Confessioni qualunque – 13

[Ricordiamo ai lettori che Confessioni qualunque, la rubrica curata dai ragazzi di In Abiti Succinti, è aperta a chi voglia scrivere una confessione. Fatelo anche voi! Svisceratevi! E poi inviate i vostri racconti.]

#13 – Simonetta

di Linda Caglioni

Che resti tra noi.
Ha detto che è stato un lavoro lungo, il figlio di puttana; due settimane prima invece aveva detto che c’era traffico.

“Ma lo sai, fragolina mia, mica posso mettere le ali alla macchina”. Certo, come no. Ha buttato la cassetta degli attrezzi nello sgabuzzino, ha accarezzato Darwin di sfuggita e poi si è rifugiato in bagno. Niente di strano, a prima vista. Ma io non sono scema. È uscito dopo 13 minuti. Forse sembro, però non sono scema. Sapete quante cose si possono fare, quante tracce si possono eliminare, in 13 minuti? Sono entrata subito dopo e non c’era neanche un odore. Né buono, né cattivo. Né neutro. Li ha eliminati apposta per non farmi insospettire. Ma io l’ho capito, ve l’ho detto che non sono scema. L’ho visto come guardava quella, la nostra nuova vicina, la terrona. A me queste cose non sfuggono. Ha iniziato a fare il simpaticone, ha attaccato col discorso delle origini Leggi il resto dell’articolo

Non c’è pietà

Il Policlinico non è un buon posto in questa stagione. Fa caldo e l’aria condizionata dove c’è non funziona. Nelle camere si sta in sei, otto pazienti.

Il vecchio al mio fianco l’hanno ricoverato un paio di giorni prima di me, per via di un’ ulcera perforata che, a quanto pare, gli ha fatto passare un bruttissimo quarto d’ora.

Oggi è il mio giorno. Finalmente mi operano.

Il mio ventre è fatto male, così ha detto il medico. Una malformazione congenita mi porta a possedere la parte superiore dello stomaco al di sopra del diaframma anziché sotto, dove dovrebbe invece essere.

Basta con la pancia che brucia come un tizzone. Basta con i reflussi gastrici in piena notte e con i farmaci da prendere ogni giorno. Basta. Ma serve operarsi. Un bel taglio e due, tre ore di qualcosa che l’anestesia non mi farà vedere.

Oggi cominciano i mondiali di calcio. Durante la partita inaugurale, Sud Africa-Messico sarò ancora sotto ai ferri. Probabilmente sarò già abbastanza in sentimenti alla sera, per Francia-Uruguay.

Questa storia dei mondiali è proprio una botta di culo. Sai che palle, in questa corsia di ospedale a sentire le lamentele di anziani che stanno tutto il giorno a vedere Forum e altre insopportabili trasmissioni, sembrano non sentire il caldo e si ostinano a chiudere le finestre. Sono qui da due giorni e già non ne posso più.

Tre partite al giorno fanno in tutto sei ore di pura e onesta evasione sportiva. L’unico punto di contatto che possa trovarsi tra me e la geriatria che abita la mia stanza.

L’anestesista mi dice di contare fino a dieci, dopo avermi fatto un’iniezione al braccio. Arrivo a quattro e cado in un sonno senza sogni. Buio.

Luce. Mia madre, mio padre, mio fratello e Vanessa che mi guardano e mi chiamano. Capisco che mi stanno chiamando ma ci vuole un po’ prima che io riesca a rispondere. Dicono di aver parlato col chirurgo. E’ andato tutto bene, una settimana di ospedale e poi sono fuori. Mio padre dice di non preoccuparsi. Che una settimana passa in fretta e che ci sono i mondiali in televisione per distrarsi. Ha proprio ragione. Mondiali. Partite e trasmissioni sui mondiali. Moviole, commenti, pronostici. Una vera pacchia.

Sono le sei quando i miei se ne vanno. Alle sette passa la cena. Non per me. Io ho le flebo attaccate fino a domani mattina. Per fortuna non sento un gran male. Sono ancora rabbonito dall’anestesia ma ben cosciente.

Alle otto e un quarto Mauro, l’infermiere di turno, viene a cambiarmi la flebo.

Il vecchio al mio fianco gli si rivolge col fare di un nonno col nipote: “Su che canale la danno la partita della Francia? Su Raiuno?”

Mauro si fa supponente mentre maneggia con le boccette della flebo: “A sor Alvà ma che cazzo state a di’? Ma non lo sapete che la Rai trasmette solo una partita al giorno? Oggi hanno mandato quella del Sud Africa no? Le altre stanno su Sky. Se so comprati i diritti.”

La delusione serpeggia senza neanche stare troppo a nascondersi. Mauro se ne va.

Il sor Alvaro si è seduto sul letto. Scuote la testa: “Mortacci loro. Manco le partite del mondiale se possono più guardà in grazia de Dio. E’ uno schifo. Dappertutto è uno schifo.”

Bestemmia il Cristo in croce e poi continua: “Non c’è pietà. Nemmeno per chi soffre, per chi sta ricoverato. Per nessuno. Non c’è pietà!”

Il vecchio addetto al telecomando fa zapping per qualche istante. Poi si ferma su un programma dove una grassona rincontra sua figlia dopo vent’anni.

La settimana, come per magia mi si prospetta d’un tratto più lunga di prima. Molto più lunga e maledettamente noiosa. Una sofferenza nella sofferenza per cui occorrerebbe molto più che pietà.

Luca Piccolino



FRANCIA-URUGUAY: IO C’ERO! (purtroppo)

Ho appena finito di vedere Francia-Uruguay zero a zero, ovvero: del perché certe volte un uomo sano di mente guardi certe partite. Non è successo granché: qualche bel primo piano di Forlan (uomo rude), qualche altro a Ribery (nella foto, che sembra uscito da un romanzo di Izzo giusto stamattina, o arrivato in aereo tre ore fa dal set del nuovo Besson).
Un’espulsione ai danni di un cretino dell’Uruguay, entrato per farsi ammonire ed espellere nel giro di venti minuti, minuti durante i quali non sopportava l’idea che nessuno parlasse di lui. Aveva un cellulare e ogni tanto chiamava mamma a casa: «Mi inquadrano?» chiedeva. Alla risposta negativa della povera donna, lui s’incazzava abbestia, e perciò sapientemente comandava la regia con fallazzi e invettive in uruguagio strettissimo, ché a Montevideo i bambini si sbellicavano dalle risate.
L’arbitro ci aveva il giacchino rosso dell’esercito britannico del XIX secolo, solo che era cinese e maoista, anziché la mano a taglio chiamava il fallo col pugno chiuso.
L’Uruguay fin dal primo minuto ha messo su uno di quei catenacci che al confronto il Padova di Nereo Rocco ci aveva i mattoncini Lego. Se uno degli uruguagi superava la metà campo palla al piede, i suoi compagni gli regalavano un cappotto di cammello e una sciarpa, casomai così lontano sentisse freddo.
Da par loro i galletti tenevano palla ma non sapevano che farci, ogni tanto Govou vedeva arrivare questa sfera all’altezza dei piedi e si grattava il cocuzzolo, domandandosi cosa fosse e se almeno si trattasse di roba commestibile. Sulla schiena teneva il 10 che un mondiale fa e due mondiali fa e tre mondiali fa indossava Zizou, infatti Domenech gliel’ha dato perché almeno faceva rima, hai visto mai.
Nel frattempo, Evra e Gallas, che di attaccanti avversari non individuavano manco l’ombra, si sono messi a cercar cicorie e a giocare ad acchiapparella, mentre il portiere Lloris ha trovato quattro pratoline e le ha regalate al guardalinee, che ha gradito promettendogli in cambio di fare lui l’accosciato al gioco della saponetta più tardi sotto la doccia.
Tabarez, CT dei sudamericani ed ex vate del calcio dinamico, s’aggiustava il nodo della cravatta in panchina e ancora se la rideva perché una volta ha sottratto soldi a Berlusconi, e senza bombe come Mangano, ma semplicemente allenandogli malissimo il Milan.
Al fischio finale, Henry si è accorto con disappunto di essere in campo.

Christian Frascella