INDOVINA CHI VIENE A CENA?

Casetta Rossa incontra Terranullius

Come ogni ultimo martedì del mese torna l’appuntamento con Terranullius-Atelier di scrittura a sorgente libera.

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 9

[Continua da qui]

Si narra che i cinque giunsero a Bologna con largo anticipo, e che per tutto il tempo d’avanzo continuarono a criticare la città emiliana, rea di aver perso quell’aura che la caratterizzava durante gli anni ottanta e novanta. L’arrivo non fu d’altronde dei più accoglienti, visto che trovarono strisce blu a pagamento ovunque, financo fuori delle mura, e furono costretti a dilapidare diversi euro per il parcheggio (di quelli che tenevano in un barattolo di vetro per conserve, detto anche fondo cassa comune).

Sotto i portici, poi, la desolazione era così tanta che si sentivano risuonare soltanto i loro passi claudicanti, strascicati per via dell’acido lattico che bucava i muscoli delle loro gambe di scrittori, abituate più che altro a star sedute – con l’eccezione di quelle appartenenti all’imbianchino scribacchino, che in quanto a movimento non era messo poi così meglio degli altri.

Inoltre, da ferventi credenti quali erano, essi mandarono non poche bestemmie durante l’estenuante ricerca di un punto wireless da cui postare alcune notizie sul loro blog.

Gli è che le cinque menti bacate non ci riuscivano affatto a staccarsi dall’infernale aggeggio virtuale, tanto che, nonostante tutti i proclami per la folle impresa podistica, si erano prefissati anche lo scopo di tenere un diario di bordo – si vede che si sentivano capitani coraggiosi e navigati – dove documentare il viaggio con alcune simpatiche impressioni – ché oltre la simpatia non riuscivano proprio ad arrivarci, almeno non con la penna.

Insomma, finirono col bruciarsi le due ore pomeridiane in eccesso a scorrazzare per la città col portatile in mano a mo’ d’antenna, finché non raggiunsero Piazza Maggiore, dove s’iscrissero presso l’apposita postazione telematica per usufruire della connessione. Tutto questo per offrire quelle quattro righe a pochi sfigati lettori – quanti mai ne potevano avere infatti questi ribelli novellatori, già consapevoli di non poter ambire ad antologia alcuna, se non grazie a un’azione extraletteraria? – anziché riposarsi il tempo necessario a non far sembrare il loro reading una lettura dei salmi in notturna.

Oltretutto, il locale adibito alla performance era sprovvisto di microfoni, e con annessa sala di avventori ben poco interessati alla letteratura, e in particolare a quella dei cinque intossicati – dei famosi miasmi di cui all’inizio – e infervorati parolieri.

Nonostante tutte le complicazioni, pare che al momento giusto furon ripescate le forze residue per tenere il palcoscenico – in realtà un piano rialzato con divano – e che addirittura vi fu chi suonò in sottofondo per accompagnar quei versi – uno che a dire il vero, a giudicar dal cognome, sembrerebbe personaggio inventato di sana pianta; ma, come si dice, a volte la realtà supera la fantasia.

La serata scivolò insomma via liscia, bagnata dal solito vinello, perché i cinque trucidi non andavano affatto per il sottile in certi ambiti, e toscano o emiliano che fosse, l’importante era il non abbandonar la tinta rossa.

E dunque, a forza di girarci intorno, è giunta l’ora di prendere la palla al balzo – o sarebbe forse meglio dire il bicchiere – per parlare delle strane idee politiche che i nostri s’eran messi in testa. D’altronde il nostro Presidente, e in testa al corteo un suo Ministro che altrimenti non si sarebbe potuto vedere, l’avevano detto di stare attenti a certi artisti profittatori del bene comune, avvezzi a sputare nel piatto in cui mangiano, che nella fattispecie era quello del sistema Italia. Un sistema inespugnabile, verrebbe da dire col senno di poi…

Simone Ghelli

Face to Face! – Alberto Ibba

VerdeNero è la collana di Edizioni Ambiente che tratta temi di ecomafia in forma letteraria, utilizzando la chiave del Noir.

Un progetto innovativo, audace, che sta vincendo la scommessa fatta quando ha iniziato a muovere i primi passi e che riunisce scrittori come Carlo Lucarelli, Wu-Ming, Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Sandrone Dazieri e molti altri sotto l’impegno sociale.

Abbiamo fatto due chiacchiere con Alberto Ibba direttore del marketing di Edizioni Ambiente per saperne di più.

Da dove nasce nasce la collana VerdeNero e quando?

Nasce da Edizioni Ambiente.

Nell’aprile del 2006 riceviamo l’annuario di Legambiente sul tema dell’ecomafia. L’avevamo già pubblicato molti anni prima con scarsi risultati di vendita. Ben fatto ma molto rivolto agli operatori. Di scarsissimo appeal e dell’ecomafia si sapeva poco o nulla. Sempre nel 2006 però i tempi cambiano e l’ambiente è un tema sempre più attuale. Se ne accorgono i cittadini ancora prima dei politici. L’era della globalizzazione ha costretto tutti ad occuparsi del proprio territorio e l’ambiente è l’ultimo patrimonio collettivo rimasto.

Decidiamo quindi di non archiviare la proposta e di ragionarci. Come far arrivare ad un pubblico più vasto qualcosa che apparentemente è ancora rivolto a tecnici e operatori? Come accade in queste situazioni si accende d’improvviso una spia. Proviamo a coinvolgere scrittori di narrativa (ancor meglio se noir) e gli proponiamo di reinterpretare fatti realmente accaduti e denunciati nel Rapporto Ecomafia in chiave letteraria.

La scrittura al servizio della denuncia e del sociale è una esperienza che, in ordine sparso, molti scrittori stanno già vivendo. Noi, totalmente vergini (la casa editrice era consolidata sulla saggistica e sulla manualistica) e un po’ intimiditi individuiamo in Carlotto il primo autore a cui rivolgerci. Risponde con grande entusiasmo. E’ una collana necessaria. Se non avessimo respirato il suo entusiasmo forse non saremmo mai partiti. E a un anno esatto di distanza abbiamo pubblicato il primo libro di Sandrone Dazieri Bestie.

Come lavorate in casa editrice e da chi è composta la squadra?

In casa editrice tra interni e collaboratori siamo circa in trenta. Ad oggi su VerdeNero (che è una delle nostre cinque collane) abbiamo lavorato complessivamente in 5 o 6. Esiste un lavoro preliminare di scelta dei temi e dei possibili autori (anche se ultimamente accade sempre più spesso che si propongano), che in questi anni abbiamo eseguito io e Michele Vaccari.

Concordati i vari appuntamenti per il riscontro di una sintonia che è premessa necessaria perchè il lavoro parta, il resto segue la filiera consueta. Unico altro elemento che caratterizza i nostri titoli è la presenza alla fine di ogni romanzo di una scheda tecnica che riconduce il lettore sul terreno dei fatti reali. Questa è affidata a Legambiente (Antonio Pergolizzi) che spesso viene scritta a romanzo ultimato, poco prima di essere dato alle stampe.

Cosa vuol dire entrare nel mondo editoriale italiano e con che tipo di esperienza vi siete buttati in questa avventura?

Edizioni Ambiente è nata nel 1993 quando il massimo dell’impegno ambientale consisteva nel salvataggio della foca monaca. Sin da subito la casa editrice ha sviluppato una pubblicistica legata ai temi della sostenibilità contemplando così una visione sistemica del problema: politica, economia, produzione, senso civile etc.

Un editore di nicchia, certamente, ma radicato e con una grande capacità di sguardo sul mondo, con autori del calibro di Lester Brown, Amorin Lovins o un annuario tradotto in trenta paesi come lo State of the world. La narrativa ci ha proiettato in effetti in una porzione del mercato a noi del tutto sconosciuta e che ha regole tutte sue. Averlo fatto poi con autori del calibro di De Cataldo, Wu Ming, Licia Troisi e Carlo Lucarelli (solo per citarne alcuni) ha reso la nostra esperienza sui generis. Da un lato, all’inizio siamo stati guardati con sospetto, come possono piccoli editori permettersi così tanto? Certamente c’è stato chi ci contava i giorni. Dall’altro grande ammirazione. Ad oggi, ad esempio siamo stati invitati ad oltre cento eventi. In pratica il mercato non ti agevola, ma come succede nel rapporto tra cittadini e politici, anche i lettori sono più avanti del mercato.

La scelta degli autori, dei libri come si è evoluta?

Dopo l’incontro già menzionato con Carlotto, che subito ci disse che avrebbe consegnato il suo libro dopo due anni (con mio momentaneo sgomento) mi rivolsi a Sandrone Dazieri, amico e autore che ho sempre stimato. Sapevo del suo essere vegetariano e della sua straordinaria sensibilità alle tematiche legate all’ambiente e gli proponevo un argomento adatto: il mercato clandestino degli organi di animali esotici o protetti. Con questa metodologia abbiamo proseguito. Lo scenario apocalittico di Porto Marghera ci ha condotto a Eraldo Baldini, e via dicendo sino all’inchiesta in perfetto stile Blu Notte sulla Jolly Rossi che abbiamo affidato a Carlo Lucarelli. Oggi che siamo a tredici titoli iniziamo ad essere conosciuti e come dicevo prima alcuni autori iniziano a proporsi.

Quali sono le collane di Edizione Ambiente?

Sono la saggistica italiana e straniera. La normativa che si è occupata prevalentemente di rifiuti (il nostro portale ha circa sessantamila utenti al mese) e che da quest’anno ha iniziato ad occuparsi anche di energia. Gli annuari che prevedono oltre allo “State of the World”, il Rapporto Ecomafia e Ambiente Italia. E da quest’anno altre due nuove collane: I Tascabili che saranno veri e propri compendi di alfabetizzazione sui più svariati temi e una nuova versione di VerdeNero, questa volta però scritta dai giornalisti. Una collana di inchiesta per intenderci.

Milano e Roma: due città vive e con fermento editoriale. Quali sono le vostre impressioni su questi due mondi?

Sul piano editoriale certamente la tradizione milanese, consolidata nel tempo, ha vissuto il contraccolpo di una editoria “romana” cresciuta tanto e in poco tempo. Personalmente guardo sempre con attenzione Roma, vuoi perché le dimensioni editoriali sono più ridotte e quindi equiparabili alla nostra, vuoi perché ho la sensazione che le novità abbiano preso la direttrice che dalla capitale porta al nord. Non è un caso che la fiera “Più Libri più liberi” continui ad andare sempre meglio nel corso degli anni. Li dove la finanza non condiziona troppo le scelte editoriali esiste ancora lo spazio della ricerca che, a volte e non sempre, equivale a qualità.

Chi è il lettore di VerdeNero e cosa cerca?

Il lettore di VerdeNero si sta formando ed essendo in formazione, direi che la sua maggiore caratteristica sia oggi il bisogno di informazione. Il target è sfumato proprio perché questo bisogno sta attraversando l’opinione pubblica in diagonale. Per questo abbiamo voluto in catalogo Licia Troisi, tipica autrice fantasy beniamina di un pubblico molto giovane che ha venduto oltre diecimila copie, accanto a Tullio Avoledo che per l’eleganza della scrittura si rivolge a tutt’altro lettore. Per essere eterogenei, trasversali.

Quando ci capita di entrare in contatto diretto con il nostro pubblico, molto spesso vanno via con almeno tre titoli, indicando così non solo un gusto verso l’autore ma una vera e propria fidelizzazione alla collana.

Se fossi costretto a delinearlo direi comunque che è certamente curioso, attento alla realtà che lo circonda, capace di andare oltre la superficie. In ultimo, i risultati di vendita on line ci dicono che ha superato l’imbarazzo dell’utilizzo della carta di credito e questa è una buona notizia.

Se doveste fare un piccolo bilancio, ad oggi come vi vedete? E come vi vedrete tra tre anni?

Il bilancio non può essere che positivo. Fuor di retorica è stata davvero una scommessa che poteva velocemente condurre al fallimento. E invece stiamo procedendo lesti verso la chiusura del 2010 e pronti a sdoppiare VerdeNero in una seconda collana di inchiesta. Le sfere di cristallo portano con se sempre il rischio dell’allucinazione, diciamo che tra tre anni sarei davvero felice se a VN si associasse automaticamente il concetto di Romanzo Sociale. Sì, questo potrebbe essere un bell’obiettivo.

Impegno o cultura dell’impegno?

Entrambe le cose che forse non son neanche scindibili. Io biograficamente son partito dalla prima per approdare alla seconda, giusto all’”impegno” professionale. Come vedi il termine ricorre. La stessa collana VN prevede una parte dei ricavati devoluti al progetto ‘SalvaItalia’ di Legambiente. Un altro modo per far capire che anche dal lavoro immateriale si possono ricavare risultati tangibili.

Abbiamo accennato alle fiere del libro. Quali sono le vostre impressioni su questi appuntamenti?

Necessarie. Almeno quelle di Torino e Roma. Un modo per incontrare il pubblico, gli operatori, gli autori. E poi diciamolo, ci si stanca ma è anche divertente. Il nostro happy hour allo stand di anno in anno si anticipa e tra vino, salatini e libri le ore passano piacevolmente.

Se dovessi descrivere la casa editrice e i vostri autori in tre aggettivi?

Per la casa editrice direi: coraggiosa, entusiasta e solida.

Per gli autori: curiosi, disponibili e professionali.

Retoricamente: il libro è vivo?

E lotta insieme a noi, ne sono sicuro. Con questo non salvo tutti i libri, anzi, ma continua ad essere l’unico strumento discretamente libero attraverso il quale sviluppare una coscienza.

Dovendo scegliere di aprire una redazione all’estero, quale paese scegliereste e perché?

Occupandoci di ambiente a me sembra che la Spagna possa essere un punto di riferimento. Per altro ci aprirebbe, per via della lingua, ad un mercato evidentemente molto vasto.

Internet ed editoria: nuove strategie, nuove piattaforme per rendersi più forti? O è meglio il vecchio olio di gomito?

Internet e la multimedialità tutta la vita. VN attualmente è presente con un suo sito ricco di interviste e filmati,  un suo blog dove commentare e approfondire, su Myspace dove comunicare, su Facebook dove il contatto è immediato. Senza i diecimila utenti che girano sulle nostre piattaforme non mi sentirei mai di dire che intorno a VN si sta creando una comunità. E poi c’è il sito di Edizioni Ambiente.

Perché si dovrebbe aprire un libro della VerdeNero?

Perché leggi un bel romanzo, ti informi su un tema che ti riguarda anche se nessuno te l’ha ancora detto, perché costa poco e lo puoi leggere anche sul tram e stai contribuendo col tuo acquisto a recuperare pezzi di patrimonio pubblico sottratti alla mafia.

Tu e VerdeNero: una parola per un matrimonio.

Fin che morte non ci separi… purché si tratti di una convivenza!

Alex Pietrogiacomi

Trauma cronico – Appunti

Sono in ritardo mostruoso, in genere il pezzo per Trauma cronico sono solito scriverlo almeno un paio di giorni prima della domenica, lo carico sul blog e programmo la sua pubblicazione per la mezzanotte e un minuto. Questa volta no. Questa volta avevo buttato giù qualche appunto, delle riflessioni sull’omicidio di Brenda, sulla storiaccia della querela a Tabucchi da parte del presidente del Senato (colpirne uno per educarli tutti), oppure dell’inquietante caso Cosentino, avrei voluto parlare di queste cose e concludere con la bella notizia della decisione del giudice a sospendere l’ordinanza di sfratto a Frigolandia di cui vi ho parlato già qui e qui.

E invece sono nella mia stanza, mezzanotte passata da un po’, Zabaglio è appena andato via, era venuto un paio d’ore fa, dopo avermi telefonato per uscire ma io ero troppo stanco. Abbiamo mangiato un piatto di pasta col pomodoro e chiacchierato di tante cose. Abbiamo letto insieme il pezzo di Alex del primo tentativo di racconto collettivo che stiamo sperimentando noi precari, e poi il pezzo, fantastico, del Diario di bordo di Colle Val d’Elsa di Vanni Santoni. Già, perché con Scrittori precari non ci fermiamo mai. Venerdì scorso siamo stati all’università di Siena, in una splendida giornata letteraria in cui prima Wu Ming ha presentato Altai (di cui vi invito a leggere il resoconto qui) e poi Rovelli ha presentato Servi.

Nemmeno una settimana dopo, giovedì, eravamo a Colle Val d’Elsa. L’appuntamento con i ragazzi era per l’una e mezzo a casa mia, dove avremmo dovuto mangiare la frittata di maccheroni di Zabaglio e poi partire. La frittata fatta da Zabaglio era qualcosa di immangiabile, insipida, gommosa, insapore, dopo il primo morso ho desistito, eppure io non sono di quelli schizzinosi, mangio quasi tutto. Ma la frittata di Zabaglio era qualcosa di indescrivibile. Lo stesso Piccolino non è riuscito a buttarne giù più di due bocconi. Zabaglio non sa bere, non sa mangiare e non sa cucinare; lo amiamo anche per questo. Lo abbiamo preso in giro per l’intero viaggio, sgranocchiando risate incontenibili.

Siamo arrivati a Colle che era già buio, abbiamo parcheggiato e passeggiato fino a che non ci ha raggiunto Francesca, che ci ha scortato dapprima a depositare gli zaini, prendere un caffè rigenerante e una mezz’ora di relax a Villa Francesca, dove eravamo ospiti, e poi di lì al Teatro dei Varii dove ci aspettavano i registi, gli straordinari Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani. Quindi prove. Una pizza e del vino in teatro. Ancora prove. Poi tutti a Villa Francesca, dove.

Premo il tasto ffww – scorre la nottata insieme a Luca ed Angelo (Simone, arrivati a casa, si è messo nel fodero, ha letto qualche pagina di un libro, poi è crollato) e la notte, quindi eccoci al venerdì mattina. Si è trascorsa la mattinata tra la casa e il giardino, in completa rilassatezza e buon umore, poi si è andato a mangiare un paio di panini a qualche chilometro di distanza, quindi di nuovo a casa fino alla chiamata del Chimenti che ci dava appuntamento per le cinque e mezzo in teatro, dove si è fatta un’altra prova, e poi mentre si fumava sigarette fuori è arrivato pure Vanni. Rituale di baci, abbracci, sorrisi, poi via con la prova generale. Quindi ancora un’altra pizza, la birra, le sigarette, il caffè, il whisky, ed il teatro che si riempiva e s’era fatta l’ora.

Lo spettacolo si chiama proprio Trauma cronico. Appunti per un film in terra straniera. Quando Dimitri mi ha chiesto l’autorizzazione ad utilizzare per lo spettacolo il nome di questa rubrica, mi sono sentito molto orgoglioso di me stesso.

La performance è volata. Siamo andati alla grande, tutti bravi. I registi, due pazzi. Vanni è stato eccellente, come suo solito. Non vedo l’ora di leggere il suo prossimo romanzo.

Una serata eccezionale. Siamo partiti per il verso giusto in un’altra nuova magnifica avventura. Certo c’è ancora tanto da crescere e da lavorare, ma sono certo che se ne vedranno ancora delle belle. I lavori, d’altronde, non finiscono mai.

Vi saluto tutti, abbracciandovi, invitandovi a ritornare domani, lunedì, per il Diario di bordo della carovana errante di Scrittori precari con piacevolissimi contributi esterni, ma non vi dico altro. L’appuntamento è a domani.

Buona domenica

Gianluca Liguori

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 6

[Leggi qui le precedenti puntate]

Tutto ebbe a cominciare a Roma, come già si è accennato, ma l’inizio non fu affatto col botto. I soci fondatori, presenti al primo alcolico incontro, furon soltanto due, che poi sarebbero diventati (guardate voi come s’ingegna a volte il caso) il più giovane e il più vecchio dell’allegra compagine. Erano entrambi reduci da altri esperimenti maturati in rete, ma ormai vogliosi di sperimentare per strada il virtuale, che altrimenti sembrava loro di scrivere un po’ col fumo negli occhi. Questo almeno è quanto riportato da chi ancora li frequentava in tempi non sospetti, da coloro che negl’interrogatori parlano di altissimi ideali recitati a gran voce e di discorsi sui massimi sistemi che facevan perder di vista il dettaglio e confondevano le acque – questa a dire il vero è una massima che prendo a prestito da un semiologo toscano di chiara fama internazionale, nonché mio maestro, che mi ha sempre consigliato di procedere una pagina alla volta anziché spiccare il volo verso l’iperuranio*, laddove poi non ti segue più nessuno.

Questi due, poi, avevano stili completamente diversi, tanto da non capire cosa li accomunasse, se non la venerazione per Bacco, dio del vino, della vendemmia e dei vizi. Di questa passione ne scrivevano un po’ in tutte le salse, come di ogni romantico che si rispetti, che ha il culto dell’artista maledetto, detentore di ogni più sacrilega verità. La loro naturale inclinazione all’autodistruzione stride però non poco col compito che s’eran prefissati, e ancor più col primo fallimentare tentativo, che li vide comparire dinanzi a un pubblico inesistente o quasi; ma non per questo desistettero dal proceder oltre. Anzi, a onor del vero se ne aggiunse subito un altro alla triste accoppiata, che divenne così un terzetto armato anche di versi; sì, perché quest’ultimo era poeta e anche imbianchino, fautore d’una teoria che accomuna il metro alla pennellata, che va in un sol senso affinché non sgoccioli vernice su cui aver poi da ridire a servizio concluso. In tre c’era ancor meno da capire, ché era evidente il guazzabuglio in cui s’eran gettati, così come alle ortiche ebbero a buttare qualsiasi residua speranza di partorire un seppur confuso manifesto d’intenti.

Ecco dunque spiegato il trucco, ché in mancanza d’idee originali essi misero l’accento sull’impegno civile, questo astruso concetto che continua a infettare qualsivoglia intellettuale con un’idea del mondo diversa da quella comune. È questo un paradosso non da poco per chi si batta, almeno sulla carta, per la condivisione di qualsivoglia valore; quando invece il vero intento è di convincere gli altri della bontà dei propri principi, che si spaccian per migliori quanto più non attecchiscono nella maggioranza delle menti (e giù a dire che se non succede è colpa di questo e di quest’altro, e in principio soprattutto della televisione e di chi la detiene, come se ci fosse qualcuno a tenerci il dito pigiato sui tasti del telecomando). Insomma, gli è che l’idea di cambiare il mondo per mezzo della letteratura è roba già defunta e sepolta dalla polvere dei secoli, ma questi tre non se n’ebbero a dar pace, e a forza d’insistere ne assoldarono altri due con questi strani grilli a passeggio sulla testa.

Uno, anch’egli avvezzo al verso, si fece avanti col bagaglio dell’esperienza on the road (ennesimo luogo comune che incontreremo lungo la strada di questi apostoli del verbo), ché da anni girava l’Italia per gareggiare nei tornei di poesia, guadagnandosi la fama di eterno secondo (del primo non dirò, per non apparir fazioso). L’altro arrivò assai dopo, ed era anch’esso esperto in tornei, ma di quelli da vincersi con le mani (e non le dita, si noti bene), e di cui ho già parlato più sopra.

Quale sia il motivo per cui il numero di cinque sembrò loro sufficiente resta uno dei misteri di questa vicenda, ma, per quanto possa contare, il mio parere è che nell’utilitaria a gpl non ci fosse posto per niun’altro, e questo per adesso ci basti, a testimonianza del fatto che in certi ambienti si debba far di necessità virtù.

Simone Ghelli

*È questo il nome che dà Platone a quella zona al di là del cielo in cui risiederebbero le idee immutabili e perfette.


Face to Face! – Eduardo del llano

Ne capitano di serate in cui ti sei messo in testa di fare una cosa e poi ti ritrovi completamente catapultato in dimensioni oniriche o distanti dai tuoi propositi esistenziali e ludici.
Ne capitano di incontri che ti lasciano con l’amaro in bocca, forse troppi, e di altri che invece stampano un sorriso indelebile che non potrai più scrollarti di dosso per il resto della vita.
Conoscere Eduardo fa parte della seconda tipologia di intersecazione esperenziale di cui sopra e l’occasione di farlo c’è stata grazie alla pubblicazione del suo Unplugged (Gran Vía) e del tour italiano che ne è seguito.
Ma partiamo dall’inizio. Il libro è una riuscitissima raccolta di racconti iperrealisti, irriverenti, e di divertenti avventure nel mondo degli uomini e in quello di Cuba. Una serie di storie che hanno il proprio file rouge nel personaggio di Nicanor O’Donnell, alter ego del nostro scrittore/sceneggiatore/filmaker, che con la sua “corte dei miracoli” infesta la maggior parte dell’antologia.
Unplugged si fa leggere come se gustassimo un buon caffè, fino all’ultima goccia e senza fretta, magari raccogliendo con il cucchiaino anche lo zucchero.
Stile notevole, asciutto e diretto rendono la narrazione godibile e immaginifica fino all’ultima riga, ricreando ambientazioni, volti, situazioni nella mente del lettore che entra nelle storie per non uscirne più.
E questo è il libro. Come sono arrivato a fare quattro chiacchiere con quello che mi è sembrato un sosia di Stephen King ma con i capelli lunghi e qualche chiletto in più è facile da dirsi.
Maddalena (per chi non lo sapesse, ufficio stampa della casa editrice milanese) mi chiama dicendomi che saranno in promozione a Roma e che nella libreria della Galleria Alberto Sordi presenteranno il libro, proiettando anche il cortometraggio Monte Rouge ispirato al medesimo racconto. A presenziare l’insostituibile Filippo La Porta. Occasione più che ghiotta per rivedere la mia cara amica, conoscere l’autore del libro che tanto mi era piaciuto e sentire una voce eminente della nostra stampa.
Il nostro giornalista punta subito il faro sulla capacità incredibile dello scrittore di riuscire a dare degli incipit capaci di incuriosire e destabilizzare immediatamente il lettore, dandone lettura di alcuni (Nicanor era depresso. Aveva attraversato un brutto periodo del quale non possiamo parlare, perché lui non lo faceva mai, ragion per cui non sappiamo che cosa fosse effettivamente successo) catturando immediatamente l’attenzione degli astanti.
Alla fine dell’incontro, facciamola breve, abbiamo tutti facce compiaciute e il libro in mano. La Porta ha colto in pieno lo spirito di Eduardo ed è riuscito a trasmetterlo in ogni parola.
“A questo punto avrai fatto le tue domande?” direte voi. No. Ho bevuto del vino rosso e sono stato invitato al Brancaleone per la rassegna organizzata da Cuba da qualche parte (progetto itinerante su Cuba attraverso arti visive: cubadaqualcheparte@gmail.com) sul cinema cubano, dove sarebbero stati proiettati i due corti Monte Rouge e Sex Machine del buon De Llano, con “a seguire dibattito”.
Ritrovatomi in automobile con due cubane e un’argentina, situazione felicissima e davvero fortunata per un povero gonzo journalist quale mi sento, arrivo (in che stato non sto a raccontarvelo) al Brancaleone per scoprire che del centro sociale romano è rimasto solo il nome e che il processo di “infighettamento” ha inghiottito anche i fasti di party a base di pogate e eskimo militari.
Nell’attesa ho preso un bicchiere di vino (lo so, sto sembrando un alcolizzato) e ho chiesto udienza al disponibilissimo cubano di origini russe, che mentre mi faceva una confessione di cui non vi dirò, si dirigeva verso il tavolo dove è nata una mini intervista.
“Nicanor è l’uomo della moltitudine, è le mille sfaccettature della persona comune”, mi ha risposto alla domanda più ovvia sulla sua “creatura” letteraria. “E’ nato quando lavoravo con una compagnia umoristica e da lì ha proseguito la sua vita. La cosa che mi piace pensare è che da adolescenti tutti ci sentiamo speciali ma con il passare del tempo ci rendiamo conto di essere tutti dei Nicanor”.
Eduardo è un fiume in piena, beve la sua birra con gusto, si sposta i capelli dagli occhi e molto spesso mi sembra che abbia un modo di fare molto timido, ma è solo l’impressione.
Nei suoi racconti temi come il sogno e la fede, in un modo o nell’altro si rincorrono e mi conferma subito questo sentore “Il sogno non è notturno, il sogno deve essere di tutta una vita, non relegato all’atto del dormire. Per Cuba, l’atto del sognare è diventata l’ultima utopia, per me l’imprevedibilità del sogno è il valore della libertà umana” e quando gli chiedo se la fede è nell’uomo, in Dio o nella scienza allarga le braccia ghignando: “Non sono Kierkegard. Sono ateo, a prescindere da Cuba, e quindi Dio non mi appartiene. La scienza si nega al concetto di fede perché si evolve e contraddice di continuo. Penso che la fede sia nell’uomo”.
Si avvicinano per dirci che tra un po’ inizierà la proiezione e colgo l’occasione per assestare altri due ganci alla mia curiosità, riferendomi ad un certo cinismo che ho percepito nel fondo dei racconti. “E’ un simil humor, non un vero e proprio cinismo il mio. È una maniera di trattare il cinema, la letteratura, la vita. Ma non c’è negatività, freddezza”.
Arrivano e tra poco me lo porteranno via, faccio mente locale: ho l’autografo, ho il libro, ho voglia di un’ultima domanda, di chiedere un’ultima cosa e mi rivedo il racconto di Regina (che dovete leggere per capire la mia ultima questio) davanti agli occhi e mentre mi ringrazia, si alza e si allontana gli grido: “Eduardo! Ma com’era il culo di Regina?”. Ride abbracciando l’aria ed esclama “Meraviglioso!”.
Meraviglioso il momento, il gesto, il libro. Meravigliosa la compagnia, le ragazze della serata e i cuba libre che poi mi hanno riaccompagnato a casa mentre pensavo che aveva ragione lui quando diceva che Nicanor è dentro ognuno di noi. Solo che alcuni lo riconoscono subito, altri lo mascherano e molti come me, se lo abbracciano stretto ogni notte.

Alex Pietrogiacomi

Poesia precaria (selezionata da A. Coffami) – 11

Antonio Romano. Un giovane che se lo vedi e ci parli gli dai 38 anni ma che poi se gli rubi il portafogli e leggi la data di nascita sulla carta d’identità scopri che è un pupetto di forse 24 anni. Di cosa parla Antonio Romano nelle sue poesie? Mah… non l’ho mai capito. Della carne, del paradosso, dei sentimenti… fatto è che quando mi mandò i suoi testi ne rimasi abbastanza colpito. Mi piacquero molto per le sonorità che creavano nella mia testolina e per i colori acri che mi faceva sentire semplicemente accostando termini. Non è questo lo scopo di un poeta? Riuscire ad emozionare. A mio avviso Antonio ci riesce (non sempre ma de gustibus non disputanda est mi pare si dica così). Antonio Romano ha pubblicato anche numerosi gialli, è un giallista (nonché giallognolo). Ma come poeta va letto, va sentito, va assaporato. Come quel vino che lui tanto ama e che io non berrò mai perché costa caro.

Andrea Coffami

Epoca, tempo.
Drammi sulla mia
scrivania come fermacarte.
Ti raccordo alla
morte, alle cimici,
al mio egoismo.
Tavolo con sguardi
di donne in una
grande indifferenza.
E alla fine di tutto
questa discrezione
da palcoscenico.
Questa dolce
sottile emorragia
che passa per televisione.
Ti amo come una pubblicità.
Passi a interrompere
la mia vita di
inviti all’ascolto.
Interrompi fiumi
di scene conciate
a festa, tragedie in audience.
Sei la mia pausa
fra un film già visto
e un telegiornale di distruzioni.
Ti amo ti accolgo
faccio ghirlande di parole
faccio mole di voli di colombe.
Simbologia del tuo sguardo,
numeri a vuoto da maghi,
tramortisco tramonti,
solo troppe tv del mio umore.
Ti ricordo a pezzi di plastica
incisi in dischi.
C’è qualcosa che ti riguarda:
ti amo in ogni sguardo
ogni amore ogni nottata trascorsa
in giochi scivolati in mare.

Antonio Romano,

15 gennaio 2009