I dolci li ordiniamo alla fine

di Pierluca D’Antuono

I cani si rincorrevano disegnando per terra traiettorie di polvere che conducevano alla fontana o sotto la grande quercia, davanti al parcheggio, dove si fermavano d’improvviso, sdrucciolando come vecchie gomme bruciate e fissando spauriti un punto invisibile nell’aria; lì, con le orecchie tese e la bocca spalancata, il più veloce s’acquattava sotto la coda del più smarrito e gli infilava, come in una presa, il suo lungo muso eccitato, che dava smalto allo slancio per l’ennesima sgroppata, lungo le stesse trame polverose di prima.
Acciambellato in disparte, un cane nero allungava il collo tra i listoni divelti di una panchina marcita, srotolando la lingua in una busta di carta marrone che sapeva di cibo. Ogni volta che il suo muso, come una gemma, fioriva tra le sbarre arrugginite, una mano lo stringeva con forza fino a farlo lacrimare, in una morsa fredda e pelosa da cui il cane si liberava a fatica. Subito dopo ci riprovava, girando attorno alla panchina, ma l’uomo era più furbo e anche più veloce: nascose la busta sotto il cappotto e gli franò addosso con un balzo prima di scomparire tra le nebbie oscure del parco.
In direzione opposta, una scia di odori intensi condusse il cane davanti a un ristorante ancora aperto. Di fronte alla vetrina Leggi il resto dell’articolo

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Parigi à passages – Passage du Bourg-l’Abbé

di Simone Olla

Quando mi metto a dormire il cielo è già diventato rosso. E quando mi levo la mattina è bianca felice. Claire mi ha lasciato un biglietto sotto la porta, mi ringrazia per le abbondanze della notte precedente. Conservo i suoi biglietti nelle Odi del gioioso mattino di FH che sto traducendo per lei; mi paga le giornate di lavoro intenso come quelle di ozio, quelle che scivolano via suonate adagio dalla sua collezione di sinfonie. Quando mi trova seduto nel suo divano con le mani sul capo e lo sguardo basso, quando mi trova chiuso e rarefatto non si danna né vuole vedere il colore del sangue: Claire canta la musica e mi parla.
Entra in questa casa per la prima volta che io sono fuori città, ma le ho sgomberato quella che sarà la sua stanza, quella che era la mia, la più grande: la stanza con le due finestre. Ho lasciato i libri sulla nuova scrivania, la valigia per terra, il letto ancora da rifare. Sulle pareti, al posto dei quadri, ci sono appese le mie camicie ad asciugarsi – quando Claire entrerà sentirà quantomeno odore di bucato. Non ho lavato i piatti, né ho passato lo straccio nel parquet. Eravamo Leggi il resto dell’articolo

Senza parallelo – una recensione a Sforbiciate di Fabrizio Gabrielli

[I lettori più attenti senza dubbio ricorderanno Sforbiciate, la rubrica – nata sulle ceneri de Il mondiale dei palloni gonfiati – di Fabrizio Gabrielli, che ha accompagnato i lunedì di SP durante la stagione calcistica 2010/11. Da quella rubrica l’editore Piano B ne ha fatto un libro. Lo hanno letto per noi Matteo Salimbeni e Vanni Santoni]

“Le idee dei grandi uomini sono patrimonio dell’umanità; ognuno
di loro non possedette realmente che le proprie bizzarrie.”

M. Schwob

Si può scrivere di calcio partendo da un dato, una partita, un gesto tecnico e svilupparlo in modo epico (o di cronaca); oppure si può partire da un dato immaginario, metterci un pallone, due squadre, un fischio d’inizio e lavorarci intorno e giocarci. Nel primo caso il lettore esperto di calcio è chiamato a confrontarsi con la rielaborazione che l’autore fa di un dato condiviso, del quale conosce i protagonisti e sul quale magari si è già fatto un’idea. Nel secondo caso, il lettore può pure non saperne nulla di calcio, l’importante è credere a quello che ti dice l’autore. Arpino, col suo Azzurro tenebra, partì da un angolo di storia ben preciso: i mondiali del ’74, e ci tirò su un paesaggio stellare, fatto di eroi, scontri titanici, drammatiche rese e colpi bassi, profezie a bordo campo e inevitabili tragedie, epiteti, litanie, scongiuri e sbronze leggendarie. Soriano se lo costruiva quell’angolo. Con un po’ di polvere, delle erbacce, i mapuches, Togliatti, la Patagonia. Fatto il campo da gioco, si inventava una partita. E magari la faceva pure arbitrare al nipote di Butch Cassidy. Gabrielli fa ancora un’altra cosa. Il suo Sforbiciate (Piano B, 2012) Leggi il resto dell’articolo

“Bagatelle”, Scrittura Industriale Collettiva

In vista della prossima uscita di In territorio nemico, aka “Grande Romanzo SIC”, continua la pubblicazione su Scrittori precari dei racconti scritti col metodo SIC, in una versione interamente revisionata e corretta. È oggi il turno di Bagatelle.

Bagatelle è il sesto racconto SIC. Conta poco meno di sedicimila battute, e ha richiesto tre anni di lavorazione (2008-2011). È un racconto fantastico in cui si delinea la storia della civiltà occidentale dalla rivoluzione industriale a oggi, attraverso le trasformazioni del gioco da tavolo “bagatelle”, antenato dell’odierno biliardo. È stata la prima produzione SIC a vedere il coinvolgimento degli scrittori nella definizione del soggetto (attraverso il generatore di pagine Wikipedia casuali wikirandom.org, appositamente sviluppato), e a prevedere il defacement di una pagina di Wikipedia (quella, appunto, sul bagatelle. È leggibile a questo indirizzo la versione deturpata). Il direttore artistico della produzione, Magini, non ha mai letto la versione definitiva, poiché Santoni, editor, modificò più del 70% del testo per renderlo, a suo dire, “comprensibile”.

Versione scaricabile: Bagatelle (PDF).

Bagatelle

Direttore Artistico: Gregorio Magini
Scrittori:
Daniela dell’Olio, Francesco D’Isa, Umberto Grigolini, Matteo Salimbeni, Luciano Xumerle
Editing: Vanni Santoni

La festa d’inaugurazione del Petit Château languiva. Nella sala guarnita di pizzi e parrucche, il Re si annoiava e non rideva. I cortigiani si annoiavano ma ridevano. La Regina si annoiava, rideva e mostrava i lussi del castello. Il Re riunì le palpebre a convegno e si addormentò.
Venne il Conte D’Artois, la fronte sudata, il fare deciso. Con sé un tavolo. Nel tavolo delle buche, inframezzate da chiodi. Tra i chiodi e le buche, delle biglie. La Regina si atteggiò curiosa. I cortigiani si assembrarono. Il Conte cadde con lo sguardo nella scollatura della Regina, ma subito si ricompose:
– Vostre Maestà, Mie Signore, Signori, vi presento il Babiole!
– Foggia curiosa!
Il Conte illustrò il Babiole. Il tavolo, i chiodi, le buche, le biglie. I cortigiani ascoltarono. Le biglie andarono in buca. La Regina rise. Il Re alzò le palpebre; ricordò. Era autunno; il giovane con la fronte sudata era suo fratello; era festa; sua moglie era austriaca. Sospirò. Si riaddormentò.
Il gesto parve un responso. Il Conte s’innervosì.
– Avete capito? Ogni biglia ha una buca. Ogni buca è un punto. Ogni punto è un Babiole!
Ma nessuno giocò. Nell’eco di un brusio, la sala già si muoveva a riprendere le libagioni. La Regina emanò un profumo di lavanda e rise annoiata. Leggi il resto dell’articolo

Carta taglia forbice – 9

[Continua da qui]

Una piccola città dell’Europa occidentale

Lei

Il Tempio è una cosa importantissima nella vita delle persone e anche nella mia. Io posso essere me stessa, nel Tempio, posso infilare il filo nella cruna e sentire l’odore della fede. Da quando sono piccola i miei genitori mi portano tutte le domeniche al Tempio, che è la chiesa dei Santi degli ultimi giorni. Noi siamo mormoni. Così ci chiama la gente. Ci chiamano mormoni perché Leggi il resto dell’articolo

Almeno mi racconto

E’ uscito da pochi giorni “Almeno mi racconto” di Daniela Rindi (Edizioni Il Foglio, 2011), “una raccolta di racconti di fantasia, con sfondo autobiografico, editi (e non) in cartaceo su antologie collettive o su riviste web”.

Quello che segue è uno dei tanti racconti (tra i più brevi, per motivi di spazio) compresi in questo libro diviso tra “Microstorie isteriche di donne quasi sane” e “Microstorie isteriche di uomini quasi sani”.

Bevitrice a giorni alterni

La giornata trascorre impegnata e piena di buoni propositi. Mi alzo tutte le mattine alle 6.30 e sveglio le bambine. Un cerchio alla testa mi strizza il cervello, secondo la qualità della sostanza alcolica ingurgitata la sera prima. Vino sopra i dieci euro, buona giornata, due litri d’acqua e torno come nuova. Sotto i dieci euro, terribile emicrania, non bastano tre litri e fatico a superare i sensi di colpa. Stentatamente mi avvicino ai loro letti e cerco di controllare la mia angoscia, cantando “ trallalero è lunedì!” In cuor mio maledico il lunedì. Le vesto, mi lavo, mentre mio marito dorme placidamente ignorandomi. Colazione, panini, merenda, pranzo. Commissioni nella mattinata, spesa, dottore, lavanderia, comune, banca. Ore 13.30 esce la piccola, la grande alle 14.00. Grande dispendio di mezz’ore, se non di ore che cerco di investire leggendo. Pranzo, meglio una pasta al pesto, sugo già pronto. Compiti… posso servirmi di un doposcuola, grazie naturalmente al marito che, oltre a dormire, lavora con diligenza. A Cesare quel che è di Cesare. Poi danza, o ginnastica, orari diversi e naturalmente, giornate diverse. Mi sento un taxi, utile e motivato, ma sempre un taxi. Gli unici commenti nell’abitacolo sono ingiurie e rivendicazioni. Ringrazio. Intanto sono puntuali alla lezione. Generalmente finisco col chiudere la saracinesca dell’ultimo discount. Torniamo a casa, cena, il marito distrutto e inutilizzabile sul divano. Ci tocca la solita minestra. Segnalare a questo punto, come il rintocco del big ben, l’ora della buona notte. Faticosamente si avviano ai letti. Sfamati gli orchi, messi a letto, non mi resta che sedermi sul divano. Non ho più fame, preferisco l’alcolico intossicante, per quanto sia una salutista convinta e abbia sulle spalle vent’anni di yoga. Non serve a un cazzo. Ogni sera, a giorni alterni, la bottiglia mi consacra a buona bevitrice, non ancora alcolista, solo perché mantengo il ritmo.

ZUCCHERO

Metà del mondo se lo è dimenticato, ma la verità è che noi e gli insetti siamo legati in un modo indissolubile. Soprattutto per quanto riguarda il lato alimentare. Per migliaia di anni li abbiamo mangiati, e non solo. Non ci siamo fermati alla superficialità dell’ingoio, li abbiamo anche trovati gustosi, nutrienti, in qualche modo sani, dolci. L’uomo non sapeva ancora parlare se non a gesti e a grugniti, si accoppiava senza provare nessun tipo di piacere, il concetto stesso di piacere era una cosa nebbiosa e fluida che arrancava tra un fuoco che scoppietta all’improvviso e una stagione buona, piena di sole, che già avevamo ricacciato il carattere schizzinoso dell’uomo di oggi dietro all’inevitabilità della sopravvivenza.

Io ci faccio caso perché l’ho imparato ma è provato e riprovato che la carne che oggi troviamo più dolce, più succulenta, proviene da quegli animali che si cibano di insetti. Lo ripeto perché lo teniate a mente e non ve lo dimentichiate: l’insetto è dolce.

***

Le zucchine sono ancora crude. E dire che sono sul fuoco da un quarto d’ora e secondo me il fatto che debbano perdere acqua assomiglia a una leggenda inventata da una casalinga annoiata in cerca di successi culinari. Le guardo rosolare insieme alla cipolla che ormai è diventata completamente nera, ma mi continuo a ripetere “ben colorata” semplicemente per il fatto che quello che sto cucinando lo devo mangiare io e nessun altro.

Può sembrare stupido ma ho iniziato a cucinare dopo aver letto qualche libro di Murakami Haruki. A volte le trame non mi convincevano e ho sempre avuto qualcosa da ridire sulla rigidità di certi passaggi o sulla testardaggine dei protagonisti, ma una cosa bisogna dirla: quando i personaggi dei suoi libri si mettono a cucinare, l’ordine giapponese del cibo, pietanze con nomi strani che diventano in un colpo solo facili da preparare e anche buone, il silenzio di una piccola cucina affacciata su una luminosa strada di Tokyo, sono raccontate in un modo che riesce a fare ordine anche dentro di me, teorizzano le ansie, le decodificano, le categorizzano. Quando Murakami cucina mi mette dentro una tranquillità e una serenità difficile da descrivere.

Farlo col cibo italiano è simile, ma meno soddisfacente: nulla di nuovo nei sapori (il massimo che puoi fare è tendere al gusto del pranzo che ti faceva tua nonna, non di più), ed è per questo che al ristorante giapponese sotto casa prendi uguale tutte le volte la mini insalata di alghe che costa 3 euro e ti fa schifo solo per avere in bocca un sapore nuovo, che non riesci a decifrare.

L’ultima volta che sono stato invitato a cena sono stato anche costretto a cucinare. Lo accetto di buon grado, anche se so benissimo che non è perché sia più bravo degli altri (il mio piatto forte è e rimarrà per sempre gli spaghetti aglio olio e peperoncino), è che credono di farmi contento facendomi sentire in qualche modo più attento di loro a certe cose. Ho appoggiato le due bottiglie di vino economico ma gradevole che ho comprato al supermercato giusto cinque minuti prima che chiudesse sopra il tavolo di formica di casa di Giulia e sono andato a lavarmi le mani. Fare la spesa la sera tardi, di fretta, mi piace, mi fa sentire metropolitano, pieno di impegni inderogabili, anche se il più delle volte il pomeriggio ho bighellonato come un deficiente tra internet, libri di cucina e il cellulare.

Mi sono messo a cucinare alla fine, e come al solito è andato tutto liscio.

Mentre alla fine mangiavano tutti di gusto, ho tirato fuori la storia degli insetti.

Marco, Giulia e Claudia mi hanno guardato storto, Filippo ha fatto finta di non sentire e solo Stefano, mi pare, si è mostrato leggermente interessato alla storia.

Ora, parliamo chiaramente. Gli insetti hanno un sapore dolce perché l’ho sentito dire e perché ci voglio credere ma comunque non ne assaggerei mai uno di mia spontanea volontà.

***

Domenica mattina il telefono ha squillato che ero ancora a letto. Di solito non mi disturba, non sono uno che si lascia svegliare di soprassalto, è tipo una virtù, secondo me, il fatto di mantenere il controllo in ogni situazione.

In camera era buio, quindi rispondo senza riuscire a vedere chi stesse chiamando.

«Pronto,» rispondo cercando di dissimulare e confondere la voce infernale in cui ho riconosciuto la mia.

Non ci riesco, a quanto pare.

«Dormivi,» esordisce lui con un tono abbastanza duro, col tono in cui ti chiamerebbe tua madre o il tuo datore di lavoro che stai facendo aspettare in ufficio.

Io mi metto subito sulla difensiva, ma ho la netta sensazione che sarebbe meglio troncare subito la conversazione.

«No no macché, mi sono appena alzato. Ciao Stefano, dimmi».

«Mi hai mentito».

«Scusami?» faccio io ormai completamente sveglio.

«Sì, su quella storia degli insetti».

«Cioè?»

«Non sono dolci come dicevi».

«E che ne sai? Non ne avrai mica assaggiato uno?»

Ma Stefano ormai non risponde più. Attacco il telefono cercando di vestirmi e di darmi una raddrizzata più in fretta possibile e durante il caffè che bolle, l’acqua del lavandino che scorre, un’ingrata erezione mattutina che mi preme dalle mutande sul pigiama, cerco di chiamare Giulia per avvertirla che il suo fidanzato è impazzito, ma invano, il suo cellulare, testuali parole, potrebbe essere spento o irraggiungibile. Alla fine, con l’ansia che mi monta dentro lenta ma inesorabile come la preparazione di un’anatra alla pechinese (ci vogliono due giorni, e il risultato di solito è assolutamente insoddisfacente) mi butto nella selva delle strade con la luce del sole che ancora mi irrita gli occhi a prendere degli autobus che mi porteranno dall’altra parte della città, a casa di Stefano.

***

Per fortuna becco subito Giulia fuori dalla portone del palazzo dove Stefano abita.

«Ciao Andrea!» fa lei sorridendo, «ho visto che hai chiamato».

«Sì, ciao Giulia, sai che fine ha fatto Stefano?»

«Lo sto andando a prendere che stamattina abbiamo un Brunch».

Io adoro il Brunch. Specialmente la domenica, anche se secondo me sarebbe il pasto perfetto per pranzi e cene noiose, merende in piedi, colazioni dolci, colazioni salate, colazioni americane inglesi italiane della mulino bianco o coi cereali del discount.

Il Brunch è il pasto perfetto.

Sbigottito chiedo a Giulia

«Da quand’è che andate ai Brunch senza di me?»

«Mannò,» fa Giulia, «è una cosa tra noi, e abbiamo scoperto questo posto solo da un paio di settimane».

Mi tranquillizzo e chiedo:

«Saliamo a salutarlo?»

Per tutta risposta Giulia si volta e attraversiamo il portone del condominio, poi il cortile interno, poi la scala B e infine il quinto piano. Per fortuna Giulia è una sportiva e decide di emanciparmi dall’imbarazzo di una lunga e silenziosa salita in ascensore. Io arrivo davanti alla porta dell’appartamento di Stefano col fiatone, Giulia no.

Mentre lei prima suona il campanello, poi bussa, poi all’assenza di risposte inizia a cercare le chiavi di casa, io ancora respirando affannosamente inizio a toccarmi la pancia, e penso che devo essere ingrassato almeno almeno cinque chili dall’ultima volta che mi sono pesato, cosa che deve essere successa intorno ai quindici anni, mi pare.

Per fortuna Giulia trova le chiavi e mi salva da questa cosa del dover saggiare la mollezza del mio fisico, infila la chiave nella serratura ma si blocca un attimo prima di girarla perché entrambi sentiamo un veloce rumore di passi sulle scale che vengono verso di noi.

Dalla voce lo riconosco subito, è l’unico maschio eterosessuale che conosco ad avere un tono di voce così alto. È Filippo, che ancora prima di alzare lo sguardo e vederci fa:

«Pronti per il Brunch?»

Giulia sbianca e cerca in tutti i modi di non guardarmi, il sorriso di Filippo che deve aver avuto mentre saliva le scale scompare all’istante dalla sua spigolosa faccia del cazzo e senza che io avverta il minimo segno di affaticamento si ferma davanti a noi. Giulia si è cristallizzata sulla porta, con la chiave mezza dentro.

«Ah, ciao Andrea,» fa Filippo abbozzando un sorriso.

«Ciao,» faccio io, cercando nella mia testa l’espressione più falsa che riesca a fare. La trovo, i muscoli della faccia si muovono e si contraggono, gli occhi si aprono di scatto.

Filippo capisce ma per fortuna allo scatto della serratura mossa dalle chiavi di Giulia entrambi ci voltiamo per entrare nell’appartamento.

***

Troviamo Stefano seduto sul tavolo della cucina. Assolutamente composto, quasi rigido, con i palmi della mani appoggiati sulle cosce. Ha gli occhi aperti e guarda dritto davanti a sé. Non mi pare che si sia accorto di noi.

Giulia corre verso di lui e gli mette una mano sulla spalla e dice:

« Sté, che c’hai?»

Ma lui non risponde, nemmeno quando lei si mette ad accarezzargli i lunghi capelli biondi, spostandoglieli dietro l’orecchio. Anche Filippo si avvicina e si siede dall’altra parte del tavolo, proprio di fronte a Stefano e cerca di guardarlo negli occhi, assumendo la stessa posizione. Ma lo sguardo di Stefano sembra oltrepassare l’esigua corporalità di Filippo, sembra letteralmente attraversarlo. Poi con la sua voce stridula dice:

«Oh! Amico mio! Tutt’apposto??»

Lo dice con un tono forzatamente preoccupato che se si stesse rivolgendo a me farei abbattere su di lui tutta una vita di ingiustizie e battute subdole mandate giù ed ingoiate come insetti, senza masticare ma solo percependo esattamente il movimento delle zampette di una blatta sopra la lingua, con le lunghe antenne che mi sfiorano il palato provocando una piccola sensazione di solletico interno, non piacevole ma nemmeno spiacevole. Cazzate deglutite rifugiandomi nell’incosciente speranza corrosiva dei miei succhi gastrici, che sappiano riconoscere almeno loro il nutrimento e dividerlo dallo schifo, visto che io non ne sono capace. Non sono bocconi amari questi. Se uno avesse il coraggio di porre fine alla vita dell’insetto nel buio del cavo orale, serrando le mascelle, avvalendosi della forza esplosiva dei molari, il sapore delle cose sarebbe diverso. Se uno potesse impastare con la lingua quella carne e quei succhi con un sapore allucinante sconosciuto in qualche modo riservato a pochi quindi mistico, al limite dell’esoterico, la consapevolezza del cibo, del gusto, cambierebbe definitivamente.

Guardo Stefano, mi avvicino anche io. Con tranquillità gli metto una mano sopra la coscia e in modo chiaro e dolce gli dico

«Ingoia, amico mio. Ingoia».

Lui si gira, mi guarda con gli occhi spaventati. Io annuisco con la testa, tra lo sbigottimento di Giulia e Filippo. Stefano serra gli occhi e il suo viso assume l’espressione di uno stitico sulla tazza del cesso, riconoscendo la durezza, l’inevitabilità e l’inutilità di quello sforzo. Il pomo d’adamo di Stefano va su e giù, si sente il classico rumore di qualcosa che ormai è sceso giù per l’esofago.

Il citofono squilla, devono essere gli altri credo, staranno facendo tutti ritardo a causa mia. Ora Stefano si è rilassato, la sua postura è meno rigida e sta iniziando a sudare, ma penso che sia solo a causa del lungo incordare i muscoli. Sembra molto stanco.

Stefano e Giulia scompaiono in bagno, Filippo nemmeno mi guarda. Decido di salutarlo con una pacca sulle spalle che ormai non me ne frega più un cazzo delle loro uscite la domenica mattina, che mi sa che all’improvviso sono tornato dall’altra parte del mondo e ho smesso di mangiare insetti. Me ne esco dall’appartamento e decido di tornare a casa a piedi. Nel tragitto decido di fermarmi a mangiare in una trattoria, che ormai s’è fatta ora di pranzo e di iscrivermi a un corso di aerobica.

 

Matteo Trevisani