Vetri

di Simone Lisi

Questa storia di spaccare le finestre è già successa una volta. Ero bambino e si giocava a scuola. Si giocava nell’ingresso della scuola dove il pavimento è liscio. Non ricordo a che gioco si giocava, ricordo solo Cosimo Ciulli spinto da qualcuno che distrugge una vetrata col corpo. Oggi, se ci penso, penso che a spingerlo fu Federico Pratesi, che era (che è) del segno dell’ariete come me, nato un giorno prima. In lui localizzavo il male, mentre io ero il bene. Del resto non sono affatto sicuro che fu lui a spingere Cosimo Ciulli contro la vetrata, magari qualcun altro, o forse proprio io, ma no, non credo, che se fossi stato io suppongo me lo ricorderei. I vetri che si frantumano a ogni modo hanno qualcosa di incredibile: la sospensione, la lucidità e la lentezza che precedono lo schianto, il senso di irrevocabilità, le schegge appuntite e mortali, la gravità (nel senso della forza gravitazionale e non solo) e la fragilità. Dicevo, e forse citavo, qualcosa che avevo già scritto (e quindi ora cito una citazione), cioè che la mia miglior qualità è quella di dimenticarmi le cose, anzi di dimenticare tutto. È una qualità, certamente, ma non è un merito, cioè io non è che sono meritevole perché mi dimentico delle cose. Fatto sta che Cosimo Ciulli non morì né si fece nulla. Ci sgridarono e dopo ci vietarono Leggi il resto dell’articolo

L’inferno – I pendolari santi, i pedoni

GIRONE III – I pendolari santi, i pedoni

La miriade di pneumatici che percorre costantemente le strade lasciano le loro firme sull’asfalto cancellando le già quasi trasparenti strisce pedonali. Chi si trova su un lato della strada non potrà mai passare dall’altra. C’è chi ci ha provato. Ora è solamente un ornamento per i parafanghi dei veicoli che incombono da tutti i lati, tutte le traiettorie, senza destinazione.

Pellegrini senza speranza camminano costeggiando i negozi chiusi e guardano l’orizzonte ogni tre passi per cercare inutilmente una meta, o un passaggio da poter attraversare, magari un ponticello. Il marciapiede usurato si sgretola lasciando sempre meno spazio ai pedoni costretti ad una processione in fila indiana.

Dai vetri degli autobus si vedono persone che fanno cenno di non farcela più, che urlano, piangono. Corpi desiderosi di scendere e fare due passi. I pedoni vorrebbero salire sull’autobus e non scendere mai più, ma quel posto è riservato ad altra gente, non di certo a pigri e oziosi individui.

Daniele Vergni