhi si abbassano. Sputo attacca! è appena un bisbiglio rapito dal vento. Il cane sbuffa, scaccia una zanzara attirata dal suo naso liquido, si sposta allungando membra e arti. Aspetta. C’è ancora rumore sopra di lui, il padrone urla e ringhia ma è lento, arranca tra percorsi rituali, routine artritica. Un ultimo tonfo. Tutto si ferma. Sputo alza una palpebra, sottile fessura che perlustra. Notte densa, consistente. Pace. Il mondo incomprensibile si è spento. Sono tutti uguali, Sputo lo sa, i padroni sono tutti uguali. Mentre dimentica, cede alla stanchezza, si aspetta che domani non ci sia più nessuno. Che quell’affanno dipinto sulle facce sparisca, annulli tratti e sagome. Ne sente la puzza in continuazione, carcasse decomposte ovunque. Ricomincia sempre, però, ogni sole nuovo. Chi-è-cosa, sfugge al suo fiuto. Sono sensi che non conosce, lui vive di carne, sente carne, cerca carne. Ama, carne. Per Sputo si è. Il resto, non gli spetta. Non ce li ha, certi problemi.
Con la bocca piena di bava si addormenta.

E sogna.
Felice.

 

La vita è una,

questa, quella.

Qualcosa che arriva,

decisa o indecisa (sarà poi così necessario distinguere?)
La vita non aspetta. È.
E noi siamo. Unici. Soli.
(Sempre soli).
Con o senza corpi e voci,

con o senza affetti, mura o scadenze.
Soli, bene o male che vada.
Soli, sani e malati.
Soli morendo.

Come e cosa decidiamo,

sta tutto nei palmi.
In ciò che resta, lascia tracce.

O magari è solo uno sparire

sepolti da strati friabili

tra apparenze schizzate,

e folli amori.

Barbara Gozzi

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Gli strani (prima parte)

[a mio nonno Ermanno,

che ha fatto in tempo a mostrarmi al sbrègh

solo che io ho iniziato a guardarlo molti anni dopo,

lo strappo delle cose, della gente. Il mio.]

 

 

Non dirmi cosa devo essere.
(Perché dovrei? Tu non lo sai, io nemmeno. O sì?).

Stavolta le urla si sentono dal cortile.
Gli strani ricominciano, pensa Tonino, nato nel trentacinque, vedovo da una decina d’anni, e con due figlie altrove. L’aria è tiepida, il sole brucia già ma l’estate è lontana. La campagna attorno tace, aspetta. La terra aspetta l’arsura, le lucciole sono pronte a danzare per la luna, attendono tra erba e cespugli selvatici, qualche notte scivolano dai nascondigli precari ma sono apparizioni brevi, fughe. È presto, c’è tempo, pensa Tonino, c’è sempre tempo.

(Ti trema un labbro).
A te di più, sei ridicola.

Gli strani ne inventano una al giorno, non sono capaci di vivere come gli altri, di fare i normali. Tonino mordicchia uno stuzzicadenti, se lo passa da un lato della bocca all’altro, coi denti spezzati stringe appena, la lingua ne sfiora l’estremità interna in un’operazione ripetuta con precisione chirurgica. Gli strani potevano anche cercarsi un posto adatto. Perrrdio. Adatto a quelli come loro.
Silenzio improvviso. Eppure la finestra è ancora aperta, spalancata in quel modo che spezza l’ordine. Uno scuro agganciato, l’altro no. Hanno una sola finestra, gli strani. Stanno in un bilocale al secondo piano che chissà quant’è grande davvero. Ma quelli se ne fregano. Sono sempre pieni di gente che va e viene. Molte donne. Tonino sputa lo stuzzicadenti. Anche belle, quelle con i seni pieni, sodi che si muovono invitando sguardi e polpastrelli mentre salgono la vecchia scala esterna. Certe labbra, enormi, gli smuovono qualcosa, fastidio e istintiva erezione, Tonino non cede quasi mai, distoglie lo sguardo e impreca.

L’aria scivola attraverso le stanze, due appena, abbastanza per flessioni di pulviscolo e polvere. Entra, l’aria, striscia fluida sul pavimento macchiato, passa tra i mattoni mal intonacati e qualche mobile spaiato.
Gli occhi le sono diventati enormi, ha pianto.
La porta d’ingresso cigola, un rumore acuto in entrata, un altro più goffo, sordo, verso l’esterno.
Il volto arrossato di Elena Sorrentini sbuca oltre lo stipite del bagno. Sorride alle piastrelle con qualche crepa che ramifica nell’angolo doccia. Sorride e basta mentre lei si passa le mani tra i capelli, le ciocche scure le ricadono davanti agli occhi, ammassi stupidamente sgonfi. La prende per mano, Elena, e la sposta dal lavabo. Non dice niente, non lo fa mai. Entra, esce, mima emozioni con i muscoli facciali. Nell’altra stanza prende a disinfettarle le dita piene di sangue grumoso, quasi secco.

«Si saranno mica fatti del male, loro là?» E mentre lo dice, il vecchio Tonino ha un guizzo. La mente si riempie di caratteri alfanumerici. Polizia. Carabinieri. Pronto Soccorso. Vigili. Il cognato dei Terzani che lavora in tribunale. Non si sai mai con quelli-là. L’aria odora di erba bagnata. La finestra è ancora silenziosa e disordinata.

Non dirmi cosa devo fare.
Elena alza gli occhi, inginocchiata davanti a lei, le passa lentamente ciuffi di cotone morbido, glielo fa scivolare tra la pelle e le unghie, strofina lentamente.
Non dirmi chi sono, hai capito?
Elena annuisce e riprende a disinfettare ma lei, con un colpo svelto della mano destra butta per terra la bottiglia verde pisello. La croce rossa stampata sull’esterno della bottiglia rotola, il liquido denso corre seguendo mappature scavate da tempo e modi nel pavimento.

Si appoggiano sul divano sfilacciato. La bottiglia resta dove si è fermata, da sola, oltre i piedi gonfi del divano. Le due donne fissano l’inconsistenza della parete. Inizia a imbrunire. Uno scuro sbatte, quello non fissato. «Non-nnn-no io chiamo qualcuno,» sta urlando il vecchio di sotto, «qui non si può andare avanti così te lo dico io!» Le parole rimbombano, si schiantano contro il vetro dello specchio, in bagno. Vetro crepato, fratturato verso sinistra a formare una ragnatela imperfetta, triangoli deformi. Gli stessi che volevano decidere per lei. E non le piace, la faccia che vede mutilata, graffiata talmente a fondo da spezzarne i perimetri.
Ha paura. Il più delle volte.
Elena anche.
Una parla solo con se stessa.
L’altra non parla affatto.
Ma c’è qualcosa, quando il cielo si inscurisce, e restano avvolte dalla patina di buio familiare, lo stesso buio che penetra nei loro corpi di giorno e le avvelena entrambe (peccato che gli altri, quelli fuori, non sanno, non sentono. Figuriamoci se possono capire. Capire è una parola importante. Pesante).

C’è qualcosa nella vicinanza, tra mani che si sfiorano, carni strette tanto da sentire le vene pulsare, rombare sopra ogni cosa. C’è che riconoscono lo stesso piano oscillante su cui galleggiano, rullo compressore, martello pneumatico, otto volante. C’è un linguaggio automaticamente comprensibile nel dire-non dire che è non detto-nel detto.

Allora, così, lì, smette il male. Di fare male. Comunque sia, chiunque sia, cosa sia, poco importa. Smette. Diventa nitido, perfetto negli incastri che non si spiegano.

Barbara Gozzi