Opere di bene – #TUS2

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Per i testi di Torino Una Sega 2reading che se ve lo siete perso che ve lo diciamo a fare, oggi diamo spazio a Elisa Ravasi e Alessandro GoriDi Gori, sempre da TUS2, avevamo pubblicato Hans e Gretchen. Buona lettura.

Me ne stavo a un take-away con Briatore e Scandroglio, quando incontro la Cinzia, una tipa delle libertà civili che m’ero fatto fra il ’96 e il ’97. Non la vedevo da parecchio ed era sempre una bella figa. La pensavo a Sumatra col suo coglione, ma lei mi dice che la storia è finita male, che è tornata qua da un paio di mesi e che è triste e bla bla bla. Facciamo le solite due chiacchiere, lei si prende un’insalata greca e un ACE, io una Ceres e delle pennette alla vodka.
È l’una e mezza, usciamo e mi chiede di accompagnarla al centro in cui lavora.
È uno di quegli istituti per reinserire gli handicappati nella società e troiate simili. Mi dice che sta aiutando una ragazzina con dei problemi, tra cui un cazzo di disordine del movimento.
Arriviamo e lei è già lì che l’aspetta, con le sue stampelle. Mammamia, alla faccia dei problemi! La “ragazza” era in realtà una specie di scaldabagno umano, alta un cazzo e due barattoli, obesa e sfatta, dal colorito cianotico, che si muoveva a malapena e cazzo se puzzava! Puzzava tanto come solo gli handicappati sanno puzzare. Poi, per carità, magari era una “brava ragazza”, ma ci vuole poco ad esserlo se sei poco più che animale. E in ogni caso, chissenefrega. Leggi il resto dell’articolo

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Carta taglia forbice – 9

[Continua da qui]

Una piccola città dell’Europa occidentale

Lei

Il Tempio è una cosa importantissima nella vita delle persone e anche nella mia. Io posso essere me stessa, nel Tempio, posso infilare il filo nella cruna e sentire l’odore della fede. Da quando sono piccola i miei genitori mi portano tutte le domeniche al Tempio, che è la chiesa dei Santi degli ultimi giorni. Noi siamo mormoni. Così ci chiama la gente. Ci chiamano mormoni perché Leggi il resto dell’articolo

ContraSens – Museo interiore

Piccoli accorgimenti fonetico-sociali.

Le lettere che contraddistinguono i suoni della lingua romena, e che di conseguenza ne affilano la musicalità in senso specifico, in questi testi non hanno subito traslitterazione. A seguire, una breve guida fonetico-esplicativa per la loro lettura corretta:
Ă: una -a più gutturale, pronunciata con la parte anteriore della gola, a bocca mezza aperta.
Â: una -a gutturale che tende alla -i.
Ț: corrisponde ad una -z dura, come in pazzo.
Ș: corrisponde al suono -sc, come in sciare.
Buona lettura.

Museo interiore *
di Ioan Es. Pop
Traduzione di Clara Mitola

Avevo letto molto, il sorriso mi aveva abbandonato
La vita non mi amava affatto

Nell’autunno del 1983 sono diventato finalmente un misero insegnante di provincia, i sogni dei miei genitori in merito al destino che avevo da compiere erano finiti. Gli ho lasciato credere in modo convincente che non era più necessario occuparsi di me e che potevo camminare sulle mie gambe; quindi loro che stiano tranquilli, me la sarei cavato da solo.
Nel villaggio in cui andavo come professore mi era stato assegnato un appartamento in uno dei due palazzi piantati accanto al municipio come animali morenti. Qui ce n’era un’altra decina come me, stranieri a cui il villaggio non aveva mai guardato in altro modo. Sono diventato inquilino principale, unico padrone di due stanze che non ho mai popolato con altro al di fuori dei fogli che ho scritto. È stata la prima e ultima volta in cui ho avuto casa mia.
Nell’autunno dell’anno successivo, in zona n’é apparso ancora un altro come me e mi hanno detto: signor Pop, una camera le è sufficiente, vogliamo darle un subinquilino, il professor Mircea Zubașcu, insegnerà geografia quest’anno, lei rimane inquilino principale. Essere inquilino principale era un grande onore, pagavi tu tutte le tasse, risolvevi tu tutte le grane, però io non sapevo che farmene di tutto quello spazio, due camere vuote erano due solitudini, così Mircea Zubașcu si era trasferito in una delle due. Leggi il resto dell’articolo

I GENDARMI DEL BUON GOVERNO VECCHIO – Parte quinta abbondante

[Parte prima Parte seconda Parte terza Parte quarta]

«Pronto Luigi, come stai? Ti disturbo?»

«Ciao, beh veramente stavo iniziando un modellino, ho montato oggi i primi pezzi, ma ci vorranno anni, poi te lo farò vedere, sarà un gran bel cingolato. Dimmi tutto».

 

Non so come dirtelo e soprattutto non capisco se lo sto pensando o lo sto dicendo al mio amico. Opto per il nascondergli la verità, la verità fa male spesse volte. Io non vorrei mai sentirmi dire la verità, preferisco vivere nella menzogna, che a suo modo è più onesta e meno ipocrita della realtà delle cose. Io non voglio sapere che il diretto per Milano porta venti minuti di ritardo, ritardo da cosa? Cosa me lo dici a fare? Che ormai sono in stazione a girarmi i pollici! Portasse cento minuti di ritardo magari tornerei a casa, mi fumerei una sigaretta e tornerei in stazione con calma… e poi? Magari il ritardo diminuisce e perderei anche il treno, no. Preferisco attendere l’arrivo senza preoccupazioni, tanto poi durante il viaggio, il treno il tempo lo recupera. Fossero anche duecento minuti ma lo recupera. È una continua lotta contro il tempo, una corsa ad ostacoli per giunta. Una corsa dove se ti stanchi hai il Gatorade nella mano destra, mentre nella sinistra la staffetta da lasciare al tuo compagno che però è tornato a casa a fumarsi la sigaretta, visto che aveva letto il ritardo di cento minuti. E allora che fai? Devi aspettare il tuo compagno che torna da casa, che magari gli puzza l’alito di tabacco secco. Ed intanto l’avversario ti ha oltrepassato leggero, che accenna pure un sorriso coi piedi. No, guarda: preferisco vivere nella menzogna. Cosa mi interessa sapere se tu mi tradisci o meno. Fallo e siamo tutti e tre più contenti. Meglio felici in tre che depressi da soli. Non trovi? Dici che è un atteggiamento malsano? Diglielo al capostazione, diglielo a lui se è malsano! E vedrai come ti risponde!

«Io malsano?!» così ti risponderebbe.

No, no. Perché dovrei far soffrire un amico che non vede il genitori da anni? Perché dovrei uccidergli quella speranza che magari nutre nella sua già deperita anima marcia, piena di vodka e modellini in scala 1:1? Meglio tacere.

 

«Va bene Andrea, ora però calmati, cosa c’entra tutto questo discorso con la telefonata che mi hai fatto?» Cazzo! Stavo pensando a voce alta. Il che se ci pensate bene è un po’ assurdo. Anche perché ero sicuro di non aver mosso le labbra della bocca. Sarò forse un ventriloquo involontario? Ci riprovo. Luigi mi ascolti? (sempre senza aprire bocca)

 

«Sì Andrea! Ma sei impazzito? Cosa vuoi?» Poso la cornetta di colpo senza dare spiegazioni.

 

Non credo di essere io, probabilmente è il telefono il vero problema, mi convinco sia quello il problema.

 

Scendo in strada e mi avvio dal norcino. In fila, prima di me, un anziano signore indeciso se acquistare delle pere o delle mele. Sbuffo timidamente. Il norcino mi guarda stizzito, il signore si volta, mi squadra come un compasso che squadra un foglio bianco e indignato mi urla: «Ma andassero di traverso a te, maleducato villano!»

 

Porca puttana stanno sentendo i miei pensieri. Penso.

«Certo,» rispondono simultanei il norcino ed il vecchio.

 

Fuggo senza comprare nulla, afferro la bici e prendo a correre verso il parco, devo uscire da questa situazione assurda. La volante dei Gendarmi mi si affianca e mi chiude la strada. Sono nei guai, penso. Devo convincere me stesso di essere un bravo ragazzo. La vedo dura ma devo farlo. Non mi vengono in mente altre soluzioni. Nella volante sono in tre, io sono da solo con la mia bicicletta. L’auto si blocca, il gendarme più alto si avvicina, alza il braccio, mi scuote il ginocchio e mi chiede i documenti.

«Da grande voglio diventare un gendarme, dovrei chiedere loro come fare domanda,» penso mentre cerco la carta d’identità dal portafogli.

«È un bene che facciate questi controlli, è pieno di irregolari in giro,» gli dico.

«Lo sappiamo benissimo cosa è il bene e cosa è il male,» dice il piccoletto mentre osserva la mia foto. Non ero uscito benissimo in quella foto, avevo un gran mal di testa quel giorno.

«Dove stavi andando a quella velocità?»

«Tentavo di perdere i chili in eccesso»

 

Il gendarme nella volante si accende una sigaretta elettronica, mi guarda e mi sorride. Non so cosa pensare, ma lo faccio lo stesso.

 

CONTINUA…

Andrea Coffami aka Angelo Zabaglio