Confessioni qualunque – 15

#15 – Luciano

di Nicola Feninno

Che resti tra noi.

Potrei raccontarvi tutto di Salveria, potrei disegnarvi il reticolo delle sue vie, la piazza della chiesa, l’oratorio, i portici della nuova zona commerciale, i campi che digradano verso il fiume, con le barchette sgangherate che fluttuano nell’acqua legate agli alberi da funi di canapa e gli spiazzi verdi dove si siedono quei pochi vecchi che ancora pescano all’alba. Potrei elencarvi i nomi di chi è partito dal paese per cercare fortuna in città o all’estero, di chi è venuto al paese da fuori per sposare una delle nostre donne. Potrei dirvi i nomi e i trucchi di chi viene a giocare a poker il giovedì sera nel bar dietro la chiesa. Potrei dirvi i nomi di chi ha fatto il sindaco, qui a Salveria, da quando è finita la guerra, di chi ha fatto il medico, di chi ha fatto il prete. Dei giovani che sono finiti in comunità e non sono più tornati, potrei raccontarvi di Santina, che aveva un negozio di alimentari e che impazzì per il dolore, potrei raccontarvi di tutti i volti della mia infanzia sepolti sotto il cemento della nuova zona commerciale. Potrei raccontarvi tutto questo, per filo e per segno: ma di Salveria non vi avrei detto nulla se non vi parlassi di Gae, che qui a Salveria era venuto per pescare, cinquanta anni fa.

Di Gae si diceva che era un prete, venuto dalla città, che aveva rinunciato ai suoi voti per amore di una donna bellissima: poi era esplosa la guerra; Gae aveva combattuto tra i monti, in prima linea. Era tornato a casa, salvo per miracolo: una granata Leggi il resto dell’articolo

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La società dello spettacaaargh! -17

[La società dello spettacaaargh! 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14 – 15 – 16]

Ciao Matteo,

nel tuo ultimo intervento ti soffermi sul ruolo dei mostri nell’espulsione dell’osceno. Mi è venuto spontaneo domandarmi quale fosse il ruolo delle vittime. È una questione sulla quale sto meditando da un po’ di tempo, andando più che altro a intuito: la chiamo la questione delle tecnomistiche, e riguarda la trasformazione delle vittime in simulacri sentimentali.
Chiamo tecnomistica quel fenomeno che si verifica a seguito della mediatizzazione dell’identità – l’immagine, il nome proprio – di una vittima di un incidente o di un’ingiustizia, quando questa identità è posta letteralmente alla portata di chiunque; spesso accade qui che questa identità sia trasformata in un simulacro di dolore collettivo. Leggi il resto dell’articolo

La società dello spettacaaargh! – 7

[La società dello spettacaaargh! 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6]

Caro Matteo,

prima di arrivare al «Che fare?» – soprattutto perché ancora non ho la più pallida idea di cosa si debba fare – vorrei riprendere le mosse dall’assurdo come «distruzione di relazione logica con la realtà», forte anche della tua analisi delle catacresi.

Un discorso forse meritava maggiore articolazione e precisione: quella faccenda dell’Illuminismo e di Kant. Cosa dice Kant a proposito dell’Illuminismo? Dice che l’Illuminismo è l’uscita dalla minore età mentale: l’Illuminismo per Kant è la presa di coscienza e l’assunzione di responsabilità delle proprie scelte.1
Ora, se ci pensi bene, l’autonomia della coscienza è possibile solo rispetto a una realtà, a una verità, a una logica, a una sostanza partecipabile, accessibile, oggettiva: si ha coscienza di qualcosa. Quindi Kant infine dice una cosa ovvia ed enorme: che noi abbiamo accesso al giusto, al vero, al buono, al bello; e dunque non abbiamo bisogno di uno stato etico totalitario o di una chiesa che stabiliscano un *giusto*, un *vero*, un *buono*, un *bello*, e che ci persuadano a ricercarli e praticarli con un sistema di premi e punizioni.2 Leggi il resto dell’articolo

La lalofobia come guida spirituale

Da oggi e per alcuni venerdì pubblicheremo i racconti ispirati ai disegni di Lucamaleonte e scritti appositamente per la serata di letture tenutasi al Laszlo Biro il 5 maggio.

La lalofobia come guida spirituale  (breve conferenza su un’immagine contenente fenicotteri)

di Carlo Sperduti

La lalofobia – come fingo di sapere alla stregua di un dato ovvio, e come pretendo di precisare al solo scopo di rendermi comprensibile a tutti, nella deprecabile eventualità che nell’uditorio si nascondano degli ignoranti – consiste in quel particolare tipo di morboso timore patologico che ha come oggetto il semplice atto del parlare; quella condizione, cioè, che mi sarebbe impossibile dichiarare qualora mi ci trovassi io stesso coinvolto. Leggi il resto dell’articolo